L’arte della memoria II

Continua il nostro percorso all’interno di una delle tecniche psicologiche più significative di tutti i tempi, l’arte della memoria.
Prima di penetrare nel mondo degli scritti di Bruno, per osservare i precisi consigli e tecniche suggerite dal filosofo, è necessario introdurre gli elementi fondamentali del suo pensiero (vedi L’arte della memoria I).


È opportuno ora osservare i princìpi teorici della filosofia bruniana, ben sapendo di compiere una sorta di atto arbitrario. Questo perché il nolano non concepisce una scissione tra teoria e pratica. La mentalità ermetica, se così può essere denominata, impasto di utopie e sperimentalismo, è lontana dalla logica strutturale del razionalismo, quindi non concepisce una scissione tra l’ipotesi ideale e il suo travaso nell’azione, ma una sintesi continua. Per capire, noi contemporanei, tale fusione, è necessario separare i presupposti teoretici da quelli pratici, per questo è opportuno approfondire, anche se con necessaria rapidità, le concezioni di Bruno delle opere in volgare. (Ci rifacciamo alla edizione curata da G. Gentile, Opere italiane, I, Dialoghi metafisici, II, Dialoghi morali, Bari 1907-1908, paradossalmente più precisa – nel tomo II – della seconda edizione del 1925. Esiste inoltre una edizione del 1958 approntata da G. Aquilecchia, di Firenze. Sempre Aquilecchia ha approntato una nuova edizione critica delle Opere italiane, per Einaudi, di cui sono state pubblicate La cena delle ceneri e De la causa principio et uno, 1973. Importante è la recensione di I. Guerrini Angrisani, apparsa su Società, XII, n.6, pagg. 1145-48).
In esse Giordano Bruno ha vere aperture verso i tempi a venire solo nei dialoghi, dove mostra intuizioni anche a carattere scientifico (G. Barberi Squarotti, Lettere italiane, VIII, 1956, pagg. 338-347).
Per meglio apprezzare questo pensiero è utile rammentare che numerosi luoghi comuni, opinioni superstiziose, ignoranze a volte volute influenzavano il sedicesimo secolo.
È in questo mondo che Giordano Bruno opera e tenta di diffondere il proprio pensiero, rivolgendosi all’infinito, alla totalità dell’universo, affinché siano superati i limiti posti all’uomo, alla terra, alla società dal pensiero di Aristotele e dalle Sacre Scritture nella interpretazione del clero (Scritti scelti di Giordano Bruno e Tommaso Campanella, a cura di L. Firpo, 1949, 1968, pag. 150 e segg.).
«Non è vero!» queste tre parole sintetizzano i contenuti dei dialoghi, secondo l’interpretazione di Marvin Le Roy, che coglie soprattutto la parte rivoluzionaria in essi presente (Marvin Le Roy, Dreams, Jodeas, Londra, pag. 81).
Un motto, con i limiti di concisione derivanti da una frase programmatica, ugualmente efficace per sintetizzare l’agire filosofico bruniano contro i pregiudizi accademici e scolastici.
«Non è vero che Dio sia isolato dal mondo
«Non è vero che il cielo sia isolato dalla terra
«Non è vero che l’universo sia finito
«Non è vero che la Terra sia al centro dell’universo, immobile
«Non è vero che l’uomo sia impossibilitato a raggiungere da solo, senza mediazioni, il pensiero divino (le idee)» (M. Le Roy, op. cit., pag. 86).
Il campano rende logiche strutturalmente le ipotesi ermetiche basate sulla emozionalità. Cielo e terra sono retti da identiche forze e da un solo destino. L’unità inscindibile del creato comporta l’infinità dell’universo, perché dio infinito non può aver creato che un infinito effetto (principio fatto proprio da Spinoza, ma esplicato con termini matematici. Tutto l’effetto è già presente nella causa. Cogitata metaphysica, 1663. Biblioteca nazionale di Roma. A cura di E. De Angelis, 1962).
Assoluta unità in quanto tale, priva di “centri” privilegiati. Anzi, ogni momento può esserne l’elemento base, in dipendenza dall’ottica di osservazione. Ciò comporta la caduta dei pregiudizi tolemaici e aristotelici. Rifiuto della cosiddetta “sede del diavolo”, ovvero dello stereotipo medievale sul come intendere la natura. Forse come nessun altro rinascimentale, Bruno rappresenta l’antitesi alla connotazione di “assenza del divino” del mondo vegetale e animale. Intende invece Dio quale forza interiore alla natura stessa, vivente in lei. Essa non potrebbe esistere senza divinità, come il divino non esisterebbe privo del mondo (concetto ripreso da Spinoza, Trattato teologico-politico, a cura di S. Casellato, 1945 , pagg. 65 , 87 , 98).
Dio è il principio unificante e ordinante, agente però nell’universo non da estraneo, ma da anima (A. Guzzo e R. Amerio, Opere di Giordano Bruno e Tommaso Campanella, 1956, pag.88 e segg.).
