La Grande Madre — Giordano Bruno, il mago irascibile, il filosofo dell’immaginazione

Un post del 2009 
Un tornare indietro, nel progredire ancora….

«Un’unica forza, l’Amore, unisce infiniti mondi e li rende vivi»

Giordano Bruno (1548-1600)

Non sono stato io a incontrare Giordano Bruno, ma fu lui a venirmi incontro. È successo per caso, quando ero ancora un ragazzo. Mi chiesero: «Che filosofo preferisce?» e io per darmi un contegno e per non citare sempre gli stessi, i notissimi, feci il suo nome. Non avevo letto neppure un rigo e nel programma liceale ancora non l’avevamo toccato. Al buio.

Da allora mi è rimasto dentro. È impossibile toccarlo senza che lui ti avvolga, definitivamente. Un po’ come i miti secondo Hillman, «Non toccarli se non vuoi che ti ritocchino». Grande verità. Basta farne l’esperienza per comprendere come tutto questo sia reale. Lo dissi anche un giorno, credo fosse il 1991, a Michele Ciliberto, notissimo studioso bruniano e autore di un fondamentale testo sulla sua filosofia. Dunque ero con il professore per preparare un’arringa di difesa del filosofo e letterato nolano. Qualche giorno prima uno studioso inglese aveva accusato Bruno di essere stato una spia della regina Elisabetta. Allora la città di Nola organizzò un dibattito pubblico ma me e quel “pensatore” anglosassone. Ciliberto faceva parte della giuria. Ebbi la meglio sul povero pseudo storico: lo misi subito all’angolo in quanto tutte le sue prove consistevano in alcune lettere che Bruno avrebbe segretamente mandato a Elisabetta I relative a movimenti e trame dei cattolici. Ebbene, non aveva compiuto la perizia calligrafica. Le lettere insomma non erano neppure di Bruno. Una cantonata imbarazzante. La stampa diede qualche attimo di celebrità al “ricercatore”, ma credo che ormai nessuno si ricordi di lui. È la classica fine di chi cerca notorietà infangando il nome dei grandi. Tornando a Ciliberto, fu in quell’occasione che mi chiese, in una splendida mattinata di sole davanti a un ristorante sopra la città di Nola, come mai amassi tanto Bruno. Gli risposi che l’avevo toccato per caso e che non mi aveva più abbandonato. «È successo così anche a me» mi rispose.

Giordano Bruno è il più grande mago rinascimentale. Anche Giorgio Galli ha affermato che i filosofi ermetici del 1500 sono stati gli unici alleati del pensiero Femminile; Bruno quindi, a sua volta, sarebbe un sostenitore di questa cultura alternativa, che si esprime soprattutto mediante la magia.
Siamo di fronte a un pensiero vastissimo la cui somma importanza è però essenzialmente ascrivibile all’ambito ermetico-esoterico, come ha evidenziato, appunto, Frances Yates, mentre in Italia questa componente è stata quasi del tutto trascurata.
La vita di Giordano Bruno é essa stessa “esemplare” in relazione al nostro discorso. È un racconto vero che serve a portare alla luce lo scrigno occultato del Femminile arcano. Per questo è utile ripercorrerla. È un viaggio straordinario da compiere tutti insieme. Una profonda malinconia e una grande gioia di vivere. Giordano Bruno vive tra questi due opposti stati d’animo. Cerca continuamente il dialogo, ma trova solo i volti arcigni del bigottismo. Calvinisti, protestanti, riformati, anglicani e cattolici sono tutti della stessa pasta fondamentalista, alla fine del Cinquecento.
Il Rinascimento purtroppo appare lontano. Ha messo le gemme con Pico della Mirandola, con Marsilio Ficino e il grande Lorenzo. Poi è germogliato sotto la forte influenza del Simposio di Platone e del suo inno all’amore e alla vita. Ed è infine ripiegato, dopo un breve periodo di assestamento, grazie agli odi di religione. E il manto nero che ricopre la mente dei bigotti a intristire Bruno, lui che è un mago e tale ha voluto essere per tutta la vita. Con ciò che ne consegue. Quindi la chiesa l’ha aborrito in quanto eretico e una componente del pensiero marxista l”ha sottovalutato perché da sempre diffida di chiunque si occupi di filosofia ermetica e di occultismo, giudicate tendenze di destra. Personalmente mi rifiuto di avallare questa visione, che ha portato una certa sinistra a bandire personaggi come Giordano Bruno e scrittori come Tolkien.

