Il compito della vita felice

Una ferma conoscenza dei desideri fa ricondurre ogni scelta o rifiuto al benessere del corpo e alla perfetta serenità dell’animo, perché questo è il compito della vita felice, a questo noi indirizziamo ogni nostra azione, al fine di allontanarci dalla sofferenza e dall’ansia.”

Epicuro, “Lettera sulla felicità”

Lettera

Questo silenzio fermo nelle strade,
questo vento indolente che ora scivola
basso tra le foglie morte o risale
ai colori delle insegne straniere…
forse l’ansia di dirti una parola
prima che si racchiuda ancora il cielo
sopra un altro giorno, forse l’inerzia,
il nostro male più vile… La vita
non è in questo tremendo, cupo, battere
del cuore, non è pietà, non è più
che un gioco del sangue dove la morte
è in fiore. O mia dolce gazzella,
io ti ricordo quel geranio acceso
su un muro crivellato di mitraglia.
O neppure la morte ora consola
più i vivi, la morte per amore?

Salvatore Quasimodo

La depressione: un tentativo di trovare spiragli di luce nel male oscuro (Parte I)

Una premessa, qualche definizione e tre equivoci sulle sindromi depressive

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) la depressione è la prima causa di disfunzionalità nei soggetti tra i 14 e i 44 anni di età. Sembra colpisca nel mondo circa 350 milioni di persone, deteriorandone (tra le altre cose) la capacità di lavoro e di relazione. Nella sua forma più grave può portare al suicidio e sarebbe responsabile di quasi un milione morti ogni anno.

Quello della depressione è un tema che negli ultimi anni è diventato assai popolare, ma sul quale esistono molta confusione e diversi equivoci; l’esperienza mi suggerisce che anche se non esistono affatto ipersoluzioni, un buon punto di partenza dovrebbe sempre essere la corretta definizione del problema o, se appropriato, un globale inquadramento diagnostico con l’aiuto di uno specialista. Vorrei dunque cominciare questa serie di brevi scritti descrivendo alcuni dei suddetti elementi confusivi.

Il primo equivoco consiste nel confondere la condizione clinica chiamata depressione con la tristezza normale o con la demoralizzazione. Secondo me sono ancora validissime le parole di Arieti, che nel 1978 diceva della tristezza e della demoralizzazione: “sono il comune dolore che coglie l’essere umano quando un avvenimento avverso colpisce la sua esistenza precaria, o quando la discrepanza tra la vita com’è e come potrebbe essere diventata il centro della sua fervida riflessione”, mentre “è meno comune, ma abbastanza frequente da costituire uno dei principali problemi psichiatrici, il dolore che non si attenua col passare del tempo, che sembra esagerato in rapporto al presunto evento precipitante, o inappropriato, o non collegato ad alcuna causa evidente”. Questa è la depressione, che a sua volta può essere graduata su un continuum di severità (di nuovo, compito che spetterebbe ad un professionista della salute mentale) e fa  parte dei disturbi dell’umore, insieme ad altre patologie come la mania e il disturbo bipolare. Essa può assumere la forma di un singolo episodio transitorio (si parlerà quindi di episodio depressivo) oppure di un vero e proprio disturbo (si parlerà quindi di disturbo depressivo). Quando i sintomi sono tali da compromettere l’adattamento sociale si parlerà di disturbo depressivo maggiore, in modo da distinguerlo da depressioni minori che non hanno gravi conseguenze e spesso sono normali reazioni ad eventi della vita.

Secondo la versione più recente del DSM (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) l’episodio depressivo maggiore è caratterizzato da sintomi che durano almeno due settimane causando una compromissione significativa del funzionamento sociale, lavorativo o di altre aree importanti.

