L’infinità

Vedi queste mani?
Han misurato la terra,
han separato i minerali e i cereali,
han fatto la pace e la guerra,
hanno abbattuto le distanze
di tutti i mari, di tutti i fiumi,
e tuttavia
quando percorrono
te, piccola,
grano di frumento, allodola,
non riescono a comprenderti,
si stancano raggiungendo
le colombe gemelle
che riposano o volano sul tuo petto,
percorrono le distanze delle tue gambe,
si avvolgono alla luce della tua cintura.
Per me sei un tesoro più colmo
d’immensità che non il mare e i grappoli,
e sei bianca e azzurra e vasta come
la terra nella vendemmia.
In questo territorio,
dai tuoi piedi alla tua fonte,
camminando, camminando, camminando,
passerò la mia vita.

Pablo Neruda

Son queste le nostre speranze

Chi si perde di coraggio,
chi muore di paura?
Davanti a noi si apre un tempo
di grande avventura.
Teniamoci pronti per un lungo viaggio.
Forse il Saggio si duole ora
d’averci lasciato così indietro,
un po’ deboli, un po’ persi.
Ma accorcerà le distanze,
ci porterà per mano
in giro per l’universo.
Sono queste le nostre speranze.

Leonardo Sinisgalli

Amo in te

Amo in te

l’avventura della nave che va verso il polo

amo in te

l’audacia dei giocatori delle grandi scoperte

amo in te le cose lontane

amo in te l’impossibile

entro nei tuoi occhi come in un bosco

pieno di sole

e sudato affamato infuriato

ho la passione del cacciatore

per mordere nella tua carne.

Nazim Hikmet

E l’amore guardò il tempo e rise

E l’amore guardò il tempo e rise,

perchè sapeva di non averne bisogno.

Finse di morire per un giorno,

e di rifiorire alla sera,

senza leggi da rispettare.

Si addormentò in un angolo di cuore

per un tempo che non esisteva.

Fuggì senza allontanarsi,

ritornò senza essere partito,

il tempo moriva e lui restava.

Luigi Pirandello

Attraverso quali trasporti di Pazienza

Attraverso quali trasporti di Pazienza
Raggiunsi la stolida Beatitudine
Di respirare il mio Vuoto senza te
Me lo attesti questo e questo –
Da quella sterile esultanza
Ottenni più o meno questo
Il tuo privilegio di morire
Mi abbrevi questo.

Emily Dickinson

Libri: “DSM-5 e i Film che spiegano la Psiche” di Massimo Lanzaro verrà presentato a Ottaviano il 6 giugno

lanzaro

Carissimi,

il prof. Massimo Lanzaro presenterà il suo libro “DSM-5 e i Film che spiegano la Psiche” lunedì prossimo alle 17,30, presso l’Hotel Augustus a Ottaviano, durante la conferenza “Psicologia e cinema”. Interverranno con lui il prof. Carmine Cimmino e il prof. Angelo Andriuzzi. Modera Ornella Petrucci, giornalista.
Non mancate!

Gabriele

Libri: “Il giudice delle donne” di Maria Rosa Cutrufelli

il giudice delle donne

Fino al 2 giugno 1946, le donne in Italia non potevano votare. Un tentativo per ottenere la possibilità di farlo, però, c’era stato già stato in passato. Lo ricorda Maria Rosa Cutrufelli nel suo ultimo libro “Il giudice delle donne” (Frassinelli), nel quale riprende quel lontano episodio, ormai dimenticato, avvenuto nel 1906 tra Montemarciano, un paesino nei pressi di Ancona, e Senigallia. Dieci maestre avevano un sogno da realizzare, un desiderio riguardante un diritto che allora veniva loro negato: il suffragio universale. Chiesero quindi l’iscrizione alle liste elettorali. L’episodio, che all’epoca fece scalpore, finì sulle prime pagine dei quotidiani e venne preso in seria considerazione. Il compito se dare o meno quella concessione spettò al presidente della Corte d’Appello di Ancona, Lodovico Mortara, il giudice delle donne del romanzo. Un autentico riformatore che divenne in seguito ministro della Giustizia,  epurato poi da Mussolini. Una storia italiana narrata dall’autrice con nitidezza e precisione dei fatti, all’interno di una trama avvincente.”Questo romanzo è opera di finzione, e tuttavia è anche un intreccio, una tessitura di storie o di spunti narrativi pescati durante il lavoro di documentazione”, racconta Maria Rosa Cutrufelli. “Tutto è cominciato da una targa intravista in un giorno di vacanza. Ero a Senigallia e a un tratto ho notato, sul muro del municipio, una targa che commemorava le ‘prime elettrici d’Italia’, dieci donne che nel 1906 avevano chiesto il diritto di voto. E che l’avevano ottenuto, anche se solo per un anno, fino all’intervento della Corte di Cassazione.” Già il lavoro che facevano era considerato pionieristico. Decidere di andare ad insegnare l’alfabeto in paesini sperduti dell’Italia non era un’impresa da poco nella società all’inizio del ‘900, dove pregiudizi e contraddizioni erano predominanti. L’autrice dà voce nel libro a quello che doveva essere il pensiero comune di allora, anche tra le donne stesse:

“… è per quella faccenda, sa’, quella del voto.
Il voto? E che significa mai…
Significa, spiega Albina, che la sora Luiscia, per essere moglie di un sindaco, si crede esperta di ogni diavoleria politica, perciò vorrebbe votare. Proprio come gli uomini. Si è fissata con quest’idea e cerca di mettere su un gruppo di maestre per dare battaglia perfino a suo marito, se necessario.
Ma suo marito, si stupisce quella di prima, non ce l’ha già, il voto? Non è abbastanza bravo da votare anche per lei?
E Albina: vallo a sapere cosa gli gira in testa, a quelle!…”

Clara Martinelli

 

 

