Riconoscimento dell’alterità dell’altro

“Nella struttura della famiglia circola spesso un improprio aggettivo possessivo che fa dire all’uomo “mia moglie”, alla donna “mio marito”, a entrambi i genitori “mio figlio” o “mia figlia”, quando nella relazione tra individui che hanno deciso di condurre una vita insieme, e insieme di generare, di “mio” non dovrebbe esserci proprio nulla. Infatti l’unica condizione perché nel nucleo familiare possa circolare l’amore è il riconoscimento dell’alterità dell’altro, e non la sua percezione limitatamente a come io vorrei che fosse, con conseguente negazione della sua individualità, e sua riduzione a semplice soddisfazione dei miei desideri o delle mie aspettative. Questo principio vale innanzitutto per tutte le persone che un giorno hanno deciso di condividere la loro esistenza, perché ciascuno dei due aveva incontrato un “altro” che l’aveva affascinato per la semplice ragione che esprimeva ciò che mancava alla propria personalità. E solo rispettando questa alterità l’altro può continuare a incuriosirmi e affascinarmi, mentre se dell’altro vedo solo ciò che risponde alle mie esigenze  ripiombo nella solitudine della mia individualità.
La noia che connota molte relazioni di coppia è dovuta proprio a questa soppressione dell’alterità dell’altro, alla sua riduzione a qualcosa di “mio”, che più non mi consente di incuriosirmi dei pensieri, dei sentimenti, delle sensazioni, dei vissuti che non coincidono con i miei. La conseguenza è la svalutazione, la disattenzione, il disinteresse per tutto ciò che l’altro esprime di diverso di quel che penso e sento io, e il progressivo irrigidimento nelle proprie convinzioni che servono solo a erigere dei muri d’incomprensione.
[…]
Questa mancanza di rispetto dell’alterità dell’altro spesso si esercita anche nei confronti dei figli, a causa di un fraintendimento radicale del concetto di educazione, che non significa condurre i figli ad assecondare le nostre aspettative, ma accompagnarli nella scoperta della loro natura che, per il fatto che sono nati da noi, non significa che coincida con la nostra […]”.

Umberto Galimberti, D la Repubblica

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“Ognuno si educa da solo”

Essere buoni o cattivi è una scelta cosciente di ognuno di noi. Si dice che chi ha subito la violenza durante l’infanzia diventa cattivo. Non è vero.
Ognuno si educa da solo, ogni giorno, e centomila volte durante la propria vita”.

Herta Muller dall’intervista a D – la Repubblica

I doni dell’amore: cosa ne pensate?

Carissimi,

cosa ne pensate?

[…] Ma per accedere ai doni dell’amore dobbiamo in qualche modo mettere da parte il nostro io e la nostra abituale visione del mondo, perché l’altra parte di noi stessi possa emergere, sorprenderci e sconvolgerci. Amore infatti non è una cosa tranquilla, delicata, gentile, comprensiva, rispettosa, e tanto meno suggello di fede eterna, che è un desiderio troppo rassicurante per il lavoro che amore compie quando, bruscamente, ci sveglia dalla consuetudine monotona della nostra esistenza, dall’immagine ben strutturata della nostra identità, dai nostri desideri che cercavano appagamento quando invece amore è sconvolgimento. Solo se comprendiamo queste cose ci portiamo all’altezza dell’amore che una cosa sola vuole: che la nostra vita non prosegua più sul binario stanco sul quale le nostre difese, e allo stesso modo, le nostre attese lo avevano incanalato, sotto il regime del nostro io che si difendeva dall’altra parte di noi stessi che pure invocava di vivere”.

Umberto Galimberti da D la Repubblica.

Siete d’accordo? Fatemi sapere le vostre opinioni.

Gabriele

 

 

Da “D la Repubblica”: i giovani oggi

“[…]  Oggi che l’unico valore egemone nella nostra società è il denaro che tutto può comprare, persino il sesso e il potere, cosa si pensa che possano acquisire e volere i giovani, se non “le belle cose”, come scrive Platone, che sfilano davanti alla caverna dove sono incatenati gli schiavi? E però, come nel mito della caverna, uno schiavo si libera dalle catene, esce dall’antro e prende a guardare e ad ammirare le “cose vere”. E’ un percorso difficile, che avviene in solitudine, accompagnato dal riso e dal disprezzo di quanti dalla caverna non sono usciti, rassicurati dalla loro prigionia. Una prigionia, che, al pari degli schiavi di cui parla Platone, i giovani di oggi non avvertono come schiavitù, perché le catene sono dorate e luccicanti. E perciò pensano di essere, più degli altri, all’altezza dei tempi, perché hanno lasciato alle spalle libri e cultura, impegno e rispetto. Valori d’altri tempi, anche se verrà il giorno in cui avvertiranno il vuoto che li circonda e il nulla in cui orientarsi. Ma resta pur sempre il divertimento con cui distrarsi, il vivere il presente in presa diretta 24 ore su 24, anche se nel frattempo la loro vita, vissuta da virtuosi dell’irresponsabilità, si srotola in un esperimento dall’esito incerto”.

Umberto Galimberti