Coppia divina

Coppia divina

Osiride è il dio solare di Abydos, ma una caratteristica peculiare ne individua la natura sacrale rispetto all’antico dio di Tebe, Ra. La sua teologia è centrata sul carattere “passionale-victimario” del dio, il quale si manifesta nell’imminenza del suo ciclo di morte e di rinascita, per affermare il trionfo del sole e della vita sulle tenebre e il caos.  E’ il simbolo del seme luminoso, del germe iniziatico con cui i sacerdoti dei suoi templi consegnavano alle tempeste delle ombre fredde della notte i neofiti aspiranti alla rinascita aurorale e iniziatica dello spirito. La luce del sole, che si diffonde e che non si disperde nel regno dei cicli della natura, si oblia nei regni del caos e delle tenebre, per risorgere nella vita della terra come Gloria di Ra. Questo risveglio di Osiride avviene attraverso la sua amata e fedele sposa, la Signora del Nilo, la  dea che percorre le correnti della vita, e quindi le energie della vita del cosmo, per restituirle al suo adorato sposo che ne è il padre legittimo. Iside fu il prototipo della dea che trasmise l’Iniziazione Sacerdotale e la Conoscenza Arcana a coloro che giungeranno a superare le prove della purificazione magica, come Lucio, in quel bellissimo testo di iniziazione che è l’Asino d’Oro di Apuleio. La Grande Madre, la dea della Magia, la Madre Divina dei candidati che, oltrepassato il Guardiano della Soglia, avevano reso fertile l’anima per poter poi accedere ai grandi segreti dell’Immortalità Osiridea.

Ada Pavan Russo

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La Grande Madre — Dove si riporta il racconto dello sconosciuto e il mistero della nascita delle cattedrali gotiche

Questo è il resoconto di quanto mi sentii dire all’inizio di quell’estate francese piena di incanti e segreti dall’enigmatico signore incontrato a Chartres.

