Sulla vita

Quello che proprio mi angoscia è come noi così volutamente, così distrattamente ci impoveriamo la vita”.

Tiziano Terzani, “La fine è il mio inizio”

Il silenzio

Mi parve che, questo del silenzio, fosse un diritto naturale che ci era stato tolto. Pensai con orrore a quanta parte della vita se ne va, calpestata dalla cacofonia che ci siamo inventati con l’illusione che ci faccia piacere o compagnia. Ciascuno dovrebbe, ogni tanto, riaffermare questo diritto al silenzio e concedersi una pausa, una pausa di giorni di silenzio, per risentire se stesso, per riflettere e ritrovare un po’ di sanità”.

Tiziano Terzani, “Un indovino mi disse”

Quattro Quartetti, East Coker, I


Nel mio principio è la mia fine. Una dopo l’altra
Case sorgono cadono crollano vengono
Ampliate vengono
Demolite distrutte restaurate o al loro posto
C’è un campo aperto o uno stabilimento o
Una via di circonvallazione. Vecchia pietra
Per costruzioni nuove vecchio legname
Per nuovi fuochi, vecchi fuochi
Per cenere e cenere
Per terra che è carne e pelo
Escrementi, ossa
Di uomo e di bestia stelo di grano
E foglia. Case
Vivono e muoiono: c’è un tempo per costruire
E un tempo per vivere e generare
E un tempo perché il vento infranga
Il vetro sconnesso e scuota il rivestimento
Di legno dove trotta il topo, e scuota
Il logoro arazzo ricamato con un motto silenzioso.

Nel mio principio è la mia fine. Ora la luce
Cade per il campo aperto, lasciando
La via incassata riparata dai rami, buia
Nel pomeriggio dove ci si appoggia contro una sponda
Mentre passa un carro e la via incassata
Insiste nella sua direzione fin dentro al villaggio nel caldo
Elettrico ipnotizzata. In una calda caligine
La luce afosa è assorbita, non rifratta
Dalla pietra grigia. Le dalie
Dormono nel silenzio vuoto. La civetta
Non si farà attendere.

In quel campo aperto
Se non venite troppo vicini, se non
Venite troppo vicini, una mezzanotte d’estate
Potrete udire la musica
Del flauto sottile e del tamburo
Piccolo e vederli danzare intorno al falò
L’associazione dell’uomo e della donna
In danza, quale di matrimonio è significazione, sacramento
Degno e conveniente. A due
A due, congiunzione necessitata
Tenendosi l’un l’altro per la mano o il braccio
Che figura è di concordia. Giro a giro
Al fuoco, balzando tra le fiamme
O uniti in circolo, rusticamente
Solenni o in rustiche risate
Alzando piedi pesanti in scarpe goffe, piedi
Di terra piedi
Di argilla alzati
In allegria campagnola, allegria
Di quelli che da lungo tempo sotto terra
Nutrono il grano. Attenti al tempo attenti
Al ritmo della loro danza come a quello
Del loro vivere nelle viventi stagioni
Il tempo delle stagioni e delle costellazioni
Il tempo della mungitura e il tempo del raccolto
Il tempo della copula tra l’uomo e la donna
E quello delle bestie. Piedi che si alzano
E cadono. Mangiare
E bere. Letame
E morte.

Spunta l’alba, e un altro giorno
Si prepara a calore e silenzio. Al largo
Increspa e scivola. Io sono
Qui, o là, o
Altrove. Nel mio principio.

Thomas Stearns Eliot

 

Voi, che per gli occhi mi passaste il core

Voi, che per gli occhi mi passaste il core
e destaste la mente che dormia,
guardate a l’angosciosa vita mia
che sospirando la distrugge Amore.

E’ ven tagliando di sì gran valore
che’ deboletti spiriti van via,
riman figura sol’ en segnoria
e voce alquanta che parla dolore.

Questa vertù d’amor che m’ha disfatto
da’ vostr’occhi gentil presta si mosse;
un dardo mi gittò dentro dal fianco.

Si giunse ritto ‘l colpo, al primo tratto,
che l’anima tremando si riscosse,
veggendo morto ‘l cor nel lato manco.

Guido Cavalcanti

Ero solo e seduto. La mia storia

Ero solo e seduto. La mia storia
appoggiavo a una chiesa senza nome.
Qualche figura entrò senza rumore,
senz’ombra sotto il cielo del meriggio.

Nude campane che la vostra storia
non raccontate mai con precisione.
In me si fabbricò tutto il meriggio
intorno ad una storia senza nome.

Sandro Penna

Da “Un profilo perduto”

Due mesi dopo venni a sapere della morte di Julius A. Cram. Stroncato – si diceva – da una crisi cardiaca dovuta a un abuso di stimolanti, di tranquillanti e altri espedienti. Eravamo passati l’uno nella vita dell’altra ostinatamente paralleli, ostinatamente estranei. Non ci eravamo mai visti che di profilo, non ci eravamo mai amati. Lui non aveva sognato che di possedermi, io non avevo cercato che di fuggirlo, tutto qui e, a pensarci bene, era una storia piuttosto squallida. Tuttavia, sapevo che quando il tempo avrebbe operato la sua scelta nella memoria dei miei affetti, non avrei più rivisto di lui che quella ciocca di capelli bianchi che spuntava da un’amaca, e avrei semplicemente udito la sua voce dirmi, titubante e stanca “perché io, da quando la conosco, non mi annoio più”.

Françoise Sagan

Felice chi è diverso

Felice chi è diverso
essendo egli diverso.
Ma guai a chi è diverso
essendo egli comune.

Sandro Penna

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