Per Ginevra, per Lancillotto e per Artù, per Mordred e per un altro santo, Galgano – Parte III

Riuniti tutti i regni, Artù riesce a scacciare i Sassoni, ma per evitare nuove invasioni e per unificare per sempre tutti i Bretoni, crea un castello con trentatré sale quadrate e una sola circolare, il cui nome, Camelot, passerà poi a indicare l’intera fortezza.

Al centro della sala è una tavola rotonda con dodici posti, ciascuno dei quali corrisponde a un segno dello Zodiaco. Lì trovano posto undici armati, compreso Artù. Manca un cavaliere che dovrà essere il migliore, il più forte e il più puro, se vorrà occupare il dodicesimo posto.

Un giorno, gli undici sono a caccia nel bosco, quando avanza un cavaliere tutto bianco, in sella a un destriero anch’esso bianco. È splendido, e un raggio di sole sembra accompagnarlo nel bosco, facendolo brillare tra le fronde.

Artù è preso da invidia e lo sfida a duello. Lottano con accanimento, senza riuscire ad abbattersi l’un l’altro, quando il re di Britannia, indietreggiando di alcuni metri, si accorge che il suo contendente è vestito esattamente al contrario di lui. Infatti quel giorno Artù ha corazza, elmo e cavallo neri.

Contemporaneamente anche l’altro si rende conto di avere di fronte la sua immagine rovesciata. Allora i due cessano di combattere e si abbracciano. Quel cavaliere è Lancillotto, che andrà a occupare il dodicesimo posto.

Il significato del duello è chiaro: il vero eroe deve poter armonizzare le sue due parti, quella oscura e quella luminosa, ovvero i sensi e la ragione, senza sacrificare gli uni all’altra e viceversa. Solo così sarà un vero eroe.

Altre imprese prodigiose aspettano i cavalieri, ma un’insidia minaccia proprio Lancillotto, il più puro.

Ginevra, moglie di Artù, si è follemente innamorata di lui, che pure ne ricambia il sentimento.

Entrambi tentano di opporsi alla passione per rispetto al re, ma un giorno, nella foresta, si trovano per caso soli. Una grande quercia li avviluppa con i rami, spingendoli vicini, finché sono costretti a guardarsi negli occhi.

In quell’attimo Lancillotto comprende di non essere più lo stesso. Non è un guerriero, un combattente, un uomo d’arme. Non è più nulla se non Ginevra stessa: egli è diventato la regina stessa, è tutt’uno con la donna amata. E la donna, per un processo identico, è divenuta Lancillotto.

Così, attraverso lo sguardo, si appartengono e «conoscono tutto quello che occorre avere, la sapienza».

Dunque per amare davvero occorre compenetrarsi totalmente, diventare l’altro e solo mediante tale partecipazione, tale totalità, si raggiunge la vera conoscenza. Un segreto magico è racchiuso in questo momento d’amore: l’atto di Ginevra e Lancillotto, che pure sembra un tradimento, è invece indispensabile per arrivare alla sapienza, come conferma il seguito della storia.

Un grande amore, il tempo e la giovinezza. Due scomparse misteriose.

UN GRANDE AMORE, IL TEMPO E LA GIOVINEZZA.

DUE SCOMPARSE MISTERIOSE

(Parte V)

 

II conte ne ha visti tanti di volti come quello. Inizialmente tracotanti e progressivamente impauriti, fino al terrore. Con il moltiplicarsi delle stoccate l’angoscia si impadronisce del morituro. Perché si tratta proprio di questo. Della presa di coscienza della morte. E sì che il conte non vorrebbe. Ma gli eventi lo spingono sempre nella stessa direzione. Per proteggere il suo segreto è costretto a uccidere. Anche ora quel Veniero comincia a terrorizzarsi. La sua spada è più lenta. II braccio meno fermo. Lo avrebbe potuto ucci­dere da molto. E ha sempre fatto così. Per abbreviare le pene dei suoi rivali, normalmente affonda deciso e la vita è subito spenta. Dalla lama. Qualcosa però lo trattiene. Non è per proseguire l’agonia dell’avversario. II conte non ha queste meschinità nell’animo. Diversi pensieri imprigionano la sua mente. Gli anni sono passati setacciando i sentimenti mini­mi, le meschinità, le tracotanze e hanno lasciato una visione ampia, riposata e tragica. Un destino apparentemente ineluttabile lo imprigiona. Ora come sempre. Da quando ha compiuto quegli studi di alchimia con un maestro imperscrutabile.