«È mezzogiorno del 1118. Gli abitanti di Chartres sentono il rumore degli zoccoli di un potente cavallo. Chi sta arrivando di gran carriera?
«E un uomo forte e di bellissimo aspetto. Sicuramente un nobile. Ma porta le vesti dei cistercensi. Tutti si inchinano deferenti al suo passaggio. E l’abate di Clairvaux, Bernardo di Fontaines-les- Dison detto di Chiaravalle. La gente si inginocchia e guarda con ammirazione il cavaliere e il suo seguito. Infatti non è solo. È chi si muoverebbe mai in solitudine in questo secolo? Soltanto i diseredati espulsi dalla comunità, gli indemoniati e i pazzi. Con lui dunque cavalcano otto compagni, cistercensi di provata fede. Emanano energia e coraggio. Hanno appese alle selle bisacce ricolme di libri e poi ciascuno ha una spada e una corta lancia.
«Sotto le runiche indossano una corazza perché sono avvezzi nelle armi come tutti quelli di origine nobile. Sono sei anni che sono entrati nel monastero di Citeaux. Poi nel 1115 hanno seguito Bernardo in quello di Clairvaux. Lui è loro coetaneo, ma sicuramente il primo in eloquenza, saggezza, coraggio e abilità nelle armi. In questo paese ha fondato l’omonima abbazia che immediatamente è divenuta la più importante di Francia, e chissà, forse dell’intera cristianità. Da qui si è diffusa la sua leggenda, il mito del “grande abate”, che lo vuole alto come una quercia secolare, arguto più di un filosofo dell’antichità, coraggioso più di Orlando stesso. Inoltre è un illuminato. Questo si sussurra per ogni dove, fino a Roma, fino negli appartamenti del papa. Irradia una sorta di aura irresistibile che atterrisce gli ipocriti, i falsi, i bugiardi, i simoniaci, i bacchettoni. Le malelingue bofonchiano di strane pratiche, di libri segreti, di riti occulti. E poi questo gigante non fa altro che viaggiare per la Francia. Perché va tanto in giro? O meglio, perché si muove sempre in una zona circoscritta che va da Etampes a Parigi, da Rouen a Bayeux e infine da Evreux a Chartres, dove appunto è appena giunto?
«E un mistero.
«Ma gli infingardi non possono arrestare l’abate di Clairvaux.
Ha una missione da compiere. È la prima volta che arriva in questa cittadina.
«In alto, sovrastante le case, c’è una piccola collina. Una chiesa romanica in via di costruzione. Le mura sono state alzate su altre preesistenti. Si dice siano resti di antichi templi di druidi dove, nei secoli remoti, si officiavano occulti riti e segrete preghiere. Si mormora che qui giungessero dai tempi dei tempi migliaia di fedeli ancor prima della conquista di Cesare. E il flusso non si è arrestato neppure dopo. Non sono forse convenuti qui imperatori di Roma? A far cosa? A guarire di mali che sembravano incurabili, ma che pure si sono risolti in guarigioni inspiegabili. Ma allora che cosa accadeva nei tempi antichi da queste parti? Neppure i più inveterati chiacchieroni osano però sussurrare il nome di una pratica che, soltanto a proferirla, può condurre al rogo. Però ugualmente tutti pensano la stessa cosa: sulla collina si praticava la magia.
«È proprio su questo dosso che è arrivato il manipolo di cavalieri. Non esistono superstizioni che possano arrestarli.
«Per la verità i lavori della chiesa romanica sembrano andare a rilento. Pochi operai si danno stancamente da fare e le corporazioni artigiane non sono rappresentate che in minima parte. Tutti gli altri sono dediti ad altre faccende, insomma non c’è entusiasmo.
«Fino a ora.
«La voce dell’arrivo degli stranieri, che sono nove, è rimbalzata dovunque. Il grosso borgo è colpito come da una frustata. La gente esce di casa e si avvicina ai monaci. Come detto, la fama di Bernardo è vastissima.
«”Sarà proprio lui?”. “Ma qual è del gruppo?”. “È davvero il potente abate di Chiaravalle?”. “Che cosa vorrà da noi?”.
«Questi i bisbigli di quella gente variopinta, coperta da misere stoffe e da ogni genere di berretti. Soltanto i capi dei vari raggruppamenti dei “mestieri” sono vestiti dignitosamente. Comunque la povertà è tanta. Guerre e brigantaggio hanno piegato la Francia e le campagne sono le prime a risentire dell’indigenza.
«Improvvisamente quell’accozzaglia di persone stanche, spaurite, disincantate, è percorsa da un brivido d’eccitazione. Uno dei cavalieri si è tolto il cappuccio.
«Un volto vibrante osserva tutti, due pupille ardenti bucano la testa di ciascuno. Sembrano leggere nel pensiero. “È lui!”. “È lui!” si grida dovunque. Sì, è il grande monaco guerriero.
«Con un gesto della mano destra impone il silenzio. Quindi una voce calma, forte e melodiosa cattura l’attenzione di ciascuno:
“Già in altre dieci città di Francia si stanno innalzando cattedrali in nome di Nostra Signora. Volete voi costruirne una anche qui?”.
«”La stiamo edificando” replica con un filo di voce un mastro lastricatore.