Fra i principali sintomi vengono elencati i seguenti:
– Umore depresso (es. tristezza, melanconia accentuate) per la maggior parte del giorno, quasi ogni giorno.
– Marcata diminuzione o perdita di interesse o piacere per tutte, o quasi tutte, le attività per la maggior parte del giorno, quasi ogni giorno (anedonia o apatia).
– Agitazione o rallentamento psicomotorio quasi ogni giorno.
– Affaticabilità, perdita o mancanza di energia o slancio vitale quasi ogni giorno (astenia).
– Disturbi d’ansia (es. attacchi di panico).
– Insonnia o ipersonnia quasi ogni giorno.
– Significativa perdita di peso, in assenza di una dieta, o significativo aumento di peso, oppure diminuzione o aumento dell’appetito quasi ogni giorno.
– Diminuzione o perdita di motivazioni personali, capacità di pensare, concentrarsi, risolvere problemi, prendere iniziative, decisioni, agire (inerzia, svogliatezza o abulia) e pianificare il proprio futuro quasi ogni giorno.
– Tendenza all’isolamento, alla solitudine e alla sedentarietà con diminuzione dei rapporti sociali e affettivi.
– Tendenza alla sfiducia e al pessimismo o negativismo marcato sulla realtà e i problemi di vita.
– Sentimenti di impotenza, autosvalutazione (es. diminuzione di autostima) fino a senso di sconforto o disperazione oppure sentimenti eccessivi o inappropriati di colpa, risentimento e rimurginazioni eccessive quasi ogni giorno (fino a casi limite di angoscia e deliri con distacco dalla realtà).
– Ricorrenti pensieri di morte, ricorrente ideazione suicida senza elaborazione di piani specifici, l’elaborazione di un piano specifico per commetterlo oppure un tentativo di metterlo in atto.

I sintomi non son necessariamente tutti presenti, ma per parlare di episodio depressivo maggiore è importante sottolineare che è necessaria la presenza contemporanea di almeno cinque dei sintomi sopra elencati.

Mario Maj recentemente ha scritto: “come mai la distinzione tra depressione e demoralizzazione non viene chiarita quando si parla alla gente? A volte per ignoranza. Altre volte per malafede, perché indubbiamente quanto più si rinforza il messaggio che la depressione è una condizione a cui tutti prima o poi andiamo incontro, tanto più ampia è l’audience di cui si richiama l’interesse. Le conseguenze di questa confusione tra depressione e demoralizzazione possono essere molto serie. Accade abbastanza frequentemente, ad esempio, che personaggi pubblici raccontino la loro storia alla televisione o su una rivista dichiarando di essere stati colpiti dalla depressione e di esserne usciti grazie alla propria forza di volontà o al calore dei familiari o degli amici, e invitando le persone depresse a diffidare dei farmaci e di qualsiasi altro intervento specialistico”.

Nella quasi totalità dei casi si tratta di persone che non hanno sofferto di una vera depressione, ma hanno soltanto attraversato un periodo di demoralizzazione, e il loro messaggio può essere dannoso per le persone veramente depresse e per i loro familiari, che possono essere indotti a non iniziare o a interrompere una terapia che sarebbe stata efficace.

Il secondo equivoco fondamentale nasce dal fatto che la depressione viene spesso considerata una condizione unitaria e omogenea, che si manifesta sempre allo stesso modo, che ha sempre la stessa origine e che si cura sempre allo stesso modo, mentre in realtà non esiste la depressione, ma esistono le depressioni, cioè una gamma di condizioni depressive che si manifestano in maniera differente, nella cui genesi i fattori biologici, psicologici e sociali intervengono in misura differente, e che si curano in modo differente.

Il terzo equivoco, che abbiamo forse tacitamente mutuato dalla belligerante cultura anglosassone è che la depressione sia “un male che si deve combattere”: attingendo all’arsenale farmacologico, con le tecniche di psicoterapia più alla moda (inclusa quella cognitivo-comportamentale) o con una combinazione di varie strategie. Di nuovo, non voglio agitare la bacchetta magica o ipersemplificare, ma se c’è una cosa che una persona realmente depressa dovrebbe fare, in un certo senso, è proprio il contrario: smettere di combattere, almeno per un po’. La depressione – diceva Jung -è una signora in nero, quando appare non bisogna scacciarla ma invitarla alla nostra tavola per ascoltarla.