Accadde allora. In una Praga senza tempo si fermò ogni cosa. Si ricorda ancora la faccia stupita del grande mago. Per meravigliarsi lui! Il conte aveva trovato la soluzione a una formula impossibile. Un segreto che doveva evidentemente rimanere tale. Averlo svelato gli procurò immediatamente una forza straordinaria e con essa una camicia di Nesso da cui tuttora gli è impossibile liberarsi. Pensare che al momento gli sembrò una benedizione. II sapiente praghese capì invece subito tutto.

«Hai studiato tanti anni,» disse, «e ora che sei giunto alla maturità hai fatto questa scoperta che arresterà tutto. Che la divina armonia ti assista!»

Nello studio il silenzio era totale. La verità è che il conte non capì subito le conseguenze del disvelamento del «grande mistero». In seguito però soffrì come una bestia. Città, amici, amori, affetti, case, carriere. Quante volte ha avuto tutto ciò per essere poi costretto ad abbandonarle? Cinque, dieci? Troppe.

II Veniero crede per un attimo, dato che il conte è assorto nella spirale dei ricordi, di potercela fare e decide di affondare, di osare il tutto per tutto.

Raccoglie ogni stilla di energia, tutti gli empiti dei muscoli e dei tendini.

Gira un attimo a destra come se stesse per perdere l’equilibrio e invita il conte ad affondare. È un trucco. Come l’altro tirerà la stoccata, lui si riprenderà e colpirà diritto sotto il cuore. Inevitabilmente l’altro obbedirà all’istinto e tenterà di chinarsi in avanti di poco, quel tanto che gli farà penetrare il ferro al centro del cuore. Un colpo fatale. Il corpo del Veniero è pronto.

In quell’istante il cielo si apre. La nebbia è spazzata via e Donata dal mare vede lo spasmo del giovane. Intuisce che sta per accadere qualcosa di spaventoso. II torace del suo uomo le appare totalmente scoperto, indifeso, vulnerabile. Intuisce l’irreparabile. La sua bocca vorrebbe gridare, avvertire il pericolo, ma la lingua si rifiuta di obbedire. II suo fisico sta per cedere. E cosi le barriere psicologiche che l’avevano protetta si abbattono e torna alla coscienza quel particolare rimosso della sera precedente, quella dell’offesa.

Quando il Veniero lo ha insultato, il conte ha detto tra le labbra una parola. Ecco, i ricordi si affacciano. Visivamente la scena si ripropone. Come al rallentatore. Dilatata nel tempo. La bocca del suo bene sta pronunciando un nome. Ma quale? Sì, sono poche sillabe.

«Pepo»: ha sussurrato questo nomignolo.

Il cuore sembra fermarsi nel petto ansante di Donata. Un ghiaccio tormentoso l’avviluppa. Quel «Pepo» è il nomignolo del Veniero da piccino. Lei giocava con lui, per questo lo sa. Ma come lo conosceva il conte?

Non è questo interrogativo a martoriarla. È un altro ricordo a straziarla. Rivede una scena di molti anni prima. Ritrova se stessa bimbetta che rincorre per il suo palazzo romano il «Pepo», appena giunto da Venezia. Lo insegue per androni e stanze, perché le ha rapito una bambola alla quale sta strappando i capelli. Lei piange, si dispera, lo supplica di restituirle il suo tesoro. Lui niente, la deride, si ferma e, come sta per essere raggiunto, scatta in avanti. Crudele già allora. L’inseguimento si protrae e a nulla valgono le sue suppliche di bimba. Finché il ragazzino va a sbattere contro le gambe di un uomo che è appena sopraggiunto.

«Non farla soffrire,» dice il nuovo venuto.

Dio, quella voce. Una sofferenza indicibile entra nella testa di Donata. Ora sa tutto. In piedi sulla gondola è diventata come una statua di dolore. Rivede tutto. Eccola in quel corridoio. Si sente protetta. Qualcuno è intervenuto finalmente in sua difesa contro quel suo perfido compagno di giochi. Alza la testa riconoscente verso quel signore pietoso. Così la bimba vede il volto bellissimo che da allora ha sempre rimosso. Ora lo riconosce. È lui, il conte. Identico a come è adesso. E sono passati più di vent’anni.