Libri: “Problemi in paradiso” di Slavoj Zizek

zizek-problemiUna nuova categoria ontologica accompagna il cittadino occidentale medio in questo primo scorcio di secolo. Se un tempo si parlava di essere-per-la-morte (vedi Heidegger e Sartre), ovvero dell’uomo destinato naturaliter ad andare incontro al proprio trapasso, alla fine, nella contemporaneità 2.0 del neo-liberismo e della reificazione dell’uomo, della natura e di tutto, in cui si vorrebbe portare a rimozione perfino la morte, ecco che “il filosofo più pericoloso d’Occidente” – così è stato definito Slavoj Zizek dal giornale New Republic – torna con un nuovo libro, “Problemi in paradiso” (Ponte alle grazie, 2015) e tira fuori una nuova categoria ontologica, che ben si adatta al nostro tempo di cambiamenti etero-diretti e subiti un po’ masochisticamente dalla massa, e cioè l’essere-per-il-debito.
>
> Si tratta di una forma di dipendenza costitutiva e (auto)imposta, una mutazione genetica del vecchio homo hoeconomicus, un individuo che vive, produce e (soprattutto) consuma per ripagare il debito che ha contratto verso il sistema e di cui il sistema si serve per tenere a freno le sue istanze di trasformazione sociale. Vecchia storia quella di cambiare il mondo: quando uno ha da pagare le rate del mutuo, della macchina e della carta di credito, deve mantenere ex moglie e magari due figli, a stento ha la possibilità di cambiare l’arredamento di casa, figurarsi se può pensare a cambiare il mondo o se stesso.
>
> Meglio rimanere prudentemente (e comodamente) al proprio posto. Scrive Zizek: “Il soggetto indebitato effettua contemporaneamente il lavoro salariato e il lavoro su di sé necessario affinché egli sia in grado di assumere su di sé la colpa connessa all’indebitamento”. Oggi la vetero dicotomia marxista tra salariato e capitalista è stata superata in quanto il lavoratore non è più separato dal capitale, ma ne è diventato lui stesso portatore con un sostanziale livellamento antropologico per cui ognuno è diventato “imprenditore di se stesso”. Adesso l’uomo medio sfrutta al meglio il proprio patrimonio di conoscenze e abilità – “il capitale umano” – per metterlo sul grande tavolo da gioco della vita, o in altre parole, per ottenere la capacità di consumare e quindi, come insegna Baudrillard, di distinguersi nella simbolizzazione gerarchica per mezzo degli oggetti acquistati ed esibiti come feticcio.
>
> Per Zizek quello del debito, o anche simbolo di una dipendenza verso una forma di potere patriarcale, è un concetto che già gli antichi avevano elaborato. Nel mito di Orfeo – il mitico suonatore di lira che discese negli Inferi per salvare Euridice – Zizek vede un impulso assai moderno, la stessa volontà del debitore che vuole dimostrare alle banche o alle agenzie di rating di essere in grado, con il suo comportamento virtuoso che in Orfeo raggiungeva l’ascetismo e l’eccellenza, di poter ripagare il debito. Orfeo dimostra al Plutone-padrone di essere meritevole della sua pietà così come oggi lo è quel professionista che merita una tripla A nella valutazione della propria affidabilità grazie al suo comportamento (capitalisticamente) virtuoso.
>
> E nemmeno gli stati fanno eccezione a questa regola, basti osservare quanto è accaduto in Grecia la scorsa estate, con la crisi del debito ellenico che ha messo a dura prova il processo di integrazione europeo e mostrato i limiti delle politiche di austerity. Ma come osserva Zizek “in Europa oggi i ciechi guidano i ciechi”, perché molto spesso sono quegli attori – leggi alta finanza – che hanno portato alla crisi del 2008, attraverso una mal calcolata gestione dei derivati bancari, a pretendere poi di impartire le strategie di risanamento, generando un circolo vizioso dalle profondità insondabili.
>
> Ma se all’”inferno” – così chiama Zizek i paesi della stagnazione economica – le cose non vanno troppo bene nemmeno in “paradiso”, e cioè in quei paesi dove l’economia cresce a ritmi poderosi e in cui il sistema sembra mosso verso una rapida modernizzazione e occidentalizzazione. Quanto accaduto in Brasile, ad esempio, dove la presidente Dilma Roussef è stata incriminata e la classe politica messa sotto accusa, potrebbe essere il sintomo che qualcosa si è inceppato in questo meccanismo di rapido sviluppo che non tiene conto della variabile umana e della legittima aspirazione di ogni uomo e donna ad andare incontro alla propria realizzazione. Perché ogni rivoluzione, ogni potenziale cambiamento – osserva Zizek – porta con sé i germi di una nuova divisione e della creazione di un nuovo potere che favorisce pochi a discapito di molti (basti ricordare cosa accadeva dalle parti della fattoria degli animali di George Orwell, per intendersi).
>
> Attraverso il suo libro, il filosofo sloveno affronta molti problemi del nostro tempo e arriva ad analizzare quello del fondamentalismo islamico. Per Zizek il problema del fondamentalismo islamico si inquadra in una logica di lotta di classe e a suo modo “il fondamentalismo è il marxismo del XXI secolo”. Molti credono che quella del fanatismo sia soltanto un problema religioso connaturato a un’aspirazione retrograda di alcuni che vogliono uscire dalla modernità per ritrovare nei valori della religione tradizionale la panacea di tutti i mali. Questo ragionamento racchiude un fatale errore, avverte Zizek, secondo cui il problema del fondamentalismo è la continuazione con altri mezzi della vecchia lotta di classe marxista, perché dimenticare di far fronte alla barbarie, ignorare le istanze di giustizia sociale e di prosperità dei popoli, vuol dire consegnare milioni di uomini e donne alla propaganda retrograda.
>
> Del resto la violenza religiosa (e non) fa breccia nei cuori di chi sente di non avere vie d’uscita dall’ingiustizia e dalla miseria e ha dimenticato cosa rende una vita degna di essere vissuta. Il fondamentalismo è chiusura ai valori occidentali di libertà e favorevole all’instaurazione di un regime teocratico, ma parte della sua forza, specialmente a livello di propaganda, si insinua quando il potere dimentica le masse più deboli che poi prestano ascolto alle sirene jihadiste, in quanto “l’ascesa dell’islamismo radicale è in perfetta correlazione con la scomparsa della sinistra laica nei paesi musulmani”. Si pensi a quanto accaduto in Afghanistan, del resto, dove i talebani strumentalizzarono le divisioni e le tensioni di classe, sfruttando la sventura dei poveri contadini, non per raggiungere l’armonia o la pace sociale, ma mirando a tutt’altro, e cioè l’obiettivo dello stato teocratico.
>
> Secondo Zizek, un sistema capitalista e liberale è tanto più forte quando le forze liberali riescono ad andare a braccetto con quelle della sinistra riformista, perché non tenere conto delle istanze di cambiamento e di armonizzazione sociale espone la società all’azione di forze violente e rivoluzionarie, siano esse di sinistra o di destra – è interessante l’accostamento del fondamentalismo al fascismo, e non a caso Zizek parla di “islamo-fascismo”. Ciò che ha insegnato la storia d’Europa è che occorre sempre tenere alta la guardia ed esercitare l’esercizio della libertà insieme alla ricerca della giustizia e dell’armonia sociale, a livello collettivo e individuale. È questa la sfida in cui l’Europa e tutto l’Occidente si trova impegnato.

