Invito a riflettere

“Carissimi,
dobbiamo dedicare attenzione all’infanzia abbandonata. Si stanno compiendo atrocità in ogni parte del mondo. Vi racconterò, nei prossimi giorni, una storia vera. Dovrà divenire il nostro manifesto insurrezionale a favore delle fanciulle e dei fanciulli indifesi. Noi siamo quei cavalieri che aspirano ad Anima.”

Gabriele

Per Ginevra, per Lancillotto e per Artù, per Mordred e per un altro santo, Galgano – Parte III

Riuniti tutti i regni, Artù riesce a scacciare i Sassoni, ma per evitare nuove invasioni e per unificare per sempre tutti i Bretoni, crea un castello con trentatré sale quadrate e una sola circolare, il cui nome, Camelot, passerà poi a indicare l’intera fortezza.

Al centro della sala è una tavola rotonda con dodici posti, ciascuno dei quali corrisponde a un segno dello Zodiaco. Lì trovano posto undici armati, compreso Artù. Manca un cavaliere che dovrà essere il migliore, il più forte e il più puro, se vorrà occupare il dodicesimo posto.

Un giorno, gli undici sono a caccia nel bosco, quando avanza un cavaliere tutto bianco, in sella a un destriero anch’esso bianco. È splendido, e un raggio di sole sembra accompagnarlo nel bosco, facendolo brillare tra le fronde.

Artù è preso da invidia e lo sfida a duello. Lottano con accanimento, senza riuscire ad abbattersi l’un l’altro, quando il re di Britannia, indietreggiando di alcuni metri, si accorge che il suo contendente è vestito esattamente al contrario di lui. Infatti quel giorno Artù ha corazza, elmo e cavallo neri.

Contemporaneamente anche l’altro si rende conto di avere di fronte la sua immagine rovesciata. Allora i due cessano di combattere e si abbracciano. Quel cavaliere è Lancillotto, che andrà a occupare il dodicesimo posto.

Il significato del duello è chiaro: il vero eroe deve poter armonizzare le sue due parti, quella oscura e quella luminosa, ovvero i sensi e la ragione, senza sacrificare gli uni all’altra e viceversa. Solo così sarà un vero eroe.

Altre imprese prodigiose aspettano i cavalieri, ma un’insidia minaccia proprio Lancillotto, il più puro.

Ginevra, moglie di Artù, si è follemente innamorata di lui, che pure ne ricambia il sentimento.

Entrambi tentano di opporsi alla passione per rispetto al re, ma un giorno, nella foresta, si trovano per caso soli. Una grande quercia li avviluppa con i rami, spingendoli vicini, finché sono costretti a guardarsi negli occhi.

In quell’attimo Lancillotto comprende di non essere più lo stesso. Non è un guerriero, un combattente, un uomo d’arme. Non è più nulla se non Ginevra stessa: egli è diventato la regina stessa, è tutt’uno con la donna amata. E la donna, per un processo identico, è divenuta Lancillotto.

Così, attraverso lo sguardo, si appartengono e «conoscono tutto quello che occorre avere, la sapienza».

Dunque per amare davvero occorre compenetrarsi totalmente, diventare l’altro e solo mediante tale partecipazione, tale totalità, si raggiunge la vera conoscenza. Un segreto magico è racchiuso in questo momento d’amore: l’atto di Ginevra e Lancillotto, che pure sembra un tradimento, è invece indispensabile per arrivare alla sapienza, come conferma il seguito della storia.

La Grande Madre — Dove si esaminano i sotterranei di re Salomone e il mistero dell’Arca dell’Alleanza, sepolta e mai più ritrovata. Oppure…

Dopo aver narrato dei primi Templari e della Gerusalemme di Baldovino, continua il fantastico racconto dell’enigmatico signore incontrato a Chartres, “addentrandoci” nei sotterranei di re Salomone alla ricerca dell’Arca dell’Alleanza.

«Per molti anni il grande re Salomone edifica il suo tempio e quando è pronto così esclama:

Il Signore che fa brillare il sole nei cieli
per la sua dimora fra noi ha scelto l’oscurità.
Ecco, io ti ho costruito questa casa per tua dimora,
che sarà la tua abitazione per sempre.