La Stati si porta le mani al petto davanti all’isola di Torcello. Sa tutto. Quello che il Veniero ha detto è vero. II suo uomo non invecchia. È eterno. II suo nobiluomo è il conte di Saint-Germain, ed è immortale.

Sempre in quel preciso momento l’uomo che non può invecchiare e che odia se stesso da quando ha scoperto il segreto di Faust vede avanzare la lama del Veniero e decide di non voler più fuggire. Non sopporta di vincere anche questo confronto, né di tornare dalla sua amata e di vederla, anno dopo anno, invecchiare inesorabilmente mentre lui rimane immutato. Giorno dopo giorno fino all’immancabile funerale. Ha visto morire mogli, figli. Ora basta. Implora con tutta la violenza, in completa sincerità di essere sciolto da quella gabbia in cui la sua vanità e la sua arroganza l’hanno rinchiuso da secoli.

Una preghiera sottile, abbandonata, gentile, vera, assoluta sale nello spazio, valica i tempi e raggiunge l’armonia sottesa a tutte le cose. È una supplica sublime che non ha bisogno di parole, per questo è accettata.

La lama del Veniero raggiunge il petto di Saint-Germain. Si apre un varco terribile. Offende la carne e lascia in eredità la morte. La preghiera ha raggiunto le orecchie giuste.

II conte si porta la mani al petto, il sangue sgorga copioso. Indietreggia verso l’attracco delle barche. Si volta a cercare ancora una volta il viso della sua Donata. Lo trova. È sempre bellissimo. È l’ultima cosa che vede prima di cadere in acqua.

Ora sì che la voce può uscire dalla bocca della Stati. È un urlo. Un lamento gridato con tutte le energie. È uno spasmo vocale che attira l’attenzione e la pietà di tutti. Dei padrini, del gondoliere, dello stesso Veniero. Ogni essere si ferma per osservare quello strazio.

Donata vede il suo uomo sprofondare. Lo cerca con lo sguardo sotto i flutti. Un’intelligenza segreta le ha fatto intuire tutto. È la fine. Non resiste più. Un’occulta misericordia la fa svenire e l’accompagna fuori dell’imbarcazione. Nel mare. E la fa sparire.

A nulla valgono le ricerche sia dell’uno che dell’altra. Si dragano le acque per tutto il giorno e la notte. Poi anche durante quelli successivi. Inutilmente.

Gli amanti non saranno più trovati. Qui finisce la leggenda del conte di Saint-Germain che per amore ha sacrificato l’immortalità e della sua compagna Donata Stati, detta «colei che dona».

Questa è la storia che sull’Hermes abbiamo sentito raccontare. Ma soltanto ai naviganti del vascello senza tempo è possibile ascoltare una confidenza di un pescatore di un isolotto perso nel mare. Lontanissimo da Torcello. Narra per la prima volta di vicende senza senso. Di un uomo ferito e di una donna bellissima raccolti dalle acque dove miracolosamente galleggiavano e di come siano rimasti con lui per anni, occupandosi di cose umili, ma in letizia. Felici come nessuna coppia.

E dice ancora di come siano morti nello stesso giorno e del loro riposo in pace nello stesso letto.

Appunto una storia semplice e priva d’interesse. Per tut­ti. Tranne che per i viaggiatori del veliero che solca i mari dei secoli.

Un grande amore, il tempo e la giovinezza. Due scomparse misteriose.

UN GRANDE AMORE, IL TEMPO E LA GIOVINEZZA.

DUE SCOMPARSE MISTERIOSE

(Parte IV)

 

Una gondola porta i due amanti verso l’isola di Torcello. Sono entrambi dei vincitori. Hanno rimosso le loro paure per amore. L’avvenire è per loro apparentemente terribile.

Ma ugualmente si lasciano trasportare. II conte ha arginato i ricordi di lutti e la piccola Stati ha accettato di vedere la morte del suo uomo. La soccorre la speranza che il suo seme germogli in lei. Si attacca con tutte le forze a questa luce interna. Sola.

Una nebbia fitta avvolge i due amanti. Muto il gondoliere procede verso un appuntamento comunque definitivo. È il sangue che deciderà.