Mario Sammarone

È l’amore

È l’amore. Dovrò nascondermi o fuggire.
Crescono le mura delle sue carceri, come in un incubo atroce.
La bella maschera è cambiata, ma come sempre è l’unica.

A cosa mi serviranno i miei talismani:
l’esercizio delle lettere, la vaga erudizione,
le gallerie della Biblioteca, le cose comuni,
le abitudini, la notte intemporale, il sapore del sonno?
Stare con te o non stare con te è la misura del mio tempo.

È, lo so, l’amore: l’ansia e il sollievo di sentire la tua voce,
l’attesa e la memoria, l’orrore di vivere nel tempo successivo.
È l’amore con le sue mitologie, con le sue piccole magie inutili.

C’è un angolo di strada dove non oso passare.

Il nome di una donna mi denuncia.

Mi fa male una donna in tutto il corpo.

Jorge Luis Borge

Veleggio come un’ombra

Veleggio come un’ombra
nel sonno del giorno
e senza sapere
mi riconosco come tanti
schierata su un altare
per essere mangiata da chissà chi.
Io penso che l’inferno
sia illuminato di queste stesse
strane lampadine.
Vogliono cibarsi della mia pena
perché la loro forse
non s’addormenta mai.

Alda Merini

 

I colori dell’Alchimia

Cari amici,

vediamo insieme  il significato ermetico del NERO, del BIANCO, del GIALLO e del ROSSO secondo la filosofia esoterica.

 

Questi sono i colori dell’alchimia, la scienza parallela alla magia che vuole trasmutare non il piombo in oro, come credono gli stolti, ma la mente asfittica dell’uomo, chiusa e ottusa, in un’intelligenza aperta e tollerante (oro).

Le tonalità corrispondono a questi significati:

Nero (Nigredo) —   È la notte, l’oscurità del dolore. È quella scheggia della nostra vita in cui tutto sembra senza speranza e senza scopo. I problemi avviluppano e soffocano. Tutto è tetro e cupo. Ma è anche il momento in cui una voce lontana comincia a sussurrare: «Attento, così stai soffrendo troppo, devi cambiare». E nel buio pesto si accende un pallido fuoco. La coscienza ha intrapreso il lentissimo giro del «cangiamento».

Bianco (Albedo) —    È il momento in cui la persona inizia a capire che è necessaria una trasformazione.

Giallo (Citrinitas) —  È il momento in cui il processo si è messo in moto e inizia il percorso della mutazione di sé. Ma questo sentiero è doloroso, occorre lasciarsi dietro i difetti, le preoccupazioni, le piccole meschinità e gli egoismi. È una fase dura e spesso chi intraprende il sentiero è tentato a questo punto di tornare indietro. Eppure c’è anche una forza interiore, ormai matura, che non rinuncia e continuamente sprona a proseguire.

Rosso (Rubedo)  —   È l’esplorazione raggiante della nuova personalità. Il vecchio io è come una crisalide, avvizzisce e lascia il posto alla nuova farfalla. La mente si è aperta e le piccole meschinità, le invidie, i rancori, i tremori, le paure e le angosce sono ormai alle spalle. È la rinascita. Una nuova vita attende chi ha iniziato il calvario.

 

Anche se torno a casa così tardi

Anche se torno a casa così tardi – così tardi –
Comunque il mio ritorno a casa – ripagherà –
Più grande sarà l’Estasi
A cui avevano rinunciato aspettandomi –
Quando una notte – calante – muta – e oscura –
Sentiranno il mio inatteso bussare –
Coinvolgente sarà quel momento –
Distillato da decadi di Tormento!

Pensare solo a come arderà il focolare –
Solo a come occhi a lungo ingannati si volteranno –
Stupiti da quello che io stessa dirò,
E da quello che essi stessi, diranno a me –
Fa dileguare Secoli di lontananza!

Emily Dickinson

La Divina Immagine

Grazia, Amore, Pace, e Pietà
Chi è negli affanni prega,
E ad esse virtù che liberano
Torna l’animo grato.

Grazia, Amore, Pace, e Pietà
È Iddio, Padre caro,
Grazia, Amore, Pace, e Pietà
È l’uomo, Suo figliuolo e Suo pensiero.

La Grazia ha cuore umano;
Volto umano, Pietà;
Umana forma divina, l’Amore,
E veste umana, Pace.

Ogni uomo, d’ogni clima,
Se prega negli affanni,
L’umana supplica forma divina,
Amore e Grazia e la Pietà e la Pace.

Da tutti amata sia l’umana forma,
In Turchi si mostri o in Ebrei;
Dove trovi Pietà, l’Amore e Grazia,
Iddio sta di casa.

William Blake

Gaudio l’amarti

Gaudio l’amarti,
illimitato gaudio
credere al riso dei tuoi occhi,’
è vertigine ancora
la certezza d’esser da te cantata,
oh più tardi, negli anni non più miei,
or che tremare la vita sento
sul ciglio estremo…

Sibilla Aleramo

Sono nata il ventuno a primavera

Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.

Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.

Alda Merini

Non è amore

Non è amore. Ma in che misura è mia
colpa il non fare dei miei affetti
Amore? Molta colpa, sia
pure, se potrei d’una pazza purezza,
d’una cieca pietà vivere giorno
per giorno… Dare scandalo di mitezza.
Ma la violenza in cui mi frastorno,
dei sensi, dell’intelletto, da anni,
era la sola strada. Intorno a me
alle origini c’era, degli inganni
istituiti, delle dovute illusioni,
solo la Lingua: che i primi affanni
di un bambino, le preumane passioni,
già impure, non esprimeva. E poi
quando adolescente nella nazione
conobbi altro che non fosse la gioia
del vivere infantile – in una patria
provinciale, ma per me assoluta, eroica
fu l’anarchia. Nella nuova e già grama
borghesia d’una provincia senza purezza,
il primo apparire dell’Europa
fu per me apprendistato all’uso più
puro dell’espressione, che la scarsezza
della fede d’una classe morente
risarcisse con la follia ed i tòpoi
dell’eleganza: fosse l’indecente
chiarezza d’una lingua che evidenzia
la volontà a non essere, incosciente,
e la cosciente volontà a sussistere
nel privilegio e nella libertà
che per Grazia appartengono allo stile.

Pier Paolo Pasolini

Il giardino dell’amore

daybreak

(Alfons Mucha, Fiori)

Sono andato nel giardino dell’amore
E ho visto ciò che non avevo mai visto
Una cappella era costruita nel mezzo
Nel giardino dove di solito giocavo

E i cancelli della cappella erano chiusi
E “Tu non devi” era scritto sulla porta
Così mi voltai dal giardino dell’amore
Che produceva molti fiori colorati

E io ho visto che nel campo c’era una tomba
E sulle pietre tombali c’erano fiori –
E preti in tonache nere stavano camminando intorno
E legava con rovi i miei sogni e desideri.

