L’anima in viaggio con Tolkien, Collodi e Miyazaki

Dr. Massimo Lanzaro (Psichiatra, Psicoterapeuta)

Attraverso i secoli (con le successive rielaborazioni) le fiabe trasmettono significati nascosti e palesi, comunicandoli in modo tale da raggiungere la mente “ineducata” del bambino e quella “sofisticata” dell’adulto. In effetti vari autori, da Marie Louise Von Franz a Bruno Bettelheim, hanno mostrato come le fiabe popolari parlino il “linguaggio inconscio” di problem comuni a tutti gli uomini, con I conflitti, le crisi e le trasformazioni tipiche dello sviluppo dell’individuo e della collettività, al di là dell’intento narrativo contingente.Di solito le favole mostrano le tappe del processo di maturazione della personalità: I modelli di comportamento fondamentali della psyche e le situazioni tipiche della vita si presentano nelle fiabe “allo stato puro”, non contaminate dalla storia personale e dai contenuti dell’inconscio personale. In tal senso una fiaba è come un sogno, senza le varianti peculiari e le complicazioni che emergono dall’inconscio personale nell’attività onirica.Il fatto che tali narrazioni si tramandinocontribuisce a corroborare l’idea di una universalità di significato dei motivi archetipici. I vari personaggi infatti non devono essere intesi come ego, come persone, bensì simboli di strutture archetipiche (l’eroe che è in ognuno di noi, il vecchio saggio etc.): le fiabe non sono racconti delle esperienze personali, bensì prodotti delle comunità e della loro psiche collettiva e profonda.Le immagini di una fiaba, come quelle di un sogno, contengono spesso molti messaggi, che non si esauriscono in un’unica chiave di lettura e che a volte lo stesso autore potrebbe coscientemente aver ignorato. Jung affermava che studiare le fiabe è un buon modo per studiare l’anatomia comparata dell’inconscio collettivo, ovvero di quelli che si pensa siano gli strati più profondi e arcaici della psiche. In tal senso alcuni sostengono anche che il materiale delle fiabe sia compensatorio alle idee e ai valori del conscio collettivo nel momento storico in cui la fiaba è stata prodotta. Può pertanto offrire un nuovo punto di vista su problemi che magari la cultura dominante non sa come affrontare.C’è un filo rosso che lega II mio vicino Totoro (Tonari no Totoro, 1988) e Lacittà incantata (Sen To Chihiro No Kamikakushi, 2002), tanto che si potrebbe considerare i due film complementari. Ma ci sono elementi, “costanti naturali” che troviamo in narrazioni tanto datate (Pinocchio ad esempio) quanto recenti (Il Signore degli Anelli).Le storie si aprono infatti con un trasferimento (il tema del viaggio, della crescita, del percosrso verso l’individuazione). Tutte queste narrazioni sono la storia di un “viaggio” in senso letterale e metaforico.Nel Signore degli anelli la meta del viaggio è la distruzione dell’anello con le sue valenze simboliche. Ne II mio vicino Totoro, Mei e Sutsuki lasciano la città per la campagna. In La città incantata, assistiamo ad un analogo spostamento: dallo spazio urbano a quello rurale. Dal kosmos razionale della Cultura al kaos irrazionale della Natura. Le tangenze continuano: in entrambi i casi, il portale tra il mondo “reale” e quello “fantastico” è rappresentato da un tunnel. In entrambi i film, la dimensione soprannaturale è onirica (inconscia), quasi fosse frutto dell’immaginazione della piccola protagonista (Chihiro qui, che non a caso, si chiede più volte «Sto forsesognando?»). Totoro e La città incantata raccontano la medesima storia: in momenti di grande stress psicologico (la malattia della madre nel primo, la sparizione dei genitori nel secondo, due metafore del crescere), le piccole protagoniste se la cavano da sole, acquistando, nel contempo, una nuova capacità di guardare e comprendere il mondo. Il tema della percezione è centrale. Il doppio ruolo di bambina e donna, consente a Chihiro, Mei e Sutsuki di cogliere ciò che gli adulti – che hanno ormai smarrito la purezza e l’innocenza – non sono più in grado di vedere. La percezione infantile ha dunque un’efficacia epistemologica che trascende quella degli adulti. Il fantastico coesiste con la ratio, ma solo i più innocenti e vulnerabili, i “puer”, sono in grado di comprenderlo.Se II vicino Totoro