Pensieri veloci solcano le menti nell’attesa. Con la testa di Donata rannicchiata quasi sotto l’ascella il conte lancia il suo sguardo contro il manto bianco che si alza dall’acqua, Figure si delineano dal sudario di vapore. Ancora lutti atroci. Persone che diventano vecchie con il trascorrere degli anni, come fatale. Ma tutte con lo stesso interrogativo negli oc­chi. E lui immancabilmente senza parole. A sperare nell’impossibile.

«Fossi io per una volta ad andare per il viaggio terminale»: quante volte ha supplicato l’Eterno inutilmente?

La ragazza ha un lieve sussulto. Forse sta trattenendo le lacrime. Certo, è ancora giovane. Ma il nobile sa che non sopporterebbe più un altro abbandono definitivo. II dolore lo farebbe impazzire. Ma è totalmente impotente. Le forze che l’hanno messo in questo stato sono divenute sorde. Han­no decretato l’attuale sua condizione e non vogliono più sentire nulla. Per sempre. Tanto vale rassegnarsi.

Crudele e impassibile l’ovatta d’acqua osserva immota l’imbarcazione che conduce i dolenti all’isola di Torcello. Hanno superato le proprie paure, ma non il dolore. II suo morso ora attanaglia il ventre di entrambi e non lascia la presa.

Finalmente appare la sagoma della basilica. Vicinissima è sbucata dal nulla.

«Fatemi scendere e poi porterete leggermente più al lar­go la signora,» ordina il cavaliere al servo.

Quindi si alza in piedi e con la massima tenerezza si libera dall’abbraccio: «Sta’ tranquilla, torno».

E dalle viscere si leva un guizzo di sentimento e tremore. Un nodo di emozione gli attanaglia il cuore e lo assedia, infondendogli una malinconia senza fine. Fissa i suoi occhi nelle pupille di lei e le trova annegate nello struggimento. Si ferma un attimo. Un presentimento oscuro: ecco cosa si è impadronito della sua mente partendo dalle tenebre più riposte delle angosce, signore dei tremori. Non deve cedere. Cosa sarà mai un duello? Ne ha affrontati mille e questo non cambierà nulla, anche perché il suo avversario non può vincere. Qualsiasi colpo tiri, qualunque sia la sua bravura, non potrà mai e poi mai prevalere. Per lui Torcello sarà la fine. Ma non c’è sapore di vendetta o di rivincita nel conte e meno che mai soddisfazione per l’umiliazione che andrà a infliggere a quell’arrogante. Ne ha viste troppe. Ricchi, guerrieri, sacerdoti, prostitute, infami, bugiardi, prodighi, generosi. Ondate di uomini che hanno sperato, pregato, riso, angariato, torturato, figliato. Maree di corpi giovani, forti, decrepiti, deboli, sfatti. Un magma dove è impossibile distinguere il bene dall’errore. Un flusso continuo e privo di luce. Tutti annichiliti dal bisogno e dalla volontà di un poco di luce. Negata. Così il tempo stritola senza distinzione. Una morte in più e dunque nulla. Anche se ne avrebbe fatto volentieri a meno. Ha dovuto reagire e proporre il duello unicamente perché non poteva permettersi che qualcuno scoprisse il suo tremendo segreto. Perché di questo si tratta. Un terribile mistero è sepolto nel cuore del nobile. E non deve essere svelato. Mai, per nessuna ragione. La pena sarebbe troppo spaventosa. Anche peggiore di tutti gli spasimi che ha dovuto affrontare finora. II guanto di sfida l’ha lanciato per coprire il suo pozzo nero.

Donata lo vede appena con gli occhi velati. La saluta. Si volta. Scende a terra. Due uomini lo stanno aspettando, i suoi padrini. Non c’è voce in lei. Tutto si è fermato. L’angoscia ha lasciato il posto al vuoto, all’abisso. La gondola si sposta, compie pochi metri e si ferma. L’isola davanti è di nuovo inghiottita. La giovane non vede nulla. Sente soltanto i passi che si allontanano. Poi si fermano. Rapidi saluti. Sono gli altri.

Ecco la voce arrogante del Veniero: «Benvenuto, conte, all’ultimo appuntamento,» grida con un empito da infame.

Un odio senza sapore e colore la riempie. Un secondo.

Quindi svanisce. Non ha tempo per quel tracotante violento. È tutta tesa ad ascoltare.

II suo uomo non ha proferito una sola sillaba.

«Dove sei, amore? Dove ti celi in quella chiara oscurità? Stai attento. Ti prego, sappiti preservare. Non posso vivere senza di te, lo sai. Mi è impossibile.»