Bruno comunque è un mago. È utile ripeterlo perché tutta la sua vita è immersa in un’aura di mistero e di fascino. E in buona parte deve essere ancora interpretata. I continui viaggi, le lezioni, i dialoghi con i grandi del tempo sono forse più significativi degli scritti, almeno di quelli in chiave “essoterica”. Cerchiamo perciò di andare al di là della coltre gettata dagli ignoranti – veri o finti – e vediamo nella tela di questo scampolo di Rinascimento la storia di un uomo vivo, allegro, coltissimo, amante del vino, dell’amicizia, della creatività e, come ovvio coronamento, di Eros, il padre di tutti gli dèi. Senza dimenticare che ci troviamo di fronte a una persona coraggiosa fino all’inverosimile e capace di ogni sacrificio pur di mantenersi coerente.

Nel 1572 Bruno ha ventiquattro anni ed è ordinato sacerdote. Proviene da una famiglia della piccola nobiltà di Nola. Sua madre, Fraulissa Fravolino, è dotata di un ingegno vispo, curioso e duttile. A quindici anni ha preso l’abito domenicano e a diciannove ha già iniziato a criticare la curia vaticana. Dal 1572 al 1575 Bruno, il cui nome di battesimo è Filippo mentre Giordano è quello assunto da frate, passa i migliori anni della sua burrascosa vita. Studia la teologia e l’arte della memoria, di cui, da sempre, i domenicani, quelli del suo ordine, sono i principali esperti in Europa. Si tratta di un’antichissima disciplina che aiuta ad associare immagini e concetti. Della sua efficacia testimoniano Pico della Mirandola e lo stesso Bruno che da questi studi ricava il massimo profitto. Sembra accertato che ricordasse tutto in modo indelebile. Gli bastava consultare un libro per non dimenticarlo mai più. Quindi la sua cultura, con gli anni, diventò sterminata. Pensate ai vantaggi, anche per una persona qualunque, di poter rammentare dalla A alla Z tutto quanto si è letto durante la vita.

La felicità di Bruno ha corso breve. Nel 1576 viene raggiunto dalla prima accusa di eresia. Non è una voce o un rimprovero, ma una vera ingiunzione. A quell’epoca significava subire un interrogatorio iniziale della durata di uno o due giorni e poi, in caso di resistenza alle accuse, essere trasportato nella sala delle “domande” dove giungeva un signore vestito di nero accompagnato da un aiutante. Contemporaneamente facevano il loro ingresso frusta, tenaglie opportunamente infuocate, cavadenti, magli e altri strumenti per spaccare le ossa.
Bruno conosce la “procedura” e fugge immediatamente.
Iniziano così i suoi pellegrinaggi.

È solo, è giovane, ha indosso soltanto il saio che deve necessariamente abbandonare. E ormai spretato, condizione assai pericolosa perché chiunque può denunciarlo per ricevere una congrua ricompensa.
La sua prima tappa è Roma, dove una diceria lo vuole partecipe dell’assassinio di un prete. Un perfetto esempio di falso perpetuato nel tempo. Nessuno sa chi fosse quel prete, di cui non è stato tramandato il nome in alcun atto o documento. Non sono noti neppure la data dell’omicidio e il luogo dove sarebbe avvenuto. Non si conoscono nomi di testimoni, di accusatori e neanche dei giudici. Ciò nonostante su molti libri si continua a leggere di questa ignominia. Una vera diceria da untore sopravvissuta nei secoli.
Comunque sia, a maggior ragione, Bruno deve proseguire nella sua fuga. Ecco Genova, Nola, Savona, Torino, Ginevra, Parigi, Londra, Württemberg. Poi ancora Praga, Helmstad, Francoforte e infine Venezia, nel 1590.
Sono quattordici anni di peregrinazioni incessanti. Sempre povero e solo. Sempre spretato ed eretico, sempre studioso e insegnante di filosofia nelle università delle città dove si sofferma, che poi sono le migliori del mondo. Sempre accolto a corte. A Parigi, a Londra, a Praga.
Un sapiente itinerante che cerca ospitalità e rifugio. Scrive, pubblica finché l’Inquisizione lo ghermisce a Venezia per il tradimento dell’infido Mocenigo.
Questo è, in sintesi, tutto ciò che si sa di lui.
Eppure, qualcosa sfugge.