Massimo Lanzaro

http://www.ilquorum.it/la-depressione-un-tentativo-di-trovare-spiragli-di-luce-nel-male-oscuro-parte/

 

dr. Massimo Lanzaro

http://www.fattitaliani.net/index.php?option=com_k2&view=item&id=1108:ebook-%E2%80%9Cnel-punto-atomico-dove-scompare-il-tempo%E2%80%9D-di-massimo-lanzaro&Itemid=201

(In foto: Dr. Massimo Lanzaro)

“Studiare i miti e le fiabe è un buon modo di studiare l’anatomia comparata dell’inconscio collettivo” da questa osservazione di Carl Gustav Jung parte l’idea di Massimo Lanzaro, medico, psichiatra e psicoterapeuta napoletano classe 1971, di raccogliere nell’ebook “Nel punto atomico dove scompare il tempo” (scaricabile gratuitamente all’indirizzo http://www.editoredimestesso.it/ebook/lanzaro/) le sue riflessioni in merito pubblicate negli ultimi anni su riviste internazionali. “Non esiste cultura, antica o moderna, arcaica o civilizzata, che non possieda i suoi miti e molti si assomigliano: l’intreccio di base ed il significato sostanziale delle storie, restano gli stessi, in maniera trans temporale – spiega Lanzaro -.
Le fiabe, i miti, le narrazioni in generale consentono pertanto di ipotizzare paragoni tra l’ieri e l’oggi degli strati profondi della psicologia collettiva”.

In questi “Scritti di psicologia” (come da sottotitolo dell’eBook) i temi più importanti affrontati sono: la valenza simbolica delle fiabe e dei “miti di oggi”, gli stadi di reazione psicologica alla perdita ed ai momenti di crisi; le costanti naturali presenti nell’arte contemporanea; la decodifica dei relativi messaggi e la potenziale valenza catartica; alcuni effetti psicologici del consumismo e della società dello spettacolo; le patologie mentali viste da un punto di vista poco ortodosso ed originale. La lettura di questo lavoro si consiglia a studenti di psicologia, psicologi ad orientamento analitico, operatori sociali, medici, antropologi, studenti di letteratura e storia dell’arte, ma risulta piacevole anche a chi non ha una formazione specifica. Leggendo ci s’imbatterà nella teoria del Super Ego o nell’esortazione a “fare anima” con leggerezza e profondità al tempo stesso. Lanzaro affronta i temi più complessi tenendo il lettore per mano. Eccone una dimostrazione.

“Riassumo innanzitutto la nota tesi di Hillman espressa nel suo ‘Il mito dell’analisi’: gli ‘Dei’ rimossi (non più esperiti, le cui istanze vitali non sono più riconosciute, verbalizzate ed, entro certi limiti, agite) ritornano come nucleo archetipico di complessi sintomatici – dice Lanzaro -. Prendiamo come esempio la sindrome da attacchi di panico. Questo disturbo (l’etimologia della parola appare un epifenomeno del modo in cui la regione psichica e archetipica di Pan è arrivata fino a noi dall’antica Grecia) è oggi diffuso e diverse evidenze suggeriscono che fattori psicologici possono essere rilevanti, ed in particolare l’incapacità di riconoscere ed identificare i propri stati affettivi e le proprie emozioni, della difficoltà nell’identificare i sentimenti e nel descrivere, esprimere agli altri tali stati d’animo. La body art e l’arte estrema contemporanea nasconde, al di là delle dichiarate valenze di critica di parte dell’istituzione sociale, una sorprendente inversione dei processi di somatizzazione (passivi) descritti, attraverso la produzione attiva d’immagini e l’uso del corpo”.

Poi si può riflettere a partire da un classico. “In sostanza – dice Lanzaro – il fatto che ne ‘Il signore degli anelli’ il tema del potere e del controllo (orwelliano) delle persone sia così prominente e relativamente nuovo rispetto alle narrazioni del passato (remoto), tanto da offuscare più o meno insolitamente gli altri molteplici elementi classici della mitologia (conquista/liberazione di fanciulle, palingenesi dell’eroe etc.). Anche quando questi temi sono sviluppati sono sempre secondari e le storie d’amore, le imprese degli ‘dèi’, dei nani, degli elfi, degli uomini e dei giganti ruotano sempre intorno al tema liberarsi dall’influenza dell’anello, ovvero del potere e del controllo di pochi (o uno) su molti”.

Autore di numerose pubblicazioni scientifiche su riviste nazionali ed internazionali e membro dell’International Association for Jungian Studies, il dottor Lanzaro è stato primario al Royal Free Hospital di Londra e direttore sanitario in Italia ed in Inghilterra. Attualmente collabora con il Centro Raymond Gledhil di Roma e con l’Università del Cile.