«”Non va fatta più così” afferma imperiosamente il cavaliere “occorre che la dimora della santissima Maria svetti verso il cielo. Alzi le sue mura fino alle nuvole. Uno slancio totale deve portare le guglie direttamente fino ai santi e agli angeli. C’è bisogno di una casa che frantumi la materia e voli entusiasticamente sino alla Perfezione. È indispensabile forgiare un miracolo in terra. Volete voi questo? Siete pronti?”
«Un urlo rimbomba per Chartres. Una sola parola risuona come un grido: “Sì!”.
«Allora i monaci scendono da cavallo. Aprono le bisacce e prendono numerosi fogli. Sono piani tridimensionali che prevedono la costruzione di una chiesa immensa, davvero protesa verso l’infinito, come un canto gregoriano. Il giorno stesso iniziano i lavori.
«È l’undicesima cattedrale di Nôtre-Dame in quella zona. Tutte volute dall’abate di Clairvaux. L’evento straordinario non è nell’edificazione degli undici templi, che possono rientrare in un impeto mistico, eccezionale sì, ma non unico, bensì nella loro dislocazione sul territorio.
«Per capirlo occorre prendere una carta geografica della zona. Unificando con una matita le cattedrali volute da Bernardo si giunge a una constatazione che ha dell’incredibile. Le chiese sono collocate in terra come le stelle nella costellazione della Vergine. Come in cielo, così in terra!
«Un’opera e un lavoro da titani. Undici immani cantieri vengono aperti contemporaneamente per dar luogo a undici costruzioni che a loro volta riproducono la costellazione della vergine celeste, ovvero della Maria cristiana. Così facendo Bernardo ricongiunge il culto antichissimo del Femminile virgineo a quello del cattolicesimo. Mostrando di voler riportare il cristianesimo stesso in un alveo millenario e antichissimo, appunto quello della Nostra Signora, della Grande Madre. Ricordiamoci della invocazione di Apuleio, nell’Asino d’oro: “Madre di tutta la natura, sovrana di tutti gli elementi, origine e principio dei secoli, divinità suprema, regina dei Mani, prima fra i celesti, prototipo degli dèi e delle dee”. Per questo l’abate vuole che le varie Nôtre-Dame siano nella stessa disposizione speculare delle stelle. La Maria è Nostra Signora delle stelle, è lei, la signora del Femminile che torna nei secoli sotto un altro sembiante. È Iside, è Ishtar, è Morrighan, è Laima, è Artemide. È la stessa così cantata dal Tantra: “La donna è il creatore dell’universo. È il vero corpo dell’universo. Non c’è felicità come quella che dà la donna”.
«Ma non è tutto qui.
«Lo stile architettonico è completamente nuovo. È il gotico che si affaccia per la prima volta nella storia del mondo. Anche il più ufficiale dei testi di storia dell’arte data al 1130 la nascita di questo modello di costruzione.
«Il problema, irrisolto per la storia illuminista, è che nacque improvvisamente. Come un fungo.
«Eppure già in natura una pianta non può sorgere dal nulla.
Occorre che il bosco sia preparato da secoli di humus. Figuriamoci uno stile architettonico così complesso come il gotico.
«Siamo di fronte a edifici giganteschi, concepiti in modo nuovo e sublime. Eppure prendono corpo tutti e undici insieme. Ciò presuppone un esercito di ingegneri, architetti, disegnatori, muratori, vetrai, falegnami, piallatori e mille altre maestranze che in perfetta armonia decidono di mutare la propria vita, quella dei figli e dei figli dei figli. Sì, perché le undici Nôtre-Dame non richiedono il lavoro di una sola vita, ma di almeno tre generazioni e in alcuni casi anche di quattro o cinque. E quei progetti chi li ha forniti?
«Certamente Bernardo di Chiaravalle li ha “assegnati”. Ma chi è stato a idearli? E quanto tempo è stato necessario per concepirli? Anche qui ci sono volute generazioni di studiosi. A meno che… .
«E poi c’è dell’altro. Il gotico è contemporaneamente uno stile architettonico e una concezione del mondo. Le cattedrali sono grandi il quintuplo rispetto a qualsiasi altra chiesa dell’epoca. I piani. di edificazione sono laboriosissimi. Occorrono appunto decenni per mettere a punto una filosofia e una tecnica così sofisticata. Quindi, a rigor di logica, Bernardo e i suoi hanno avviato un lavoro concepito prima di loro. Ma chi erano questi “pensatori” occulti?
«E il termine “gotico” che cosa significa?
«Gotico in senso di “barbarico”, secondo la definizione spregiativa della storiografia rinascimentale. Oppure, facendolo derivare dal greco antico, ovvero dalla matrice goeteia, significherebbe magia, quindi magico. Oppure, ancora, potrebbe nascere dal termine goes, strega. O anche da goeteusis, sortilegio e addirittura da goeteuo, arte di affascinare. Il fascino è un modo di legare, abbindolare, unire. E l’arte del telaio, come afferma Elémire Zolla, è la tecnica del Femminile, del magico Femminile per eccellenza.
«Quindi squadre di architetti, tecnici e umili operai hanno lavorato per generazioni seguendo i dettami che altre generazioni, prima di loro, hanno segretamente preparato. Ha dell’incredibile.
«A meno che…»