era “Alice nel Paese delle Meraviglie,” allora La città incantata è «Alice attraverso lo specchio». Come nelle opere di Carroll, la piccola protagonista finisce catapultata in un mondo magico e assurdo, esilarante e terrificante, in cui il nonsenso e il grottesco rappresentano la normalità (di nuovo, verosimilmente l’inconscio). E come nell’opera di Carroll, anche qui il linguaggio gioca un ruolo fondamentale. La perdita del nome (identità), o meglio, la sua trasformazione in numero, conduce all’alienazione, in senso hegeliano e marxista assieme, ma è anche un punto di partenza.Marxista, perché Miyazaki da sempre usa il cartone animato per muovere una critica almodello capitalistico. In La città incantata, Yubaba dirige con il pugno di ferro una sorta di centro estetico per gli spiriti che popolano il mondo. L’arpia trasforma gli esseri umani in schiavi (Chihiro e Haku). In questa rilettura nipponica della dialettica servo-padrone. Come non ricordare invece Sauron e la sua volontà di sottomettere tutti i popoli liberi, e verosimilmente lo stesso intento polemico di Tolkien contro gli usi/abusi della società contemporanea.I dipendenti del centro termale idolatrano il Dio Ricchezza (l’oro prodotto dalle mani del fantasma “Senza Faccia”) sono destinati allo scacco. Allo stesso tempo, per Miyazaki, l’unico modo di uscire dall’impasse è lavorare. Come in Kiki servizio di consegne (Majo no Takkyubin, 1988), anche qui la giovane protagonista deve guadagnarsi il diritto a esistere. Kiki, la tredicenne apprendista fattucchiera, lavora come fattorina di una panetteria per pagarsi l’affitto. Chihiro, dopo aver perso genitori, nome e ogni ricchezza materiale, supera il momento di difficoltà diventando una “donna delle pulizie”. Ma chi la dura, la vince. Chihiro e Kiki conquistano l’emancipazione grazie al sudore della loro fronte. Il processo di palingenesi dell’eroe di Collodi e di quelli di Tolkien procede di pari passo. Chihiro esce profondamente trasformata dall’esperienza con Yubaba. Prima di entrare nel tunnel è una bambina. Dopo esserne uscita, è una donna. Pinocchio da burattino diventerà un uomo.Il bacio accennato, ma alla fine mancato, tra Chihiro e Haku rimanda ad un’etica/estetica asessuata. Come nel “Signore degli anelli” la storia d’amore tra Arven e Aragorn è almeno inizialmente confinata ai margini della storia.Ne La città incantata, la metamorfosi dei genitori, avidi e ingordi, costringe Chihiro a lavorare per sopravvivere. Le figure genitoriali introiettate saranno al termine del processo di maturazione riconosciute come “persone” e non più come elementi superegoici.La preoccupazione ambientalista, altra costante di Miyazaki, appare qui stemperata dall’esigenza poetica. Nei mondi animati dell’autore nipponico, la natura si manifesta come una forza autonoma e dichiaratamente non-umana, se non esplicitamente anti-umana. Come non ricordare a riguardo, in parallelo, la ribellione degli alberi ne “Le due torri?”.Il mondo contemporaneo o post- industriale rappresenta infatti anche per Tolkien la nemesi della Natura. E’ noto che, per Miyazaki, i processi di modernizzazione hanno portato alla progressiva distruzione dell’equilibrio primordiale e all’alienazione dell’uomo con l’ambiente naturale. In La città incantata, l’accusa di Miyazaki si incarna in Okutaresama, il “Mostro Puzzolente”, lo Spirito di un Fiume. La creatura, un ammasso di fango maleodorante, vomita i rifiuti che gli esseri umani gli hanno rovesciato dentro, dai frigoriferi alle biciclette. Oltre a inquinare, gli esseri umani “puzzano,”: al passaggio di Chihiro, gli spiriti si tappano letteralmente il naso. Una seconda figura interessante è quella di Koanashi, detto “Senza Volto,” un mostro incappucciato che ricorda il Macchia Nera disneyano6. Il demone, in origine buono e generoso, diventa vorace e mostruosamente avido nel momento in cui comincia a consumare in modo disordinato, bulimico, inghiottendo tutto ciò che gli capita a tiro. Produce una ricchezza effimera. L’oro diventa fango. Il messaggio è chiaro: la cupidigia, umana o soprannaturale, porta inevitabilmente al collasso del sistema. E l’oro di cui è forgiato l’Unico Anello di Tolkien non ha analogamente nulla di nobile: serve a soggiogare gli uomini..