In che direzione stanno andando le sue ricerche? “In questo momento – risponde – sto approfondendo le applicazioni della Schema Therapy, un nuovo sistema di psicoterapia che integra elementi di terapia cognitiva comportamentale, della Gestalt, della psicoanalisi, della teoria dell’attaccamento, della psicoterapia costruttivista, della psicoterapia focalizzata sulle emozioni, in un modello esplicativo chiaro ed esaustivo formulato dal Dr. Jeffrey Young. La Schema Therapy è particolarmente utile nel trattamento di ansia e depressione cronica, disturbi dell’alimentazione (anoressia, bulimia, disturbo da alimentazione incontrollata), difficili problemi di coppia, difficoltà di lunga data nel mantenere relazioni sentimentali soddisfacenti e nell’aiutare a prevenire la ricaduta nel disturbo da uso di sostanze. E’ dimostrata, inoltre, la sua efficacia nel trattamento di pazienti con difficoltà complesse e di lungo termine come i Disturbi di Personalità, in particolar modo il Disturbo Borderline di personalità”.

Medico affermato, all’estero è conosciuto anche come fotografo. Ha esposto con successo a Londra ed anche a Lincon, nelle Midlands. La fotografia che valore ha per lei? “E’ il mio modo di produrre immagini. E forse talora di proiettare le immagini che ho dentro. Altre volte soddisfa il mio bisogno di mettermi alla ricerca di un silenzio adeguato: la fotografia ha un suo carico di potenzialità riflessive – risponde -. Per altri aspetti, mi è poi cara la riflessione di Robert Adams che, in sostanza, fa coincidere la bellezza – nella fotografia così come nell’arte in generale – con il parametro della Forma, o, se si vuole, della composizione; Forma, a sua volta, intesa come sinonimo della coerenza e della struttura sottese alla vita (un concetto, a mio avviso, molto vicino a quello di ‘archetipo’). «Perché la forma è bella? – si chiede Adams: – Lo è, perché ci aiuta ad affrontare la nostra paura peggiore, cioè a dire il timore che la vita non sia che caos e che la nostra sofferenza non abbia dunque alcun senso; quell’elemento (la Forma) ha in sé il potere di consolare, rassicurando sull’esistenza di un ordine, per quanto abilmente dissimulato, in ciò che lo circonda»”.

Psichiatria, con il Dsm-5 tutto ciò che piace diventerebbe disturbo mentale

La nuova versione del Manuale diagnostico dei disturbi mentali divide. Il Velino incontra Massimo Lanzaro, medico, psichiatra e psicoterapeuta

Qualcosa sta cambiando negli studi della mente. A maggio negli Stati Uniti (edito da Penguin) – l’anno prossimo in Italia -, sarà pubblicata la quinta edizione del Dsm, conosciuto come il Manuale diagnostico dei disturbi mentali, varato dall’Apa, l’Associazione americana di Psichiatri. A distanza di dieci anni dall’ultima versione – la prima risale al 1952 –, il frutto della task-force che ha interessato 1500 scienziati di 39 Paesi, anticipato da alcuni focus online, ha scosso il mondo medico. L’accusa più grande è che si “medicalizza la normalità”. Il Velino ha incontrato Massimo Lanzaro, napoletano classe 1971, medico, psichiatra e psicoterapeuta. E’ stato primario (al Royal Free Hospital di Londra) e direttore sanitario in Italia e in Inghilterra. E’ autore di numerose pubblicazioni scientifiche su riviste nazionali ed internazionali. E’ membro dell’International Association for Jungian Studies. Attualmente scrive sulle riviste “B-liminal” e “N9ve”, sulla CG Jung Page e collabora con il Centro Raymond Gledhil di Roma e con l’Università del Cile.

 

Il Dsm è davvero la bibbia della diagnosi per psicologi e psichiatri?