«A voi, signori!» una voce sconosciuta ha dato il via al terremoto che le scardina il cuore. Un gelido rumore si spande dall’isola. È un sordido digrigno di denti. È il cozzo dei ferri. Stanno duellando. Chi le ha messo un serpente nel corsetto? La sta mordendo sul seno, peggio, le sta scavando tra le costole. La strazia più del boia con le sue tenaglie roventi. I secondi non passano mai e il rumore delle spade prosegue incessante. Che non si fermi più, perché il suo arresto vorrebbe dire che la morte è entrata a Torcello. Ma può proseguire un duello all’infinito? Sì, se Dio vuole.

«Ma che sto pensando? Sto impazzendo.»

Con le mani rattrappite sul petto, in piedi sulla gondola, i capelli sciolti, gli occhi persi, Donata attende. E persino il battelliere avverte un sentimento di pietà, lui che odia i nobili. Ma quella ragazza è troppo tenera. Eppure nulla può aiutarla. E il perfido impatto delle lame prosegue. Almeno non ci fosse la nebbia! La giovane cerca di forare gli spettri che le si parano davanti. Porge l’ennesima supplica. Alme­no per poter guardare il suo uomo e illudersi di proteggerlo con le pupille. Così un’ombra si delinea, poi un’altra e quindi vaghe figure si stagliano, ridisegnandosi attraverso la gabbia fumosa dell’alba: quattro immobili e due in movimento. Sono loro. La nebbia si sta illanguidendo. Come la sicumera del Veniero.

Ha tirato almeno dieci colpi mortali, sempre convinto di aver raggiunto il segno. Il sorriso già delineato sulle labbra ha dovuto raggrinzirsi per lasciare il posto allo stupore. Ma come fa questo maledetto a schivare tutto? Con veemenza ha insistito. Nulla da fare. Una voce comincia a serpeggiargli dentro. Finora il conte non ha sferrato attacchi, ha solo evitato di essere colpito. Cosa accadrà quando si farà sotto? Non è ancora paura, ma qualcosa di simile.

Un grande amore, il tempo e la giovinezza. Due scomparse misteriose.

UN GRANDE AMORE, IL TEMPO E LA GIOVINEZZA.

DUE SCOMPARSE MISTERIOSE

(Parte III)

 

La luna adesso è ancora più vicina, sembra abbracciare i due amanti che quasi si compenetrano in uno slancio di puro reciproco abbandono. Ugualmente il tempo lascia cadere i suoi attimi gli uni dentro gli altri per formare il lento giro delle ore, fino alla luce lontana che annuncia il nuovo giorno.

«Dio, non mi hai ascoltata!» pensa Donata tremante. Ades­so i singhiozzi scuotono il suo bel seno rigoglioso a suscitare commozione nel nobiluomo. Ma per ben altri motivi. Ancora terribili addii si muovono spaventosi nei ricordi. Incancellabili come soltanto le cerimonie funebri possono esserlo. Una, due, cinque, venti. Quanti cortei di morte ha visto? Innumerevoli. Cambiano le città, le persone, i vestiti. Rimangono solo quelle processioni ammantate di dolore. Perciò si era imposto di non amare più. E aveva mantenuto la parola per molto tempo. Fino a lei. A quell’esserino tutto abbandono e sensualità che l’ha imprigionato in una storia senza fine. O meglio, dal finale obbligato, purtroppo.

La Stati alza il volto per imprimersi nella mente gli occhi celesti di lui come gemme incastonate nella collana dei pensieri. Da ora, per sempre.

Poi si scuote: «Occorre andare,» sussurra, «non puoi far tardi rispetto a quel… quel…».

Non trova le parole, ma altre lacrime.

«Non ti preoccupare,» le sussurra il conte. «C’è qualcun altro che deve rammaricarsi e non lo sa, purtroppo per lui.»

Ancora una volta una scossa nella testa di Donata. Quel momento perduto riaffiora. Un decimo di attimo. Poi più nulla. La protezione inconscia ha funzionato ancora.

II chiarore si fa strada nella notte sconfiggendo negli angoli più riposti il manto del buio. II nobile si è vestito. Con cura. Poi finalmente ha preso la spada. Se l’è cinta con mossa rapida di chi è abituato alle armi. Quindi si volta nella stanza. Sta per salutare la sua diletta, ma la trova vestita: «Ti prego, non mi lasciare. Ne morirei».