(Libro dei Re, 8-12)

«In un passo precedente la Bibbia riporta che i sacerdoti e i leviti, alla presenza di tutti gli anziani di Israele, i principi delle tribù e i capi delle famiglie, hanno trasportato dentro il tempio l’Arca dell’Alleanza. Essa, contenente “anche” le Tavole della Legge, è stata collocata “nella parte più sacra, nel Santo dei Santi…”.
«Teniamo bene a mente questi due elementi. Dio per stare con il suo popolo ha scelto “l’oscurità” e l’Arca è stata riposta nella “parte più sacra”.
«Il sacro oggetto rimane custodito in questo luogo, dentro il tempio, ma non sappiamo esattamente dove, fino al 587 avanti Cristo, quando nel Paese giunge Nabucodonosor di Babilonia con il suo esercito in armi.
«Gerusalemme cade, dopo aspri combattimenti, in sua mano. I conquistatori bruciano il tempio con tutto quello che contiene, quindi in teoria, ma solo in teoria, anche l’Arca stessa. Tanto è vero che Nabucodonosor non ne fa mai alcun cenno. Eppure noi sappiamo che questa è il simbolo concreto dell’unità degli ebrei. Dunque Nabucodonosor conquista la capitale dei semiti, se ne gloria, ma non dice nulla dell’Arca, mentre si fa vanto di aver preso loro le insegne. È logico supporre che il signore di Babilonia non la citi per un semplice motivo: non l’aveva trovata. Per questo da allora tutti ne sono alla ricerca.
«Ma Salomone, nella sua invocazione, ci ha fornito una traccia, Appunto quando parla di Dio che ha scelto l’oscurità per stare con la sua gente, ovvero nella estrinsecazione visibile della divinità, appunto nell’Arca. Il re dei babilonesi non l’ha trovata perché era collocata in un luogo oscuro e sacro nello stesso tempo. È logico supporre che sia stata sotterrata, fin dalla sua prima collocazione nel tempio; ecco spiegata quell’oscurità della prima invocazione di Salomone.
«L’Arca è stata sepolta con le Tavole della Legge di Dio. È stata nascosta dentro il tempio, o meglio, nei suoi sotterranei.
«E Baldovino di Gerusalemme, quando arrivano i nove cavalieri, dove abita? Nel suo palazzo edificato sopra l’antico tempio, di cui conserva le antiche fondamenta. Ricordiamoci a questo punto che i nove cavalieri, appena giunti a Gerusalemme, si mettono a scavare nelle stalle, ovvero nelle fondamenta.
«Ecco che abbiamo finalmente scoperto il motivo di questo strano comportamento: cercavano l’Arca.
«La storia ufficiale ci dice che mettono sottosopra tutto, caparbiamente e senza tregua, notte e giorno, per nove mesi. Poi improvvisamente ripartono. Tutti e nove.
«Che cosa li ha spinti a ripartire improvvisamente? Forse hanno trovato quello che cercavano? E che relazione esiste – se esiste – tra quanto tentavano di reperire e le cattedrali gotiche? C’è una connessione. Ma per capirla occorre gettare uno sguardo, per la prima volta, dentro l’Arca.
«I Libri Sacri sostengono che contenesse le Tavole della Legge, ma di che Tavole si tratta? Non quelle con i dieci comandamenti, semplicemente perché Mosè le distrusse tornando dal monte Sinai, lanciandole contro il Vitello d’oro idolatrato dagli ebrei che avevano perso la speranza. E allora? Siamo apparentemente da capo. Ma solo apparentemente. Infatti ancora una volta ci soccorrono le Sacre Scritture. Nella Genesi infatti Dio afferma di aver “edificato” l’universo “con Numero, con Misura, con Peso”.
Ovvero con le coordinate dell’architetto. Il segreto della creazione del mondo è perciò nel Numero, nella Misura e nel Peso. E dove custodire un simile mistero architettonico se non nell’oggetto più sacro, appunto nell’Arca dell’Alleanza?
«Se i nove cavalieri hanno trovato qualcosa, se hanno trovato l’Arca, hanno trovato il Numero, la Misura e il Peso. Che, ricordiamolo ancora, sono gli strumenti principe degli architetti.
«Riflettiamo ancora un momento: il nucleo dei Templari abbandona precipitosamente Gerusalemme e ritorna in Francia e da questo momento nascono le cattedrali gotiche. Edifici immani che sono costruiti “magicamente” in brevissimo tempo in uno stile mai conosciuto prima.
«Magicamente.
«Misteriosamente.
«Ma il mistero è ancora tale alla luce di queste riflessioni?
«Numero, Misura e Peso. Gotico, ovvero magico. Connettendo questi termini forse si getterà un po’ di luce sul buio dei segreti. Occorre soltanto tracciare una lunga linea ideale che unisca Bernardo di Chiaravalle, i cavalieri del tempio, le cattedrali gotiche, l’Arca e il suo contenuto.»

Bibliografia consigliata

Sulle connessioni tra l’Arca dell’Alleanza e i Templari occorre vedere sempre Charpentier nei due testi già citati, I misteri della cattedrale di Chartres e I misteri dei Templari.
Sui rapporti tra esoterismo magico e architettura e formulazioni esoteriche è importante Oswald Wirth, I misteri dell’arte reale, Atanòr, 1977. Sullo stesso argomento Guglielmo Bilancioni, Architettura esoterica, Sellerio, 1991.