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Pianeti interiori

Pensieri sufi

Vi è un solo Dio, l’Eterno, l’Essere Unico non esiste altri che Lui.
Il Dio dei Sufi è il Dio di tutti i credi, il Dio di tutti. I nomi non hanno alcuna importanza per i sufi. Allah, Dio, Khuda o Bhagwan, tutti questi nomi e altri ancora sono i nomi del suo Dio e tuttavia per lui Dio è al di sopra dei limiti di un nome. Egli vede il suo Dio nel sole, nel fuoco, negli idoli adorati da alcune
sette e Lo riconosce in tutte le forme dell’universo pur consapevole che è al di sopra di tutte le forme; Dio è in tutto e tutto è in Dio, essendo Lui il Visibile e l’Invisibile, l’Essere Unico…
In Dio il sufi vede la perfezione di tutto ciò che è alla portata della percezione umana e tuttavia Lo riconosce come essere al di sopra della percezione umana. Lo considera come l’amante considera la sua amata e accetta tutte le cose della vita come provenienti da Lui, con perfetta rassegnazione. Il nome sacro di Dio è
per lui come la medicina per il malato. Il pensiero divino è la bussola con la quale egli dirige il suo scafo verso le rive dell’Immortalità. L’ideale di Dio è per il sufi come un ascensore con il quale egli si innalza fino al Fine Eterno, il raggiungimento del quale è il solo scopo di vita.
Vi è un solo Maestro, lo Spirito-Guida di tutte le anime, che costantemente
conduce i suoi seguaci verso la Luce.

Il sufi comprende che benché Dio sia la sorgente di ogni sapere, di ogni ispirazione e di ogni guida morale, è un essere umano che Dio sceglie per comunicare la Sua saggezza al mondo. Egli la comunica per mezzo di colui che è umano agli occhi del mondo, ma Dio nella sua coscienza. È l’anima matura che attira
le benedizioni del Cielo e Dio parla attraverso di essa. Benché Dio parli continuamente per mezzo di tutte le cose, tuttavia è necessario, per colpire coloro fra noi che fanno orecchie da mercante, che Egli parli per mezzo di un uomo. Lo si è visto in tutte le epoche della storia dell’umanità, Shiva, Buddha, Rama, Krishna
da un lato, Abramo, Mosè, Cristo e Maometto dall’altro – poi altri ancora, noti o ignoti al mondo, sono stati gli esempi di un Maestro che vive la vita di Dio sotto forma umana. In altre parole:
le loro forme umane erano come i mantelli, i differenti abiti portati dalla stessa persona che solo per questo sembrava differente ma che tuttavia era pur sempre la stessa persona….
Vi è un solo Libro, il sacro manoscritto della natura, la sola Scrittura che possa veramente illuminare il lettore.
Il sufi, quando gli occhi della sua anima si sono aperti e la sua vista si è schiarita, legge nel sacro manoscritto della natura la Legge Divina che i Maestri dell’Umanità hanno sempre attinto dalla stessa fonte e insegnato ai loro discepoli. Benché il linguaggio non sia sufficiente per esprimere la Verità interiore, tuttavia quel poco che può essere detto con le parole è stato scritto a mano e trasmesso di tanto in tanto alla posterità sotto la forma di Sacre Scritture. Gli uomini hanno combattuto e si sono disputati sull’autenticità di questi libri, non volendo accettare che un altro libro fosse simile al loro. Attaccandosi così alla lettera e perdendo
di vista lo spirito, essi hanno creato le differenti sette. In tutti i temi il sufi ha rispettato tutti questi Libri ed ha ritrovato nel Vedanta, nello Zend Avesta, nella Kabbala, nella Bibbia, nel Corano e negli altri testi sacri, la stessa Verità che egli legge nell’incorrutibile manoscritto sacro della natura. Agli occhi del veggente, ogni foglia d’albero è una pagina del Libro Santo che contiene la Rivelazione divina e in ogni momento della sua vita egli è continuamente ispirato leggendo e comprendendo il Testo Sacro della Natura.