“I criteri diagnostici del Dsm, costruiti su base statistica, sono essenziali per la sperimentazione farmacologica e perché un sistema classificatorio descrittivo dovrebbe essere compatibile con teorie diverse e quindi consentire di conciliare diverse scuole di pensiero: psichiatri più orientati sul versante neurobiologico, psichiatri e psicologi ad indirizzo psicoanalitico, quelli di matrice cognitivo-comportamentale etc. In altre parole, la sfida delle ultime edizioni del Dsm (due, anzi quattro se si considerano le revisioni: Dsm-III del 1980, Dsm-III-R del 1987, Dsm-IV del 1994, e Dsm-IV-Tr del 2000) è stata quella di tentare di far andare d’accordo tutte le scuole e i paesi del mondo, permettendo quindi la comunicazione tra operatori diversi, basandosi solo sull’aspetto esteriore dei sintomi, senza ipotesi teoriche sottostanti. Tuttavia questi criteri dovrebbero essere usati con cautela in clinica e nella pratica quotidiana, non certo come ‘una bibbia’. Quando lo psichiatra incontra una persona dovrebbero essere considerati solo come un orientamento, un’indicazione di possibilità, magari un punto di partenza”.

 

Quanto è vera l’accusa mossa al Dsm-5 di spingere i medici ad un’eccessiva prescrizione di farmaci?

“Il Dsm-5 effettivamente potrebbe produrre secondo alcuni un incremento di nuove diagnosi con un aumento della medicalizzazione della normalità, il che, se accadesse, sarebbe fonte di ingenti proventi per l’industria farmaceutica. Questa tendenza è stata in verità documentata nel 2011 in un importante saggio della prof.ssa Marcia Angell, che insegna ad Harvard e non si può dire sia l’ultima venuta, perché tra le altre cose ha diretto quella che viene considerata una delle più importanti riviste mediche del mondo: il New England Journal of Medicine. Il saggio è intitolato ‘L’epidemia di malattie mentali e le illusioni della psichiatria’…”

Quali sono i comportamenti considerati prima normali ed ora catalogati dal Dsm-5 come disturbi su cui intervenire?

“Elenco alcuni di quelli che ha segnalato Allen Frances (uno dei capi delle task force dei due precedenti Dsm). Il disturbo di disregolazione dirompente dell’umore: in un certo senso gli scatti di rabbia potrebbero diventare un disturbo mentale. Il normale lutto diventerà Depressione maggiore (l’elaborazione normale di un lutto non va curata con i farmaci ma l’uso di una diagnosi potrebbe indurre i medici a fare il contrario). Le normali dimenticanze e debolezze cognitive senili saranno diagnosticate come Disturbo neurocognitivo minore, creando potenziali falsi allarmi in persone che non svilupperanno mai una demenza vera e propria. A causa dell’abbassamento della soglia dei criteri del Binge Eating Disrder (Disturbo da alimentazione incontrollata), abbuffarsi di cibo dodici volte in tre mesi (magari segno di cospicua golosità) potrebbe condurre ad una diagnosi”.

 

E’ solo la spinta ad un abuso di farmaci ad aver scosso la comunità medica mondiale, o il Dsm-5 presenta altre novità discutibili?

“La diagnosi di Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività (ADHD) dell’adulto subirà un’ulteriore ascesa, con aumento potenziale dell’abuso di stimolanti nel mercato parallelo delle droghe da strada. Contrariamente a quanto si era pensato per il fatto che veniva introdotto il concetto di ‘spettro’, i diversi criteri diagnostici dell’autismo, per il modo con cui sono stati specificati, abbasseranno i tassi di questo disturbo nella popolazione (del 10% secondo la task force del Dsm-5, o del 50% secondo altre fonti). Un rischio è, ad esempio, che vengano tolti a molti bambini gli insegnanti di supporto che sono fondamentali nelle fasce deboli. L’introduzione del concetto di ‘dipendenze comportamentali’ potrà subdolamente favorire una cultura secondo la quale tutto quello che semplicemente ci piace diventa un disturbo mentale; occorrerà forse stare in guardia dall’uso sconsiderato di diagnosi quali dipendenza da Internet o dal sesso, nonché dai costosi programmi di trattamento che potrebbero essere proposti per questi ‘nuovi pazienti’. Il confine tra il Disturbo d’ansia generalizzato e la normale ansia quotidiana, che è già poco delineato, lo sarà ancor meno, col risultato che vi saranno molte più persone alle quali verrebbero prescritti farmaci ansiolitici che, come è noto, creano dipendenza e assuefazione”.

Qual è il peso del mondo anglosassone sugli studi italiani di psichiatria?

