CAMBIAMO LE PAROLE PER CAMBIARE LE COSE. Auspici preliminari per una terapia pragmatica della cultura e del linguaggio

“Il mio mestiere è scrivere. Tutto qui. Sentir parlare dei miei libri non mi interessa. Dopotutto il linguaggio non serve più a niente in questo mondo.. serve agli interrogatori di polizia” (Lo scrittore Onoff -J. Depardieu- nel film “Una pura formalità” di Giuseppe Tornatore, 1994)

Premessa: la Jihād

All’epoca in cui lavoravo come Consultant (Primario) al Royal Free Hospital di Londra fu ricoverato in regime coatto (Section 2 MHA nella legislazione anglosassone, l’equivalente del Trattamento sanitario obbligatorio in Italia) un giovane studente musulmano, affetto da quella che la nosologia definirebbe una grave forma di schizofrenia ebefrenica. La forma ebefrenica o psicosi della giovinezza è tipicamente caratterizzata da comportamenti e discorsi confusionali e incoerenti. Eppure durante uno dei nostri lunghi colloqui ebbe a spiegarmi che “Jihād, parola araba (ab)usata dai media che significa “esercitare il massimo sforzo connota un ampio spettro di significati, il cui principale sarebbe la lotta interiore spirituale per l’integrazione degli aspetti ombra della personalità piuttosto che ad una violenta guerra santa. E che in qualche modo – mi fece capire – un simile conflitto si stava combattendo nella sua psiche fatta di angoscia e frammentazione”.

La corrida

Quello stesso anno mi capitò di assistere ad una corrida, a Malaga, un tipo di tauromachia inutilmente brutale secondo le associazioni animaliste. Mi sono chiesto se l’origine di questa pratica non sia da ricercare nel mitraismo o mithraismo, un’antica religione ellenistica, basata sul culto di un dio chiamato Meithras che apparentemente deriva dal dio persiano Mitra e da altre divinità dello zoroastrismo. In ogni tempio mitraico, il posto d’onore era occupato da una rappresentazione del dio Mitra, in genere raffigurato nell’atto di uccidere un toro sacro, (tauroctonia): questa scena rappresenterebbe un episodio mitologico, più che un sacrificio animale. Anche nelle antiche comunità con riti Dionisiaci si sacrificava un toro facendolo a pezzi e mangiando le sue carni e bevendo il suo sangue.

Jacobi

Dice la Jacobi: “Le più astratte relazioni, situazioni o idee di natura archetipica e mitologica sono visualizzate dalla psiche come immagini, forme, figure… È stata questa capacità umana di formare immagini che ha dato all’archetipo del conflitto fra luce e tenebre o bene e male, la forma della lotta dell’eroe contro il drago (o il toro nel nostro caso), o ha tradotto l’archetipo della morte e rinascita in immagini della vita dell’eroe o nel simbolo del labirinto e in genere ha creato lo sconfinato regno dei miti, dei racconti, delle fiabe, dei poemi epici, delle ballate, dei drammi…”

Campbell

Per ciò che riguarda il mito scrive Joseph Campbell: “La mitologia è stata interpretata come uno sforzo primitivo e maldestro di spiegare il mondo della natura, come un prodotto della fantasia poetica, dei tempi preistorici, come una raccolta di insegnamenti allegorici per uniformare l’individuo al suo gruppo, come un sogno collettivo sintomatico delle aspirazioni archetipiche delle profondità della psiche.

Jung

Jung presuppone l’irriducibilità del simbolo a segno e quindi si può affermare che, nella schizofrenia, si assiste a un ipersimbolismo. Si potrebbe anche dire che, nella schizofrenia, l’attivazione di un archetipo determina la tendenza ad attribuire un certo significato anche nei casi, in cui una coscienza normale riconoscerebbe puramente un segno e che, parallelamente, vi è una perdita della capacità di usare i simboli comuni e sociali. Nel mondo schizofrenico si osserva un’abnorme diffusione del simbolismo, ma il paziente non comprende il simbolo, che resta dissociato dal suo lo e agisce come corpo estraneo, come frammento autonomo, che si manifesta come idea delirante, allucinazione, etc.

E’ dunque possibile postulare alla luce di queste considerazioni che (ad esempio) la corrida sia un fenomeno di psicosi collettiva che nasce dalla mancata simbolizzazione di un archetipo?

Come nel caso del drago in ultima analisi, qualunque realtà sia all’origine del mito, ai più apparirà senza dubbio più realistico dire che il mito si basa sempre su un’istanza umana, una necessità non cruenta di produzione della mente.

Jodorowsky

Nel suo “Psicomagia” durante una intervista Alejandro Jodorowsky dice: “il linguaggio è prima di tutto una attività del corpo, è in consonanza con la natura del sistema nervoso. Dal mio punto di vista, dobbiamo essere in grado di produrre un linguaggio bello e poetico. Un linguaggio sano. Le cosiddette malattie mentali, come quelle fisiche, si riverberano nel modo di parlare. Ci sono parole dementi, malate, tubercolotiche o tumorali; parole che non sono naturali, ma violente e criminali. La malattia e il linguaggio malato si influenzano reciprocamente e risultano distruttivi. Attraverso il linguaggio, inoltre, ci trasmettiamo malattie a vicenda e raggiungiamo livelli di coscienza inferiori. I livelli di coscienza del linguaggio coincidono con quelli dell’essere umano. Come il corpo umano è andato trasformandosi, così ha fatto la lingua. Se facciamo uso di un vocabolario malato che non è il nostro, ci logorerà a poco a poco”. Jodorowsky si spinge al punto di fare alcuni esempi di espressioni che dovrebbero essere cambiate per essere intellettualmente “corrette”:

Mai con assai poche volte. Sempre con spesso. Infinito con estensione sconosciuta. Eterno con dal termine impensabile. Dammi con permettimi di prendere. Il mio con ciò che adesso possiedo. Mia moglie con la persona con la quale giorno per giorno condivido la vita. Morire con cambiare forma. E suggerisce definizioni che rompono con quelle esistenti: Felicità è essere ogni giorno meno angosciato. Decisione è essere ogni giorno meno confuso. Intelligenza è essere sempre meno stupido. Coraggio è essere ogni giorno meno codardo. E continua: “stiamo pensando male, ecco perché dobbiamo sostituire il nostro linguaggio”: Inizio con continuazione di. Bella giornata con oggi mi sento bene. Fallire con cambiare attività. Sono colpevole con sono responsabile.

(continua)

Massimo Lanzaro

 

 

Eraclito

Essenziale onirico

“Forse il punto essenziale è che, notte dopo notte, anno dopo anno, essi (i sogni) preparano l’Io immaginale per la vecchiaia, la morte e il fato immergendolo sempre più profondamente nella memoria. Forse l’essenziale dei sogni ha poco a che fare con le nostre preoccupazioni quotidiane, e il loro scopo è il fare anima dell’Io immaginale”.

James Hillman

Buongiorno con… Philip Glass e la pianista Maki Namekawa

Vi segnaliamo: “L’EFFETTO CASIMIR”, IL NUOVO EBOOK DI MASSIMO LANZARO

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Dalla quarta di copertina:
[…] Con la lucidità, l’ironia e la schiettezza di chi non vuol costruire teorie, come di consueto Massimo Lanzaro parte dal presupposto che le nostre nevrosi e la nostra cultura sono inseparabili. E sono legate entrambe da un filo rosso: le parole. Dopo le fumisterie verbali della politica, i gergalismi e il pentagonese, dopo lo scientismo sociologico ed economico, l’abuso mediatico della parola e tutte le altre violenze inflitte al linguaggio, chi lavora nel campo della psicoterapia ha smarrito la fede nella potenza della parola.
Come “guarire” dunque il nostro linguaggio? Cominciando a perorare il ritorno alla parola piena di senso e di materia. Questo è lo spirito (la forma) del volumetto, mentre gli argomenti (il contenuto) sono spesso intuizioni sorprendenti se non spiazzanti: dall’individuo borderline in una società borderline alla diagnosi di Diogene, dai Golem-Super-Io agli archetipi filmici, fino a Leonardo, Duchamp, il surrealismo e gli inediti intrecci tra arte e psiche

Link: https://operauno.wordpress.com/e-book/leffetto-casimir-nuovi-saggi-di-psicologia/

 

 

Cosa è lo stalking?

Il termine Stalking, dalla parola inglese “to stalk”, indica un insieme di comportamenti tramite i quali un individuo affligge un’altra persona con ingerenze insistenti nella vita quotidiana. Ciò avviene in maniera indiretta, es. pedinando la persona, informandosi sulle sue attività, cercando di contattarla continuativamente tramite sms, chiamate telefoniche, mms, email, social network, o in maniera diretta tramite appostamenti, entrando dentro casa in maniera forzosa, fino a scaturire in atti violenti: insulti, minacce, aggressioni, fino all’omicidio. Tutte queste azioni sono subite dalla vittima in maniera continuativa, a tal punto da provocarle spesso un sentimento di ansia e di angoscia, con conseguenze che portano anche a modificare le proprie abitudini di vita per evitare di trovarsi in tali situazioni.

Lo stalking è una malattia?

No. Ma può essere uno dei sintomi di una malattia mentale come l’erotomania, un tipo di delirio in cui il paziente ha la convinzione infondata, pervasiva e inconfutabile che un’altra persona provi sentimenti amorosi nei suoi confronti. Nella forma più comune di questa patologia, il presunto amante è una persona famosa, o di una classe sociale superiore a quella del paziente. Questa variante viene chiamata sindrome di de Clerambault, dal nome di uno psichiatra francese che nel lontano 1921 pubblicò un trattato sull’argomento. Nel linguaggio comune, il termine “erotomania” viene usato in modo improprio anche per riferirsi a atteggiamenti ossessivi in campo amoroso. Tuttavia lo stalking può essere un sintomo anche di una sindrome ossessivo-compulsiva o di un grave disturbo della personalità oppure ancora di parafilie quali voyeurismo o pedofilia. Sarebbe cruciale, nell’ambito di un intervento psicologico precoce, individuare la corretta diagnosi, se si tratta di un disturbo mentale (e stabilire se non lo è, nel qual caso il fenomeno non è di pertinenza medica). Purtroppo, anche se raramente, diverse malattie organiche (ad esempio una neoplasia cerebrale, un malattia autoimmune) possono produrre sindromi o sintomi psicologici. Queste cose purtroppo si tende troppo spesso a trascurarle, a “dimenticarsene”.

Quando invece dunque non si tratta di una malattia?

Nel caso delle persone che hanno rancori per traumi affettivi ricevuti da altri a loro avviso ingiustamente (tipicamente un ex-partner di una relazione sentimentale), delle persone opprimenti e invadenti principalmente per poca dimestichezza nelle modalità relazionali, oppure dicoloro che vogliono vendicarsi dell’affronto costituito ad esempio dal rifiuto.

Lo stalker si insinua nella vita della vittima gradualmente o dopo un “raptus”?

Il termine raptus è decisamente in disuso sia medicina che in psicologia. Penso ad esempio a “L’amore fatale”, un romanzo dello scrittore inglese Ian McEwan, pubblicato col titolo Enduring Love da cui è stato tratto l’monimo film del 2004, diretto da Roger Michell in cui improvvisamente Joe diventa l’oggetto di una implacabile persecuzione amorosa da parte di Jed. A mio avviso questo non accade sovente nella realtà: in letteratura vengono infatti descirtti peridi di incubazione subdola, di lunga durata, con sfumati cambiamenti di condotta. Notare questi comportamenti insoliti e intervenire in queste fasi sarebbe ideale, specie se all’origine dello stalking c’è una psicosi erotomanica o comunque un disturbo psicolgico.

E’ un fenomeno che riguarda solo le donne?