William Blake

I bambini dagli occhi di sole

Io li ho visti i fiammanti pionieri dell’Onnipotente
al confine dove il cielo si volge verso la vita,
scendere a frotte dalle scale d’ambra della nascita;
i precursori di una divina moltitudine,
percorrendo il cammino della stella del mattino.
Li ho visti attraversare il crepuscolo di una età,
I bambini dagli occhi di sole di una meravigliosa aurora,
Possenti distruttori delle barriere del mondo
Messaggeri dell’Incomunicabile,
Architetti dell’immortalità.
I grandi creatori dal calmo aspetto,
I lottatori contro il destino nato dalla paura.
Volti che portano l’immota gloria dell’Immortale,
Corpi resi belli dalla luce dello spirito,
Portatori della parola magica, del fuoco mistico,
Portatori della colpa dionisiaca della gioia.
Scopritori delle strade soleggiate della bellezza,
Nuotatori delle acque tempestose dell’amore
Danzatori che aprono le porte d’oro del nuovo tempo
Sono qui.
Camminano fra noi per mutare la sofferenza in gioia,
per manifestare la Luce sul volto della Natura.

Sri Aurobindo (I bambini dagli occhi di sole, in Savitri, Edizioni Mediterranee, Roma, 1996.)

 

“Destatevi nove muse…”

Destatevi nove muse, cantatemi una melodia divina,
dipanate il sacro nastro, e legate il mio Valentino!

Oh la Terra fu creata per amanti, damigelle, e spasimanti disperati,
per sospiri, e dolci sussurri, e unità fatte di due,
tutte le cose si vanno corteggiando, in terra, o mare, o aria,
Dio non ha fatto celibe nessuno eccetto te nel suo mondo così bello!
La sposa, e poi lo sposo, i due, e poi l’uno,
Adamo, ed Eva, sua consorte, la luna, e poi il sole;
la vita fornisce la norma, chi obbedisce sarà felice,
chi non serve il sovrano, sia appeso all’albero fatale.
Il superbo cerca l’umile, il grande cerca il piccolo,
nessuno non trova chi ha cercato, su questa terrestre sfera;
L’ape fa la corte al fiore, il fiore risponde al suo appello,
ed essi celebrano nozze gioiose, i cui invitati sono cento foglie;
il vento corteggia i rami, i rami si fanno conquistare,
e il padre affettuoso cerca la fanciulla per il figlio.
La tempesta si aggira sulla riva mormorando un dolente canto,
il frangente con occhio pensoso, volge lo sguardo alla luna,
i loro spiriti si fondono, si scambiano solenni giuramenti,
mai più canterà lui dolente, e lei scaccerà la sua tristezza.
Il verme corteggia il mortale, la morte reclama una sposa viva,
la notte al giorno è sposata, l’aurora al vespro;
la Terra è un’allegra damigella, e il Cielo un cavaliere tanto sincero,
e la Terra è alquanto civettuola, e a lui sembra vano implorare.
Ora l’applicazione pratica, al lettore dell’elenco,
per portarti sulla retta via, e mettere in riga la tua anima;
tu sei un assolo umano, un essere freddo, e solitario,
non avrai una dolce compagna, raccoglierai ciò che hai seminato.
Non hai mai ore silenti, e minuti sempre troppo lunghi,
e un sacco di tristi pensieri, e lamenti invece di canti?
C’è Sarah, ed Eliza, ed Emeline così bella,
e Harriet, e Susan, e quella con la chioma arricciata!
I tuoi occhi sono tristemente accecati, eppure puoi ancora vedere
sei vere, e avvenenti fanciulle sedute sull’albero;
accostati a quell’albero con prudenza, poi arrampicati ardito,
e cogli colei che ami di più, non curarti dello spazio, né del tempo!
Poi portala tra le fronde del bosco, e costruisci per lei un pergolato,
e dalle ciò che chiede, gioielli, o uccelli, o fiori;
e porta il piffero, e la tromba, e batti sul tamburo –
e da’ il Buongiorno al mondo, e avviati alla gloria casalinga!

Emily Dickinson

In ricordo di Giordano Bruno (Nola, 1548 – Roma, 17 febbraio 1600)

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(Roma, monumento a Giordano Bruno a Campo de’ Fiori)

“E’ il più importante mago rinascimentale. Seguace della filosofia ermetica non riesce mai a nascondere le proprie idee ed è costretto a girovagare per l’Europa.In ogni circostanza è prima osannato e poi perseguitato. Eppure mai retrocede dalle proprie convinzioni che oscillano tra un panteismo divinizzante la Natura e l’Infinità dell’Universo. Mai sottomesso al materialismo e al fideismo brutale, vede nell’uomo la possibilità di ascendere di grado in grado verso il divino mediante un radioso entusiasmo e un “Furor” che consente allo studioso di travalicare se stesso fino a un’intuizione partecipativa che conduce alla vera Sophia. Crede fortemente nei Simboli dell’ermetismo e nel presupposto della Magia come Amor omnia vincit, l’amore trionfa su tutto e tutti. Non a caso scrive: “Un’unica forza, l’Amore, unisce infiniti mondi e li rende vivi”. Questi mondi infiniti potrebbero avere una vita come sulla terra. Queste ultime sue posizioni gli costeranno l’accusa di eresia, il processo, la tortura e il rogo. Ma prima dell’arresto, avvenuto a Venezia, su delazione dell’esecrando Mocenigo, porta la sua ideologia a Parigi e a Londra, dove ottiene le cattedre di filosofia più importanti dell’epoca. Strano davvero questo frate senza saio, che incanta a oltre quattro secoli dalla morte, osteggiato già a ventotto anni, e costretto a scappare dal convento nel 1576. Nella capitale francese e in quella inglese pubblica alcune opere importantissime, come il “De Umbris idearum”, il “Cantus Circaeus” e po “La Cena delle Ceneri”, “De la causa, principio e Uno”, “De l’infinito, universo e mondi”, lo “Spaccio de la bestia trionfante” e altri scritti che influenzeranno sia il pensiero della grande regina Elisabetta sia lo stesso Shakespeare. Poi altri viaggi e altre opere, sempre manifestando il suo pensiero intessuto di slanci infiniti e speranze immense, fiducia nelle possibilità dell’uomo e sospetti profondi verso ogni forma di massimalismo e fondamentalismo. Per questo morì atrocemente, a imperitura damnatio memoriae dei suoi carnefici. Eppure Bruno parlava d’Amore anche a loro. E’ vissuto cinquantadue anni, di cui otto in prigione. Le lacrime di tutti i suoi seguaci non sono bastate a spegnere il rogo, ma servono tutt’ora a far comprendere l’importanza della tolleranza”.