Rivediamo un momento questa cronaca “ufficiale” della sua vita. Bruno, dunque, è un perseguitato, eretico e squattrinato, che vaga per l’Europa. Fin qui nulla di strano, ce ne sono stati tanti altri e molti ancora ne verranno dopo di lui. Ma appunto costoro “vagano”, non hanno un itinerario né una meta. Cercano asilo e quando lo trovano non guardano tanto per il sottile. Trangugiano angherie in cambio di un tetto e di una mensa. Ben contenti di non essere riconosciuti – sono eretici, non dimentichiamolo – e del tutto lieti di non finire in una segreta o in mano al torturatore. Bruno invece ovunque vada viene accolto con tutti gli onori e gli si affidano le cattedre più prestigiose. A uno spretato si assegnano quindi le materie di maggior prestigio culturale e politico.
E un assurdo che contravviene a qualsiasi logica.
Non solo, a Parigi e a Londra frequenta assiduamente la ristrettissima cerchia dei reali.
Bruno riesce sempre, ovunque si trovi, a pubblicare le sue opere di filosofia e di magia. E questo, nonostante che la filosofia ermetica sia perseguitata da tutte le religioni e confessioni.
Dovremmo forse iniziare a chiederci da chi sia continuamente “accolto”.
Nel 1576, all’inizio delle peregrinazioni, è un perfetto sconosciuto. Perché dunque le autorità dei vari paesi, in cui si sofferma, avrebbero dovuto dargli incarichi importantissimi?
È evidente che si muove come su un circuito preordinato. Si reca dove sa di poter andare. Il mago, definiamolo così perché è l’unico modo davvero corretto per identificarlo, percorre rotte sicure. Deve esistere una confraternita, un gruppo, un’associazione, chiamiamola come vogliamo, che gli tesse una tela su cui possa muoversi senza timori. Che riconosce in lui il rappresentante di un sapere alternativo e giusto, gli apre perciò tutte le porte.
La coerenza del nolano, la forza con cui afferma le proprie idee, che poi sono quelle magico-ermetiche, unitamente a un’assoluta incapacità di ipocrisia, gli rendono ostili i bigotti e le autorità religiose. Ma questo avviene “dopo” l’accoglienza.
È un’ipotesi che potrebbe costringerci a rivedere tutta la storia culturale di questo periodo. Dobbiamo necessariamente ipotizzare che sia esistita una segreta associazione di menti aperte e antifondamentaliste, che gli consentiva i movimenti e che lo proteggeva in ogni situazione.
Prima abbiamo detto che Bruno, al momento della sua fuga iniziale, non era un personaggio noto, almeno non a tutti. Ma sicuramente doveva essere conosciuto ai membri di questo “gruppo” di cui finora la storia ufficiale non si è mai occupata. Perché costoro sapessero chi era, Giordano Bruno doveva essere in contatto con loro da molto tempo prima dei cosiddetti “vagabondaggi”. Era stato affiliato dalle persone che professavano la luce del bene e della conoscenza?
È certo che dovunque Bruno giunga lascia come un “segno”. Tanto è vero che in ogni città da lui toccata sorgono congreghe che possiamo paragonare a logge massoniche. Forse quella misteriosa associazione confidava nelle sue capacità di entusiasmare gli animi e organizzare la gente intorno a sé. Qualcosa di simile è accaduto, molto tempo dopo, anche a Casanova, e a Cagliostro.
Comunque i suoi spostamenti e l’ospitalità “innaturale” che riceve richiamano alla memoria i nove Cavalieri Templari e la quanto meno generosa accoglienza riservata loro da re Baldovino di Gerusalemme.
Dobbiamo ipotizzare, finalmente, l’esistenza di una sorta di cerchia di eletti da sempre “nascosta”, che tenta di scongiurare le persecuzioni dei fanatici religiosi, che propugna la libertà di espressione e di ricerca? Forse un gruppo, che oggi definiremmo “di scienziati”, all’esplorazione di campi del sapere a quell’epoca vietati e del tutto ignoti alle masse. Una congrega “coperta”, perché in quei secoli di oltranzismo non è davvero possibile dichiarare simili intenti alla luce del sole.
Affronta inoltre campi che le moltitudini devono ignorare, e questo è forse il più fitto di tutti i misteri. Perché al sapere-potere non possono accedere quelle persone che non si sono purificata l’anima, per usare un’immagine del Dolce stilnovo.
È una questione fondamentale, uno dei massimi arcani della nostra storia. Per questo è utile continuare il racconto di Giordano Bruno e cercare di vederne la “trama”.