Circa la metà delle donne in età 14-65 anni (10 milioni 485 mila, pari al 51,8 per cento) hanno subito nell’arco della loro vita molestie in senso lato come pedinamento, esibizionismo, telefonate oscene, molestie verbali e fisiche (Istat, 2012). Lo Stalking è un fenomeno molto diffuso nel nostro paese, dati della prima e unica indagine nazionale sulla violenza alle donne che l’Istat ha pubblicato invece nel 2006, ha rilevano che quasi il 50% delle donne vittime di violenza fisica o sessuale ha subito comportamenti persecutori, 937 mila donne hanno subito violenza fisica o sessuale e lo stalking, ovvero comportamenti persecutori che le hanno particolarmente spaventate da parte del partner al momento della separazione. A queste vanno aggiunte 1 milione 139 mila donne che hanno subito lo stalking ma non violenze fisiche o sessuali. In totale sono 2 milioni 77 mila le donne vittime dello stalking dall’ex partner, il 18,8% del totale. Il 68,5% dei partner ha cercatoinsistentemente di parlare con la donna contro la sua volontà, il 61,8% ha chiesto ripetutamente appuntamenti per incontrarla, il 57% l’ha aspettata fuori casa o a scuola o al lavoro, il 55,4% ha inviato messaggi, telefonate, e-mail, lettere o regali indesiderati, il 40,8% l’ha seguita o spiata e l’11% ha adottato altre strategie. Tra le donne che hanno subito una violenza fisica o sessuale da ex partner la percentuale di stalking arriva al 48,8%. Lo stalking è più accentuato per le donne che hanno subito violenza fisica o sessuale da parte dell’ex fidanzato (54,1%) rispetto alle donne che hanno subito violenza dall’ex-marito o exconvivente (42,7%). Lo stalking è un fenomeno che può sfociare in femminicidio. Il femminicidio è un’emergenza sociale, in Italia solo nel 2012 sono già oltre 70 le donne uccise in quanto donne per mano di un uomo, da gennaio a luglio. Sono state uccise una donna ogni tre giorni, spesso per mano di un marito, un fidanzato un ex che non accetta la separazione.

Le è mai capitato di avere come paziente uno stalker?

Si. Paradossalmente sono stato costretto trattare in ospedale una donna italiana, recatasi in Inghilterra convinta che un uomo londinese conosciuto durante una vacanza tempo addietro, si fosse innamorato di lei. Questa convinzione non era scalfita minimamente dai fermi rifiuti della persona in oggetto, dalle numerose percosse da lui poi subite, da una ingiunzione di un tribunale che le impediva di avvicinarlo. Continuava incredibilmente ad interpretare tutti questi eventicome “segnali d’amore”.

Ci sono altri aneddoti simili che lei ricordi?

Pochi forse sanno che la perizia psichiatrica disposta per Massimo Tartaglia lo dichiarò incapace di intendere e di volere quando aggredì l’allora premier lanciandogli addosso un souvenir del Duomo di Milano. L’esito della perizia psichiatrica disposta dal gup Luisa Savoia stabilì che il 42enne all’epoca dei fatti era in cura per problemi mentali di natura sostanzialmente erotomanica al Policlinico di Milano. Alcuni giornali riferirono che lo stesso aveva maturato la convinzione assolutamente delirante che Berlusconi avesse una relazione con una sua (diciamo così) “fidanzata immaginaria”. Quindi il suo gesto retrospettivamente è plausibile interpretarlo come un “vendetta di gelosia (seppur patologica)”. Ricordo che molti dissero che “la responsabilità di tutto era dei toni politici troppo accesi” e del “clima televisivo esasperante nei talk show”. La politica, invece, verosimilmente non c’entrava nulla!

Cosa prevede la legge in Italia?

In Italia lo stalking è diventato un reato grazie alla legge n. 38 del 2009 che sancisce, finalmente, la pericolosità di questo tipo di atti. Le donne vengono seguite, pedinate, sommerse da sms e/o mail, molestate con approcci di ogni genere. Anche se non sempre lo stalking si accompagna a comportamenti violenti, le vittime di questi atti persecutori non riescono più a lavorare, ad avere una normale vita sociale, giungendo perfino a subire gravi danni materiali, psicologici e anche fisici. Lo stalker o il molestatore è nella maggioranza dei casi una persona dell’ambito familiare ed affettivo della vittima. Nella maggioranza dei casi si tratta di ex mariti e/o ex fidanzati che non si rassegnano alla rottura della relazione e cercano, mediante comportamenti persecutori, di restaurare un contatto con la vittima, anche in maniera incessante e minacciante. donna in stato di gravidanza o di una persona con disabilità di cui l’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, ovvero con armi o da persona travisata. Il delitto è punito a querela della persona offesa. In base a questa norma, ci si può rivolgere alle autorità di pubblica sicurezza, chiedendo al questore un ammonimento nei confronti dello Stalker(autore della persecuzione) Se il questore dopo aver raccolto le informazioni dai testimoni ne ravvisa la necessità ammonisce verbalmente lo stalker. Se la persecuzione continua, presentata la querela, lo stalker colpevole di atti persecutori contro la stessa vittima vedrà aumentata la pena. Ci si può rivolgere ad un Centro Antiviolenza o al numero verde 1522, gratuito.

Massimo Lanzaro

Invito a riflettere: “Perché saliamo su una barca”

La freccia e la mano sul cuore, metafore delle pene d’amor

Giovanni_Antonio_Boltraffio_001(Giovanni Antonio Boltraffio, Giovane con freccia e mano al cuore in figura di San Sebastiano, 1469)

Nel nome del figlio

Tre film, attualmente nelle sale, parlano delle scelte che l’attesa o la nascita di un figlio costringe a fare sia individualmente che nella coppia. Il primo è “Ho ucciso Napoleone”, diretto e scritto da Giorgia Farina con Federica Pontremoli, ha come protagonista Anita (Micaela Ramazzotti), donna in carriera, licenziata perché rimasta incinta del suo capo (Adriano Giannini). Razionale, fredda, completamente dedita al suo lavoro, in un primo momento pensa di rinunciare al bambino. Poi, per calcolo, decide di tenerlo. Ma, andando avanti con la gravidanza, e, con l’aiuto di figure femminili che le faranno scoprire la solidarietà tra donne, Anita acquisirà una nuova consapevolezza, facendo venire fuori la parte più morbida e materna di se stessa, tessendo un nuovo modo di vivere. In questo caso, la nascita è servita alla madre a svelarle i lati più reconditi del suo essere e ad accettarli.

Il secondo film che prendiamo in considerazione è “Second Chance” di Susanne Bier. In questa storia i neonati presenti sono due, figli di coppie totalmente diverse tra loro. Una sembra serena come una famiglia borghese può essere. Marito poliziotto e padre amorevole, moglie benestante e accudente. Altra coppia, altro scenario. Lui manesco e spacciatore, lei prostituta. Entrambi tossicodipendenti. La casa dove vivono è piccola, sporca e fatiscente, il loro bimbo di pochi mesi sopravvive abbandonato a se stesso, mentre i suoi genitori si fanno di eroina. Il poliziotto, amico d’infanzia del padre, irrompe nella loro vita a causa della segnalazione da parte di un vicino, esasperato dalle grida. Nel sopralluogo, l’uomo trova il bambino coperto di feci e chiuso in un armadio. Pensa a suo figlio, amato e protetto, e chiede che il neonato venga sottratto ai genitori. Ma la legge non lo consente, perché il bimbo è sano, non denutrito. Tutto cambia quando, qualche giorno dopo, la brava moglie borghese trova il figlioletto morto nella culla e la follia prende il sopravvento in quella che, all’apparenza, sembrava una coppia equilibrata. Anche in questo caso, la nascita, anzi le nascite di due bambini cambieranno le carte in tavola ad un destino già delineato, facendogli prendere una piega diversa.

Il terzo film, infine, è “La scelta”, scritto e diretto da Michele Placido, liberamente ispirato al testo teatrale “L’innesto” di Luigi Pirandello. Laura, interpretata da Ambra Angiolini, e Giorgio, impersonato da Raoul Bova, non riescono ad avere figli. Anche qui, l’ambiente è quello borghese, lui proprietario di un ristorante, lei insegnante di musica. Una vita fatta di serate con parenti e amici, tutto filerebbe liscio se non fosse per il mancato annuncio di una gravidanza. Ma ecco che l’imprevedibile è in agguato. Una sera, tornando a casa, Laura subisce uno stupro e rimane incinta. Il bimbo tanto cercato è arrivato in modo non convenzionale. Cosa fare? Per Giorgio è difficile accettare un figlio non suo, concepito con una violenza. Per Laura, dopo un primo momento di smarrimento, sente che la vita che si sta formando dentro di lei le appartiene e decide che vuole tenerlo. Un’altra attesa, un’altra nascita che costringe ad un cambiamento, una metamorfosi, a superare i propri egoismi e ad accettare i propri limiti. E anche a prendere coscienza che si diventa altro quando una nuova vita irrompe nella nostra ordinata e predisposta esistenza.

Clara Martinelli

Miti e disturbi del mondo liquido

  • Il termine borderline deriva da un ampliamento della classificazione psicoanalitica classica dei disturbi mentali, raggruppati in nevrosi e psicosi, e significa letteralmente “linea di confine”. L’idea originaria era riferita a pazienti con personalità che funzionano “al limite” della psicosi pur non giungendo agli estremi delle vere psicosi (come ad esempio la schizofrenia). Questa definizione è oggi considerata più appropriata al concetto teorico di “Organizzazione Borderline”, che è comune ad altri disturbi di personalità, mentre il disturbo borderline è un quadro particolare. Le formulazioni del manuale DSM IV e le versioni successive, come pure le classificazioni più moderne internazionali (ICD-10) hanno ristretto la denominazione di disturbo borderline fino a indicare, più precisamente, quella patologia i cui sintomi sono la disregolazione emozionale e l’instabilità del soggetto. È stato proposto perciò anche un cambio di nome del disturbo. Il disturbo borderline di personalità è definito oggi come disturbo caratterizzato da vissuto emozionale eccessivo e variabile, e da instabilità riguardanti l’identità dell’individuo. Uno dei sintomi più tipici di questo disturbo è la paura dell’abbandono. I soggetti borderline tendono a soffrire di crolli della fiducia in se stessi e dell’umore, ed allora cadere in comportamenti autodistruttivi e distruttivi delle loro relazioni interpersonali. Alcuni soggetti possono soffrire di momenti depressivi acuti anche estremamente brevi, ad esempio pochissime ore, ed alternare comportamenti normali. Si osserva talvolta in questi pazienti la tendenza all’oscillazione del giudizio tra polarità opposte, un pensiero cioè in “bianco o nero”, oppure alla “separazione” cognitiva (“sentire” o credere che una cosa o una situazione si debba classificare solo tra possibilità opposte; ad esempio la classificazione “amico” o “nemico”, “amore” o “odio”, etc.). Questa separazione non è pensata bensì è immediatamente percepita da una struttura di personalità che mantiene e amplifica certi meccanismi primitivi di difesa. La caratteristica del disturbo borderline è, inoltre, una generale instabilità esistenziale, caratterizzata da relazioni affettive intense e turbolente che terminano bruscamente, provocando “crolli” nella vita lavorativa e di relazione dell’individuo. Il disturbo compare nell’adolescenza e concettualmente ha aspetti in comune con le comuni crisi di identità e di umore che caratterizzano il passaggio all’età adulta, ma avviene su una scala maggiore, estesa e prolungata determinando un funzionamento che interessa totalmente anche la personalità adulta dell’individuo. Diagnosi secondo il DSM IV-TR Il disturbo di personalità borderline è un disturbo delle aree affettivo, cognitivo e comportamentale. Le caratteristiche essenziali di questo disturbo sono una modalità pervasiva di instabilità delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé e dell’umore e una marcata impulsività comparse nella prima età adulta e presenti in vari contesti, come indicato da cinque (o più) dei seguenti elementi: 1. sforzi disperati di evitare un reale o immaginario abbandono; 2. un quadro di relazioni interpersonali instabili e intense, caratterizzate dall’alternanza tra gli estremi di iperidealizzazione e svalutazione; 3. alterazione dell’identità: immagine di sé e percezione di sé marcatamente e persistentemente instabili; 4. impulsività in almeno due aree che sono potenzialmente dannose per il soggetto (quali spendere oltre misura, sessualità promiscua, abuso di sostanze, guida spericolata, abbuffate etc.); 5. ricorrenti minacce, gesti, comportamenti suicidari o comportamento automutilante; 6. instabilità affettiva dovuta a una marcata reattività dell’umore (es. episodica intensa disforia o irritabilità e ansia, che di solito durano poche ore e, soltanto più raramente più di pochi giorni); 7. sentimenti cronici di vuoto; 8. rabbia immotivata ed intensa o difficoltà a controllare la rabbia (es. frequenti accessi di ira o rabbia costante, ricorrenti scontri fisici etc.); 9. ideazione paranoide o gravi sintomi dissociativi transitori, legati allo stress.

