La fuga di Dafne

G. L. Bernini, “Apollo e Dafne”, 1622-25

Apollo ha visto Dafne e si è acceso l’amore: brama di unirsi a lei e spera di soddisfare il suo desiderio, lasciandosi ingannare dai suoi stessi oracoli. Come, mietute le spighe, si bruciano le stoppie leggere, come s’incendiano le siepi se per caso un viandante accosta troppo una torcia o la lascia cadere al sorgere della luce, così il dio s’infiamma, così brucia il tutto il suo essere e alimenta con la speranza un amore vano.
Contempla i capelli che le scendono alla rinfusa sul collo e dice: «Pensa se li pettinasse!»; contempla gli occhi che scintillano come due stelle, contempla quella bocca da baci e non si sazia di guardarla; decanta le dita, le mani, gli avambracci e le braccia nude per più della metà; le parti nascoste se le immagina ancora più belle.
Ma lei fugge più veloce dell’aria leggera e non si ferma mentre egli cerca di trattenerla con queste parole: «Aspetta, ti prego, o figlia di Peneo. Non è un nemico che ti insegue; aspetta, ninfa! Così l’agnella fugge il lupo, così la cerva il leone, così le colombe fuggono l’aquila con trepide ali, così ciascuna il proprio nemico. Ma io ti inseguo per amore!» (…)
Avrebbe detto di più, ma la figlia di Peneo, atterrita, continuò a correre, lasciandolo che ancora parlava. Anche allora era bella a vedersi: il vento, soffiando di fronte, le agitava le vesti e le scopriva il corpo; l’aria leggera le spingeva indietro i capelli: la fuga accresceva la sua bellezza. Il giovane dio non sopporta più oltre di perdersi in discorsi carezzevoli e, mosso com’è dall’amore, la tallona da presso. (…)
Tuttavia l’inseguitore, aiutato dalle ali dell’amore, è più veloce, non dà tregua alla fuggitiva, le sta addosso, ansimando sui capelli sparsi sul collo. Impallidì la fanciulla ormai stremata e, vinta dallo sforzo di quella fuga disperata, volgendosi alla corrente del Peneo, disse: «Aiutami, padre! Se voi fiumi avete un potere divino, trasforma e annienta questa figura per la quale troppo io sono piaciuta!».
Ha appena terminato questa preghiera che un pesante torpore paralizza le sue membra: una sottile corteccia le cinge il morbido petto, i capelli si allungano in foglie, le braccia in rami; i piedi or ora così veloci si irrigidiscono in radici immobili; il volto scompare in una cima: di lei rimane solo lo splendore.
Ma anche così Apollo l’ama: poggiata la mano sul tronco, sente ancora palpitare il cuore sotto la tenera corteccia e, stringendo tra le braccia i rami, quasi fosse il suo corpo, copre di baci l’albero, ma l’albero si sottrae ai suoi baci.

Ovidio, “Metamorfosi”, I

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Inno ad Artemide

“Artemide io canto, dalle frecce d’oro, che ama i clamori della caccia;

vergine augusta, arciera saettatrice di cervi,

sorella  del dio dall’aurea spada, Apollo;

Artemide, che sui monti ombrosi e le cime battute dal vento

esaltandosi nella caccia, tende l’arco tutto d’oro,

e scocca i suoi dardi dolorosi: tremano le vette

dei monti sublimi, dalla foresta piena d’ombra si leva

un’eco immensa, all’urlo delle fiere; freme la terra

e il mare pescoso, ma ella, con intrepido cuore,

si volge da ogni parte, sterminando la stirpe delle fiere […]”.

Inni Omerici

Marsilio Ficino: “La follia profetica”

Sopra: John Collier, “Priestess of Delphi”, 1891

Essendo state le singole parti dell’anima ricondotte a un’unica mente, l’anima da molte che era, è resa adesso un’unica cosa.
Ma è necessaria ancora una terza follia che riconduca la mente alla stessa unità, la testa dell’anima.
Questo fa Apollo attraverso la profezia.
Infatti quando l’anima sale nell’unità al di sopra della mente prevede il futuro.

da “Libri de vita coelitus comparanda”

(vedi la “Follia poetica”; vedi la “Follia sacerdotale”)

Felicità divina

Sopra: Apollo di Veio, attribuita allo scultore etrusco Vulca e conservata nel Museo nazionale etrusco di Villa Giulia di Roma

La felicità rende uguale agli dei.

Epicuro in “Aforismi sull’ottimismo”, GIUNTI Demetra, Firenze, 2005.

La vita imita l’arte

La vita imita l’arte più che l’arte non imiti la vita… I Greci indovinarono questa verità con quel loro meraviglioso istinto artistico, e nella camera della sposa ergevano le statue di Ermete o di Apollo, affinché essa partorisse figli belli quanto le opere d’arte che fissava nei momenti di estasi e nei momenti d’angoscia. Essi sapevano che la vita non soltanto acquista dall’arte la spiritualità, la profondità del pensiero e del sentimento, il travaglio o la serenità dello spirito, ma ancora che può modellarsi perfino sulle linee e sui colori dell’arte e rispecchiare la dignità di Fidia o la grazia di Prassitele. Da ciò l’ostilità dei Greci contro il realismo. Essi erano avversi al realismo per ragioni puramente sociali. Sentivano che il realismo rende brutta la razza, e avevano perfettamente ragione.

Oscar Wilde

Mito della nuova era elettronica

Credo che faccia parte dell’Intossicazione Ermetica. Abbiamo ancora questo corpo fisico e se apparteniamo solo a Ermes non sentiamo più gli altri dèi. Non più Afrodite né Era, non più Apollo né Muse. Non ci accorgiamo più di nient’altro, assorbiti dalla nostra comunicazione elettronica. Per cui, in effetti, questa intossicazione è solo la prima fase di qualcosa. Ma non ne sono troppo preoccupato. I sensi, i sensi umani, la sensualità possono salvarci da moltissimi problemi.

James Hillman

La cultura di Apollo

Nella nostra cultura, che privilegia la potenza civilizzatrice di Apollo e trascura quella di Afrodite, la maggior parte degli ospedali, dei luoghi di lavoro e spesso delle abitazioni somigliano più a caserme che a templi di Afrodite.

Ginette Paris