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La Grande Madre — Dove si esaminano i sotterranei di re Salomone e il mistero dell’Arca dell’Alleanza, sepolta e mai più ritrovata. Oppure…

Dopo aver narrato dei primi Templari e della Gerusalemme di Baldovino, continua il fantastico racconto dell’enigmatico signore incontrato a Chartres, “addentrandoci” nei sotterranei di re Salomone alla ricerca dell’Arca dell’Alleanza.

«Per molti anni il grande re Salomone edifica il suo tempio e quando è pronto così esclama:

Il Signore che fa brillare il sole nei cieli
per la sua dimora fra noi ha scelto l’oscurità.
Ecco, io ti ho costruito questa casa per tua dimora,
che sarà la tua abitazione per sempre.

(Libro dei Re, 8-12)

«In un passo precedente la Bibbia riporta che i sacerdoti e i leviti, alla presenza di tutti gli anziani di Israele, i principi delle tribù e i capi delle famiglie, hanno trasportato dentro il tempio l’Arca dell’Alleanza. Essa, contenente “anche” le Tavole della Legge, è stata collocata “nella parte più sacra, nel Santo dei Santi…”.
«Teniamo bene a mente questi due elementi. Dio per stare con il suo popolo ha scelto “l’oscurità” e l’Arca è stata riposta nella “parte più sacra”.
«Il sacro oggetto rimane custodito in questo luogo, dentro il tempio, ma non sappiamo esattamente dove, fino al 587 avanti Cristo, quando nel Paese giunge Nabucodonosor di Babilonia con il suo esercito in armi.
«Gerusalemme cade, dopo aspri combattimenti, in sua mano. I conquistatori bruciano il tempio con tutto quello che contiene, quindi in teoria, ma solo in teoria, anche l’Arca stessa. Tanto è vero che Nabucodonosor non ne fa mai alcun cenno. Eppure noi sappiamo che questa è il simbolo concreto dell’unità degli ebrei. Dunque Nabucodonosor conquista la capitale dei semiti, se ne gloria, ma non dice nulla dell’Arca, mentre si fa vanto di aver preso loro le insegne. È logico supporre che il signore di Babilonia non la citi per un semplice motivo: non l’aveva trovata. Per questo da allora tutti ne sono alla ricerca.
«Ma Salomone, nella sua invocazione, ci ha fornito una traccia, Appunto quando parla di Dio che ha scelto l’oscurità per stare con la sua gente, ovvero nella estrinsecazione visibile della divinità, appunto nell’Arca. Il re dei babilonesi non l’ha trovata perché era collocata in un luogo oscuro e sacro nello stesso tempo. È logico supporre che sia stata sotterrata, fin dalla sua prima collocazione nel tempio; ecco spiegata quell’oscurità della prima invocazione di Salomone.
«L’Arca è stata sepolta con le Tavole della Legge di Dio. È stata nascosta dentro il tempio, o meglio, nei suoi sotterranei.
«E Baldovino di Gerusalemme, quando arrivano i nove cavalieri, dove abita? Nel suo palazzo edificato sopra l’antico tempio, di cui conserva le antiche fondamenta. Ricordiamoci a questo punto che i nove cavalieri, appena giunti a Gerusalemme, si mettono a scavare nelle stalle, ovvero nelle fondamenta.
«Ecco che abbiamo finalmente scoperto il motivo di questo strano comportamento: cercavano l’Arca.
«La storia ufficiale ci dice che mettono sottosopra tutto, caparbiamente e senza tregua, notte e giorno, per nove mesi. Poi improvvisamente ripartono. Tutti e nove.
«Che cosa li ha spinti a ripartire improvvisamente? Forse hanno trovato quello che cercavano? E che relazione esiste – se esiste – tra quanto tentavano di reperire e le cattedrali gotiche? C’è una connessione. Ma per capirla occorre gettare uno sguardo, per la prima volta, dentro l’Arca.
«I Libri Sacri sostengono che contenesse le Tavole della Legge, ma di che Tavole si tratta? Non quelle con i dieci comandamenti, semplicemente perché Mosè le distrusse tornando dal monte Sinai, lanciandole contro il Vitello d’oro idolatrato dagli ebrei che avevano perso la speranza. E allora? Siamo apparentemente da capo. Ma solo apparentemente. Infatti ancora una volta ci soccorrono le Sacre Scritture. Nella Genesi infatti Dio afferma di aver “edificato” l’universo “con Numero, con Misura, con Peso”.
Ovvero con le coordinate dell’architetto. Il segreto della creazione del mondo è perciò nel Numero, nella Misura e nel Peso. E dove custodire un simile mistero architettonico se non nell’oggetto più sacro, appunto nell’Arca dell’Alleanza?
«Se i nove cavalieri hanno trovato qualcosa, se hanno trovato l’Arca, hanno trovato il Numero, la Misura e il Peso. Che, ricordiamolo ancora, sono gli strumenti principe degli architetti.
«Riflettiamo ancora un momento: il nucleo dei Templari abbandona precipitosamente Gerusalemme e ritorna in Francia e da questo momento nascono le cattedrali gotiche. Edifici immani che sono costruiti “magicamente” in brevissimo tempo in uno stile mai conosciuto prima.
«Magicamente.
«Misteriosamente.
«Ma il mistero è ancora tale alla luce di queste riflessioni?
«Numero, Misura e Peso. Gotico, ovvero magico. Connettendo questi termini forse si getterà un po’ di luce sul buio dei segreti. Occorre soltanto tracciare una lunga linea ideale che unisca Bernardo di Chiaravalle, i cavalieri del tempio, le cattedrali gotiche, l’Arca e il suo contenuto.»