“In realtà la comunità anglosassone subisce una discreta influenza dalla cultura americana, che si riverbera in un certo qual modo sulla comunità scientifica italiana. Fino a quando in psichiatria e psicopatologia dominava la cultura tedesca, le classificazioni dei disturbi psichici erano le più precise e ordinate possibili, saldamente fondate sui pilastri epistemologici della medicina. Il tentativo era quello cioè di raggiungere prima o poi una classificazione che rispecchiasse allo stesso tempo i fondamenti della medicina e l’ordine della natura, così come botanici, entomologi, biologi erano riusciti a fare con le specie viventi. Dopo la seconda guerra mondiale però, quando il testimone passò, in psichiatria, alla pragmatica cultura nordamericana, le cose cambiarono. Da allora ad oggi i modelli e le classificazioni adottate dall’Apa si sono rapidamente diffusi nel mondo intero, diventando la nosografia di riferimento”.

Qual è lo status quo delle strutture italiane in merito ai disturbi mentali?

“Forse un epifenomeno rivelatore dello status quo, estremamente attuale, è la situazione delle persone con disturbi mentali ricoverate negli OPG. Il termine per il completamento del processo di superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari era infatti fissato al primo febbraio 2013. Così prescrive la legge 9 del 2012 (comma 1 articolo 3 ter). Ma è evidente che tale termine non è stato rispettato, come aveva auspicato la Commissione d’inchiesta presieduta dal senatore Marino. Lo stesso Presidente Napolitano ha definito la situazione ‘un orrore medioevale’. Le risorse destinate ai Dipartimenti di Salute Mentale, che devono presentare e attuare i progetti individuali finalizzati alle dimissioni degli internati o per progetti di alternativa alla misura di sicurezza detentiva e molti dei Dipartimenti stessi sono in ritardo inaccettabile. La sensazione generale è che a pochi contesti di eccellenza si affianchino molte realtà insufficienti e inefficaci”.

da Il Velino http://www.ilvelino.it/it/article/psichiatria-con-il-dsm-5-tutto-cio-che-piace-diventerebbe-disturbo-mentale/1be8e021-5caf-41f9-9433-81f981c033fd

I SINTOMI BORDERLINE DEL MONDO LIQUIDO

di Massimo Lanzaro

Il termine borderline deriva da un ampliamento della classificazione psicoanalitica classica dei disturbi mentali, raggruppati in nevrosi e psicosi, e significa letteralmente “linea di confine”. L’idea originaria era riferita a pazienti con personalità che funzionano “al limite” della psicosi pur non giungendo agli estremi delle vere psicosi (come ad esempio la schizofrenia). Questa definizione è oggi considerata più appropriata al concetto teorico di “Organizzazione Borderline“, che è comune ad altri disturbi di personalità, mentre il disturbo borderline è un quadro particolare.

Le formulazioni del manuale DSM IV e le versioni successive, come pure le classificazioni più moderne internazionali (ICD-10) hanno ristretto la denominazione di disturbo borderline fino a indicare, più precisamente, quella patologia i cui sintomi sono la disregolazione emozionale e l’instabilità del soggetto. È stato recentemente proposto perciò anche un cambio di nome del disturbo.

Il disturbo di personalità borderline è un disturbo delle aree affettivo, cognitivo e comportamentale. Le caratteristiche essenziali di questo disturbo sono una modalità pervasiva di instabilità delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé e dell’umore e una marcata impulsività comparse nella prima età adulta e presenti in vari contesti, come indicato da cinque (o più) dei seguenti elementi:

1. sforzi disperati di evitare un reale o immaginario abbandono;

2. un quadro di relazioni interpersonali instabili e intense, caratterizzate dall’alternanza tra gli estremi di iperidealizzazione e svalutazione;

3. alterazione dell’identità: immagine di sé e percezione di sé marcatamente e persistentemente instabili;

4. impulsività in almeno due aree che sono potenzialmente dannose per il soggetto (quali spendere oltre misura, sessualità promiscua, abuso di sostanze, guida spericolata, abbuffate etc.);

5. ricorrenti minacce, gesti, comportamenti suicidari o comportamento automutilante;

6. instabilità affettiva dovuta a una marcata reattività dell’umore (es. episodica intensa disforia o irritabilità e ansia, che di solito durano poche ore e, soltanto più raramente più di pochigiorni);

7. sentimenti cronici di vuoto;

8. rabbia immotivata ed intensa o difficoltà a controllare la rabbia (es. frequenti accessi di ira o rabbia costante, ricorrenti scontri fisici etc.);

9. ideazione paranoide o gravi sintomidissociativi transitori, legati allo stress.