Gabriele La Porta, da “Dizionario dell’inconscio e della magia” (Sperling & Kupfer)

 

 

Mi nasconda la notte

Mi nasconda la notte e il dolce vento.
Da casa mia cacciato e a te venuto
mio romantico amico fiume lento.
Guardo il cielo e le nuvole e le luci
degli uomini laggiù così lontani
sempre da me. Ed io non so chi voglio
amare ormai se non il mio dolore.
La luna si nasconde e poi riappare
lenta vicenda inutilmente mossa
sovra il mio capo stanco di guardare.

Sandro Penna

Gli emigranti

Cogli occhi spenti, con lo guancie cave,
Pallidi, in atto addolorato e grave,
Sorreggendo le donne affrante e smorte,
Ascendono la nave
Come s’ascende il palco de la morte.
E ognun sul petto trepido si serra
Tutto quel che possiede su la terra.
Altri un misero involto, altri un patito
Bimbo, che gli s’afferra
Al collo, dalle immense acque atterrito.
Salgono in lunga fila, umili e muti,
E sopra i volti appar bruni e sparuti
Umido ancora il desolato affanno
Degli estremi saluti
Dati ai monti che più non rivedranno.

Salgono, e ognuno la pupilla mesta
Sulla ricca e gentil Genova arresta,
Intento in atto di stupor profondo,
Come sopra una festa
Fisserebbe lo sguardo un moribondo.
Ammonticchiati là come giumenti
Sulla gelida prua morsa dai venti,
Migrano a terre inospiti e lontane;
Laceri e macilenti,
Varcano i mari per cercar del pane.
Traditi da un mercante menzognero,
Vanno, oggetto di scherno allo straniero,
Bestie da soma, dispregiati iloti,
Carne da cimitero,
Vanno a campar d’angoscia in lidi ignoti.
Vanno, ignari di tutto, ove li porta
La fame, in terre ove altra gente è morta;
Come il pezzente cieco o vagabondo
Erra di porta in porta,
Essi così vanno di mondo in mondo.

Vanno coi figli come un gran tesoro
Celando in petto una moneta d’oro,
Frutto segreto d’infiniti stonti,
E le donne con loro,
Istupidite martiri piangenti.
Pur nell’angoscia di quell’ultim’ora
Il suol che li rifiuta amano ancora;
L’amano ancora il maledetto suolo
Che i figli suoi divora,
Dove sudano mille e campa un solo.
E li han nel core in quei solenni istanti
I bei clivi di allegre acque sonanti,
E le chiesette candide, e i pacati
Laghi cinti di piante,
E i villaggi tranquilli ove son nati!
E ognuno forse sprigionando un grido,
Se lo potesse, tornerebbe al lido;
Tornerebbe a morir sopra i nativi
Monti, nel triste nido
Dove piangono i suoi vecchi malvivi.

Addio, poveri vecchi! In men d’un anno
Rosi dalla miseria e dall’affanno,
Forse morrete là senza compianto,
E i figli nol sapranno,
E andrete ignudi e soli al camposanto.
Poveri vecchi, addio! Forse a quest’ora
Dai muti clivi che il tramonto indora
La man levate i figli a benedire….
Benediteli ancora:
Tutti vanno a soffrir, molti a morire.
Ecco il naviglio maestoso e lento
Salpa, Genova gira, alita il vento.
Sul vago lido si distende un velo,
E il drappello sgomento
Solleva un grido desolato al cielo.
Chi al lido che dispar tende le braccia.
Chi nell’involto suo china la faccia,
Chi versando un’amara onda dagli occhi
La sua compagna abbraccia,
Chi supplicando Iddio piega i ginocchi.

E il naviglio s’affretta, e il giorno muore,
E un suon di pianti e d’urli di dolore
Vagamente confuso al suon dell’onda
Viene a morir nel core
De la folla che guarda da la sponda.
Addio, fratelli! Addio, turba dolente!
Vi sia pietoso il cielo e il mar clemente,
V’allieti il sole il misero viaggio;
Addio, povera gente,
Datevi pace e fatevi coraggio.
Stringete il nodo dei fraterni affetti.
Riparate dal freddo i fanciulletti ,
Dividetevi i cenci, i soldi, il pane,
Sfidate uniti e stretti
L’imperversar de le sciagure umane.
E Iddio vi faccia rivarcar quei mari,
E tornare ai villaggi umili e cari,
E ritrovare ancor de le deserte
Case sui limitari
I vostri vecchi con le braccia aperte.

 Edmondo De Amicis (1882)

Libri: “Notturno bizantino”, intervista all’autore Luigi de Pascalis

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Scrittore da più di cinquant’anni ormai, Luigi de Pascalis è diventato uno dei nuovi interpreti della narrativa storica italiana. Romanzi come “Rosso velabro” e “Il mantello di porpora” – entrambi pubblicati dalla casa editrice La Lepre – raccontano la vita dell’Impero Romano tardo-antico, una civiltà al tramonto e di fronte all‘incombente età di mezzo, grande crogiolo in cui si forgiò la moderna civiltà occidentale. Ma quello di Luigi de Pascalis è soprattutto un prezioso lavoro ermeneutico che tenta di scavare nelle profondità della Storia, restituendo un discorso sui comportamenti e sulla natura umana che permane immutata anche in tempi passati e in civiltà lontane dalla nostra.

Con “Notturno bizantino” (La Lepre, 2015), ultima fatica dello scrittore di origine lancianese, si è voluto cambiare punto di riferimento storico e la narrazione si è mossa dal IV secolo d. C. alla Costantinopoli di un millennio più tardi. I racconti di Lucas Pascali – medico di origine greca, personaggio principale del libro – testimoniano gli ultimi giorni di una grande città e quelli di una storia molto spesso dimenticata, ma che in fondo appartiene anche alla nostra. Si tratta di una storia di frontiera, che percorre quell’antico confine tra Oriente e Occidente, e che riguarda la caduta della millenaria città fondata dall’Imperatore Costantino come capitale dell’Impero Romano d’Oriente, sulle vestigia dell’antica Bisanzio.

Professor De Pascalis, con “Notturno bizantino” ha raccontato la fine di un mondo e il drammatico assedio di Costantinopoli ad opera delle truppe del sultano ottomano Mehmet II. Perché ha voluto rievocare quella storia?