Bibliografia consigliata

Sulle connessioni tra l’Arca dell’Alleanza e i Templari occorre vedere sempre Charpentier nei due testi già citati, I misteri della cattedrale di Chartres e I misteri dei Templari.
Sui rapporti tra esoterismo magico e architettura e formulazioni esoteriche è importante Oswald Wirth, I misteri dell’arte reale, Atanòr, 1977. Sullo stesso argomento Guglielmo Bilancioni, Architettura esoterica, Sellerio, 1991.

La Grande Madre — Dove prosegue il racconto dello sconosciuto, si arriva idealmente a Gerusalemme e compaiono i primi Cavalieri Templari

L’enigmatico signore, incontrato durante le mie riprese nella cattedrale di Chartres, dopo avermi narrato di Bernardo di Chiaravalle e della nascita delle cattedrali gotiche, continua il suo fantastico racconto portandomi nella Gerusalemme dei Templari.

«A meno che… cosa?» gli chiesi subito, spinto da qualcosa di più della semplice curiosità.
Nel dirgli questo scesi dal pozzo, dove mi ero comodamente sistemato e meccanicamente guardai l’orologio. Si erano fatte le tre del pomeriggio. Pensai alla mia troupe. Che fine avevano fatto i miei uomini?
Non feci in tempo a pormi la domanda che li vidi arrivare. Lavoretti in testa.
«Ti stavamo cercando» mi apostrofò «ma vedo che sei in buona compagnia, non è il signore che ti ha fermato nella cattedrale?»
«E lui, mi sta spiegando alcune cose che possono essere utili per il nostro lavoro» gli risposi quasi giustificandomi.
«Stai pure, noi andiamo in albergo. Ci vediamo stasera, abbiamo lasciato come d’accordo tutto il materiale di ripresa là dentro, domani dovremmo finire tutto.»
«Ok, ottimo.»
Salutarono e se ne andarono.
Rimasi solo con il mio interlocutore misterioso, che riprese subito: «Davvero è interessato a queste mie elucubrazioni? Perché tali sembrerebbero a chiunque. Insomma a qualsiasi intellettuale che sia imbevuto di positivismo scientista e acriticamente illuminista».
«Non è certamente il mio caso.»
«Lo so bene.»
«E allora? Cosa intendeva dire con “a meno che”…?»
Prese tempo: «Il clima è ancora buono, facciamo due passi per il paese. E, dato che lei ha molta pazienza, continuerò a raccontare. Ma occorre che lei faccia un salto di immaginazione.
Abbiamo capito che il sole entra in quella vetrata, come lei ha ripreso con le sue telecamere, per glorificare in eterno l’arrivo a Chartres di Bernardo di Chiaravalle. Ma non sta a significare soltanto questo. Che lei ci creda o meno, nella stessa ora e nello stesso giorno, nove cavalieri arrivarono alle porte della città sacra per antonomasia, Gerusalemme. Lei adesso deve trasferirsi con la mente in quella città. È pronto?».
Annuii.
E così, mentre me ne andavo in giro per Chartres, continuai ad ascoltare il racconto di quel signore di cui, appena tre ore prima, non conoscevo neppure l’esistenza.

