Cinema: “Ridendo e scherzando”, documentario scritto e diretto da Paola e Silvia Scola in omaggio al padre Ettore Scola


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Resterà nelle sale italiane solo due giorni, domani e martedì 2 febbraio, “Ridendo e scherzando” il documentario scritto e diretto da Paola e Silvia Scola con Ettore Scola e l’amichevole partecipazione di Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif.
Si tratta di una conversazione a distanza ravvicinata che passa in rassegna l’opera del grande regista scomparso da poco, fra racconti, aneddoti, materiale d’archivio. Un omaggio che le figlie di Ettore Scola hanno voluto fare al loro padre.
“L’intento è stato quello di fare un documentario da ridere”, spiegano Paola e Silvia. “Raccontare il  regista, lo sceneggiatore, il disegnatore, l’umorista, l’intellettuale, il militante  cercando di usare la sua chiave, quella del suo cinema: parlare cioè di cose serie senza farsene accorgere, facendo ridere”.
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A fronteggiare il grande Scola, ci pensa Pif, il giovane attore e regista che lo accompagna nel percorso dei ricordi e fa da alter ego alle figlie. Nel Cinema dei Piccoli a Villa Borghese, i due parlano, “ridendo e scherzando” appunto, mentre sullo schermo scorrono le clip dei film diretti dal cineasta, filmini in Super 8 (alcuni diretti da Scola stesso), backstage realizzati sui suoi set, foto rubate agli album di famiglia, disegni e vignette.
Clara Martinelli

Cinema: “Quando dal cielo…”

“Quando dal cielo…” è il titolo di un film documentario, in uscita domani nelle sale italiane, diretto da Fabrizio Ferrario, che ha come protagonisti il trombettista Paolo Fresu, Daniele Di Bonaventura, bandoneista, e Manfred Eicher, lo storico fondatore dell’etichetta ECM. La location dell’incontro è l’Audutorium della Rsi a Lugano, dove i musicisti stanno registrando l’album “In Maggiore”. La sala è vuota, immersa in una penombra soffusa, i due musicisti  si trovano a mettere a frutto un  elaborato durato tre anni, con tutto l’impegno e la concentrazione che richiede un’operazione del genere. Lo spettatore assiste così allo sviluppo di un lavoro artistico e artigianale, dove la ricerca sul suono, l’esecuzione, la costruzione della struttura musicale sono alla sua completa e attenta visione. Un’occasione per osservare dal buco della serratura di un’ipotetica grande porta, il processo creativo e i gesti naturali di due grandi musicisti  e di una delle figure più importanti della musica jazz e contemporanea mondiale, Eicher appunto, che per la prima volta ha accettato di farsi filmare. A Roma, questa sera ci sarà un’anteprima al cinema Eden, in piazza Cola di Rienzo, alle 21, alla quale saranno presenti gli autori.

Salgado e “Il sale della terra”

Gold FieldsBreve nota per chi ama la fotografia e il cinema, o per quelli che darebbero un Nobel per la Pace a Sebastião Salgado – Il sale della terra (The Salt of the Earth) è un film documentario del 2014 scritto (insieme a David Rosier e Camille Delafon) e diretto da Juliano Ribeiro Salgado e Wim Wenders.

E’ stato presentato in concorso al Festival di San Sebastian 2014 e al Festival internazionale del film di Cannes 2014.

“Questo meraviglioso documentario sul fotografo Sebastião Salgado è una testimonianza interessante del nostro tempo e una riflessione sulla condizione umana a livello mondiale che mostra la possibilità di sperare per l’umanità” è la motivazione della giuria del Festival di Cannes 2014 per la Menzione Speciale (nella sezione Un Certain Regard) ricevuta dal film.

L’ho visto invece al Festival internazionale del film di Roma del 2014 ed è nelle sale (poche, a mio avviso) in questi giorni.

In breve: chi conosce Salgado e la pregnanza d’anima della sua opera nonché la sua biografia forse può fare a meno di questo film: sostanzialmente non c’è nulla di nuovo.

Si tratta tuttavia di una mera e sublime ricapitolazione del lavoro di un geniale fotografo, di un avventuriero e di un uomo dalla sensibilità (e impegno sociale) fuori dal comune, che per oltre 40 anni è andato in giro per il mondo a raccontarne la sofferenza estrema e le incredibili meraviglie.

“Un Nobel per la Pace a Sebastião Salgado? Sarebbe significativo e meritato” ha dichiarato (secondo me giustamente) Wim Wenders. Valore aggiunto: vi sembrerà di aver visto un documentario sulla natura, un film biografico, uno storico e alcune grandi mostre fotografiche in bianco e nero senza esservi minimamente mossi per meno di due ore dalla vostra poltroncina.