Zygmunt Bauman è un sociologo e filosofo polacco di origini ebraiche. Le sue più recenti pubblicazioni si sono concentrate sul passaggio dalla modernità alla post-modernità, e le questioni etiche relative. Con una espressione divenuta proverbiale Bauman ha paragonato il concetto di modernità e postmodernità rispettivamente allo stato solido e liquido della società.

Sostanzialmente, Bauman ritiene che l’uomo di oggi non abbia più certezze né punti di riferimento stabili. È diventato tutto più fluido, liquido appunto. Che sia in un certo senso questo un parziale fattore predisponente al dipanarsi e alla strutturazione dei comportamenti e delle disregolazioni emozionali descritte in questo cluster di persone?

Nel nostro mondo fuggevole, fatto di cambiamenti imprevisti e talora insensate, quei sommi obiettivi dell’educazione tradizionale quali le consuetudini radicate e le scale stabili di valori diventano degli ostacoli. Quanto meno come tali vengono presentati dal mercato della conoscenza, per il quale lealtà, vincoli indistruttibili e impegni a lungo termine sono considerati (come ogni merce, in ogni mercato) “anatema”, e visti come altrettanti impedimenti da eliminare. Ci siamo spostati in un libero mercato in cui tutto può accadere in qualunque momento, e tuttavia nulla si può fare una volta per tutte (1)

Il settore in cui è più evidente questa trasformazione è quello lavorativo: «In un’epoca in cui […] i luoghi di lavoro scompaiono con poco o punto preavviso e il corso della vita è suddiviso in una serie di progetti una tantum sempre più a breve termine, le prospettive di vita appaiono sempre più […] accidentali.»

Ma la liquidità è riscontrabile anche nelle relazioni sentimentali, ed è proprio questo è il tema centrale del suo saggio Amore liquido. In particolare, le riflessioni in esso contenute riguardano l’uomo senza legami fissi, ovvero l’abitante della società liquido-moderna.

Mentre fino a poco tempo fa le relazioni a lungo termine erano considerate “istinti naturali”, oggi vengono percepite come oppressive:«L’impegno verso un’altra persona […] in particolare un impegno incondizionato e di certo un tipo di impegno “finché morte non ci separi”,nella buona e nella cattiva sorte, in ricchezza e in povertà, assomiglia sempre più a una trappola da scansare a ogni costo.»

Anche l’acting out non è “visto di buon occhio”dalla psicoanalisi e dalla psichiatria, tuttavia pochi hanno riflettuto sull’attrazione esercitata dalla sua capacità di spingere l’intera personalità ad agire all’unisono. In questa “falsa totalità” non c’è divisione fra pensieri, sentimenti e azioni, che diventano tutt’uno, e l’azione fluisce. Il che somiglia drammaticamente allo scopo perseguito da molte pratiche spirituali, che attraverso molti anni di duro e disciplinato allenamento aspirano a raggiungere dei momenti, o uno stato dell’essere, in cui l’azione fluisce e le divisioni interne sono abolite. Con questo non si vuol dire che la meditazione Zen e gli atti impulsive (sovente di distruttività) siano la stessa cosa, ma è necessario rendersi conto che presentano alcune sorprendenti analogie (2).

Massimo Lanzaro,
Psichiatra e Psicoterapeuta

BIBLIOGRAFIA

1. Zygmunt Bauman. Cose che abbiamo in commune. 44 Lettere dal mondo liquid. Laterza, 2010.

2. AA.VV. Un oscuro impulse interiore. Moretti & Vitali, 1994

3. Zygmunt Bauman. Amore liquido, Laterza 2011.

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O notte

Dall’ampia ansia dell’alba
Svelata alberatura.

Dolorosi risvegli.

Foglie, sorelle foglie,
Vi ascolto nel lamento.

Autunni,
Moribonde dolcezze.

O gioventù,
Passata è appena l’ora del distacco.

Cieli alti della gioventù,
Libero slancio.

E già sono deserto.

Preso in questa curva malinconia.

Ma la notte sperde le lontananze.

Oceanici silenzi,
Astrali nidi d’illusione,

O notte.

Giuseppe Ungaretti