    Nel nostro mondo fuggevole, fatto di cambiamenti imprevisti e talora insensate, quei sommi obiettivi dell’educazione tradizionale quali le consuetudini radicate e le scale stabili di valori diventano degli ostacoli. ogni valore si presenta agli occhi dell’individuo come affermante difficolta’ d’agire all’interno di una societa’ in cui vige uno stato riconducibile al caos, ovvero allo stato uroborico in cui non v’e’ differenziazione tra il singolo e il collettivo. i valori vengono presentati dal mercato della conoscenza come veicolo che, denotando l’individuo come attore principale del suo destino, mostrano come la lealtà, i vincoli indistruttibili e impegni a lungo termine siano considerati (come ogni merce, in ogni mercato) anathema, e visti come altrettanti impedimenti da eliminare. ci siamo spostati in un libero mercato in cui tutto può accadere in qualunque momento, e tuttavia nulla si può fare una volta per tutte. A tal riguardo quanto avviene nella societa’ si presta ad una lettura avente come meta il raggiungimento di un soggiogamento dell’azione stessa dell’individuo, che incastrato in una dinamica in cui la mancanza di punti di riferimento diviene paura dell’abbandono, che a sua voltasi manifesta nella esacerbazione di agiti che confinano l’uomo al di la’ del limite, causa di reazioni incontrollate e di fatti delittuosi e pervasivi del sentire dell’opinione pubblica.

    Sostanzialmente, Bauman ritiene che l’uomo di oggi non abbia più certezze né punti di riferimento stabili. È diventato tutto più fluido, liquido appunto. Il settore in cui è più evidente questa trasformazione è quello lavorativo: «In un’epoca in cui […] i luoghi di lavoro scompaiono con poco o punto preavviso e il corso della vita è suddiviso in una serie di progetti una tantum sempre più a breve termine, le prospettive di vita appaiono sempre più […] accidentali.» Il lavoro, ritenuto imprescindibile volano per l’indipendenza, diviene il grande assente configurante il vissuto abbandonico che denota la caratura borderline della societa’: essendo la societa’ stessa apportante la precarieta’ delle relazione interpersonali, l’individuo non fa altro che adeguarsi ad uno status ove l’elemento coadiuvante l’unita’ di intenti tende ad appiattirsi verso il basso, ovvero l’instabilita’ dei sentimenti e la conseguente ricerca di una soddisfazione degli istinti in cui la natura diviene strumento di coercizione dell’altro, inteso come attore di una societa’ apertamente liquida e afferente al non luogo caro a Marc Auge’. Da questa ottica anche il senso di comunita’ diviene mero attirbuto di una tendenza disposizionale che avvilisce l’individuo fino a relegarlo in uno stato di labilita’ emotiva che aumenta la percezione del pericolo e la successiva percezione – abnorme – di accerchiamento. si pensi ad esempio a vissuti paranoici rispetto al diverso per religione, razza o estrazione sociale. vengono in mente, in riferimento all’ultimo pensiero scritto, gli studi effettuati negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso negli states in cui si evinceva come la percezione del pericolo aumentasse in relazione all’errata valutazione del contesto posto in essere da chi avrebbe dovuto garantire sicuerezza. Ma la liquidità è riscontrabile anche nelle relazioni sentimentali, ed è proprio questo è il tema centrale del suo saggio Amore liquido. In particolare, le riflessioni in esso contenute riguardano l’uomo senza legami fissi, ovvero l’abitante della società liquido-moderna. Mentre fino a poco tempo fa le relazioni a lungo termine erano considerate “istinti naturali”, oggi vengono percepite come oppressive: «L’impegno verso un’altra persona […] in particolare un impegno incondizionato e di certo un tipo di impegno, assomiglia sempre più ad un qualcosa da scansare a ogni costo.» Insomma le difficoltà nei rapporti interpersonali e nel lavoro e un’estrema vulnerabilità alle esperienze negative con conseguenti vissuti di paura, vergogna, solitudine e abbandono (Adler, 1985; Kohut, 1971)

    Anche l’acting out non è “visto di buon occhio” dalla psicoanalisi e dalla psichiatria, tuttavia pochi hanno riflettuto sull’attrazione esercitata dalla sua capacità di spingere l’intera personalità ad agire all’unisono. In questa “falsa totalità” non c’è divisione fra pensieri, sentimenti e azioni, che diventano tutt’uno, e l’azione fluisce. Il che somiglia drammaticamente allo scopo perseguito da molte pratiche spirituali, che attraverso molti anni di duro e disciplinato allenamento aspirano a raggiungere dei momenti, o uno stato dell’essere, in cui l’azione fluisce e le divisioni interne sono abolite. Con questo non si vuol dire che la meditazione Zen e gli atti impulsivi (sovente di distruttività) siano la stessa cosa, ma è necessario rendersi conto che presentano alcune sorprendenti analogie.

    MASSIMO LANZARO & ALFREDO VERNACOTOLA

“Noi siamo usciti fore del maggior corpo al ciel ch’è pura luce…”

Hieronymus_Bosch_013(Hyeronymus Bosch, Ascesa all’empireo)

” Noi siamo usciti fore
del maggior corpo al ciel ch’è pura luce:

luce intellettüal, piena d’amore;
amor di vero ben, pien di letizia;
letizia che trascende ogne dolzore.

Qui vederai l’una e l’altra milizia
di paradiso, e l’una in quelli aspetti
che tu vedrai a l’ultima giustizia. ”

Dante Alighieri (Paradiso XXX, 38-45)

A proposito di Carpegna

A Carpegna, “L’Amore e le sue Follie”

Gabriele La Porta Egidio Senatore CarpegnaGiulietta aveva già capito che non c’è nulla più forte dell’amore. Qualsiasi cosa accada, l’amore va sempre osannato, altrimenti l’aura degli amanti sarà annientata dalla crudeltà di chi non ha il cuore aperto.
Shakespeare aveva individuato nelle tenerezze del cuore l’ultima difesa nei confronti di una società egoica e mai sognante. Mille volte meglio rischiare la vita piuttosto che rinnegare Afrodite.
Lentamente lasceremo le acque gelide per immergerci nel mondo a latere, quello che non si vede, ma che si sente.
Quasi un “desioso martirio”, seguace degli dèi dalle eterne promesse… a Paestum un tuffatore silente ritrova l’unione con l’universo. Gli dèi sorridono, ricordando a tutti l’eternità del bacio degli amanti, come ci insegna Giordano Bruno: la morte è costretta ad indietreggiare sempre, perché “un’unica forza, l’amore, unisce infiniti mondi e li rende vivi”.

Il problem solving

  • Il problem solving indica l’insieme dei processi atti ad analizzare, affrontare e risolvere positivamente situazioni problematiche. Va precisato che il problem solving è solo una parte di quello che è l’intero processo di risoluzione di un problema vero e proprio: quest’ultimo comprende anche i processi cosiddetti di problem finding e problem shaping. Kanizsa propone una definizione di problema secondo la quale ”Un problema sorge quando un essere vivente, motivato a raggiungere una meta, non può farlo in forma automatica o meccanica, cioè mediante un’attività istintiva o attraverso un comportamento appreso”.

    Negli ultimi dieci, quindici anni, è stato sperimentato con successo l’insegnamento dei fondamenti del Problem solving in condizioni di disagio psicologico e sociale con notevoli risultati. Per cui il PS è divenuto uno strumento essenziale come inquadramento della relazione di aiuto nelle psicoterapia, nel counseling, nell’insegnamento e nella psicoeducazione. L’approccio scientifico alla risoluzione dei problemi inizialmente fu sviluppata secondo uno schema puramente intuitivo e semplice, che rappresenta un utile punto di partenza:

    percezione dell’esistenza di un problema definizione del problema analisi del problema e divisione in sottoproblemi formulazione di ipotesi per la risoluzione del problema verifica della validità delle ipotesi valutazione delle soluzioni applicazione della soluzione migliore

    LA CREATIVITA’ NELL’ESEMPIO DEL CARCERIERE

    Un carceriere astuto e maligno vi tiene prigionieri in una torre in riva a un lago. Un giorno, durante l’ora d’aria, il carceriere vi avvicina e vi propone la libertà se, da una borsa in cui metterà due sassolini, uno bianco e uno nero, aveste estratto quello bianco. Accettate la proposta. Il carceriere si china e raccoglie dal vialetto di ghiaia del giardino due sassolini, li mette nella borsa e vi invita a scegliere. Voi vi accorgete che egli ha scelto, irregolarmente, due sassolini neri! Che cosa fate? Quale tipo di ragionamento fareste?
    ******Soluzione*********
    Chi si serve del rigoroso pensiero logico metterebbe in luce tre possibilità:
    1. rifiutarsi di estrarre il sassolino
    2. mostrare che la borsa contiene due sassolini neri
    3. estrarre uno dei due sassolini neri e perdere l’occasione di essere liberati.

    La proposta più ragionevole sarebbe la seconda ma, utilizzando il pensiero creativo, si può trovare una soluzione più vantaggiosa. Se, introducendo la mano nella borsa, estraiamo un sassolino, e senza neppure guardarlo ce lo lasciamo sfuggire di mano facendolo cadere sugli altri sassolini del vialetto, tra i quali si confonderà, potremmo rivolgerci al carceriere dicendo che sarà sufficiente guardare nella borsa per dedurre, dal colore del sassolino rimasto, il colore dell’altro. Naturalmente, poiché quello rimasto sarà nero, si deve presumere che voi avete estratto il sassolino bianco, e ipotizzando che il carceriere non ammetterà la propria disonestà, vi sarete conquistati la libertà.

    Massimo Lanzaro

“Ricomincio da capo”

Ogni 2 febbraio una marmotta predice la durata dell’inverno: se fa capolino dalla sua tana e vede la propria ombra, il clima invernale negli Stati Uniti si protrarrà per altre sei settimane; se invece non vede l’ombra, bisogna festeggiare, perché la primavera è ormai alle porte. Si tratta di una tradizione importata in Pennsylvania dagli immigrati tedeschi, ed è probabile che abbia le sue radici nelle credenze degli antichi romani che ritenevano appunto la prima decade di febbraio utile a intuire la durata dell’inverno. Una tradizione che poi ha assunto forme (e date) diverse in molti paesi.

Il 3 Aprile 2009 l’autore del Blog “Go into the story”, nonché sceneggiatore e critico di ambito hollywoodiano, Scott Myers, recensiva una mia lettura psicologica (pubblicata in inglese) del film Ricomincio da capo (Groundhog Day), commedia del 1993 diretta da Harold Ramis ed interpretata da Bill Murray e Andie MacDowell, che prende spunto da tale tradizione.