«Le guardie alla porta nord del quartiere cristiano hanno già dato l’allarme. Da tempo segnali con specchi e fuochi hanno annunciato l’arrivo di alcuni guerrieri occidentali. Non c’è quindi ragione di temere, ma è pur sempre meglio stare vigili. Sono appena vent’anni che Gerusalemme è in mano cristiana e dal giorno stesso della conquista i musulmani hanno compiuto ogni sorta di scorreria e di sabotaggio, per rendere difficile la sopravvivenza del regno.
«Coperti di polvere, i cavalli schiumanti, armati pesantemente e con indosso cotte di ferro a tripla maglia, i guerrieri giungono all’ingresso. Si fermano e uno solo di loro si avvicina a un capo manipolo di guardia al pesante portale della città.
«”Sono Hugues de Payns, della contea di Champagne” dice con voce ferma “e con me ci sono altri otto nobiluomini e scudieri. Chiediamo di essere portati al cospetto di re Baldovino II, per grazia di Dio signore di Gerusalemme”.
«Il richiedente emana un’autorità e un’energia così evidenti che il capo delle guardie acconsente alla richiesta senza fiatare. Li conduce lungo la parte in ombra dell’abitato, attraverso la via Dolorosa, che costeggia la basilica del Santo Sepolcro, fino al palazzo regio.
«Senza alcuna formalità i nuovi venuti si trovano al cospetto di Baldovino. È sul trono da pochi mesi, ma ha già compiuto nove spedizioni contro i musulmani. Ha consolidato le frontiere e la sua fama. Di lui si narra che abbia messo in fuga una pattuglia di mamelucchi soltanto gridando a squarciagola, e che si sia estratto da solo una freccia che gli aveva perforato la gamba, all’altezza del ginocchio. È tarchiato e possente, non conosce paura e il suo soprannome “mano di ferro” parla per lui. E un nobile avvezzo a dare ordini, capace di tenere testa a imperatori e papi.
«Non appena i nove cavalieri gli giungono al cospetto, si alza in piedi, e ordina che siano rifocillati con i migliori cibi presso la grande tavola del concilio.
«”Vi ringrazio maestà” gli dice Hugues de Payns, fermando con un gesto i servi scattati per eseguire l’ordine del re “ma noi desideriamo per prima cosa spiegarvi i motivi della nostra venuta. Vogliamo essere utili al regno, aiutare i cristiani e soccorrere gli indifesi. Per questo siamo pronti a giurare obbedienza a voi e a Dio. Volete voi accoglierci?”.
«”Senza alcun dubbio” risponde il sovrano che subito stringe il cavaliere nelle sue braccia. Quindi accompagna tutti verso il grande tavolo presente nella stanza e finalmente gli uomini d’arme acconsentono a prendere delle bevande e del pane non lievitato.
«Durante il pasto Baldovino decide di affidare loro il compito di salvaguardare le strade della città e quelle che conducono fino a Giaffa. Poi decreta che sia loro assegnata la parte centrale del suo stesso palazzo con la disponibilità totale delle stanze e delle scuderie.
«I nove formano il primo nucleo di una confraternita di cavalieri destinata a divenire potente e famosa: i Templari. Saranno così chiamati proprio grazie al dono di Baldovino; il suo palazzo infatti, e perciò anche la parte loro assegnata, sorge sopra l’antico tempio di re Salomone.