A questo punto il mio affabulatore si interruppe improvvisamente. Aspettava evidentemente una mia reazione. Che fu istantanea.

Bibliografia consigliata

Sui rapporti tra cavalleria e magia occorre vedere Victor Emile Michelet, Il segreto della cavalleria, Basaia, 1985; Dominique Viseux, L’iniziazione cavalleresca nella leggenda di re Artù, Mediterranee, 1980.

La Grande Madre — Dove si va alla ricerca della città di Troia e si narra di un sogno misterioso

L’Iliade ha fatto improvvisamente irruzione nella mia vita quando frequentavo la prima media alla Massimo D’Azeglio a Roma. Fu come una vampa. Mi bevevo i canti come un nettare e i miei soldatini, cowboy e pellerossa, diventarono troiani e pellerossa. Mia madre Antonella disegnava molto bene e le facevo copiare le illustrazioni del libro di testo. Enucleavo il guerriero acheo e quindi quello di Ilio e ci giocavo alle figurine. Poi imparai a memoria l’intero poema e sistematicamente interpretavo tutte le parti. Il professore di lettere, Porciello, pensava che fossi un po’ matto, ma si beava di questo studente un poco invasato, ma tutto sommato eccezionale per passione. E infatti si trattava di una sorta di incantamento. Motivato, però. Perché il mio trasporto era tutto per Ettore e per i suoi. Mi colpiva qualcosa di questo eroe, ma non avrei saputo dire esattamente che cosa. Ero dalla loro parte e basta. Come mi era già capitato con i pellerossa. Tutti i miei amici tifavano per le giubbe blu, per i vaccari e invece io, in perfetta solitudine, parteggiavo per gli sconfitti di sempre. Soltanto molto più tardi ho compreso il significato di questo mio moto dell’anima. Accadde quando avevo ventisette anni e lavoravo per la RAI.
Per la mia azienda – era il 1972 – andai a girare un documentario sulle rovine di Troia. Allora il servizio pubblico produceva grandi momenti di cultura ed era del tutto naturale che un suo “programmista”, allora era questa la mia qualifica, andasse con tutta la troupe per un mese intero in Medio Oriente. Quello che contava era il prodotto, che doveva essere di grande qualità, altrimenti il mio capo servizio di quegli anni, lo storico Furio Sampoli, mi avrebbe potuto levare la pelle.
Dunque andai a Troia, o meglio a Hissarlik, dove Schliemann tra il 1871 e il 1890 aveva condotto, contro tutti i pareri degli esperti, gli scavi che lo portarono a scoprire l’antica Ilio e il tesoro di Priamo.
Il mio operatore era il compianto Ezio Lavoretti che fu subito contagiato dal mio stato psichico. Delirante. Non mi sembrava vero di trovarmi là dove i “miei” guerrieri avevano combattuto. Mi immaginavo le battaglie, oppure i duelli tra i maggiori campioni dei due schieramenti. Qui vedevo Priamo, là Ecuba. Su quel sasso c’era Andromaca, su quella sporgenza Cassandra mentre profetizzava e su quell’altra versava lacrime di impotenza di fronte alla cecità dei suoi compatrioti. Erano soprattutto le donne a colpirmi in questo invasamento. Una commozione interiore che ritrovai molto simile nel racconto che mi fece anni dopo Giorgio Colli del suo primo viaggio a Eleusi nei pressi di Atene, ma questa è un’altra storia che racconterò poi.
Dunque erano le signore di Ilio a venirmi in mente. Non ci feci troppo caso. Almeno fino a notte.
Quando cominciai a sognare.
Per la verità ero abituato a fare viaggi onirici molto complessi. Un po’ come andare al cinema. Vedevo spesso vere e proprie scene di massa collegate nel tempo. Come un assalto al treno nel Far West o l’edificazione di un immensa torre a opera i schiavi appartenenti a un’epoca non meglio definibile di un vago passato remoto. Un andare con Morfeo per avventure, mai però angosciose. Guardavo da lontano, appunto come o spettatore. Questa volta però fu del tutto diverso.
Non so da quanto tempo ero assopito, ma improvvisamente avvertii un rumore leggero. Aprii gli occhi, così credetti, e ai piedi del letto c’era una splendida signora con abito di veli. Trasalii spaventato. L’albergo era poco più di una locanda e immaginai mille cose contemporaneamente. Il padrone aveva potuto lasciar salire una prostituta, oppure c’era una pazza nella mia stanza. Ma l’inquietudine durò solo un attimo. Fino a che lei non mi parlò.
