FOTOGRAFIA E GIORNALISMO: LE IMMAGINI PREMIATE NEL 2014

  • Domani, 30 aprile,  alle ore 18.00, si inaugura a Roma, presso il Museo di Roma in Trastevere, la mostra World Press Photo 2014. L’esposizione rimarrà aperta al pubblico dal 2 al 23 maggio. La mostra è promossa da Roma Capitale Assessorato alla Cultura, Creatività e Promozione Artistica – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, in collaborazione con Contrasto e la World Press Photo Foundation di Amsterdam. L’organizzazione e i servizi museali sono di Zètema Progetto Cultura.
    Il Premio World Press Photo è uno dei più importanti riconoscimenti nell’ambito del Fotogiornalismo. Ogni anno, da 57 anni, una giuria indipendente, formata da esperti internazionali, è chiamata a esprimersi su migliaia di domande di partecipazione provenienti da tutto il mondo, inviate alla World Press Photo Foundation di Amsterdam da fotogiornalisti, agenzie, quotidiani e riviste. Tutta la produzione internazionale viene esaminata e le foto premiate, che costituiscono la mostra, sono pubblicate nel libro che l’accompagna. Si tratta quindi di un’occasione per vedere le immagini più belle e rappresentative che, per un anno intero, hanno accompagnato, documentato e illustrato gli avvenimenti del nostro tempo sui giornali di tutto il mondo. Per questa edizione, le immagini sottoposte alla giuria del concorso World Press Photo sono state 98.671, inviate da 5.754 fotografi professionisti di 132 diverse nazionalità. Anche quest’anno la giuria ha diviso i lavori in nove diverse categorie: Spot News, Notizie Generali, Storie d’attualità, Vita quotidiana, Volti (Ritratti in presa diretta e Ritratti in posa), Natura, Sport in azione e Sport in primo piano. Sono stati premiati 53 fotografi di 25 diverse nazionalità: Argentina, Australia, Azerbaijan, Bangladesh, Bulgaria, Cina, Repubblica Ceca, El Salvador, Finlandia, Francia, Germania, Iran, Italia, Giordania, Messico, Paesi Bassi, Nuova Zelanda, Polonia, Russia, Serbia, Sud Africa, Spagna, Svezia, Regno Unito e Stati Uniti. La Foto dell’anno 2013 è dell’americano John Stanmeyer di VII Photo Agency. L’immagine mostra dei migranti africani con i cellulari sulla spiaggia di Gibuti nel tentativo di prendere un segnale telefonico gratuito dalla confinante Somalia, un collegamento con i parenti lontani. Gibuti è una tappa consueta per i migranti in transito da paesi come la Somalia, l’Etiopia e l’Eritrea, in cerca di una vita migliore in Europa e in Medio Oriente. La foto è anche vincitrice del Primo Premio nella categoria Storie di attualità ed è stata realizzata per il National Geographic. Jillian Edelstein, membro della giuria, ha così commentato l’immagine vincitrice: “È una foto collegata a tante altre storie – apre la discussione sui temi della tecnologia, della globalizzazione, dell’emigrazione, della povertà, della disperazione, dell’alienazione e dell’umanità. Si tratta un’immagine molto sofisticata, potentemente sfumata. È così sottilmente realizzata e in modo così poetico, sebbene sia piena di significato, da trasmettere questioni di grande gravità e preoccupazione nel mondo di oggi.” Quest’anno sono tre i fotografi italiani premiati: Bruno D’Amicis, Alessandro Penso e Gianluca Panella. La mostra World Press Photo non è soltanto una galleria di immagini sensazionali, ma è un documento storico che permette di rivivere gli eventi cruciali del nostro tempo. Il suo carattere internazionale, le centinaia di migliaia di persone che ogni anno nel mondo visitano la mostra, sono la dimostrazione della capacità che le immagini hanno di trascendere differenze culturali e linguistiche per raggiungere livelli altissimi e immediati di comunicazione.