In esso Phil Connors è un meteorologo televisivo che, controvoglia, deve recarsi nella piccola città di Punxsutawney per fare appunto un reportage sul Giorno della Marmotta. Un circolo temporale fa sì che ogni mattina, alle 6.00 in punto, Connors viene svegliato dalla radio che trasmette sempre lo stesso brano musicale (I Got You Babe di Sonny & Cher), e da allora la giornata trascorre inesorabilmente allo stesso modo della precedente (e la marmotta intanto continua ogni giorno “a vedere la propria ombra”).

La recensione, tra l’altro dice: I’ve seen Groundhog Day probably 3 times, yet it never occurred to me that the Protagonist Phil Connor (Bill Murray) has the same first name as the groundhog Punxsatawney Phil. If not for that fact, I would tend to consider Dr. Lanzaro’s analysis to be a bit overblown. But a fact is a fact – and there is Phil the Protagonist, and Phil the Groundhog.

“Overblown” in italiano può essere tradotto con esagerato, pomposo (“over” in questo caso allude ad un “troppo”). In pratica mentre cercavo di analizzare l’evoluzione cinematografica di un carattere connotato filmicamente come presuntuoso, Scott Myers alludeva al fatto che prendessi quantomeno troppo seriamente la mia interpretazione. Quale ragione più interessante anche se un po’ autoreferenziale per scrivere e riflettere nuovamente sull’argomento. Barthes diceva che “quelli che trascurano di rileggere si condannano a leggere sempre la stessa storia”; mi accingo dunque a riproporre non solo frammenti della mia precedente analisi, ma anche a tentare di rivedere il mio punto di vista di allora.

Suggerisco di guardare il film prima di leggere il resto di questi commenti. Vorrei inoltre segnalare che non state leggendo un articolo di critica cinematografica. Discuto di un film che dietro il racconto brillante è estremamente denso. Myers scrisse innanzitutto di essere sorpreso dal fatto che nella mia digressione avessi notato la coincidenza del nome del protagonista del film e della marmotta (entrambi si chiamano Phil), nonché dal fatto che facessi notare come più volte nel film il nome “Phil” appare nelle inquadrature sulla testa di Bill Murray, quasi a mo di didascalia.

Pensando alla non casualità di questi dettagli in effetti immaginai che il regista avesse voluto prendere spunto dalla tradizionale ricorrenza che in Pennsylvania si festeggia ormai da ben 126 anni per trattare in realtà (in maniera più o meno consapevole) il tema psicologico dell’ombra. In Analyze this del 1999 (Terapia e pallottole) Harold Ramis rivelerà più direttamente, forse, l’intreccio tra il suo cinema e la psicologia.

Sarà bene fare ora un piccolo excursus sui tre concetti chiave del pensiero junghiano: lnconscio Collettivo, Archetipo (uno dei quali è appunto “l’Ombra”) ed Individuazione.

Per Freud l’inconscio non è altro che il punto ove convergono contenuti rimossi o dimenticati. Secondo Jung esso poggia su uno strato più profondo che non deriva da esperienze e acquisizioni personali, ma è innato ed ha strutture che (cum grano salis) sono le stesse dappertutto e per tutti gli individui.

Gli archetipi riguardano i contenuti dell’inconscio collettivo e sono i tipi arcaici e primigeni espressi riccamente nei sogni e nelle visioni, oltre ad essere la sostanza del mito, della fiaba e delle dottrine esoteriche. Nel mio articolo (cui rimando) partivo dal concetto di coerenza cinematografica archetipica (Conforti, 1995), per suggerire la possibilità che una narrazione filmica possa compiutamente rappresentare la natura e gli sviluppi psicologici di (frammenti di) una delle istanze archetipiche della psiche e, nella fattispecie, l’ombra.

Il processo di individuazione è la presa di coscienza con cui ciascuno attribuisce un senso alla propria esistenza. Si realizza attraverso una congiunzione ed integrazione di coscienza e inconscio. In “Groundhog day” si può postulare che Phil Connors progressivamente entri in contatto con le parti meno gradevoli della sua personalità (l’Ombra), le comprende e lentamente, attraverso una somma di esperienze (favorite dal loop temporale) diventa una persona nuova, più completa, integra, consapevole e capace di amare.

La dottrina Junghiana vede dunque l’Ombra come parte inferiore della personalità ed una parte della totalità della psiche. Le profonde antipatie ingiustificate, per esempio, sono quasi sempre il frutto della proiezione della propria Ombra. Jung la definisce come il contenuto di sentimenti e ed emozioni rimossi da ognuno di noi, perché ritenuti per così dire “brutti, sporchi e cattivi”, non corrispondenti ad una visione ideale di sé stessi. In effetti nel film Murray veste dei panni calzanti in questo senso: è la “prima donna” televisiva, è definito “presuntuoso ed egocentrico”, non va d’accordo praticamente con nessuno, si sente sprecato in un canale televisivo locale, è sempre insofferente, tratta le persone con sufficienza ed è “troppo innamorato di se stesso per avere una relazione autentica”.

Il (non) passare dei giorni gli consente di attraversare fasi di depressione e poi di euforia ed onnipotenza fino a quando la sua vita e il suo modo di approcciarsi alle cose e alle persone comincia a cambiare.

Nonostante egli riesca a ottenere facilmente sesso e denaro, non riesce a conquistare Rita (di cui pian piano si innamora), cui non interessa quello che Connors sa, e addirittura la indispone che egli sappia anticipare tutti suoi desideri: la sua erudizione è totalmente inutile perché a lei “interessa un certo tipo di uomo, con certe qualità”. Con la conoscenza erudita non nasce mai un Phil Connors nuovo o migliore, e difatti egli si ritrova ogni giorno ad essere la persona che era il giorno prima. Questo è forse un pregnante significato della seconda parte del film, il vero senso, incidentalmente, del ricominciare da capo. Connors spezzerà il cerchio infernale quando passerà da una conoscenza che si limita a raccogliere dati a una conoscenza che trasforma (e ad una autentica consapevolezza delle parti della sua “ombra”, delle cose sgradevoli di sé, cui rinuncia o che riesce a modificare con la pazienza e la disciplina). I giorni seguenti lo vedono infatti affabile con Rita e Larry. Si dà alla scultura di statue di ghiaccio. Decide di dedicarsi agli studi. Inizia a seguire un corso di pianoforte. Imparare a suonare il piano trasforma colui che impara perché nell’apprendimento non ci si limita a memorizzare un pezzo, ma si acquisisce una tecnica che permette la padronanza di un numero virtualmente illimitato di pezzi (ironicamente, la rivelazione della bellezza della musica avviene grazie alle note della sonata K. 545 in do maggiore di Mozart, il magnifico pons asinorum di tutti i principianti).

Ne seguiamo ulteriormente i progressi. Conosciamo un Connors “buono”, che si dispera per non riuscire a salvare un pover’uomo che pare condannato a morire un due di febbraio e che finisce con l’accettare che alcune cose non possono venir comunque cambiate nel giorno che egli vorrebbe perfetto. Nell’ultimo giorno della marmotta Connors compie una serie di “buone azioni” che gli permettono di guadagnare l’affetto degli abitanti di Punxsutawney e l’ammirazione di Rita che lungi oramai dal trovarlo insopportabile lo compra all’asta degli scapoli. L’amore infine conquistato lo libera dalla ripetizione; il risveglio al 3 febbraio porta con sé l’accettazione del destino: Connors vuole vivere a Punxsutawney (che tanto aveva disprezzato inizialmente). La primavera è alle porte.

Massimo Lanzaro

Intervista: Massimo Lanzaro risponde ad alcune domande sul libro “DSM Cinema! – I film che spiegano la psiche“.

Massimo Lanzaro è nato a Napoli classe ’71. Medico, psichiatra e psicoterapeuta, è stato Primario al Royal Free Hospital di Londra e Direttore Sanitario in Italia e in Inghilterra. Con il suo libro “Dsm-Cinema! I film che spiegano la psiche” si è classificato al terzo posto nel concorso di Creatività letteraria 2014.

Di Massimo Lanzaro Opera Uno propone un’intervista e la presentazione del libro “Dsm-Cinema! I film che spiegano la psiche“.

Stasera con me su Radio Vaticana

Amici carissimi,
stasera sarò in onda alle ore 21:00 su Radio Vaticana (105 mhz) intervistato dalla giornalista Laura De Luca sui temi dell’amore e della pace.
Spero di “trovarvi” numerosi.

“Un’unica forza, l’Amore, unisce infiniti mondi e li rende vivi”

Cambiare i bambini

Se c’è qualcosa che desideriamo cambiare nel bambino, dovremmo prima esaminarlo bene e vedere se non è qualcosa che faremmo meglio a cambiare in noi stessi.

Carl Gustav Jung

“L’ALCHIMIA NEL XXI SECOLO”. La pratica alchemica come via per la libertà incondizionata

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Amici carissimi, il 31 gennaio 2015 alle ore 12:00 terrò, insieme ad Egidio Senatore, nella splendida città di Bologna, l’appuntamento “IMMAGO ALCHEMICA”, un incontro con le immagini più emblematiche  legate all’Alchimia.

Questa edizione inaugurale del Convegno (organizzato da Arte di Essere e diretto da Riccardo Geminiani), che riunisce per la prima volta alcuni dei più importanti esperti italiani di alchimia (come Giorgio Sangiorgio e Salvatore Brizzi), offre ai partecipanti la possibilità di approfondire in modo chiaro e semplice l’insegnamento alchemico, fornendo loro una serie di strumenti per tradurre nella pratica quotidiana i passaggi fondamentali degli insegnamenti ermetici. Un cammino di crescita spirituale che è la chiave d’accesso a una esistenza libera da condizionamenti e limitazioni.

“La divulgazione dell’alchimia è una doverosa operazione culturale, soprattutto in Italia, dove chi ricerca una spiritualità alternativa alle chiese istituzionali, ancora strumenti di potere temporale, si rivolge in prevalenza a pratiche orientali o di sciamani – anticipa Giorgio Sangiorgio – Non si può sminuire il valore di queste pratiche, ma occorre far conoscere l’alchimia, più vicina alla cultura, alla sensibilità, agli archetipi e allo stesso DNA dell’uomo europeo. Per secoli l’alchimia è stata un valore innovativo della civiltà occidentale ed ha contribuito allo sviluppo della scienza, dell’arte e della medicina, alla scoperta di tecnologie e prodotti farmaceutici. Ma tuttora la sua operatività può essere di aiuto per chi ricerca un’esistenza libera da condizionamenti e trascendente, per chi vuole tutelare la salute psicofisica e sviluppare creatività e spiritualità insite nell’uomo. Inoltre una sua rivalutazione potrebbe favorire l’affermazione di una politica e di una tecnologia non soggiogate dall’utilità economica e che rispettino la natura e l’etica”.

Vi aspettiamo numerosi!

PROGRAMMA-scelto02

Il Festival dell’Eccellenza al Femminile a Genova

17° Convegno Nazionale a Taranto: “Cultura e Spiritualità”

Carissimi amici,

oggi sarò a Taranto nel contesto del Convegno Nazionale “Cultura e Spiritualità”, organizzato dall’associazione onlus «Sopravvivenza e vita eterna». Il Convegno si svolgerà nei saloni dell’hotel «Mercure Delfino», con il patrocinio del Centro Servizi Volontariato di Taranto, della Asl Taranto 1, del Comune di Taranto, e della Commissione per le Medicine e le pratiche non convenzionali dell’Ordine dei Medici di Taranto. «Il nostro percorso – ha sottolineato l’organizzatrice Gemma Cometti su LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO- ha ormai assunto connotati ben precisi, approfondendo il binomio Cultura e Spiritualità che, ispirandosi a sani principi etici emorali,si identifica nella unicità di Corpo, Mente e Spirito. Del resto anche quest’anno la scelta dei relatori ci porterà a considerare l’uomo nella molteplicita’ dei suoi aspetti contrapponendo il visibile all’invisibile, i misteri della mente a quelli dell’anima».
Terrò due interventi nel corso del Convegno, entrambi oggi: il primo, alle ore 9:00, incentrato sul tema «Il valore pedagogico del perdono», una tavola rotonda con i liceali tarantini, con la psicoterapeuta Maria Grazia Lentini, con la partecipazione dello scrittore e ricercatore Daniel Lumera e di Egidio Senatore; il secondo, alle ore 17:00, insieme a Padre Antonio Gentili, con la partecipazione di Egidio Senatore, dal titolo “Scienza e Fede a confronto”.