Perché l’ho trovata per certi aspetti simile a cose che stanno accadendo oggi. Ho voluto ricordare i nostri rapporti con gli ottomani che non sono stati sempre facili, e con il mondo orientale in generale. E poi perché la caduta di Costantinopoli rappresentò in fondo la caduta dell’ultima parte del mondo antico. Una civiltà tramontata ma che, come si evidenzia dal libro, fu anche responsabile dell’avvento del Rinascimento europeo, grazie alla fuga di molti filosofi da Costantinopoli verso l’Europa occidentale.

Non a caso uno dei personaggi del romanzo è Gemisto Pletone, grande filosofo bizantino neoplatonico. Secondo lei, in un mondo che corre veloce e in cui gli individui sono immersi nelle logiche del calcolo, la filosofia contemplativa degli antichi può rappresentare una cura contro i mali del mondo moderno.

Ho voluto mostrare come un certo tipo di pensiero che sembrava finito, come quello neoplatonico rimasto nella cenere per circa mille anni, tornò a farsi sentire nell’Europa occidentale. Temo però che il pensiero contemplativo degli antichi non sia molto in auge: oggi abbiamo una civiltà di massa guidata dal mercato che ha poco o nulla a che fare con il pensiero in sé. Ma a suo modo anche questo è un nuovo tipo di religione: oggi si crede in maniera a-critica alle logiche della crescita, del mercato e a modelli che stanno mostrando i loro limiti.

Lei scrive come la caduta della città fu favorita dalle divisioni tra cristiani, in quanto le potenze del tempo, italiane in primis, subordinavano un intervento a sostegno dell’ultimo imperatore bizantino, Costantino XII, a una sottomissione degli orientali alla chiesa di Roma. Crede che le divisioni politiche siano responsabili delle crisi internazionali, allora come oggi?

Oggi la divisione tra Chiesa d’Oriente e di Occidente non è più all’ordine del giorno, naturalmente, ma lo scarto sulle visioni politiche su cui si registra una debolezza intrinseca dell’Europa credo che sia un problema attuale. In realtà, sotto il velo delle divisioni religiose, molto spesso si nascondono interessi economici. Nel XV secolo c’erano potenze occidentali da un lato, come Genova e Venezia, che avevano interesse a commerciare con l’Oriente e che avevano rapporti economici con gli Ottomani da preservare, dall’altro potenze per così dire “minori” che non avevano risorse per andare in aiuto di Costantinopoli.

Lei è un grande interprete del romanzo storico attuale. Da cosa nasce la sua passione per questo genere letterario?

Ho sperimentato negli anni diversi generi, ma quello storico mi interessa particolarmente perché mi permette qualcosa che altri generi non richiedono: la ricerca e lo studio. A mio parere non c’è niente come il romanzo storico. Attraverso di esso si può esprimere la natura e i comportamenti umani, sondare l’interiorità e descrivere – elemento che mi interessava specificatamente per l’ultimo romanzo – cosa accade nell’animo umano di fronte a cambiamenti ineluttabili.

Per “Notturno bizantino” è arrivata la candidatura al premio Strega 2016, un riconoscimento che premia anni di lavoro e un’opera molto intensa. Cosa si sente di dire?

Mi fa piacere, naturalmente. Ma l’accetto più come una sfida che come un riconoscimento, anche perché non è mai capitato che un piccolo editore vincesse questo riconoscimento. Non mi aspetto moltissimo, ma solo un minimo di attenzione per un’opera che dura da molto tempo – scrivo da più di cinquant’anni! Detto questo, la sfida mi interessa e l’accetto.

Mario Sammarone

 

Io non ho bisogno di denaro

Io non ho bisogno di denaro.
Ho bisogno di sentimenti,
di parole, di parole scelte sapientemente,
di fiori detti pensieri,
di rose dette presenze,
di sogni che abitino gli alberi,
di canzoni che facciano danzare le statue,
di stelle che mormorino all’ orecchio degli amanti.
ho bisogno di poesia,
questa magia che brucia la pesantezza delle parole,
che risveglia le emozioni e dà colori nuovi.

La mia poesia è alacre come il fuoco
trascorre tra le mie dita come un rosario
Non prego perché sono un poeta della sventura
che tace, a volte, le doglie di un parto dentro le ore,
sono il poeta che grida e che gioca con le sue grida,
sono il poeta che canta e non trova parole,
sono la paglia arida sopra cui batte il suono,
sono la ninnanànna che fa piangere i figli,
sono la vanagloria che si lascia cadere,
il manto di metallo di una lunga preghiera
del passato cordoglio che non vede la luce.

Alda Merini

L’odio

Guardate com’è sempre efficiente,
come si mantiene in forma
nel nostro secolo l’odio.
Con quanta facilità supera gli ostacoli.
Come gli è facile avventarsi, agguantare.

Non è come gli altri sentimenti.
Insieme più vecchio e più giovane di loro.
Da solo genera le cause
che lo fanno nascere.
Se si addormenta, il suo non è mai un sonno eterno.
L’insonnia non lo indebolisce ma lo rafforza.

Religione o non religione
purché ci si inginocchi per il via
Patria o no
purché si scatti alla partenza.
Anche la giustizia va bene all’inizio.
Poi corre tutto solo.
L’odio. L’odio.
Una smorfia di estasi amorosa
gli deforma il viso.

Oh, quegli altri sentimenti
malaticci e fiacchi!
Da quando la fratellanza
può contare sulle folle?
La compassione è mai
arrivata per prima al traguardo?
Il dubbio quanti volenterosi trascina?
Lui solo trascina, che sa il fatto suo.

Capace, sveglio, molto laborioso.
Occorre dire quante canzoni ha composto?
Quante pagine ha scritto nei libri di storia?
Quanti tappeti umani ha disteso
su quante piazze, stadi?

Diciamoci la verità:
sa creare bellezza
Splendidi i suoi bagliori nella notte nera
Magnifiche le nubi degli scoppi nell’alba rosata.
Innegabile è il pathos delle rovine
e l’umorismo grasso
della colonna che vigorosa le sovrasta.

È un maestro del contrasto
tra fracasso e silenzio
tra sangue rosso e neve bianca.
E soprattutto non lo annoia mai
il motivo del lindo carnefice
sopra la vittima insozzata.

In ogni istante è pronto a nuovi compiti.
Se deve aspettare aspetterà.
Lo dicono cieco. Cieco?
Ha la vista acuta del cecchino
e guarda risoluto al futuro.
lui solo.

Wislawa Szymborska

Se questo è un uomo

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sí o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza piú forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.
Primo Levi

Male supremo del nostro tempo

Certamente il fascismo e’ stato già sconfitto una volta, ma siamo ben lungi dall’aver sradicato definitivamente questo male supremo del nostro tempo: le sue radici sono infatti profonde e si chiamano antisemitismo, razzismo, imperialismo.”

