Cinema da non perdere: “45 anni” di Andrew Haigh

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“45 anni”  è un film  scritto e diretto da Andrew Haigh. Gli attori protagonisti Charlotte Rampling  e Tom Courtnay hanno vinto l’Orso d’Argento per la migliore interpretazione femminile e maschile all’ ultimo Festival di Berlino. I coniugi Kate e Geoff Mercer conducono una vita tranquilla nella campagna inglese e si preparano a festeggiare 45 anni di matrimonio con una grande festa. A pochi giorni dall’evento però, qualcosa arriva a turbare le loro esistenze. Una lettera, destinata al signor Mercer, lo informa che il corpo della sua prima fidanzata, morta in un incidente di montagna in Svizzera oltre cinquant’anni fa, è stato ritrovato perfettamente conservato in un ghiacciaio. Inesorabilmente la notizia sconvolge Geoff e Kate e  i loro equilibri di coppia. L’uomo cerca di nascondere il proprio turbamento, ma Kate, che non sapeva nulla della precedente relazione del marito, comincia a scavare nel passato venendo così a conoscenza di un inquietante segreto. “45 anni” mostra come un matrimonio che non ha mai subito un arresto possa, ad un certo punto, incrinarsi per cose mai dette. C’è tanto da indagare sul passato di Geoff, ma Kate si accorge che c’è tanto da capire anche di se stessa e di come abbia potuto chiudere gli occhi davanti alla realtà. Il velo le si squarcia pian piano, mettendo una dietro l’altra le informazioni che ottiene da sola e che il marito sarà poi costretto a confermare. L’amore che, pensava granitico, rivela più di una falla e lei si rende conto di essere stata una seconda scelta sentimentale per quell’uomo sposato quarantacinque anni prima. Un’opera emozionante e coinvolgente, strutturata su una sceneggiatura che pare ricalcare perfettamente il tranquillo quotidiano, intimo e domestico, di una misurata coppia inglese. I personaggi agiscono in maniera fredda e controllata, quasi fino alla fine del film quando Kate si lascia andare ad un pianto disperato, liberatorio e consapevole. E’ lo stesso Haigh ad ammettere che l’idea del film, tratto dal racconto “In Another Country” di David Constantine, gli è venuta perché c’era qualcosa di struggente in una relazione che inizia a vacillare proprio quando si avvicina all’ultimo ostacolo prima del traguardo.

Clara Martinelli

 

 

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Cinema da non perdere: “Taxi Teheran” di Jafar Panahi

cinema-taxi-teheran-08 Ideato e diretto dal cineasta iraniano Jafar Panahi “Taxi Teheran”, per chi non lo avesse ancora visto, è un film da non perdere. Girato e interpretato dal regista stesso con una telecamera piazzata sul cruscotto di un taxi, Panahi percorre le strade di Teheran, in compagnia di passeggeri che si confidano con lui. Un ladro, un venditore abusivo di dvd, una donna che deve accompagnare il marito appena investito in ospedale, un’avvocatessa che deve difendere i diritti di una donna arrestata, tutti si fanno testimoni di quello che succede nell’Iraq di oggi, pressato dal regime. All’apparenza gli incontri, i discorsi sembrano casuali,  ma non lo sono. L’intero film segue un copione studiato a tavolino, realizzato con coraggio dal cineasta che dal 2010 gli è stato imposto il divieto di non girare. “Taxi Teheran” ha vinto  l’Orso d’Oro  all’ultimo Festival di Berlino, ma il regista, costretto agli arresti domiciliari, per ritirare il premio ha dovuto mandare alcuni membri della sua famiglia. Il Ministero della Cultura e dell’Orientamento Islamica convalida i titoli di testa e di coda dei film che ritiene divulgabili. “Con mio grande rammarico, questo film non li ha”, riferisce Panahi.  Un regolamento molto severo, infatti, gestisce la distribuzione cinematografica e proibisce la diffusione di pellicole che, secondo la legge islamica,  offendono il principio del monoteismo, incoraggiano l’immoralità e le influenze culturali contrarie alle politiche del governo,  mostrano scene di violenza e di prostituzione. “Taxi Teheran” diventa, quindi, un grido di protesta di un’artista, che reclama il suo diritto a produrre opere d’arte e a poterle divulgare, senza censure che sembrano assurde a chi, per sua fortuna, non le vive.

Clara Martinelli

 

 

Cinema da non perdere: “Vulcano”, l’opera prima del guatemalteco Jayro Bustamante pone l’accento sui problemi di un popolo

ixcanul1E’ un film bello e potente “Vulcano”, l’opera prima del guatemalteco Jayro Bustamante, vincitore dell’Orso d’Argento – Alfred Bauer Priz all’ultimo Festival di Berlino. La protagonista della storia è Maria (Maria Mercedes Coroy), una ragazza maya di diciassette anni che vive e lavora con i genitori in una piantagione di caffé alle pendici di un vulcano, l’Ixcanul, attivo in Guatemala. La sua vita e quella dei suoi genitori scorrono lentamente con i gesti quotidiani, la lingua locale, le tradizioni e il profondo legale che hanno con la terra. Ma il destino che le è stato assegnato non le piace, anche perché la sua famiglia ha deciso di farla sposare a Ignacio, il supervisore della piantagione, molto più grande di lei, vedovo con prole. La ragazza sogna di trasferirsi nella grande città e questo suo desiderio sembra realizzarsi con Pepe, un giovane raccoglitore che vuole andare a vivere negli Stati uniti. Maria lo seduce facendosi promettere di portarla con sé. Ma il ragazzo fugge, lasciandola, incinta, al suo destino. Il film, oltre che nella perfezione della struttura narrativa, dei personaggi e  i paesaggi straordinari, mette in evidenza realtà oscure come il rapimento dei bambini guatemaltechi. Il regista a quattordici anni è andato via dal Guatemala con la madre medico per trasferirsi prima a Parigi e poi a Roma. Tornato nel suo paese d’origine, oltre al disastro ambientale e civile delle popolazioni indigene, è venuto a conoscenza della piaga riguardante la sottrazione sistematica dei neonati alle madri maya. “Le comunità che abitano gli altipiani guatemaltechi sono sempre state afflitte da un elevato tasso di discriminazione e hanno subito il violento impatto del traffico dei minori nel corso del conflitto armato che ha flagellato il Paese e anche oltre (1960-1996)”, ha raccontato Bustamante. Tra l’altro, non è un fenomeno sconosciuto. L’ONU, infatti, riferisce  che avvengono circa quattrocento sequestri di bambini l’anno e la responsabilità di questo crimine va ricercata tra  notai,  giudici, medici, direttori di orfanotrofi, poliziotti corrotti e altri ancora. Nel film, Maria ha un contatto con il “mondo moderno” quando, a gravidanza avanzata, viene morsa da un serpente e, per salvare lei e la sua creatura, i suoi genitori la portano in ospedale con Ignazio. La ragazza si salva, la bimba che portava in grembo no, le dicono che è morta deformata dal veleno. La verità è un’altra e quando Maria lo scoprirà sarà troppo tardi.

Clara Martinelli