«Vedi, era solo. Troppo solo.»
Non disse altro. Rimase ferma, con un’espressione di indicibile malinconia. La mente come rapita da immagini lontane, irrimediabilmente perse. Intuii chi poteva essere e con quel pensiero fui invaso da una sottile e struggente tristezza. Il suo stato d’animo si riverberò come in uno specchio in me. Ci guardavamo muti e, mentre mi sembrava che una parte di me si sciogliesse in un’acqua tenue e lenta, ecco che la donna cominciò a dissolversi. Non lo volevo, ma non potevo far nulla. Come una tela secolare gradatamente svanisce alla luce, la dolce signora si stemperava davanti ai miei occhi fino a scomparire del tutto. Allora piansi senza ritegno. Come quando da bambino vedevo mia madre andare via con il treno alla stazione di Napoli. Per colpa del lavoro stava poco con me. Arrivava, si fermava poco e poi ripartiva subito. Neanche era apparsa che subito spariva. A nulla valsero allora le suppliche, a nulla servirono ora.
Poi avvertii forte una pressione sul braccio. Mi guardai le dita, erano strette nella mano di Ezio Lavoretti.
«Che ti succede?» mi disse. «Hai fatto un brutto sogno?»
Ritornai in me e lo rassicurai. Anche se istintivamente cercai con lo sguardo la creatura che in qualche modo mi aveva fatto visita.
Quando il mio amico e compagno di lavoro uscì, mi avvicinai alla finestra che dava sulla piana della città sepolta. Era quasi l’alba e guardando le pietre cercai le mitiche Porte Scee. Là dove Andromaca aveva inutilmente tentato di fermare il suo sposo Ettore, scongiurandolo di non andare in battaglia. Soltanto il tentativo di individuare quel posto mi procurò ancora commozione, ma composta. Struggimento silente. Tenue, languido. Riflessivo.
Finalmente però in quel chiarore capii perché da ragazzo avevo tanto amato i troiani. Fu quella presenza a illuminarmi. Fu quel simulacro, che credetti di identificare nella moglie più tenera e innamorata di sempre, a portarmi in una strada dentro di me che mi permise di comprendere. Perché era lei che avevo sognato: Andromaca.
Nell’attimo onirico che cosa mi aveva sussurrato? Ma sì, mi aveva raccontato della solitudine di Ettore.
Soltanto Afrodite gli era favorevole. Tutti gli altri dèi erano avversi fino all’odio. Per prima Atena, rimproverata tre secoli dopo da Poseidone nelle Troiane di Euripide. «Perché sei così smodata nei rancori?» le dice. In effetti il livore l’acceca. Ma che cosa aveva fatto poi il figlio di Priamo? Apparentemente nulla. Ma riandai a quanto Omero aveva scritto e compresi che l’eroe aveva compiuto davvero una terribile eresia. Proprio lì, alle Porte Scee. Mentre sua moglie lo pregava in nome dell’unico loro figlio, Astianatte, di astenersi dal combattimento, lui rispondeva che non aveva il coraggio di tradire i compagni. Ma non era questo il vero motivo del suo rifiuto. No. Il combattente in realtà non voleva supplicare gli dèi crudeli. Anche H.I. Marrou aveva ben visto nella sua Storia dell’educazione nell’antichità che cosa si agitava nel cuore di quell’uomo. Non ha colpe, eppure il fato lo ha spinto a una guerra indesiderata e senza speranza. Conosce perfettamente il suo destino. Tutti i congiunti saranno uccisi. Suo figlio precipitato dalle torri e la sua amatissima donna addirittura fatta schiava dal suo peggiore nemico. Nulla gli sfugge. Ma è innocente. Non ha compiuto misfatti per meritare una simile sorte. Per questo non vuole chiedere pietà a quelle divinità crudeli che giocano con la vita degli uomini. “Siamo trastulli nelle loro mani” sembra dire “ma almeno intendo salvare l’onore”.
Eresia pura.
Simile a quella del mago rinascimentale che volle armonizzarsi con la natura, con il creato, cambiandogli però valenza. Il mondo è preda della sopraffazione, occorre mutarlo in armonia.
Eresia pura mettersi al posto del dio vendicativo.
Ettore non giunse a tanto, ma ci andò molto vicino. Il problema era per me capire in nome di che cosa rifiutava di piegarsi.
