MIO PADRE

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Come la più delicata delle carezze, ti penso.
Senza che tu lo sappia, siedo i ricordi, accanto a te.
Al passaggio quiete della memoria, bacio lieve il tuo viso.
Piango silenziosamente, ogni giorno.
Segretamente.
Inconsolabilmente.
Mio caro papino BELLISSIMO, cuore del mio cuore.
Luce delle mie stelle.
Come posso, di questo tempo oscuro, abbracciarne la violenta durezza?
Come posso accettare la tua memoria svanita?
Solamente la voce è la stessa.
Il resto, il mondo intorno, inesorabilmente si è dissolto.
E stride.
Addolora.
Dilania.
So che sarà sempre così.
So che i giorni che arriveranno, ti nasconderanno perdutamente.
Senza soluzione.
Senza rispetto.
Come un abisso.
Mio caro papino, non temere, non dirò nulla.
Terrò le lacrime per me.
Tu resta lì dove sei, in quel non-luogo che il medico chiama in quel modo che spiazza e disorienta.
Stai tranquillo.
Scaccia i demoni che ti fanno visita.
Siediti, calmo.
Sii sereno perché, anche se non lo ricorderai, ogni giorno ti racconterò le gesta di un uomo bellissimo:
MIO PADRE
Tu.

(Michele)

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Libri consigliati: “La casa di Luna” di Mario Sammarone

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È appena uscito il nuovo libro di Mario Sammatone, “La casa di Luna” (Carabba). Si tratta di una raccolta di racconti a sfondo storico, psicologico ed esoterico, alcuni dei quali sono stati pubblicati sul nostro blog, altri su riviste come Effe e Watt. “Purificazione”, ad esempio, narra le avventure di un giovane Empedocle, il filosofo allievo di Pitagora, alle prese con la riunione dei principi maschile e femminile, secondo le teorie psicologiche di Neumann e Jung, e ricostruisce le vicende della scuola pitagorica, la grande accademia del mondo antico in cui si insegnavano ai giovani più meritevoli i segreti del cosmo.
“L’uomo con il vestito violetto” racconta di un ambizioso fantasma-critico d’arte alle prese con un misterioso e magico quadro di Durer che va incontro alla trasformazione alchemica sotto il segno del pianeta Saturno.
“Publio Licinio” invece, ambientato nella Roma del III sec. d. C, è la storia di un giovane senatore romano, a cui la Pizia ha predetto che sarebbe diventato imperatore a patto però di perdere la sua amata. Claudia, la sua amata, si ammala e muore, ma Publio Licinio arriverà a sfidare persino la volontà degli dèi pur di riaverla.
Tutti i racconti hanno come tema di fondo la trasformazione dell’individuo e testimoniano come il cambiamento dell’esistenza verso una sfera luminosa, più alta dell’essere sia possibile solo a patto di svolgere un intenso lavoro su di se. La casa di Luna vuol raccontare come la vita umana sia fatta di stagioni diverse e mai uguali a se stesse, ma che proprio per questo non devono essere tralasciate ma portate sempre con noi nel grande viaggio nel mondo.
Uno dei protagonisti del libro, Julien, afferma: “La trasformazione interiore riflette e precede sempre la trasformazione esteriore”. Il racconto finale della casa di Luna ha una valenza politico-sociale nel momento in cui Julien, dopo essere diventato un grande musicista, torna nella sua terra di origine per operarvi il cambiamento e cercare di trasformare ciò che ha intorno per creare una realtà migliore e affine alle aspirazioni di tutti.

Buon Ferragosto!

Carissimi,

vi chiedo scusa per questa lunga interruzione, dovuta purtroppo a motivi di salute. A partire da oggi riprenderemo con le pubblicazioni. Vi auguro intanto una buona serata di Ferragosto.