Sente che è vero. Quel soffice grumo di passioni potreb­be davvero spezzarsi. E sarebbe così inutile. Così assurdo. Ma non può spiegarle quanto e come sia sciocco stare in pensiero. Quindi non può fare a meno di acconsentire. Contrariamente a tutte le regole, la conduce al duello.

«È inteso,» le spiega, «che non potrai muoverti dalla gondola. Osserverai dal mare. Anche perché il mio incontro, chiamiamolo così avverrà davanti alla basilica, di fronte all’imbarcadero. E ti supplico: non stare in pensiero.»

La osserva, ascolta dalla sua pelle, dalle sue fibre, dalle pupille travagliate, quanto lo ami. È felice, perché adora quella sincerità animale. Vera più di mille parole. Nel contempo una tenebra cupa torna a gettare panico nel suo sentimento più riposto.

«Non ti abbandonare,» sussurra una parte di lui, «all’amore che avvampa. Non ricordi? Quanto vuoi soffrire an­cora? Lasciala, lasciala, lasciala.»

Si ritrae con un passo indietro. La osserva in tutta la figura. Tenue, malgrado il corpo bello e forte. Sottile nel sentimento di totalità che gli porta. Così un fortissimo rifiuto si fa strada nel suo io più lontano. Un «no» imperioso che abbatte tutte le difese. Accetta quella tenerezza. La ricambia. Ne è invaso. Non vuole rinunciare.

Donata sente un calore avvampante che emana dal corpo di lui. Gli occhi celesti sembrano fiaccole del tempo. C’è un vortice in quelle pupille. Forse qualcosa di pericoloso si annida negli abissi oculari. Ma non importa. Non capisce bene. Anche intuendo una minaccia, si lascia trasportare. Si allaccia a lui. Vuole averlo un’ultima volta. Forse una lama tra poco gli strapperà la vita, ma ora le spire dei palpiti sono più forti e quella stessa vita reclama, scalpita, urla il suo diritto all’amore.

«Vorrei stare insieme.» Così gli dice con gli occhi chiusi. Che si arresti dunque il tempo.

Così è. II conte prende quel groviglio di attese e speranze vicino alla finestra. Vestito. Come nei giochi d’amore che mille e mille volte hanno fatto.

«Mi piace che sei serio,» gli ha sussurrato in centinaia di rapporti. «Mi eccita che sei vestito con la giacca mentre mi prendi di spalle.»

Anche ora avviene quel dolce struggimento. Poi è il momento di terminare l’incanto. Ma questa volta il nobile non si tira indietro. Per la prima volta in due anni accetta di fluire in lei. Donata avverte la vita scorrerle nel profondo del cor­po. Intuisce che quell’uomo è suo. Totalmente. Sì, il leggendario nobiluomo, vincitore su legioni di cuori, è in suo possesso. Finalmente. Una gioia senza pari la inonda. Poi un lampo crudele le schianta la mente. Un guerriero bestiale le è balzato nell’immaginazione. È il marchese Veniero con il suo fioretto. Lo vede con gli occhi della mente e lancia un grido. Ora ha tutto. Tra breve, nulla.

Si sente mancare. Trova ugualmente nel suo essere energie impensabili. Si distacca. Osserva l’uomo che è tutta la sua vita e mormora flebilmente come una piuma: «Andiamo».

Un grande amore, il tempo e la giovinezza. Due scomparse misteriose.

UN GRANDE AMORE, IL TEMPO E LA GIOVINEZZA.

DUE SCOMPARSE MISTERIOSE

(Parte II)

Il nobile distoglie lo sguardo dal canale. È attirato da un grumo inespresso di pensieri che si agitano vicino a lui. È una corrente silenziosa e raggiante. È avvezzo a intuire. Ora è assalito da quella tenerezza liquida, avvolgente, dolce, totale. È Donata la sorgente.

Subito, però, un’ondata di riflessioni gli annega la mente. Sono frammenti, schegge di vita: tutti testamenti e lasciti. Figure femminili fortemente amate, poi distacchi.

Morti e commiati sulla terra che ricopre corpi e affetti. La memoria gli produce dolore più di una lama ardente. Come si fa ad avere paura del dolore fisico quando si è tante volte solcato il mare del tormento psichico? Se il periplo dei destini incrociati sottrae le persone amate, non c’è nulla da fare. Solo disperazione. Il conte sa degli squarci causati dalla perdita. E ora di nuovo.