Spero di trovarvi numerosi.

Riferimenti

Associazione Onlus
Comitato Convegno di Studi
“Sopravvivenza e Vita Eterna”
Sede Legale:
Piazza Dante 27 – 74121 Taranto
c/o Mariella Tangorra
Tel.0997327965 – cell. 368575127
http://www.sopravvivenzaevitaeterna.it
Segreteria scientifica:
Sig.ra Gemma Candida De Matteo Cometti
Tel. 0997796028
e-Mail: gemma@sopravvivenzaevitaeterna.it
Sede del Convegno :
Mercure Hotel Delfino
Viale Virgilio, 66 – 74121 Taranto
Tel. 0997323232; e-Mail: info@grandhoteldelfino.it
Agenzia organizzativa:
A&B Comunicazione
Palazzo Ameglio, Corso Due Mari,33 – Taranto
tel. 0994592783 – e-Mail: aebta@tin.it
Agenzia organizzativa viaggi :
Appia Viaggi
Via Dante, 170 – Taranto
tel. 0994792488 ; e-Mail : info@appiaviaggi.it
Servizio Organizzativo Audio,Video,Grafica
Massimo De Florio – Taranto
Tel. 339.7001111;
e-Mail: massimo@sopravvivenzaevitaeterna.it

L’errore

Chi evita l’errore, elude la vita”.

Carl Gustav Jung

Il 27 ottobre 2014 con me a “LEZIONI DI ANIMA”

Carissimi viaggiatori,

lunedì 27 ottobre 2014, alle ore 21.00, al Teatro dell’Angelo di Roma, prenderò parte a LEZIONI DI ANIMA – VENDUTA AL DIAVOLO”, intervista impossibile con il dottor Faust di Idalberto Fei, con Mariano Rigillo e con la conduzione di Laura De Luca e la regia di Antonello Avallone.

Teatro dell’Angelo
Via Simone de Saint Bon n. 19, Roma – tel. 06/37513571- 06/37514258
Direttore artistico: Antonello Avallone – Presidente onorario: Manlio Santanelli
http://www.teatrodellangelo.itinfo@teatrodellangelo.it

LEZIONI DI ANIMA

Da un’idea di Laura De Luca e Donatella Caramia
Direzione artistica Antonello Avallone

Crisi di valori, smarrimento di idee e di ideali, alienazione, virtualizzazione dei rapporti, incomunicabilità, egoismo… Se abbiamo perso l’anima, cioè la connessione con essa, il teatro accetta di offrire il suo contributo e il suo patrimonio per tentare un’inversione di tendenza. Recuperando la sua originaria vocazione “sacra”, ovvero la sua missione di aggregazione e di risveglio delle coscienze attraverso il rispecchiamento. Le Lezioni di Anima sono leggere performances a metà fra spettacolo e conversazione aperta. Un personaggio, un’idea, un’arte, un tema. Danza, prosa, poesia, musica, pittura si alternano in scena attraverso la genialità e la competenza di artisti e professionisti diversi: i primi incontrano pubblico e specialisti dopo la loro esibizione, in un teatro-forum provocante e il più possibile sensibile al dinamismo delle emozioni, che prolunga in direzione imprevedibile lo spettacolo, sotto la guida alternata dalla giornalista e dalla neuropsichiatra ideatrici del progetto.

Uno spunto per riattivare il pensiero simbolico. Per ridestarci, tutti insieme, e ascoltare l’anima.

Con la partecipazione di:

Ennio Morricone, Umberto Galimberti, Paolo Portoghesi, Valeria Valeri, Ernesto G. Laura, Giuseppe Manfridi, Gianni Guardigli, Adriano Mazzoletti, Italo Moscati, Enzo Garinei, Stefano Massimo, Idalberto Fei, Lorena Fiorini, Raffaele Vincenti, Gina Lollobrigida, Rino Caputo, Franco Cardini, Ennio Cavalli, Elio Pecora, Mariano Rigillo, Maria Rosaria Omaggio, Gianpiero Gamaleri, Mario Morcellini, Pippo Franco, Raffaele Vincenti, Stefano Onofri, Annamaria Barbato Ricci, AnnaPaola Tantucci, Gino Manfredi, Raffaella Castelli, Lina Sergi, Gabriele La Porta, AnnaMaria Barbato Ricci, Arnoldo Mosca Mondadori, Cinzia Carrea, Elio Sena, Alessandro Orlandi, Enrica Bonaccorti, Maria Romana De Gasperi e molti altri….

 

“In questo mondo c’è bisogno di più anima” cantava qualche tempo fa Pino Daniele.

E in un’altra stracitata canzone, Riccardo Cocciante se la prendeva con una spietata amante, “bella senz’anima”.

“Animula, vagula, blandula”, la rimpiangeva quasi venti secoli fa l’imperatore Adriano, commiserandola per il suo smarrimento.

Platone nel Fedone si sentiva obbligato a dimostrarne l’esistenza, segno che la schiera degli scettici era corposa già ai suoi tempi. Eros si innamorava di lei, Agostino la considerava un nocchiero del corpo, Plotino ne dimostrava l’immortalità, Faust era pronto a perderla …

L’anima: quel soffio di vento leggero che non si vede di cui maggiormente si è parlato su questa terra.

.Chi è che ci confeziona i sogni? Esistono i neuroni dell’anima?

Anima, vocazione, talento, DNA: qual è il nesso?

E noi?

Sentiamo di avere un’anima oppure non ne sospettiamo minimamente l’esistenza? Sappiamo identificarla, collocarla in un punto preciso del nostro corpo, sovrapporla al respiro dell’universo o la deleghiamo solo al confessore, confinandola tra superstizioni bigotte?

Dialoghiamo ogni tanto con essa oppure ne facciamo spensieratamente a meno?

E siamo sicuri che questa assenza non ci pesi?

Il dramma dell’uomo contemporaneo non è tanto l’assenza di Dio, quanto il non accorgersi di provarne nostalgia, affermava papa Benedetto XVI …

Eppure ciascuno di noi sperimenta giorno per giorno smarrimento, erosione di speranze, desolazione di progetti, mancanza di idee, logorio di slanci ed esaurimento di entusiasmi… E quante volte ci siamo sentiti dire che la devastante crisi economica di inizio millennio è stata originata da una ben più grave crisi di valori, ovvero da una crisi di anima?

I pochi maestri di humanitas, se ancora ne esistono, vagano inascoltati o avvizziscono sepolti in inattuali nascondigli. Così come il patrimonio di bellezza di cui il genere umano è stato capace nei secoli giace a impolverarsi in biblioteche e musei deserti.

Alziamo la voce solo per gridare al nulla. I nostri occhi sono fissi su schermi luminosi. Ondate di rumore ci sommergono, sempre più diventiamo incapaci di solidarietà e di ascolto e perdiamo il meglio.

 

Esiste però nel nostro cervello un sistema che determina di identificarci in chi abbiamo di fronte come se ci trovassimo dinanzi a uno specchio. E’ un meccanismo presente nel nostro codice genetico e sta alla base della nostra capacità di apprendimento e sviluppo. I neuroni a specchio sono cellule che si attivano nel momento in cui osserviamo e inconsciamente mimiamo ciò che vediamo, come se a compiere l’azione osservata fossimo noi stessi. Questo sistema varrebbe anche per le emozioni e sarebbe alla base dell’empatia: “io sento quello che provi tu.”

E’ il motivo per cui abbiamo scelto il teatro per chiedere aiuto… Un luogo dove riconoscere un modello su cui riorganizzare il nostro caos.

Fenomeno originario della rappresentazione, capace di intercettare la dimensione mimetica dell’anima come specchio delle nostre azioni e intenzioni, il teatro ingaggia lo spettatore in una sorta di simulazione incarnata. Spazio archetipico d’incontro fra terra e cielo, diventa il luogo ideale, dove piacevolmente ascoltare e riflettere empaticamente.

Chiediamo dunque al teatro e al suo immenso patrimonio di idee e di ingegni, di mettere in moto molecole di emozione con lezioni di anima. E cerchiamo maestri di anima intonati alle verità perenni e alla vita e alle scoperte di oggi. Li porteremo in scena: saranno poeti, musicisti, attori, filosofi, pittori, scienziati, personaggi molto popolari oppure totalmente sconosciuti. Uno per volta, una volta al mese. Insceneranno ciò che sanno fare e ciò che è stato scritto per loro. Racconteranno storie e si racconteranno. Attraverso brevi performances, concerti estemporanei, interviste spettacolo, lievi coreografie, mix di prosa, proiezioni, musica, letture…. Uno spettacolo ogni volta diverso coniugato a un dibattito.

Il teatro scuola d’anima e il palcoscenico come cattedra luminosa: autori, artisti e personaggi come insoliti professori, la platea come aula senza banchi, gli spettatori come allievi curiosi e anticonformisti.

 

Una richiesta di “Anima” come direbbe Jung, ma anche l’esperimento di un teatro nuovo, sinaptico, galvanico, leggero e insieme denso, che torni ad aggregare persone in nome di un’idea comune: la condivisione di un bisogno sempre più inascoltato e di un richiamo eterno, quello della ricerca dell’uomo e per l’uomo.

 

(DC e LDL)

 

Informazioni e prenotazioni:

 

info@teatrodellangelo.it; segreteria@teatrodellangelo.it

 

 

Biglietto unico: € 11,00

Orario botteghino:

dal lunedì al sabato ore 10.00-13.30 / 15.00-20.00
domenica ore 12.00-13.30 / 15.00-17.00

Con la collaborazione di: 
Sapienza Università di Roma-Coris, Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale 
Università degli Studi Tor Vergata, Dipartimento di Scienze e Tecnologia della Formazione 
Radio Vaticana 
Fidapa, sezione Roma 
Ecole Instrument de Paix-Italia 
Uninettuno 

Con il patrocinio 
dell’Assessorato alla Cultura, Creatività e Promozione Artistica del Comune di Roma

A Firenze per “IL VIAGGIO INTERIORE”

Carissimi amici, sabato 18 ottobre 2014 sarò a Firenze per il convegno:

IL VIAGGIO INTERIORE, Antichi percorsi iniziatici e nuove scoperte scientifiche

Ospite d’onore sarà Claudio NARANJO. Oltre a me, interverranno Donatella Caramia, Enrico Cheli, Franco Cracolici, Claudio Naranjo, Tania Re, Carlo Ventura, e inoltre Fabio Pianigiani (musiche) e Parama Libralesso (immagini). La mattinata sarà interamente dedicata a Claudio Naranjo – internazionalmente noto per i suoi lavori sull’enneagramma e sulla terapia della Gestalt – che terrà un un workshop sul viaggio Interiore. Nel pomeriggio interverranno gli altri relatori ognuno dei quali approfondira specifici aspetti del viaggio interiore (vedi il programma).

Armonia verde

Claude_Monet-Waterlilies(Claude Monet, Lo stagno delle ninfee, armonia verde, 1899)

MediCinema. Una Onlus per realizzare sale cinematografiche nelle strutture ospedaliere

L’Associazione dell’Autorialità Cinetelevisiva 100 Autori ha concesso il suo Patrocinio e ha dichiarato il suo impegno a sostenere MediCinema Italia, la Onlus attiva nella promozione della Terapia del Sollievo e che si occupa di realizzare sale cinematografiche nelle strutture ospedaliere del territorio italiano.