Per progressive emanazioni le idee divine penetrano nelle forme materiali attraverso lo spiritus mundi, sino alle più minute particelle. La natura è così divinizzata, quale indispensabile complemento della divinità (questo pensiero rappresenta la sintesi della premessa della Pretiosa margarita di Petrus Bonus, 1546, Biblioteca Marciana).
Dio infinito non può essere separato da diversi modi infiniti di cui è causa e forza animatrice (la fonte più plausibile di tale concezione è il Tractatus aureus attribuito a Ermete Trismegisto, Universale Editrice, 1914, pag. 68).
L’uomo è parte essenziale della natura e la presenza del divino in essa si traduce ineluttabilmente in presenza del divino nell’umano, manifestantesi in quell’eroico furore, in sé sforzo incessante, mai esausto, mai appagato, di ricerca della verità (De gli eroici furori, in Opere italiane, cit.).
Così come l’uomo non è mai sazio di ascendere di vero in vero, di conquista in conquista, così Dio non è spirito statico, agendo sempre per ascendere a nuove “vette”. Questo è addirittura un elemento in comune. La sete infinita della perfezione assoluta, meta raggiungibile e non conquistabile, base per altri processi di perfezione in essenza. Il pensiero umano, che pure ha nel senso il suo fondamento, partecipa alla costruzione unitaria del tutto, in quanto procedendo dal senso, lo trascende e giunge alla concezione della infinita unità (ibidem). Uomo vive la totalità dell’essere, buono, bello, vero, e ascende all’infinito in un impeto di entusiasmo e di furore che lo porterà a una immedesimazione infinita (ibidem. Stesso principio in Le nozze chimiche di Rosenkreutz, Atanór, pagg. 23, 46, 79).
Una visione dell’’universo in chiave entusiastica, più vicina ai misteri eleusini (che Bruno non conosceva), che a una sistematica filosofica. Eppure l’ibrido si mostra potente, come voluto. Per obbligare a dei salti razionali, intellettivi, chi legga con un minimo di senso critico e di strumenti logici. Anche se più lievemente, rispetto alle opere latine, Bruno fa compiere veri e propri “atti di disorientamento”, quasi fosse un mezzo conoscitivo il perdere e il recuperare il sentiero logico. In questo è davvero un perfetto ermetista. Il Corpus attribuito a Ermete è un insieme di massime filosofiche, di intuizioni animistiche, di principi gnostici, con la caratteristica della non sperimentalità e dell’illogicità. Ciò malgrado, sul piano emotivo, esse si traducono in vere “scosse” per il lettore. Quasi un viaggio in “avanti e indietro” tra le soglie irrazionali e quelle specifiche logiche. Quasi simile a quella attribuita ai misteri di Eleusi e a quelli orfici, dove in più c’era uno choc sul piano visivo-corporeo. Bruno sa essere fin troppo “filosofo” nel senso più classico del termine, per non essersi accorto delle eventuali cadute sul piano gnoseologico. L’ipotesi, ormai sempre più accreditata, è sulla volontarietà di tali “scivolate”. Appunto, una tecnica. Per questo le opere italiane sono da considerarsi come introduttive rispetto a quelle latine. Il volgare è adoperato perché Bruno pensa di avere maggiore possibilità di diffusione, soprattutto nei tempi a venire. Il latino, e il contenuto dei trattati magico-mnemonici, sono per i più vicini al sapere ermetico. Per quelli che già sono a conoscenza della doppia tecnica, logico-illogico, emotivo-razionale, dimostrato-indimostrabile, ipotesi-in-congilunzione-con-la-tesi (proiezioni nella mente sistematica, suo abbandono, tuffo nell’assurdo, e ritorno “alla luce”, è la tecnica estatica della “follia” sapienziale, così come è stata ricostruita da Giorgio Colli, La sapienza greca, vol. I, “Introduzione”, Adelphi. Precorritrice e inconsapevole fonte d’ispirazione per Bruno, che invece mediava i contenuti del Corpus hermeticum).
Per questo la pratica mnemonica, la più importante, perché a suo dire è sperimentabile a tutti i livelli, sia fisico che mentale, è presente solo negli scritti latini. Appartiene a quei lettori in qualche modo già fuori dalle pastoie accademiche e più capaci di compiere salti intellettivi, dal filosofo ritenuti “qualitativi”, per avvertire, con tutto il sé profondo, l’importanza e la portata della magia immaginativa.
E quindi tempo di cominciare a penetrare nel mondo degli scritti sperimentabili, quelli latini, per osservare i precisi consigli e tecniche suggerite da Bruno. Con simili mezzi il filosofo intendeva far compiere un vero salto evolutivo all’uomo che li avrebbe eseguiti.
Le parti successive vogliono evidenziare l’applicabilità delle tecniche del De umbris e del Cantus.