    Massimo Lanzaro

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Prossimamente al cinema: “Il venditore di medicine”

  • Esce mercoledì 30 aprile questo film denuncia contro lo strapotere delle lobby farmaceutiche e dei loro impiegati, che nel film vengono rappresentati come corruttori di medici a loro volta più o meno compiacenti.

    Trama (spoilers) L’azienda di Bruno, come tante altre case farmaceutiche, pratica il comparaggio. Bruno ama Anna, (Evita Ciri) sua moglie, una professoressa di liceo, che non sa nulla delle pressioni che sta subendo dall’azienda a causa della crisi. Guadagna tanto e si è abituato ad un certo tenore di vita, al quale non vuole rinunciare. Ma la situazione al lavoro precipita. Bruno non ha più lo smalto di un tempo, sta perdendo il controllo sui suoi medici. Lo scontro con un dottore etico (Ignazio Oliva) gli arreca una sconfitta senza precedenti. Ormai, per non essere licenziato, non gli resta che tentare un colpo veramente rischioso: corrompere un primario di oncologia, il Prof. Malinverni, (Marco Travaglio) così da poter far entrare nell’ospedale il farmaco chemioterapico dell’azienda. “Nessuno, dopo questo film, guarderà senza sospetto la più anonima scatola di medicinali, o almeno senza pensare di non essere vittima di una truffa“ ha detto Antonio Morabito, il regista. Vediamo qualche nota legale. In Italia il comparaggio è previsto come reato dal Regio Decreto 27 luglio 1934, n. 1265 “Testo Unico delle Leggi Sanitarie”, agli artt. 170, 171 e 172, nonché dal decreto legislativo 24 aprile 2006, n. 219 “Codice del farmaco”, all’art 147, comma 5. La condotta illecita del medico consiste per queste norme nell’accettazione di utilità di qualsiasi natura (o di promessa delle stesse) allo scopo di agevolare, con prescrizioni mediche o in qualsiasi altro modo, la diffusione di specialità medicinali o di ogni altro prodotto a uso farmaceutico (e analogamente è illecita la condotta del farmacista che riceva analoghe agevolazioni della diffusione di prodotti a danno di altri). Non aggiungerò altro sul fenomeno del cosiddetto comparaggio, ma potrei limitarmi a citare una curiosità: in Inghilterra ai medici è ormai di fatto pressochè proibito incontrare “venditori di medicine”. Le sentenze e le condanne che comunque sono state inflitte alle case farmaceutiche a onor del vero sono in costante crescita per illegalità di vario genere commesse. Eli Lilly ad esempio, accusata di aver pubblicizzato illegalmente l’antipsicotico Zyprexa, ha pagato più di 2,5 miliardi di dollari a 34 stati americani. Ritengo personalmente comunque poco utili le posizioni ideologiche estreme che hanno da sempre oscillato tra la condanna dei farmaci in genere (e degli psicofarmaci in particolare) ed una loro entusiastica idealizzazione (specie quando si aveva l’esclusiva dell’ultima miracolosa molecola made in Usa). Ma questo è un discorso molto complesso. Tornando invece al film: è il caso di andarlo a vedere? Forse si. Perché? Per il discreto valore documentaristico (mostra tanti stralci di servizi giornalistici sull’argomento). Per come suona nell’animo la sola nota incongruente nel comportamento spietato di Bruno, quella legata all’incontro fortuito con un suo vecchio amico (Pierpaolo Lovino). Per la lucidità e il ritmo dell’interpretazione di Claudio Santamaria. Per il gusto di vedere in un cameo Marco Travaglio che veste le parti di un medico (che fuma!) apparentemente integerrimo e molto, ma molto antipatico!

    P.S. Su questo argomento (a prescindere dal film e con le dovute cautele di privacy, sensibilità etc.) mi piacerebbe leggere nei commenti qui sul blog qualche parere e/o storie personali. Come al solito aiuta (e a volte fa sentire meno soli) conoscere le esperienze altrui.

    Massimo Lanzaro