«”Hugues sarà il primo maestro dell’ordine e come suo consigliere nominerà uno del gruppo, André de Montbard, zio di Bernardo di Chiaravalle.»
Una lunga risata interrompe il racconto dello sconosciuto: «Ma come, lei non nota nulla di strano in questi fatti, che per altro sono verissimi e riportati da tutte le biografie di Baldovino e dalle storie dell’ordine templare?».
Raccolsi l’invito e riflettei. Tutto mi parve perfettamente logico. No, non mi sembrava ci fosse nulla di misterioso.
«Be’, allora le fornisco un altro elemento. Pochi mesi dopo l’arrivo dei guerrieri a Gerusalemme, un viaggiatore di quei tempi, ovviamente al seguito delle crociate, Jean de Wutzburg, così descrive le stalle del palazzo di Baldovino, assegnate appunto ai nuovi venuti: “Si vede una scuderia di una capacità così meravigliosa e così grande che può alloggiare più di millecinquecento cavalli e millecinquecento cammelli. Peccato che dentro non ce ne sia neppure uno. Il terreno è infatti tutto dissestato. È come se in molti vi scavassero di continuo”. Il resoconto non prosegue perché il cronista fu “gentilmente” invitato a lasciare le stalle. Cosa che presumo fece di gran carriera. A questo punto si è accesa in lei una spia?»
Cominciavo a intuire. E lui se ne accorse: «Oh, finalmente! Ma l’intero episodio, almeno come ce lo fornisce la storiografia ufficiale, è tutto da ridere. Ma come? Nove cavalieri sconosciuti arrivano davanti al re di Gerusalemme e questo regala, come si fa con un monile, una parte intera del proprio palazzo e poi permette loro di scavare indiscriminatamente nelle stalle. Le domande che sorgono spontanee sono due. Perché un dono tanto spropositato e perché costoro si improvvisano minatori. Che cosa cercano? Ma se si può anche comprendere una generosità eccessiva, non appare logico che nove cavalieri, di cui uno, è bene non dimenticarlo, imparentato con il nostro Bernardo di Chiaravalle, si mettano a frugare in profondità il terreno di una enorme stalla. Il mistero è tutto qui. E se lei ha ancora pazienza glielo svelerò, anche se con l’intuito potrebbe esserci già arrivato».
Qualcosa si illuminò nella mia mente. Una specie di fiammella. Ma scoppiettante come un minuscolo bengala gettato nella mia logica razionale.
Lui se ne accorse subito. «Vedo che finalmente si è aperto un varco. La voglio riportare a Gerusalemme, ma non più all’epoca di Baldovino, bensì ancora più indietro nel tempo. Addirittura all’epoca di re Salomone, l’edificatore del tempio. La sua immaginazione è pronta per questo nuovo viaggio?»
Riprendemmo ad andare per Chartres sul filo di un itinerario fantastico, ma non troppo. Per me c’era molto da scoprire e ormai quei nove guerrieri-scavatori mi suggerivano mille interrogativi e mille risposte. Forse nessuna era giusta. Un vero rebus, che il mio cicerone esoterico ormai aveva fomentato in me come un fuoco di stoppie nella notte.
Ancora una volta mi predisposi avidamente all’ascolto.

Bibliografia consigliata

Sulla missione dei nove cavalieri a Gerusalemme è illuminante il già citato I misteri della cattedrale di Chartres di Charpentier. Inoltre è utile il saggio di Franco Monaci, I nove Templari e Baldovino di Gerusalemme, in Rivista di studi filosofici, 1955, numero VI.