Massimo Lanzaro

 

“Zeroper”: un documentario sulla dipendenza dal gioco d’azzardo al Festival del Cinema Europeo

 La sezione “Cinema & Realtà” si confronta con la tematica della dipendenza dal gioco d’azzardo Il Festival del Cinema Europeo vuole rendersi intermediario di visibilità di temi sociali e culturali di rilievo attraverso il cinema, proponendo anche quest’anno una occasione di riflessione e di approfondimento su temi sociali, legati ad avvenimenti realmente accaduti. Mi è sembrato meritevole tra gli altri il lavoro dedicato al tortuoso percorso di liberazione dal gioco d’azzardo patologico. Ci viene mostrato attraverso dati e interviste a giocatori, familiari ed esperti, si intitola Zeroper ed è un documentario realizzato dal regista e autore palermitano, Francesco Russo. Premessa. Il DSM pone il Gioco d’Azzardo Patologico (GAP) nella categoria dei disturbi del controllo degli impulsi non altrove classificati. Le caratteristiche essenziali del GAP sono: l’incapacità di resistere all’impulso, all’urgenza di giocare; il costante assorbimento in pensieri inerenti il gioco (passate esperienze, strategie, statistiche, modo di procurarsi il denaro); la necessità nel tempo di giocare somme maggiori per continuare a mantenere un’eccitazione significativa; i ripetuti fallimenti dei tentativi di smettere di giocare a causa di una tensione ed un’irritabilità incontrollabile; il gioco come “sollievo” ad un umore disforico; la compromissione del funzionamento personale, familiare, finanziario e legale. L’industria dell’azzardo continua, pare, a prosperare: i giocatori in Italia sarebbero circa 15 milioni, di cui 1.250.000 ragazzi tra i 15 e i 19 anni (200.000 di questi adolescenti già con profili di gioco patologici). E si contano cinquecento-ottocentomila persone con problemi di dipendenza, (oltre il 25/30% sono donne) e quelle a rischio si avvicinano ai due milioni. “L’idea del mio documentario – racconta Russo – prende le mosse dai dati sconfortanti riguardanti il triste fenomeno della dipendenza patologica da gioco d’azzardo. Ho deciso di concentrare la mia attenzione in particolare su una delle tante esperienze significative, ancorché periferiche, di prevenzione e cura del gioco d’azzardo patologico, in grado di rimediare autonomamente e in modo efficace alle assenze istituzionali, mira a liberare per sempre la vita dei giocatori patologici dalla loro schiavitù”. Ovunque esistono ormai centri specializzati che hanno lo scopo di aiutare i malati dell’azzardo. Se lo spettacolo è elemento ineliminabile del processo educativo e ciò che spinge il fruitore è il bisogno di accrescere il proprio bagaglio di conoscenze, questo documentario ne è una prova lampante. Un caso in cui si può partire dal cinema per provare a trovare ispirazione e percorrere la strada della guarigione.

Massimo Lanzaro

Emergency Exit: un documentario itinerante sui “cervelli in fuga” dall’Italia

L’Italia, così piena di bellezze culturali, spirituali, storiche e artistiche, eppure così in crisi. Una crisi a causa della quale, un’intera generazione – quella tra i 25 e i 40 anni – sta letteralmente ‘sanguinando fuori’ dai nostri confini.Un numero sempre maggiore di giovani Italiani è costretto per forza di cose a lasciare l’Italia. Non per spirito cosmopolita o per ambizioni di successo, ma semplicemente per avere l’opportunità di un futuro migliore (o quantomeno dignitoso). Un futuro che, nonostante sacrifici, anni di studio ed impegno, in Italia sembra difficile da immaginare, oggi. E un Paese senza giovani è anche un Paese che, alcuni dicono, non ha futuro.Il tema del lavoro nella stringente attualità si è insidiato nel lavoro della giovane regista pugliese Brunella Filì: Emergency Exit è un documentario itinerante che osserva e parla con giovani studenti o ex studenti italiani emigrati all’estero (Europa e America – le città coinvolte sono Bergen, Wien, Londra, Parigi, Tènerife, New York), purtroppo sempre più unica effettiva fonte di lavoro – che in più valorizzi e che sia affine a ciò che si è studiato.Il documentario, che è partito quasi come un gioco e che poi si è trovato coinvolto in un chiacchierio mediatico (la BBC se n’è interessata) e quindi in una reale produzione, trova il suo punto di forza in quello che avrebbe potuto essere anche il suo limite più grande: la stretta vicinanza della regista all’argomento e la netta partecipazione emotiva che tuttavia si fa razionale e attenta, osservatrice in modo particolare dei dettagli, tutti i piccoli gesti e gli oggetti che più di tante parole possono trasmettere dei messaggi.Secondo le ultime statistiche sulle migrazioni, in Italia il numero degli emigranti – il cui 70% sono giovani laureati – ha superato quello degli immigrati da Paesi meno industrializzati del nostro. Dal 2010 ad oggi sono oltre 70.000 all’anno i giovani italiani che, a malincuore, fanno le valigie per l’estero. Non solo ‘cervelli’ o ricercatori, ma anche ragazzi laureati e professionalmente qualificati che desiderano un’esistenza normale, un lavoro, uno stipendio, la possibilità di crearsi una famiglia e una vita indipendente non precaria.Da queste motivazioni – racconta la regista – è partito anche il nostro viaggio attraverso l’Europa: Parigi, Vienna, Londra e molte altre città. Poli d’attrazione dove ricomporre i pezzi di una realtà affettiva, professionale, culturale e nazionale in conflitto con le proprie aspirazioni, ideali, meriti; giovani esistenze alla ricerca di un’identità generazionale smarrita, frammentata fra i problemi di un paese meraviglioso, ma economicamente e politicamente fermo da oltre un decennio.“In questo docu-trip ho deciso di incontrarli di persona, per raccontare attraverso la telecamera le loro storie, i loro sogni, le loro paure, le loro speranze, ma anche la loro quotidianità. Lontani da casa, sradicati, per cercare un futuro migliore, un’uscita d’emergenza”.Sei storie di ‘ordinaria separazione’, un’unica incombente domanda finale: è ancora possibile immaginare un futuro in Italia? Una domanda che ha verosimilmente senso porsi.