Hanna Arendt, “La banalità del male”

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi-
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla

Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.

Cesare Pavese

Luna calante

E come una dama morente che pallida
e smunta ravvolta in un velo
diafano esce vacillando
dalla sua camera, ed è insensato
incerto vaneggiare della mente
smarrita che la guida, la luna
sorse nel tenebroso oriente, una massa
deforme che sbiancheggia.

Percy Bysshe Shelley

Strinsi le mani sotto il velo oscuro…

Strinsi le mani sotto il velo oscuro…
“Perché oggi sei pallida?”
Perché d’agra tristezza
l’ho abbeverato fino ad ubriacarlo.

Come dimenticare? Uscì vacillando,
sulla bocca una smorfia di dolore…
Corsi senza sfiorare la ringhiera,
corsi dietro di lui fino al portone.

Soffocando, gridai: “E’ stato tutto
uno scherzo. Muoio se te ne vai”.
Lui sorrise calmo, crudele
e mi disse: “Non startene al vento.”

Anna Achmatova

Filostrocca di capodanno

Filastrocca di capodanno:
fammi gli auguri per tutto l’anno:
voglio un gennaio col sole d’aprile,
un luglio fresco, un marzo gentile;
voglio un giorno senza sera,
voglio un mare senza bufera;
voglio un pane sempre fresco,
sul cipresso il fiore del pesco;
che siano amici il gatto e il cane,
che diano latte le fontane.
Se voglio troppo, non darmi niente,
dammi una faccia allegra solamente.

Gianni Rodari

Per nessun altro…

Per nessun altro, amore, avrei spezzato
questo beato sogno.
Buon tema per la ragione,
troppo forte per la fantasia.
Sei stata saggia a svegliarmi. E tuttavia
tu non spezzi il mio sogno, lo prolunghi.
Tu così vera che pensarti basta
per fare veri i sogni e storia le favole.
Entra tra queste braccia. Se ti sembrò
più giusto per me non sognare tutto il sogno,
ora viviamo il resto.

Come un lampo o un bagliore di candela
i tuoi occhi, non già il rumore, mi destarono.
Così (poichè tu ami il vero)
io ti credetti sulle prime un angelo.
Ma quando vidi che mi vedevi in cuore,
che conoscevi i miei pensieri meglio di un angelo,
quando interpretasti il sogno, sapendo
che la troppa gioia mi avrebbe destato
e venisti, devo confessare
che sarebbe stato sacrilegio crederti altro da te.

Il venire, il restare ti rivelò: tu sola.
Ma ora che ti allontani
dubito che tu non sia più tu.
Debole quell’amore di cui più forte è la paura,
e non è tutto spirito limpido e valoroso
se è misto di timore, di pudore, di onore.
Forse, come le torce
sono prima accese e poi spente, così tu fai con me.
Venisti per accendermi, vai per venire. E io
sognerò nuovamente
quella speranza, ma per non morire.

John Donne

Quando sarai…

Quando sarai vecchia e grigia e pieno di sonno
avrai il capo
A tentennare presso il fuoco, togli questo
libro,
Leggilo con cura, e sogna il tenero sguardo
Che i tuoi occhi ebbero una volta, sogna anche
le loro ombre fonde;
E come tanti amarono i tuoi momenti di grazia
felice
E amarono la tua bellezza con falso o vero
amore;
Ma uno solo amò in te la tua anima errante
E amò le pene del tuo mutevole
volto;
E curva sui ceppi che rimandano il loro
bagliore,
Mormora pure, un po’ triste, come Amore
si volse in fuga,
E oltrepassò i monti
E nascose il suo volto in una miriade di stelle.

W. B. Yeats

So che è poesia

Se leggo un libro che mi gela tutta, così che nessun fuoco possa scaldarmi, so che è poesia.
Se mi sento fisicamente come se mi scoperchiassero la testa, so che quella è poesia.
È l’unico modo che ho di conoscerla.
Ce ne sono altri?

Emily Dickinson

Libri segnalati: “La madre” di Orietta Cicchinelli

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“La Madre” è il libro d’esordio della giornalista Orietta Cicchinelli, responsabile Spettacoli-Roma del quotidiano Metro, edito dalla casa editrice NED. Dedicato a Vincenzo Cerami, con il quale la scrittrice era unita da un profondo legame affettivo, è un progetto che nasce dal racconto di un’esperienza personale colma di sensazioni ed emozioni legate alla figura materna, non solo quale genitrice, ma anche di ritorno alle origini, alla Madre Terra appunto. Distribuito in esclusiva a Roma da ARION, “La madre” è introdotto dallo psichiatra e neurologo Elio Sena, mentre la prefazione del libro è a cura dell’ attore Maurizio Battista. Pier Paolo Mocci, editore di NED, riserverà 1 euro a copia (prezzo di copertina 6 euro) per l’acquisto di prime necessità per le giovani madri in difficoltà ospitate nella casa-famiglia Protettorato di San Giuseppe a Roma. L’autrice, invece, cederà la totalità dei suoi diritti d’autore sempre in favore di beni per le ragazze-madri di Via Nomentana 341.“Ho scritto questo libro durante il primo Natale senza lei – spiega Orietta Cicchinelli – un evento che non poteva passare sotto silenzio. Mentre la vedevo ancora china a mettere nel camino il ciocco più grosso, la ricordavo sulla pagina, per “regalare” ai miei qualcosa di particolare. Ne è venuto fuori un racconto per me e spero per il lettore emozionale, di getto. Spero ora di trasferire un’emozione anche di chi lo avrà tra le mani”.

 

Da oggi a Roma inizia il “Festival del Romanzo Storico”

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Oggi, a Roma, alle ore 18,30, con la presentazione del romanzo “L’ultima legione occulta” di Roberto Genovesi (edito da Newton Compton) avrà inizio una rassegna culturale dedicata al romanzo storico. L’evento, che si svolgerà presso la sala conferenze della FUIS in Piazza Augusto Imperatore 4, vedrà la partecipazione di alcuni maestri del genere come Luigi De Pascalis, Andrea Frediani, Fabrizio Cordoano. “Si tratta di un’occasione per riportare alla memoria storie di un mondo passato che possono offrire ancora grande testimonianza, perché una civiltà che perde il legame  con il proprio passato  è una civiltà che rischia di camminare sul nulla”, afferma Mario Sammarone, curatore della rassegna. Organizzate dall’Associazione Editori Abruzzesi, il ciclo di sei conferenze terminerà il 26 febbraio con la presentazione del libro “Le lacrime degli eroi” (Einaudi) di Matteo Nucci.