Dallo scorso anno si è inaugurata la programmazione di film in prima visione promossa da MediCinema Italia, in collaborazione con Fondazione Humanitas. Per la prima volta in Italia, i pazienti di un ospedale avranno la possibilità di assistere con i loro familiari a un calendario di proiezioni, accomodandosi in uno spazio allestito dal punto di vista tecnologico – e arredato in ogni dettaglio – come una vera e propria sala cinematografica.

L’iniziativa nasce dalla collaborazione di due organizzazioni accomunate dalla mission di promuovere il sollievo di chi è ricoverato in ospedale e della sua famiglia. Forte dell’esperienza fatta in Gran Bretagna, dove è attiva da oltre 15 anni, MediCinema approda dunque in Italia con molti buoni propositi:

“Obiettivo della nostra Associazione – spiega Fulvia Salvi, Presidente di MediCinema Itallia­ – è quello di rafforzare il concetto di terapia del sollievo per pazienti e familiari attraverso la cultura come strumento terapeutico. Realizziamo piccole sale cinematografiche e per spettacolo negli spazi che ci vengono assegnati dalle strutture ospedaliere”.

La sala allestita in Humanitas conterà 65 posti a sedere, includendo quelli speciali per pazienti in carrozzina o allettati.

In Gran Bretagna MediCinema ha promosso la realizzazione di sale presso il St. Thomas’ Hospital di Londra, il Royal Hospital for Sick Children di Glasgow, il Royal Victoria Infirmary di Newcastle, il Serennu Children’s Centre di Newport e il Defence Medical Rehabilitation Centre a Headley Court nel Surrey, mentre sono già in costruzione le sale presso il Guy’s Hospital e il Chelsea and Westminster Hospital a Londra.

Stephen Moore, CEO di MediCinema UK, ribadisce: “MediCinema dal 1996 sperimenta con successo, l’utilizzo dell’entertainment a scopo terapeutico. I risultati raggiunti come terapia del sollievo ci hanno permesso di crescere negli ospedali del Regno Unito, con programmi sempre più importanti”.

L’ospedale e la Fondazione Humanitas hanno sposato l’iniziativa fin dalla prima proposta, seguendone l’organizzazione e mettendo a disposizione i propri volontari che, in collaborazione con i medici e gli infermieri del reparto, si occuperanno dell’accompagnamento dei pazienti e dell’assistenza in sala.

“Il ruolo della Fondazione è da sempre quello di un’antenna attenta a cogliere segnali di umanizzazione che possano aggiungere valore all’esperienza terapeutica e all’assistenza medica per chi è ricoverato. – spiega Maria Bellati, Segretario Generale di Fondazione Humanitas – Abbiamo subito colto il valore del progetto MediCinema e siamo orgogliosi di essere i primi a partire. Speriamo che molti altri seguano l’esempio”.

“Siamo felici di ospitare in Humanitas questa iniziativa che è coerente con la mission del nostro ospedale: offrire le migliori cure in un ambiente accogliente e con un’attenzione particolare anche ai bisogni sociali del paziente e dei suoi familiari” dichiara poi Luciano Ravera, amministratore delegato di Humanitas.

Le proiezioni non saranno aperte al pubblico, proprio perché si tratta di un progetto terapeutico finalizzato a dare la possibilità ai pazienti lungodegenti di sperimentare un’esperienza quotidiana come quella di andare al cinema con i propri familiari. Per questo primo avvio, la rassegna coinvolge i pazienti del reparto di Riabilitazione, in particolare della Riabilitazione Neurologica. Ogni settimana, 30 pazienti segnalati dal personale sanitario del reparto in base alle condizioni di salute, riceveranno un invito personale da parte di un incaricato di MediCinema e il giorno della proiezione verranno accompagnati in sala dai volontari della Fondazione.

“Il buon Cinema cattura la realtà, dà emozione, senso, immaginazione e libertà. – commenta il Dott. Bruno Bernardini, Responsabile del reparto di Riabilitazione Neurologica di Humanitas – Medicinema è un progetto coerente con lo scopo del nostro lavoro: essere d’aiuto per costruire un ponte tra la malattia e la vita”.

Massimo Lanzaro

 

Ancora su “Maleficent”: la simbologia antica del femminile.

Il film Maleficent della Disney regia di Robert Stromberg,
interpretato magistralmente da Angelina Jolie, oltre ad essere
geniale per la storia inaspettata della bella addormentata nel bosco
e per i grandiosi effetti speciali e’ un vero crogiolo di simboli
archetipici del femminile.
Innanzitutto la protagonista, una fata dalle grandi ali, è un simbolo
che riemerge dalla preistoria e dalla più importante divinità che
veniva adorata 5.000 anni a.C., la dea madre, o dea uccello. La
caratteristiche principale dell’antica dea era la forma di uccello, è
possibile rendersi conto dagli studi dell’archeologa Marija Gimbutas
(1), che ritrova molte statuette votive con le ali, il becco e talora le
zampe, alle quali si accompagnano spesso attributi simbolici legati
alla gestazione e alla generazione come il ventre gravido e i seni
colmi di latte, simbolicamente legati al nutrimento. La dea madre è
ovviamente legata alla terra alla sua capacità nutritiva e generativa
e alla natura, in quanto tale è dea sovrana degli animali e della
vegetazione e come Malefica del film, difende le sue creature e le
ama profondamente. Nel film la protagonista nutre anche
fisicamente la bambina con un biberon a forma di rosa, la cui natura
morbida e vellutata richiama le sensazioni piacevoli del seno
materno. Nel film ci stupisce come una creatura dolce e sensibile,
una fata buona, si trasformi in una figura terrificante e cattiva. La
dea madre primitiva era infatti sia buona che cattiva, proprio come
lo è la natura, la quale può ristorare, avvolgere piacevolmente, farti
commuovere dalla bellezza e dal suo profondo sentimento, ma ha
in se un potere distruttivo tremendo attraverso gli eventi naturali
quali il temporale, il terremoto, gli uragani, il fuoco, i vulcani. Nulla di
strano, quindi, se un personaggio femminile con le ali e immerso
nella sovranità della natura contiene sia il bene che il male. Quando
la forza della natura serve per contrastare il potere, il tradimento e
la malvagità umana esso diventa quasi indispensabile per riportare
l’ordine. Tutte le grandi divinità femminili arcaiche hanno questa
doppia natura da Ishtar, dea babilonese sia dell’amore che della
guerra, Iside, madre, moglie, temuta maga, Atena, la dea greca
protettrice di Atene, delle arti e dei mestieri ma anche feroce e
spietata dea della guerra, Ecate, la dea oscura della magia, potente
e mortifera allora stesso tempo. Del resto senza la morte non ci
potrebbe essere nuova vita e per la natura entrambe diventano
indispensabili. Ma la figura che più si associa a Malefica, è Lilith, la
precedente moglie di Adamo, alla quale Dio uccise i figli a
tradimento perché non voleva ubbidire al marito, divenne così uno
spirito terribile, una signora dell’aria. Malefica nel film viene
anch’essa tradita ingiustamente, sedotta, abbandonata e poi
mutilata malvagiamente dall’uomo che amava, Stefano, che le taglia
le ali per avere lo scettro del re. Un classico elemento archetipico di
un tipo di maschile dedito al potere, spietato e anaffettivo ma che sa
sedurre le donne per poi tarpar loro le ali. Questo maschile tuttavia
si perde nelle sue ossessioni di potere e, proprio come nel film,
spesso perde lucidità e stima a causa del suo unico delirio di
potere, diventa avido e senza cuore. Nel film Re Stefano rifiuta
persino di andare a salutare la moglie morente che lo supplica e
quando rivede la figliola dopo sedici anni, prende il di lei abbraccio
in modo distaccato, e brontolando riprende la strategia bellica con i
suoi consiglieri.
Malefica lancia il suo anatema al battesimo della figlia del Re
Stefano, ma si accorge ben presto di amare la bambina e se ne
occupa diventando una meravigliosa madre putativa, discreta,
protettiva. Emergono le caratteristiche materne positive
dell’archetipo femminile l’importanza del nutrimento, della cura,
della protezione attenta ma anche del affetto profondo e viscerale
che cambia l’animo anche della madre e ne trasforma il suo rancore
in desiderio di bellezza e di affetto. La barriera di spine gigantesca
che divide i due regni quello delle fate da quello degli uomini è un
simbolo meraviglioso che suggerisce quando l’animo e l’istinto ferito
diventino fragili e vadano protetti dal mondo, ciò implica l’isolamento
del mondo dell’anima, e, come nel film un inaridimento, uno
spegnersi della vitalità, degli spiriti buoni, degli animali, felici, della
natura rigogliosa, questo capita anche a noi dopo un tradimento e
un trauma doloroso: ci si isola e ci si difende, è inevitabile.
Un’altra figura maschile è l’aiutante di Malefica, il corvo che lei
trasforma in uomo. Egli diverrà le sue ali, i suoi occhi, la sua lunga
mano. All’inizio è una figura maschile dominata dal femminile e agli
ordini di lei, ma lentamente egli partecipa al dolore di Malefica, la
consiglia, la rimprovera e alla fine si intravede una collaborazione e
un gioco affettuoso tra i due.
La fanciulla Aurora, figlia di re Stefano, ma che viene allevata nel
mondo fatato da tre fatine confusionarie e divertenti, è la
rappresentazione dell’anima, un nuovo sentimento, un nuovo affetto
che apprezza la spontaneità e la bellezza del mondo naturale degli
istinti e della natura ma che ha bisogno di tornare dal padre che l’ha
generata per unire ciò che è stato diviso. La fanciulla nella mitologia
è sempre il simbolo dell’anima è quella parte di sentimento e di
spontaneità presente nell’essere umano, senza la quale ci
ridurremmo adulti cinici e insensibili, è un nuovo principio della
coscienza, un principio trasformativo, una nuova forma capace di
unire i due mondi quello della ragione e dell’anima e diventare
regina di entrambi. Cosi come la figlia di Afrodite, dea dell’amore e
Ares, dio della guerra si chiamava Armonia, cosi Aurora nel film
Maleficient, porta la pace nei due regni, ma anche nel cuore di
Malefica.
Il mondo imbruttito dalla sete di potere può essere salvato da una
fanciulla, da un sentimento nuovo che sgorga dal femminile da un
rapporto di amore rigenerato tra madre e figlia e da un sentimento
di rispetto e di ammirazione per il mondo naturale e fu cosi, come
dice Jean Bolen, che “ Saranno le donne a salvare la terra.” (2).
(1) Il linguaggio della dea Marija Gimbutas Ed Venexia
(2) le dee dentro la donna jean S. Bolen atrolabio ed.

Emanuela Pasin

UN PO’ DI CHIAREZZA SULLE PROFESSIONI CHE DOVREBBERO CURARE LA NOSTRA ANIMA

La psiche è un termine con cui tradizionalmente si usa individuare l’insieme di quelle funzioni cerebrali, emotive, affettive e relazionali dell’individuo. Psyché (ψυχή) è un termine greco che indica una delle nozioni portanti dell’intero mondo classico. La resa del termine in lingua italiana, come in qualsiasi altra lingua moderna, risulta piuttosto difficoltosa in quanto non riuscirebbe a coprirne l’intera area semantica. Genericamente il lemma moderno meno inadeguato può essere quello di “anima”.

Le caratteristiche o funzioni psichiche variano da individuo a individuo determinando la sua personalità, che a sua volta determina il comportamento di adattamento cioè il proprio modo di reagire/interagire con l’ambiente.

Questo articolo è ispirato da particolari scaturiti da numerose chiacchierate con amici e conoscenti, alcune delle quali mi hanno davvero lasciato perplesso. E dalla conseguente consapevolezza che quello che ad uno specialista del settore sembra ovvio (riguardo alla propria specialità), per gli altri non lo è.