Hazrat Inayat Khan

Hazrat Inayat Khan (1882-1927) fu un musicista di grande valore che rinunciò a una brillante carriera in campo musicale per dedicarsi completamente alla diffusione del Messaggio Sufi in Occidente. La traduzione del testo è tratta dal Bollettino del Centro Sufi Italiano del 1981.

Hazrat Inayat Khan

1. Vi è un solo Dio, l’Eterno, l’Essere Unico, non esiste altri che Lui.
2. Vi è un solo Maestro, lo Spirito Guida di tutte le anime, che costantemente guida verso la Luce i suoi fedeli.
3. Vi è un solo Libro, il sacro manoscritto della Natura, l’unica Scrittura che possa illuminare chi legge.
4. Vi è una sola Religione, il diretto avanzamento verso l’Ideale, che costituisce il vero scopo della vita di ogni anima.
5. Vi è una sola legge, la legge della reciprocità, alla quale obbedisce l’anima scevra di egoismo con vigile senso di giustizia.
6. Vi è una sola Fratellanza, la Fratellanza umana, che unisce tutti i figli della terra, senza distinzione, nella Paternità di Dio.
7. Vi è una sola Morale, l’Amore che, nato dall’abnegazione, sboccia in opere di bene.
8. Vi è una solo Oggetto di lode, la Bellezza, che attraverso le forme, eleva il cuore di chi l’adora dal Visibile all’Invisibile.
9. Vi è una sola Verità, l’effettiva conoscenza del nostro essere, interiore ed esteriore, che è l’essenza di tutta la Saggezza.
10. Vi è una sola Via, l’annientamento del falso ego nell’io vero, per cui l’essere mortale si eleva all’immortalità, in cui risiede ogni Perfezione.

Hazrat Inayat Khan

Nel tempo del ferro più nero

Cari amici, le riflessioni di Raffaele, meritano la vostra attenzione ed il vostro “approfondimento”

Carissimo Prof.. Gabriele, e’ come dice il suo prezioso illuminato essere.

un mio sommante pensiero che scaturisce dall’aver osservato in una foto una scultura posta all’ingresso della cattedrale di “Notre Dame” a Parigi, dedicata appunto la nostra Divina Madre Interna. Questa scultura è di dimensione ridotte rispetto al tutta l’opera, ma sta alla base di una colonna centrale ai piedi del Cristo, un simbolo ben preciso, posto apposta ai posteri come per indicarci che ella è la base, è il mezzo del nostro lavoro per costruire la chiesa interiore, la sancta sanctorum, che attraverso l’auto osservazione, attraverso l’attenzione introspettiva permette di risvegliare la divina coscienza del vero sé superiore che attraverso il sacro fuoco conduce di riflesso alla morte interiore degli ego, è di conseguenza, dissolta gran parte dell’illusione a quella trasmutazione che conduce ad elevare l’essere al suo Cristo interiore, all’illuminazione….alla gnosi, alla vera conoscenza, alla saggezza antica…