Quando ha conosciuto Donata non voleva più avere una relazione. Almeno duratura e vera. Ha alzato ogni difesa. Ma lei ha abbattuto tutte le mura ed è arrivata direttamente nel centro del tempio del sentimento. L’ha vinto. E lui si è lasciato scorrere verso quella creatura che riesce più di ogni altra a fare regalo di sé.

Morbida come un sogno che si realizza. Ed è lei, con le lacrime, a preoccuparsi inutilmente. Perché il problema, il dramma, non è quello che lei crede. Non il duello.

Come se avesse intuito i pensieri del conte, Donata esce al buio e si avvicina.

«Ma come fai a non avere paura? Sei incosciente? Il tuo rivale è conosciuto in tutte le terre venete e anche altrove. È  quasi imbattibile. È un mostro. È… è…» Non trovando le parole si tuffa nelle braccia di lui. Per uno sconforto momentaneo. Più la sua stretta la rassicura, più pensa che potrebbe essere l’ultima e allora piange. Ininterrottamente. Singhiozza come una bambina per sfogarsi, liberarsi, per cre­dere in un evento che possa salvarla offrendole un’impossibile via d’uscita. Perché non c’è soluzione. Quel giovane disgraziato ha troppo offeso il suo amante, l’ha quasi obbligato alla sfida.

Che diceva poi in quella maledetta festa dai Contarini? La scena avvenuta soltanto poche ore prima è confusa nella sua mente.

«Dunque voi siete il conte di Saint-Germain?» così ha esordito.

Alla risposta affermativa si è lanciato in una specie di delirio: «Dovete ricorrere a cure di streghe o di medici ebrei che correggono la pelle, perché io vi ho conosciuto quando avevo appena sei anni ed eravate identico a ora. Quindi delle abili e ruffiane mani vi hanno rifatto come l’ultima delle bagasce. Altrimenti dovreste essere incartapecorito!».

Sì, ha detto proprio cosi, con un’aria di scherno e di disprezzo assoluto. E il conte, lì per lì, non ha neppure reagito. L’ha guardato con la sua solita aria lontana e intensa al contempo.

Ma il giovane ha proseguito con sempre maggiore durezza: «Allora, vecchietto, che dite? Secondo i miei calcoli avete quasi settant’anni e invece ne mostrate a malapena quaranta. Quindi, o siete in collegamento con il diavolo o i cerusici vi ricostruiscono la vostra pelle avvizzita. Appunto, peggio dell’ultimo leccaspade delle Fondamenta Vecchie». E giù a ridere con quella bocca sguaiata.

Gli amici del conte erano impietriti. Un silenzio totale era sceso sulla sala fino a poco prima rigurgitante di musica, risa e dialoghi di sensuali promesse e attese.

Lui, il suo uomo, sempre fermo. Con uno sguardo indicibile. Pochi secondi lunghi come l’eterno. Poi, il guanto in pieno volto dell’aggressore. È vero, in quell’istante si è sentita persino contenta per la punizione inflitta a quel ribaldo. Ma subito dopo è stata invasa dalla paura. Troppo forte quel braccio per lasciare spazio alla speranza.

Eppure, a ripensarci, c’è qualcosa che in quel momento l’ha colpita, ma l’ha rimosso nell’ansia degli avvenimenti: gli amici subito accorsi, le parole di spregio nei confronti del provocatore, le grida delle dame e l’immediata composizione dei due gruppi di «padrini». Ma, ugualmente, c’è stato uno squarcio di quella scenata che l’ha folgorata. Ma come?

Sente un’emozione che le nasce dal profondo. È fondamentale che rammenti, ma c’è un velo. Un manto che ricopre. La mente sta facendo da schermo.

Donata si scuote, non ha voglia di riflettere troppo. Il timore torna a invaderla. Tralascia quindi il tentativo di ricostruzione di quanto è accaduto. E fa male, perché se riuscisse a ricordare troverebbe grande giovamento. Anzi, consolazione. Ma la sua memoria si rifiuta di restituirle un volto e una parola che potrebbero scioglierle l’ansia. E non è un caso che il blocco rimanga. Perché sapere, prendere coscienza in pieno di quei pochi secondi oscuri, potrebbe creare un turbamento totale. Per questo il suo corpo si difende edificando una parte invisibile.