Massimo Lanzaro

P.s.: su www.emergencyexit.it è possibile accedere a tutte le informazioni sul progetto, oltre che lasciare i propri commenti e le proprie storie.

 

Follie non convenzionali

Brevissima riflessione sull’essere “fuori strada”, in cui il cinema è un (buon) pretesto

Perché “Tir”, di Alberto Fasulo (il finto documentario su un camionista che guida il suo mezzo per le strade d’Europa) abbia ricevuto il massimo riconoscimento al Festival del cinema di Roma che si è appena concluso ha suscitato, non solo nel sottoscritto, ampie aperture a teorie dietrologie. Ad esempio sul Corriere della Sera,  Mereghetti parla complessivamente delle premiazioni così:  “follia collettiva (…) che ormai accompagna da troppo tempo una manifestazione che non ha ancora deciso di diventare davvero adulta”.

Delirio deriva dal verbo latino deliràre composto dalla particella “de”, indicante “allontanamento da”, “fuori da” e “lira”, solco: delirio è uscire dal seminato della ragione, essere in qualche modo fuori strada.

Si chiama appunto così (“Fuoristrada”) il documentario in concorso per la sezione Prospettive Doc Italia al Festival del Cinema di Roma, vincitore del premio Menzione Speciale, in cui Elisa Amoruso racconta con delicatezza, discrezione e ironia mai grossolana la storia di un amore inusuale in un paese forse un po’ troppo convenzionale.

Il protagonista è Pino, un meccanico che lavora nell’officina di Via Vetulonia nel quartiere di San Giovanni a Roma e che è anche un campione di rally. Un giorno decide di diventare donna e di chiamarsi Beatrice. Lungo il percorso sterrato (e “fuori strada”) della sua trasformazione incontra Marianna, una donna rumena che accetta la sua natura.

John Forbes Nash ha rivoluzionato l’economia con i suoi studi di matematica applicata alla “Teoria dei giochi”. I suoi deliri più ricorrenti riguardavano le visioni di messaggi criptati (provenienti anche da extraterrestri), il credere di essere l’imperatore dell’Antartide o il piede sinistro di Dio, l’essere a capo di un governo universale. Nonostante la malattia vince il premio Nobel per l’economia nel 1994 e, per così dire, al resto ci ha pensato Ron Howard.

A volte le persone “diverse”, quelle che vanno “fuori strada”, un po’ come  controcorrente, attraversando strade nuove e sconnesse. Non senza sofferenze talora enormi capita che ne escano trasformati. Talora invece si perdono purtroppo irrimediabilmente. Ma, come nel documentario della Amoruso, o come nel caso di Nash, potrebbero essere le persone più “vere” che abbiamo la ventura di “conoscere”.

E poi dietro la storia della follia, della (apparente) insensatezza e della relativa incomprensione non si cela in verità la storia della ragione (individuale o collettiva), nella sua irriducibile volontà di misurare, giudicare ed erigersi al di sopra di tutto?

Massimo Lanzaro
tratto da Il Quorum.it
http://www.ilquorum.it/follie-non-convenzionali/

Socrate

Sopra: Jacques-Louis David, “Morte di Socrate”, 1787

Cari amici,

Giuseppe69 ci ha consigliato questo documentario su Socrate, con il filosofo Gabriele Giannantoni, Olof Gigon (docente, filologo e storico della filosofia svizzero, fra i più importanti del Novecento) e il filosofo Vittorio Hosle. Aspetto le vostre impressioni. Buona settimana!