Questo era il punto.
Riandai con la mente ai due campi avversi. Quelli degli achei e dei troiani.
Tra i greci venuti dal mare non compaiono mai donne, neppure nei ricordi. Soltanto Briseide, una schiava che i potenti si contendono come un oggetto.
Achille se la vede portare via da Agamennone e si adira, è vero, eppure non è per amore, neppure per affetto. È soltanto per l’offesa ricevuta. Insomma il dispiacere, se pure ci fu, era soltanto di Achille per Achille. Ovidio, infatti, nella terza delle sue Epistulae così immaginò che Briseide scrivesse al Pelide: «…sono lontana da tante notti e tu non mi reclami; indugi… ma tieniti la tua fama di amante appassionato!… Quali colpe ho commesso per diventare così insignificante per te Achille? Dove è fuggito così velocemente lontano da noi il volubile amore? …Ho visto le mura di Lirnesso distrutte dalla tua furia guerriera, e io ero parte importante della mia patria; ho visto cadere tre uomini, accomunati dallo stesso destino di nascita e di morte: tre guerrieri che avevano la stessa madre. Ho visto mio marito, steso sul terreno cruento, con tutto il suo corpo, agitare il petto insanguinato. Tu, da solo, sei bastato a ripagarmi di tante perdite; tu eri per me signore, marito e fratello…»
Ben altro è l’atteggiamento di Ettore di fronte ad Andromaca, quando alle Porte Scee lei gli dice esattamente le stesse cose. Infatti gli confida che lui è tutto il suo mondo, appunto padre, madre e fratelli. Ma, a differenza di Achille, il capo dei troiani si commuove e mostra compassione per la moglie. Il motivo? È semplicissimo, l’ama. Così come Priamo ama Ecuba e Paride Elena. La stessa Cassandra, la veggente, è adorata dai fratelli.
A Troia le donne sono protagoniste, non oggetti sessuali. Non a caso a difendere la città giungono le amazzoni, ostili a tutti tranne agli abitanti di Ilio. Evidentemente sapevano che in quella città c’era qualcosa di diverso rispetto a tutte le altre del mondo greco. Ma che cosa? È quanto capii davanti alla finestra che dava su quella piana rischiarata dall’alba, dove una volta si innalzavano splendide le insegne di Troia, l’ultimo regno dove ancora sopravviveva il ricordo del matriarcato.
Bastava rifletterci.
I troiani erano amici dei cavalli, e il quadrupede, come Bachofen ha dimostrato, è un simbolo femminile. Erano protetti da Afrodite, dea dell’amore e del Femminile per antonomasia. E inoltre i troiani accettavano le donne veggenti, appunto Cassandra, mentre tra gli Achei erano gli uomini ad avere la possibilità di esprimere questa dote.
Ecco perché le donne guerriere, anche loro amiche dei cavalli, si allearono con gli eredi di Teucro. Riconobbero in loro la valenza del matriarcato.
Ripensai ancora a Ettore. Oltre a odiare la guerra, come tutte le donne in ogni luogo e in ogni tempo, mostrava sempre pietà e magnanimità. E mi venne in mente che quelle doti, quasi venti secoli dopo le aveva Lancillotto del Lago. Le praticava in ogni azione quotidiana. Ovvero agiva sempre con pitie e largesce come giustamente ha affermato Köhler nel suo L’avventura cavalleresca. Ovvero il cavaliere della Tavola Rotonda assunse in sé, come costume, alcune qualità che sono mediate dal mondo femminile. Non a caso tutto il ciclo poetico di re Artù canta di cavalieri che hanno accolto in sé il Femminile come propria anima.
Non ebbi più dubbi.
Ettore era stato da sempre anche il mio eroe perché apparteneva al mondo magico del Femminile. Ovvero, era dalla parte della tolleranza, degli affetti, della natura, del rispetto, del rifiuto della violenza, dell’accoglienza e del mistero.
Quando finimmo le riprese seppi anche finalmente da che “parte” ero sempre stato e da che “parte” sarei sempre rimasto. Da quella “parte” dove si trovava anche Apuleio, quando nelle Metamorfosi lancia la sua invocazione attraverso i secoli: «Madre di tutta la natura, sovrana di tutti gli elementi, origine e principio dei secoli, divinità suprema, regina dei Mani, prima fra i celesti, prototipo degli dèi e delle dee [proteggici]».