Da quella divina scala siamo ridiscesi e, con quella stessa scala possiamo elevarci all’essere superiore che risiede nei cieli interiori, nei chakra superiori, nella pineale, nell’infraciglio. La magia sessuale, la pietra scartata dai costruttori, il fuoco mercuriale che trasforma il piombo in oro, la divina madre celeste, la divina Kundalini… ma tutto deve passare per le porte del cuore attraverso ogni saggio rituale amorevole matrimonio perfetto, nella sinergica/consapevole alchemica fusione fisica e soprattutto energetica generano i i corpi astrali/lunari e soprattutto i corpi solari che permettono di far rinascere la fenice dalle sue ceneri, far volare il serpente piumato. E’il simbolo del caduceo, degli alchimisti e di tanti maestri di saggezza di ogni tempo, Il doppio serpente attorcigliato 3 volte.

Questa è la via rivelata nei vangeli così come in tanti testi antichi, non hanno niente a che vedere con la dottrina, con il credo, con la morale, con la religione che qualcuno furbescamente ha imposto, adattando quella dottrina secreta, quella non capita dottrina esoterica ad un credo, ad una falsa religione, per generare sudditanza, per alimentare le paure, per addormentare la coscienza dell’essere interiore, per imporre un fantomatico peccato originale, per trasmettere quell’induttanza psicologica che ha fatto nascere un fantomatico inesistente diavolo (in ogni aspetto della natura ci sono quelle necessarie contrapposte forze).

QUEL DIAVOLO IN EFFETTI E’ PROMETEO/LUCIFERO CULUI CHE RUBO’ L’ALBERO DELLA CONOSCENZA,DELLAL VITA E DELLA MORTE, IL FOCO SACRO AGLI DEI, PER FARNE DONO AGLI UOMINI DI SAGGEZZA DI QUEL TEMPO AFFINCHE’ CI FOSSE STATO SEMPRE UN INSEGAMENTO , UN FARO, UNA LUCE PER GLI UOMINI.

Quella superiore nascosta dottrina ci è stata trasmessa nel tempo superando anche tutte le barriere dovute ai tanti errori di trascrizione e adattamenti che volutamente e malevolmente sono stati apportati ai testi originali, sempre per quell’illusorio malevolo potere basato sull’ignoranza indotta. Ma attraverso quella simbologia intuitiva, attraverso quel linguaggio ermetico nascosto, per chi sa leggere con l’intuitivo cuore, anche per cemento poche cose, cose, come quella chiave di lettura, con quella chiave di volta; si riesce a capire le verità o a ricostruire le verità mancanti.

Carissimo Prof. Gabriele siamo nel tempo del ferro più nero, ma anche di quel richiesto risveglio di maggiore coscienza collettiva, è il tempo della raccolta o della mietitura di quello che fu seminato in un lontanissimo tempo assai passato, 700.000 anni fa. E’ il tempo delle grandi riscoperte verità… Così come fu detto dal grande INIZIATO Gabir Gesù (L’ESSENO Yeshua ben Panthera)
SOLO LE VERITA’ VI RENDERANNO VERAMENTE LIBERI……

Farmaci antidepressivi

Vi lascio il lungo intervento di Stefano. È utile. Poi ci sono le mie riflessioni:

Egregio Direttore, cara Marina,
desidero lasciare un intervento senza pretesa alcuna. Dando una breve occhiata al post di Rita, mi pare di riscontrare una situazione di disagio abbastanza importante, pur non essendo un medico. Sono spinto a scrivere perché per molti anni, nonostante io ne abbia 24, ho vissuto una situazione che può avere punti di contatto con quella di cui si sta parlando (so bene in ogni caso, che ogni caso è una storia a sé stante). Se il malessere è tanto profondo, continuo e invalidante, perché credetemi, questi disturbi diventano molto invalidanti, credo che sia necessario non fare il mio stesso errore, ossia cercare una soluzione intellettualizzando il problema e “mascherarlo” dietro problemi metafisici, perché non c’è sempre bisogno di scomodare Kant per capire che il disagio può derivare il più delle volte da fattori biochimici che per qualche motivo si alterano. Da umanista rigettavo l’ottica meccanicista che riduce l’essere umano con la sua interiorità ad un circuito elettrico da “aggiustare”, mi pareva assurdo. Il fatto è che, se si delinea un disturbo neurologico che si consolida nel tempo, si continuerà a star male e non ci sarà psicoanalisi che tenga, parlo per esperienza personale. Anche se teniamo presente che l’analisi va fatta con personale competente, il discorso non cambia. La mia esperienza in breve è consistita in un lungo esaurimento dovuto a stress, delusioni sentimentali e altro, con un sostrato di depressione sempre latente che tendeva a peggiorare sino a quando negli ultimi tempi non dormivo più e mi consolavo solo in parte con le Sue trasmissioni, Direttore, che in ogni caso seguivo sin da adolescente. Mi svegliavo in uno stato psicofisico terribile ed ero pressoché incapace di svolgere le mie attività ed i miei studi. La situazione degenerò sino al punto in cui, sentendomi un peso per me stesso e la mia famiglia, dato che ero convinto che non sarei mai più tornato normale, avevo cominciato a maturare la decisione di togliermi la vita, decisione che ritenevo la più giusta, sentendomi finito e disonorato. Il pensiero si concretizzò in alcuni veri e propri drammatici tentativi, fermati in extremis in quanto sentivo che una grossa colpa avrebbe macchiato il mio folle gesto, una gravissima colpa verso chi quaggiù mi era vicino, ma non solo. Sentivo che me ne sarei andato con un fardello pesantissimo che avrebbe gravato su di me con conseguenze irreparabili nel caso vi sia, come credo, un inconscio che permanga. Per questo desistetti. In seguito (ero allora già in analisi da una brava terapeuta) mia madre decise di portarmi presso un noto neurologo ed io accettai pieno di diffidenza, proprio in virtù dell’ottica assolutamente in sintonia con la Sua, Direttore. Mi fu prescritto un famoso antidepressivo a base di serotnina che avrebbe dovuto stemperare lo stato depressivo e l’ansia riequilibrando il sistema. “E’ tutta una questione di neuroni e impulsi elettrici per me, nient’altro. Io non Le chiedo neppure il motivo per cui sta male”, ripeteva il luminare aggiustatore. Lasciai lo studio medico ancora più sconfortato pensando a come si potesse assurdamente credere di lenire i mali dell’anima con una pillola e rabbrividendo all’immediato risuonare nella mia mente di quelle insensate parole. Dopo l’inizio della cura dormii per una settimana pareggiando le veglie prolungatesi per anni e via via, lentamente, iniziò la mia insperata risalita che prosegue tuttora, dato che i fatti che narro risalgono ad un anno fa appena. Oggi i sintomi non si manifestano più nell’entità con cui lo facevano in passato, anche se sovente mi rimprovero di non apprezzare e di non capire il dono della vita, di non capire per giunta perché questo sia un dono, dato che, legato all’ottica esistenzialista, per certi versi credo davvero che esistere sia re-sistere. Questo era il motivo per cui spesso, foscolianamente, la morte mi pareva così dolce in taluni momenti. Concludo precisando che, diversamente dall’ansiolitico, l’antidepressivo va assuto per un certo periodo e non crea dipendenza e/o effetti collaterali. I moderni farmaci sono diversi da quelli del passato e non vanno demonizzati quando occorrano davvero. Per questo, pur non sapendo nulla di chi sia Rita, di cosa faccia nella vita, di quali siano le reali cause donde derivi il malessere che lamenta, riferisco la mia esperienza per lasciare un messaggio di speranza. Ci si sente perduti, finiti, sull’orlo di un barartro buio che aspetta solo di ingoiarci da un momento all’altro e sembra non esserci rimedio. Occorre in questi casi avere persone care intorno; credere fino all’ultimo che il sole prima o poi dovrà tornare perché lo meritiamo anche noi; affidarsi ad un bravo analista e se occorre anche ad un bravo neurologo, perché il problema può essere là; avere forza e volontà e aprire gli occhi su un mondo piendo di gente che soffre tanto, troppo spesso più di noi e capire che la nostra presenza può forse fare la differenza, non è presunzione questa. Il farmaco può sembrare una sconfitta dato che stiamo agendo sul sintomo più che sulla causa, ma forse non è proprio così, dopo tutto. Intellettualizzare e ritirar fuori sempre la vecchia istanza romantica del fiore azzurro di Novalis, in cui l’uomo tende all’infinito e trova cose, non è detto che sia sempre utile. Giusto è tendere al valore spirituale, all’evoluzione della coscienza, accettare che la vita è anche dolore e sofferenza senza i quali la vita sarebbe, come diceva lo stesso Socrate, inconcepbile, ma stare sempre e solo così male denuncia un quadro patologico su cui mi pare ragionevole intervenire. Se lo avessimo fatto con il Leopardi forse avremmo perso un genio poetico, ma probabilmente avremmo riportato un uomo alla vita (conosco il Suo parere sul pessimismo leopardiano che sarebbe da minimizzare, Direttore, ma mi permetto di discostarmene in questo caso). Spero di non avervi tediato inutilmente e che la mia esperienza possa essere utile a chi la vive nel presente. Un saluto affettuoso a tutti e sempre vivi complimenti a Lei, mitico Direttore e a tutta l’entourage di Anima.