Perché è importante che le persone abbiamo le idee chiare? Perché quando si rivolgono alle figure professionali che diventano responsabili del proprio benessere psicofisico dovrebbero avere un minimo di cognizione di causa.

Chi sono dunque e che cosa “possono fare” lo psichiatra, lo psicologo, lo psicoterapeuta, il counsellor etc.? Ecco una piccola “guida” per orientarsi almeno un po’ tra le varie “psico-professioni” (il suggerimento è sempre ove possibile quello di chiedere ulteriori indicazioni al medico di medicina generale, che dovrebbe essere il “centro di smistamento” delle richieste di vario genere).

Lo psichiatra è un medico, laureato in Medicina (6 anni), che successivamente ha conseguito ulteriore specializzazione in Psichiatria (4 anni) ed è abilitato alla somministrazione e prescrizione di farmaci. Qualora poi, oltre alla specializzazione in Psichiatria, abbia per vocazione o professione conseguito un’ulteriore specializzazione quadriennale in Psicoterapia, oltre alla somministrazione di farmaci è abilitato ad effettuare psicoterapia.

La psicoterapia e’ un tentativo di guarigione dalla malattia mentale. Prevede una definizione della normalita’, ovvero della fisiologia, con riferimento alla quale viene identificata l’eventuale circoscritta alterazione del soggetto. Si applica quindi una cura a tale specifico processo altrettanto specifico, finalizzato alla restitutio ad integrum di tale anormalità’.

Conformemente ai principi costitutivi della terapia medica, che e’ necessariamente “precisa” (per funzionare efficacemente), deve potersi realizzare in termini ben chiari e quanto piu’ possible oggettivi, la sequenza: identificazione del quadro di riferimento definibile come stato di normalita’, diagnosi (chiara definizione del meccanismo agente di alterazione rispetto a tale norma), cura (modi di intervento su tale processo causale), guarigione (ritorno alla condizione fisiologica normale); con i suoi corollary dell’anamnesi (identificazione della evoluzione patognomonica precedente la cura) e della prognosi (esatta previsione degli esiti successivi alla cura).

Lo psicologo è un professionista della salute mentale e comportamentale, che ha conseguito una laurea in Psicologia, con successivo esame di stato che lo abilita all’iscrizione all’Albo degli psicologi e conseguentemente alla pratica professionale. Lo psicologo che, successivamente alla laurea ed al conseguimento dell’abilitazione al proprio Albo professionale di appartenenza, ha conseguito specializzazione quadriennale in Psicoterapia, può esercitare la psicoterapia.

Il counseling (o anche counselling secondo l’inglese britannico o formazione personale secondo alcuni) indica un’attività professionale che tende ad orientare, sostenere e sviluppare le potenzialità del cliente, promuovendone atteggiamenti attivi, propositivi e stimolando le capacità di scelta. Si occupa di problemi non specifici (prendere decisioni, miglioramento delle relazioni interpersonali) e contestualmente circoscritti (famiglia, scuola, lavoro).

La formazione personale non si occupa di “estirpare” una malattia o un agente patogeno, ma riguarda il dare forma alla persona ovvero alla personalita’. Consiste nel rendere attuale (ovvero realizzare) la possibilita’ per ognuno di esprimersi in quanto persona: nelle sue parti e nel suo carattere profondo, ovvero di dipanare la propria storia come soggetto. Si tratta per cosi’ dire di una spinta naturale alla realizzazione del se’.

La consulenza filosofica in quanto tale invece non deve essere confusa con le psicoterapie, o con forme di consulenza psicologica e formazione personale; tale rischio è a volte presente, anche a causa della commistione con il counseling che è stata operata in ambito anglosassone.

Diversamente da ogni forma di psicoterapia o consulenza psicologica, la consulenza filosofica non può e non si deve occupare di psicopatologia, e non può fare riferimento a nessun tipo di “strumento” (psicologico, comunicativo, di ascolto, terapeutico) per operare consulenza, sostegno, diagnosi o intervento di tipo psicologico, né tantomeno una “guarigione” nel consultante.

Caratteristico della consulenza filosofica è il fatto che il consulente prende parte alla ricerca alla pari del consultante, ovvero egli stesso, nel dialogo, mette alla prova le sue idee, le sue teorie, la sua visione del mondo e pertanto non ha nulla da “insegnare” al consultante, che si limita ad accompagnare nell’esplorazione della sua visione del mondo. Il consulente filosofico è un filosofo che, dopo la sua formazione superiore in filosofia e la sua pratica della ricerca filosofica anche in ambito teoretico, abbia anche conseguito una formazione specifica nell’ambito della pratica filosofica, che lo abbia reso capace di affrontare con atteggiamento filosofico anche dialoghi vertenti su problemi concreti e quotidiani, ed in presenza di dialoganti non esperti di filosofia. L’attività attualmente non è regolamentata e non è riconosciuta in alcun modo dallo Stato.

Massimo Lanzaro

 

Il metodo della consapevolezza per alleviare disagi quotidiani e prestare attenzione al presente: mindfulness

 

Affonda le sue radici nella meditazione orientale, ma non ha niente a che vedere con la religione. Non è una psicoterapia né una tecnica di rilassamento, anzi stimola la concentrazione e la percezione di ciò che accade nel presente. La sua diffusione nel mondo occidentale si deve a Jon Kabat-Zinn, medico statunitense e che ha sdoganato questo metodo partendo dal sistema sanitario pubblico prima americano quindi inglese. Il termine è difficilmente traducibile in italiano (quello che gli si avvicina di più è ‘consapevolezza’), una tecnica che sta trovando applicazione in diversi settori: luoghi di lavoro, promozione della salute, vita di relazione, carceri, scuola, vita privata. Una filosofia di vita, una dimensione spirituale laica.

Il concetto di Mindfulness deriva dagli insegnamenti del Buddismo (Meditazione Vipassana), dello Zen e dalle pratiche di meditazione Yoga, ma solo nel corso degli ultimi due decenni questo modello è stato utilizzato come paradigma autonomo in alcune discipline psicoterapeutiche occidentali, in particolare in quella cognitivo-comportamentale che se ne avvale con approccio integrato. La meditazione e delle prospettive basate sulla Mindfulness, in setting individuali o di gruppo, ambulatoriali o in pazienti ospedalizzati, trovano applicazioni cliniche nella prevenzione e la cura di problemi legati allo stress e alle malattie psicosomatiche, nei disturbi d’ansia, nel disturbo ossessivo-compulsivo, la depressione cronica, l’abuso di sostanze, i disturbi alimentari, le tendenze suicidarie e il disturbo borderline, i deliri psicotici, come pure nel caso di disturbi di tipo medico (oncologia, psoriasi, dolore cronico) permettendo lo sviluppo di protocolli e modelli terapeutici validati di provata efficacia tra i quali la Mindfulness-Based Stress Reduction, la Mindfulness-Based Cognitive Therapy, la Dialectical Behaviour Therapy, l’Acceptance and Commitment Therapy e la Compassion Focused Therapy.

La Mbsr (Mindfulness based stress reduction) ad esempio è volta a ridurre l’impatto dello stress quotidiano tramite la pratica della consapevolezza. Si parte riattivando la capacità di mettersi in ascolto, non di qualcuno o qualcosa, ma di se stessi e del proprio corpo, delle sensazioni che ci manda, gradevoli o sgradevoli, imponenti o insignificanti: caldo, freddo, prurito, pressione. E se la mente si distrae, perdendosi in pensieri, ricordi o progetti, con pazienza la si riporta sulla parte del corpo che si sta “ascoltando”. Poi si passa all’osservazione del respiro. Si passa poi ad esplorare altri gesti quotidiani e “scontati”, come camminare, mangiare o guidare la macchina, attività che solitamente svolgiamo automaticamente. Infine si passa al pensiero, all’ascolto consapevole del suo flusso incessante, e a tutte le sensazioni che arrivano dall’esterno.

In Gran Bretagna è nato un gruppo interparlamentare a supporto di questa disciplina. Quando qualche anno fa ero Primario Psichiatra al Royal Free Hospital di Londra (quindi nell’ambito del Sistema Sanitario Nazionale) offrivo le sedute di mindfulness come opzione terapeutica accessoria abituale nei casi indicati, con ottimi risultati. La medicina ufficiale italiana, con un po’ di ritardo, come sovente accade, ne sta oggi lentamente riconoscendo l’efficacia ed utilità.

Massimo Lanzaro

 

Il tema della resilienza: “Alla ricerca della felicità”

Didier Pieux, direttore dell’Istituto francese di terapia cognitiva a Lione ha recentemente parlato della sindrome di Mosè: il rifiuto del reale al punto di esigere che una strada cittadina ci si aprisse davanti come il Mar Rosso per permettere di sottrarsi rapidamente al traffico.

In effetti la società della soddisfazione immediata sembra aver accresciuto la fragilità dell’essere umano che diventa sempre meno capace in genere di sopportare le frustrazioni. Il contrario (più o meno) viene chiamato oggi dagli psicologi: resilienza.

Resilienza è un termine derivato dalla scienza dei materiali e indica la proprietà che alcuni materiali hanno di conservare la propria struttura o di riacquistare la forma originaria dopo essere stati sottoposti a schiacciamento o deformazione.

In psicologia connota proprio la capacità delle persone di far fronte agli eventi stressanti o traumatici e di riorganizzare in maniera positiva la propria vita dinanzi alle difficoltà, di saper trasformare un evento critico potenzialmente destabilizzante in un motore di ricerca personale che consente di riorganizzare positivamente l’esistenza grazie all’avvio di un progetto di vita capace di integrare le luci con le ombre, la sofferenza con la forza. Implica la possibilità di trasformare un evento doloroso o più semplicemente stressante in un processo di apprendimento e di crescita.

La letteratura psicologica sulla resilienza a partire dai primi lavori pionieristici di Emmy Werner ha quindi cercato con di individuare cosa caratterizza gli esseri umani resilienti, quali sono i fattori protettivi e i percorsi che permettono l’avvio di processi positivi quando si incontrano condizioni di vita eccezionalmente critiche.

La ricerca della felicità (The Pursuit of Happyness) è un film del 2006 diretto da Gabriele Muccino. È basato su una storia realmente accaduta a Chris Gardner. Nelle didascalie finali del film viene raccontato che dopo l’ottimo inizio carriera, nel 1987 ha fondato l’azienda di investimenti Gardner Rich. Nel 2006 ha venduto il suo pacchetto azionario dell’azienda Dean Witter nel corso di un affare multimilionario. Nella scena finale, compare il vero Chris Gardner, in giacca e cravatta.

Analizziamo i fattori psicologici coinvolti nella storia di Gardner basandoci sulla narrazione filmica. Nel 1981 a San Francisco, Chris Gardner (Will Smith) cerca di sbarcare il lunario vendendo una partita di scanner per rilevare la densità ossea acquistata con i risparmi di una vita. Le vendite tuttavia latitano: molti medici ritengono il macchinario eccessivamente costoso o inutile. La situazione economica si fa sempre più disperata per Chris e la sua famiglia, composta dalla moglie Linda (Thandie Newton) e dal figlio Christopher (Jaden Smith, figlio di Will Smith anche nella realtà).

Avere un alto livello di resilienza non significa affatto non sperimentare le difficoltà o gli stress della vita ed è il caso del nostro protagonista, le cui difficoltà se possibile continuano ad aumentare. Un giorno Chris vede un broker arrivare al posto di lavoro con la sua Ferrari e decide di provare a diventare anche lui consulente finanziario per la medesima azienda. La moglie, esasperata dalle privazioni, lo lascia.

Di nuovo, avere un alto livello di resilienza non significa essere infallibili ma disposti al cambiamento, alla rinuncia, all’accettazione quando necessario; disposti anche a pensare di poter sbagliare, ma anche di poter correggere la rotta. Infatti Chris conserva una visione positiva di sé ed una buona consapevolezza sia delle abilità possedute che dei punti di forza del proprio carattere. La capacità di porsi nuovi traguardi e di pianificare passi graduali per il loro raggiungimento lo porta ad entrare come stagista alla Dean Witter, dove però non gli viene fornito alcuno stipendio: deve affrontare un corso non pagato della durata di sei mesi alla fine del quale solo un aspirante broker dei venti partecipanti verrà assunto.