I rumori dell’alba

Come è forte il rumore dell’alba!
Fatto di cose più che di persone.
Lo precede talvolta un fischio breve,
una voce che lieta sfida il giorno.
Ma poi nella città tutto è sommerso.
E la mia stella è quella stella scialba
mia lenta morte senza disperazione.

Sandro Penna

Presentazione del libro “Chi siete?” di Doriana Vovola ad Arezzo, opera che contiene le mie “Suggestioni”

280_0_4844867_458062Carissimi,

oggi, 21 novembre, alla manifestazione “Incontri d’ Autore” ad Arezzo, alle ore 17.30, presso la libreria Mondadori, la scrittrice Doriana Vovola presenterà il libro “Chi siete?”, edito da Europa Edizioni.  Musicologa, progettista culturale e artista multiforme, l’autrice declina il suo impegno alla sensibilizzazione e al sostegno attivo dei diritti umani, sociali e civili, animali e dell’ ambiente. Per la sua attività ha ricevuto diversi premi per i diritti umani dei popoli e dei singoli.

“..Prigionia e libertà, elettricità emotive e perdita di baricentro esistenziale. Sensitività, poesia, filosofia e mistica in paradigma teatrale come
atto di presenza verso popoli, etnie, culture, sensibilità devastate dalle persecuzioni. …Densa sospensione di aneliti, negazioni, fughe, volontà…
dinamiche battenti, sognanti di realtà nevralgiche che intrecciano, tagliano, donano, s’incuneano e sperano.
Se la prigionia fosse superficie d’ acqua cosa apparirebbe dell’ umanità affacciata sul suo specchio? Stati d’essere non più persone. Sentimenti
e prospettive che generano, alimentano e sfogano unicamente nella dimensione interiore. ‘Chi siete?’ pungola l’umanità, mostra l’ afflato
dell’umanità vittima della violazione. “…una rappresentazione di incanti. Una successione di energie al galoppo. …andare per coinvolgimenti. …psichici dirupi da cui è impossibile allontanarsi. Sottrarsi. …iniziano le voci, una per volta e tutte insieme.”
(dalla prefazione “Suggestioni” di Gabriele La Porta)

 

Non capirsi è terribile

Non capirsi è terribile –
non capirsi e abbracciarsi,
ma benché sembri strano,
è altrettanto terribile
capirsi totalmente.

In un modo o nell’altro ci feriamo.
Ed io, precocemente illuminato,
la tenera tua anima non voglio
mortificare con l’incomprensione,
né con la comprensione uccidere.

Evgenij A. Evtusenko

“Sandokan”, un mito intramontabile ricordato al RomaFictionFest

Si chiude ufficialmente oggi, domenica 15 novembre, con la premiazione al Cinema Adriano, la nona edizione del RomaFictionFest, un brand dell’Associazione Produttori Televisivi, prodotta da Fondazione Cinema per Roma, sostenuta da Regione Lazio e Camera di Commercio di Roma, con il coordinamento artistico di Piera Detassis. Tra le tente sorprese del festival che quest’anno ha contato su molte presenze internazionali e un incremento del 20% di pubblico, vogliamo ricordare la retrospettiva con la riproposta degli episodi integrali, che gli organizzatori hanno dedicato allo sceneggiato televisivo “Sandokan”, riconosciuto ancora oggi come uno dei più famosi della storia della televisione italiana. Trasmesso dalla RAI  in 6 puntate, dal 6 gennaio all’8 febbraio del 1976, diretto da Sergio Sollima e interpretato da Kabir Bedy, Phlippe Leroy, Carole André, Andrea Giordana e Adolfo Celi. Tratto dai romanzi del ciclo indo-malese di Emilio Salgari, la sceneggiatura si ispira in buona parte ai libri Le Tigri di Mombracem e “I Pirati della Malesia”. La lavorazione dello sceneggiato fu molto complessa e  richiese circa quattro anni per poter essere realizzato, grazie soprattutto al grande sforzo lavorativo di Sollima, intenzionato a realizzare un prodotto realistico e imponente. “Sandokan” è stato il primo caso di “teleromanzo” italiano a essere realizzato con la cura e la grandiosità produttiva di un kolossal cinematografico e inaugurò l’inizio di forme di coproduzione con produttori italiani e stranieri, avvalendosi dell’opera di registi e intellettuali per rendere l’idea fiction come noi l’abbiamo oggi.

Quando Goffredo Lombardo e Elio Scardamaglia, rispettivamente produttore della Titanus e della Rai, dopo aver ricevuto il rifiuto da parte di molti altri registi, proposero a Sergio Sollima di dirigere Sandokan, egli ne fu entusiasta. Mise subito in chiaro però  che lo avrebbe diretto solo se gli avessero permesso di andare a girare sui luoghi veri, utilizzando attori asiatici, muovendosi tra India, Malesia e Thailandia. Il motivo della sua felicità nei confronti della proposta che gli era stata fatta era che Sollima conosceva molto bene Emilio Salgari. Sapeva che le opere dell’autore non erano semplici da trasporre in televisione e per semplificare decise di concentrarsi soprattutto su “Le Tigri di Mompracem” e  “I pirati della Malesia”, dando più spazio allo sviluppo coloniale inglese del periodo e alla storia d’amore tra Sandokan e Marianna. Anche alcuni personaggi secondari come Yanez e James Brooke acquistarono vigore e diventarono importanti ai fini della storia. Per la scrittura della sceneggiatura, Sollima si fece aiutare da Alberto Silvestri (coautore, anni dopo, del “Maurizio Costanzo Show”). Per la scelta del protagonista, Sollima organizzò un vasto e complesso piano di ricerche terminate quando ai provini a Mumbai, nel 1974, si presentò Kabir Bedi, un giovane indiano di religione Sikh, che si era presentato per interpretare Tremal-Naik. Ancora oggi, l’attore afferma che deve tutta la sua carriera al ruolo di Sandokan e a Sergio Sollima che ebbe il coraggio di affrontare una produzione così costosa per quei tempi. Lo ha ripetuto anche durante la reunion del cast in occasione della retrospettiva, realizzata in collaborazione di Samanta e Stefano Sollima (regista di “Romanzo criminale”, “Gomorra” e “Suburra”), figli di Sergio, scomparso la scorsa estate all’età di 94 anni. Dello sceneggiato si ricorda anche la bellissima canzone della sigla, scritta da Guido e Maurizio De Angelis (Oliver Onion), diventata ormai un cult. Mentre, tra le scene di maggiore intensità, la morte di Marianna, interpretata da Carole André, resta quella più commovente.

 

Clara Martinelli