La Grande Madre — Dove prosegue il racconto dello sconosciuto, si arriva idealmente a Gerusalemme e compaiono i primi Cavalieri Templari

L’enigmatico signore, incontrato durante le mie riprese nella cattedrale di Chartres, dopo avermi narrato di Bernardo di Chiaravalle e della nascita delle cattedrali gotiche, continua il suo fantastico racconto portandomi nella Gerusalemme dei Templari.

«A meno che… cosa?» gli chiesi subito, spinto da qualcosa di più della semplice curiosità.
Nel dirgli questo scesi dal pozzo, dove mi ero comodamente sistemato e meccanicamente guardai l’orologio. Si erano fatte le tre del pomeriggio. Pensai alla mia troupe. Che fine avevano fatto i miei uomini?
Non feci in tempo a pormi la domanda che li vidi arrivare. Lavoretti in testa.
«Ti stavamo cercando» mi apostrofò «ma vedo che sei in buona compagnia, non è il signore che ti ha fermato nella cattedrale?»
«E lui, mi sta spiegando alcune cose che possono essere utili per il nostro lavoro» gli risposi quasi giustificandomi.
«Stai pure, noi andiamo in albergo. Ci vediamo stasera, abbiamo lasciato come d’accordo tutto il materiale di ripresa là dentro, domani dovremmo finire tutto.»
«Ok, ottimo.»
Salutarono e se ne andarono.
Rimasi solo con il mio interlocutore misterioso, che riprese subito: «Davvero è interessato a queste mie elucubrazioni? Perché tali sembrerebbero a chiunque. Insomma a qualsiasi intellettuale che sia imbevuto di positivismo scientista e acriticamente illuminista».
«Non è certamente il mio caso.»
«Lo so bene.»
«E allora? Cosa intendeva dire con “a meno che”…?»
Prese tempo: «Il clima è ancora buono, facciamo due passi per il paese. E, dato che lei ha molta pazienza, continuerò a raccontare. Ma occorre che lei faccia un salto di immaginazione.
Abbiamo capito che il sole entra in quella vetrata, come lei ha ripreso con le sue telecamere, per glorificare in eterno l’arrivo a Chartres di Bernardo di Chiaravalle. Ma non sta a significare soltanto questo. Che lei ci creda o meno, nella stessa ora e nello stesso giorno, nove cavalieri arrivarono alle porte della città sacra per antonomasia, Gerusalemme. Lei adesso deve trasferirsi con la mente in quella città. È pronto?».
Annuii.
E così, mentre me ne andavo in giro per Chartres, continuai ad ascoltare il racconto di quel signore di cui, appena tre ore prima, non conoscevo neppure l’esistenza.