Grazie del contributo. Ho avuto però, recentemente, un caso (un familiare) imprigionato negli antidepressivi.
No. Nella chimica non crederò MAI. Almeno per i casi come i tuoi. Sono felice che stai bene, ma, secondo me, non è dovuto alla “pasticca” il tuo “RESURGO”, ma alla tua Anima che si è potuta attivare finalmente libera dal tuo schermo di EGO. Debbo, per onestà, dire che il mio carissimo amico Giovanni Gocci crede, in alcuni casi, nell’uso dei farmaci. E quindi voi tutti che posizione avete? Per favore riportate dei casi concreti.

Enrico Cheli, “Percorsi di consapevolezza”

Oggi mi permetto di consigliarvi il nuovo libro del mio caro amico Enrico Cheli, PERCORSI DI CONSAPEVOLEZZA. Metodi olistici per la conoscenza interiore e la realizzazione di sé, Xenia Edizioni 2009, pag. 288. La lettura di questo testo è oggettivamente molto utile e preziosa.

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Milioni di persone aspirano oggi a conoscere se stesse e realizzarsi e i metodi a ciò finalizzati non sono più, come in passato, segreti e circoscritti a scuole iniziatiche e circoli esoterici, ma si rendono disponibili a tutti.

L’autore fa chiarezza su questo ricco ma ancora confuso coacervo di approcci, scuole, maestri, evidenziandone analogie e contraddizioni e delineando un metodo olistico che concilia scienza e spiritualità, coniugando campi del sapere in apparenza distanti tra loro, quali psicologia, meditazione, tradizioni iniziatiche, psicosomatica, alchimia, mitologia, sociologia, discipline yogiche e tantriche.

 

Il libro è articolato in tre parti. La prima illustra i fattori culturali e sociali che stanno spingendo così tante persone sulla via della conoscenza di sé e dell’autorealizzazione, precisando quindi che cosa significa conoscere se stessi e perché alcuni aspetti e dimensioni del nostro essere non ci siano accessibili.

La seconda parte illustra principi e metodologie di base per affinare la consapevolezza e liberarsi da incrostazioni e distorsioni.  Si compone di 4 capitoli:  uno sul ripulire la mente dai condizionamenti socioculturali, uno sul riaprirsi al sentire; uno sulla meditazione, infine un quarto sul disidentificarsi dall’ego e ricontattare il vero Sé.

La terza parte del libro affronta gli stimoli esterni che possono facilitare o ostacolare il percorso interiore e comprende: un capitolo sulla consapevolezza nelle relazioni interpersonali, uno sulla realizzazione professionale, uno sul difendersi dai media e uno sulla sana alimentazione e la corretta respirazione.

Il libro si rivolge a diversi tipi di lettori – neofiti, progrediti ed operatori – ciascuno dei quali trarrà contributi diversi, a seconda dei suoi interessi e della fase evolutiva in cui si trova.