Compito degli stagisti è contattare quanti più clienti possibile e “chiudere” il maggior numero di contratti. Chris viene sfrattato da casa perché non paga l’affitto; allo stesso modo, gli viene confiscata l’automobile per una serie di multe non pagate. Si trasferisce in un motel poco distante, ma il proprietario dopo settimane di inutili richieste di pagamento gli farà trovare la serratura cambiata e i suoi averi fuori dalla porta.

Chris non si perde d’animo, mantiene adeguate capacità comunicative e di “problem solving” e continua imperterrito a cercare ogni giorno assieme a Christopher i soldi per mangiare e dormire, passando molte notti nei dormitori per senzatetto e addirittura nel bagno della metropolitana.

Nonostante tutto persiste in lui una buona capacità di controllo degli impulsi e delle emozioni. Si divide tra la vendita degli ultimi due, tre scanner rimastigli, il lavoro in azienda e la cura del figlio. Alla fine del corso semestrale, gli verrà comunicato che è proprio lui il candidato scelto per l’assunzione. La sua gioia sarà incontenibile e potrà tornare ad avere una casa e una vita dignitosa, ovvero ciò che tanto desiderava.

Massimo Lanzaro

 

Lezioni di vita

È un peccato che noi teniamo conto delle lezioni della vita soltanto quando non ci servono più a niente”.

Carl Gustav Jung

“Zeroper”: un documentario sulla dipendenza dal gioco d’azzardo al Festival del Cinema Europeo

 La sezione “Cinema & Realtà” si confronta con la tematica della dipendenza dal gioco d’azzardo Il Festival del Cinema Europeo vuole rendersi intermediario di visibilità di temi sociali e culturali di rilievo attraverso il cinema, proponendo anche quest’anno una occasione di riflessione e di approfondimento su temi sociali, legati ad avvenimenti realmente accaduti. Mi è sembrato meritevole tra gli altri il lavoro dedicato al tortuoso percorso di liberazione dal gioco d’azzardo patologico. Ci viene mostrato attraverso dati e interviste a giocatori, familiari ed esperti, si intitola Zeroper ed è un documentario realizzato dal regista e autore palermitano, Francesco Russo. Premessa. Il DSM pone il Gioco d’Azzardo Patologico (GAP) nella categoria dei disturbi del controllo degli impulsi non altrove classificati. Le caratteristiche essenziali del GAP sono: l’incapacità di resistere all’impulso, all’urgenza di giocare; il costante assorbimento in pensieri inerenti il gioco (passate esperienze, strategie, statistiche, modo di procurarsi il denaro); la necessità nel tempo di giocare somme maggiori per continuare a mantenere un’eccitazione significativa; i ripetuti fallimenti dei tentativi di smettere di giocare a causa di una tensione ed un’irritabilità incontrollabile; il gioco come “sollievo” ad un umore disforico; la compromissione del funzionamento personale, familiare, finanziario e legale. L’industria dell’azzardo continua, pare, a prosperare: i giocatori in Italia sarebbero circa 15 milioni, di cui 1.250.000 ragazzi tra i 15 e i 19 anni (200.000 di questi adolescenti già con profili di gioco patologici). E si contano cinquecento-ottocentomila persone con problemi di dipendenza, (oltre il 25/30% sono donne) e quelle a rischio si avvicinano ai due milioni. “L’idea del mio documentario – racconta Russo – prende le mosse dai dati sconfortanti riguardanti il triste fenomeno della dipendenza patologica da gioco d’azzardo. Ho deciso di concentrare la mia attenzione in particolare su una delle tante esperienze significative, ancorché periferiche, di prevenzione e cura del gioco d’azzardo patologico, in grado di rimediare autonomamente e in modo efficace alle assenze istituzionali, mira a liberare per sempre la vita dei giocatori patologici dalla loro schiavitù”. Ovunque esistono ormai centri specializzati che hanno lo scopo di aiutare i malati dell’azzardo. Se lo spettacolo è elemento ineliminabile del processo educativo e ciò che spinge il fruitore è il bisogno di accrescere il proprio bagaglio di conoscenze, questo documentario ne è una prova lampante. Un caso in cui si può partire dal cinema per provare a trovare ispirazione e percorrere la strada della guarigione.

Massimo Lanzaro

Da “Liber novus”

“Tu non devi intervenire sull’altro, ma su di te, a meno che l’altro richieda il tuo aiuto o la tua opinione. Comprendi tu quello che l’altro fa? Da dove ti viene il diritto di avere opinioni sugli altri o di agire su di loro? Tu hai trascurato te stesso, il tuo giardino è pieno di erbacce, e tu vuoi insegnare al tuo vicino l’ordine e fargli notare i suoi difetti! Tu stesso sei forse perfetto? Tu stesso hai anzitutto bisogno del tuo aiuto; devi tener per te stesso opinioni e buoni consigli anzichè correre dagli altri, come una sgualdrina, a offrire comprensione e a voler dare aiuto. Non hai bisogno di atteggiarti a Dio. È crudeltà abbandonare a se stesso il proprio simile accecato? Sarebbe crudele se tu potessi aprirgli gli occhi. Ma tu potresti aprirgli gli occhi soltanto se lui ti richiedesse la tua opinione e il tuo aiuto. Se però non richiede il tuo aiuto, allora non ne ha bisogno. Se tu, malgrado questo, imponi a lui la tua opinione, allora per lui tu sei un demone e aumenti il suo accecamento, poichè gli dai un cattivo esempio.”

C.G. Jung

Buona Pasqua a tutti!

492px-Rafael_-_ressureicaocristo01Raffaello, Resurrezione di Cristo, 1499

Attimo solenne

processione con la nebbiaErnst Ferdinand Oeheme, Processione con la nebbia, 1828

Cosa ne pensate di questo spot?

https://www.youtube.com/watch?v=B-3sVWOxuXc

Cambiamento

Ogni cosa invecchia, ogni bellezza appassisce, ogni colore si raffredda, ogni luminosità si affievolisce, e ogni verità diventa stantia e banale. Perché tutte queste cose hanno assunto una forma, e tutte le forme si logorano con l’usura del tempo; invecchiano, si ammalano, si frantumano e diventano polvere. A meno che non cambino».

Carl Gustav Jung

La sindrome acuta da stress descritta nel film “Nottetempo”

Nottetempo è l’opera d’esordio di Francesco Prisco con Giorgio Pasotti, Nina Torresi, Gianfelice Imparato, Esther Elisha e Antonio Milo, che arriva in sala il 3 Aprile.

Una corriera si rovescia sul lato della strada e l’incidente fra incontrare tre persone che sembrerebbero non avere nulla in comune: un poliziotto intransigente, una ragazza innamorata e un cabarettista in difficoltà. “Da quel momento il destino si diverte a imbrogliare la sua tela, facendo leva sul caso come sulla volontà degli uomini” – ha detto qualcuno.

Attingendo sia alla poetica del caso (e del perdono) di Krzysztof Kieslowski che alle trame triangolari di Guillermo Arriaga la regia si ispira chiaramente a quella di Nicholas Winding Refn (come lo stesso Prisco ci dice con la dovuta umiltà in conferenza stampa). Tuttavia troppi snodi della trama, che ad un certo punto volge decisamente verso il noir, risultano poco chiari; molti antecedenti vengono omessi, lasciando lo spettatore più confuso che persuaso. In un certo senso c’è un aspetto dove questo film è invece quasi infallibile: quella che dovrebbe essere la metafora dell’incrocio di destini ad un medico potrebbe sembrare semplicemente la descrizione di una sindrome a lui familiare: l’ASD. E lo stesso medico potrebbe facilmente riconoscerene i sintomi nei tre protagonisti.

In psicologia e psichiatria il Disturbo Acuto da Stress (o ASD, Acute Stress Disorder) è la sindrome clinica acuta che, in alcuni casi, può conseguire a breve termine all’esposizione o al coinvolgimento in eventi “estremi”: traumi, catastrofi, incidenti o atti di violenza. Oltre che le vittime primarie, anche i soccorritori che sono coinvolti in situazioni critiche possono in alcuni casi sviluppare tale sintomatologia.

Massimo Lanzaro

Grandi rinnovamenti

I grandi rinnovamenti non vengono mai dall’alto, ma dal basso, come gli alberi non crescono dal cielo, ma dalla terra, per quanto i loro semi cadano in origine dall’alto.

Carl Gustav Jung

…a Bari insieme a “IL MISTERO DI DANTE”

“O voi ch’avete l’intelletti sani.
Mirate la dottrina che s’asconde.
Sotto il velame delli versi strani!”
(Inferno IX, 61-63)

L’ALTROFILM

Presenta

In collaborazione con EDIZIONI GIUSEPPE LATERZA

GIOVEDì 6 MARZO ore 20:30
presso
CINEMA ARMENISE
(Via Pasubio 178 -Bari-)

INCONTRO e DIBATTITO CON IL REGISTA LOUIS NERO
e GABRIELE LA PORTA

A seguire proiezione del film

IL MISTERO DI DANTE

“Un segreto si cela dietro al più grande poeta italiano”

con

F Murray Abraham Taylor Hackford
Franco Zeffirelli

Il “Mistero di Dante”, l’ultimo film di Louis Nero, per rivelare i segreti che si celano dietro ad una tra le più importanti figure della nostra storia.
A partire dal 6 marzo 2014, il film sarà in programmazione per una settimana.

Per maggiori informazioni – Cinema Armenise: 080.5428281 – dalle 17:00 alle 23:30

A raccontare il “Sommo Poeta”: i Premi Oscar F Murray Abraham e Taylor Hackford, il Maestro Franco Zeffirelli e ancora Valerio Massimo Manfredi, Gabriele La Porta, Roberto Giacobbo, S.E. Mons. Agostino Marchetto, Rabbino Capo Riccardo Di Segni, Shaykh’ Abd Al Wahid Pallavicini, Silvano Agosti, Christopher Vogler, Massimo Introvigne, Gran Maestro Luigi Pruneti, Sommo Sacerdote Emilio Attinà, Giancarlo Guerreri, Marcello Vicchio, Carlo Saccone, Aurora Di Stefano, Mamadou Dioume, Imam Yahia Pallavicini e gli attori Diana Dell’Erba, Diego Casale, Elena Presti.
“Un viaggio dalla circonferenza verso il centro. Dall’esteriore all’interiore. Un misterioso linguaggio, antico come il mondo. Viaggiatori trasformati in pionieri esploratori di nuovi mondi. Una reminiscenza del meraviglioso mondo dantesco: da un’analisi esteriore alla scoperta della verità celata “sotto ‘l velame de li versi strani“. Un’indagine poliziesca negli innumerevoli cunicoli d’interpretazione dell’opera del più grande genio italiano del 1300: Dante Alighieri. Un viaggio, alla fine del quale, forse, lo spettatore avrà a disposizione gli strumenti per farsi una propria opinione su cosa stia dietro a questo misterioso autore. Guide virgiliane di questo pellegrinaggio saranno eminenti studiosi che cercheranno di accendere qualche luce nell’intricato groviglio di interpretazioni simboliche che si sono succedute nel tempo. L’obbiettivo di tutti, anche se in apparenza divergente, sarà quello di suggerire nuovi percorsi che porteranno a nuove strade più illuminate. Un dubbio nasce spontaneo: esiste ancora, anche sotto diverso nome, quel gruppo iniziatico del 1300 che andava sotto il nome de “I Fedeli D’Amore”? Siamo stati contattati da alcuni di loro. Ecco il racconto di questa ricerca”.

Louis Nero

TRAILER