«Le guardie alla porta nord del quartiere cristiano hanno già dato l’allarme. Da tempo segnali con specchi e fuochi hanno annunciato l’arrivo di alcuni guerrieri occidentali. Non c’è quindi ragione di temere, ma è pur sempre meglio stare vigili. Sono appena vent’anni che Gerusalemme è in mano cristiana e dal giorno stesso della conquista i musulmani hanno compiuto ogni sorta di scorreria e di sabotaggio, per rendere difficile la sopravvivenza del regno.
«Coperti di polvere, i cavalli schiumanti, armati pesantemente e con indosso cotte di ferro a tripla maglia, i guerrieri giungono all’ingresso. Si fermano e uno solo di loro si avvicina a un capo manipolo di guardia al pesante portale della città.
«”Sono Hugues de Payns, della contea di Champagne” dice con voce ferma “e con me ci sono altri otto nobiluomini e scudieri. Chiediamo di essere portati al cospetto di re Baldovino II, per grazia di Dio signore di Gerusalemme”.
«Il richiedente emana un’autorità e un’energia così evidenti che il capo delle guardie acconsente alla richiesta senza fiatare. Li conduce lungo la parte in ombra dell’abitato, attraverso la via Dolorosa, che costeggia la basilica del Santo Sepolcro, fino al palazzo regio.
«Senza alcuna formalità i nuovi venuti si trovano al cospetto di Baldovino. È sul trono da pochi mesi, ma ha già compiuto nove spedizioni contro i musulmani. Ha consolidato le frontiere e la sua fama. Di lui si narra che abbia messo in fuga una pattuglia di mamelucchi soltanto gridando a squarciagola, e che si sia estratto da solo una freccia che gli aveva perforato la gamba, all’altezza del ginocchio. È tarchiato e possente, non conosce paura e il suo soprannome “mano di ferro” parla per lui. E un nobile avvezzo a dare ordini, capace di tenere testa a imperatori e papi.
«Non appena i nove cavalieri gli giungono al cospetto, si alza in piedi, e ordina che siano rifocillati con i migliori cibi presso la grande tavola del concilio.
«”Vi ringrazio maestà” gli dice Hugues de Payns, fermando con un gesto i servi scattati per eseguire l’ordine del re “ma noi desideriamo per prima cosa spiegarvi i motivi della nostra venuta. Vogliamo essere utili al regno, aiutare i cristiani e soccorrere gli indifesi. Per questo siamo pronti a giurare obbedienza a voi e a Dio. Volete voi accoglierci?”.
«”Senza alcun dubbio” risponde il sovrano che subito stringe il cavaliere nelle sue braccia. Quindi accompagna tutti verso il grande tavolo presente nella stanza e finalmente gli uomini d’arme acconsentono a prendere delle bevande e del pane non lievitato.
«Durante il pasto Baldovino decide di affidare loro il compito di salvaguardare le strade della città e quelle che conducono fino a Giaffa. Poi decreta che sia loro assegnata la parte centrale del suo stesso palazzo con la disponibilità totale delle stanze e delle scuderie.
«I nove formano il primo nucleo di una confraternita di cavalieri destinata a divenire potente e famosa: i Templari. Saranno così chiamati proprio grazie al dono di Baldovino; il suo palazzo infatti, e perciò anche la parte loro assegnata, sorge sopra l’antico tempio di re Salomone.
«”Hugues sarà il primo maestro dell’ordine e come suo consigliere nominerà uno del gruppo, André de Montbard, zio di Bernardo di Chiaravalle.»
Una lunga risata interrompe il racconto dello sconosciuto: «Ma come, lei non nota nulla di strano in questi fatti, che per altro sono verissimi e riportati da tutte le biografie di Baldovino e dalle storie dell’ordine templare?».
Raccolsi l’invito e riflettei. Tutto mi parve perfettamente logico. No, non mi sembrava ci fosse nulla di misterioso.
«Be’, allora le fornisco un altro elemento. Pochi mesi dopo l’arrivo dei guerrieri a Gerusalemme, un viaggiatore di quei tempi, ovviamente al seguito delle crociate, Jean de Wutzburg, così descrive le stalle del palazzo di Baldovino, assegnate appunto ai nuovi venuti: “Si vede una scuderia di una capacità così meravigliosa e così grande che può alloggiare più di millecinquecento cavalli e millecinquecento cammelli. Peccato che dentro non ce ne sia neppure uno. Il terreno è infatti tutto dissestato. È come se in molti vi scavassero di continuo”. Il resoconto non prosegue perché il cronista fu “gentilmente” invitato a lasciare le stalle. Cosa che presumo fece di gran carriera. A questo punto si è accesa in lei una spia?»
Cominciavo a intuire. E lui se ne accorse: «Oh, finalmente! Ma l’intero episodio, almeno come ce lo fornisce la storiografia ufficiale, è tutto da ridere. Ma come? Nove cavalieri sconosciuti arrivano davanti al re di Gerusalemme e questo regala, come si fa con un monile, una parte intera del proprio palazzo e poi permette loro di scavare indiscriminatamente nelle stalle. Le domande che sorgono spontanee sono due. Perché un dono tanto spropositato e perché costoro si improvvisano minatori. Che cosa cercano? Ma se si può anche comprendere una generosità eccessiva, non appare logico che nove cavalieri, di cui uno, è bene non dimenticarlo, imparentato con il nostro Bernardo di Chiaravalle, si mettano a frugare in profondità il terreno di una enorme stalla. Il mistero è tutto qui. E se lei ha ancora pazienza glielo svelerò, anche se con l’intuito potrebbe esserci già arrivato».
Qualcosa si illuminò nella mia mente. Una specie di fiammella. Ma scoppiettante come un minuscolo bengala gettato nella mia logica razionale.
Lui se ne accorse subito. «Vedo che finalmente si è aperto un varco. La voglio riportare a Gerusalemme, ma non più all’epoca di Baldovino, bensì ancora più indietro nel tempo. Addirittura all’epoca di re Salomone, l’edificatore del tempio. La sua immaginazione è pronta per questo nuovo viaggio?»
Riprendemmo ad andare per Chartres sul filo di un itinerario fantastico, ma non troppo. Per me c’era molto da scoprire e ormai quei nove guerrieri-scavatori mi suggerivano mille interrogativi e mille risposte. Forse nessuna era giusta. Un vero rebus, che il mio cicerone esoterico ormai aveva fomentato in me come un fuoco di stoppie nella notte.
Ancora una volta mi predisposi avidamente all’ascolto.

Bibliografia consigliata

Sulla missione dei nove cavalieri a Gerusalemme è illuminante il già citato I misteri della cattedrale di Chartres di Charpentier. Inoltre è utile il saggio di Franco Monaci, I nove Templari e Baldovino di Gerusalemme, in Rivista di studi filosofici, 1955, numero VI.