Gabriele

Libri: “Il giudice delle donne” di Maria Rosa Cutrufelli

il giudice delle donne

Fino al 2 giugno 1946, le donne in Italia non potevano votare. Un tentativo per ottenere la possibilità di farlo, però, c’era stato già stato in passato. Lo ricorda Maria Rosa Cutrufelli nel suo ultimo libro “Il giudice delle donne” (Frassinelli), nel quale riprende quel lontano episodio, ormai dimenticato, avvenuto nel 1906 tra Montemarciano, un paesino nei pressi di Ancona, e Senigallia. Dieci maestre avevano un sogno da realizzare, un desiderio riguardante un diritto che allora veniva loro negato: il suffragio universale. Chiesero quindi l’iscrizione alle liste elettorali. L’episodio, che all’epoca fece scalpore, finì sulle prime pagine dei quotidiani e venne preso in seria considerazione. Il compito se dare o meno quella concessione spettò al presidente della Corte d’Appello di Ancona, Lodovico Mortara, il giudice delle donne del romanzo. Un autentico riformatore che divenne in seguito ministro della Giustizia,  epurato poi da Mussolini. Una storia italiana narrata dall’autrice con nitidezza e precisione dei fatti, all’interno di una trama avvincente.”Questo romanzo è opera di finzione, e tuttavia è anche un intreccio, una tessitura di storie o di spunti narrativi pescati durante il lavoro di documentazione”, racconta Maria Rosa Cutrufelli. “Tutto è cominciato da una targa intravista in un giorno di vacanza. Ero a Senigallia e a un tratto ho notato, sul muro del municipio, una targa che commemorava le ‘prime elettrici d’Italia’, dieci donne che nel 1906 avevano chiesto il diritto di voto. E che l’avevano ottenuto, anche se solo per un anno, fino all’intervento della Corte di Cassazione.” Già il lavoro che facevano era considerato pionieristico. Decidere di andare ad insegnare l’alfabeto in paesini sperduti dell’Italia non era un’impresa da poco nella società all’inizio del ‘900, dove pregiudizi e contraddizioni erano predominanti. L’autrice dà voce nel libro a quello che doveva essere il pensiero comune di allora, anche tra le donne stesse:

“… è per quella faccenda, sa’, quella del voto.
Il voto? E che significa mai…
Significa, spiega Albina, che la sora Luiscia, per essere moglie di un sindaco, si crede esperta di ogni diavoleria politica, perciò vorrebbe votare. Proprio come gli uomini. Si è fissata con quest’idea e cerca di mettere su un gruppo di maestre per dare battaglia perfino a suo marito, se necessario.
Ma suo marito, si stupisce quella di prima, non ce l’ha già, il voto? Non è abbastanza bravo da votare anche per lei?
E Albina: vallo a sapere cosa gli gira in testa, a quelle!…”

Clara Martinelli

 

 

Teatro delle Ombre presenta “Amleto” ovvero le conseguenze della bellezza amara di W. Shakespeare

Locandina-Amleto

La Danimarca come luogo dell’anima, spazio privo di connotazioni reali, sospeso in un tempo presente ma in realtà senza tempo, perché il dramma che vi si svolge ha sempre riguardato l’uomo: è l’eterno scontro tra la sua natura divina (che si esprime attraverso l’amore verso le persone care) e quella più bassa, dominata dall’istinto di sopraffazione e del gretto materialismo. Amleto percorre fin dall’inizio la strada che lo porterà ad esprimere la parte più elevata di un essere umano: egli è posseduto da un sentimento dapprima solo romantico (l’amore per Ofelia) poi sempre più puro, che raggiunge la sua perfezione e profondità nell’incontro con il padre. La figura del protagonista è poetica, idealizzante, quasi astratta: è la continua tensione verso la soglia della conoscenza di un animo umano che si manifesta attraverso la “violenza” e la “bellezza” delle parole usate. Di contro Ofelia ci appare inizialmente sotto una luce terrena, che rivela tutti i limiti e le contraddizioni della giovane donna, tuttavia non ancora corrotta dalla sociètà in cui si trova immersa e in cui sembrano manifestarsi gli aspetti più meschini della natura umana. L’amore di Amleto suscita in lei una femminilità angelicata, ma nulla può contro l’insensibilità e il cinismo del mondo che la circonda.

Quest ‘ultimo si mostra popolato di personaggi inquietanti, che incombono sui giovani con la loro smania di potere e la loro incapacità di comprendere: essi rappresentano la perdita dell’innocenza, lo scoglio su cui si infrangono i sogni di ogni essere umano. Da una parte Amleto e la sua profondità e dall’altra caratteri ed ombre che lo contrastano.

Amleto quindi è costretto ad essere l’elemento di rottura all’interno dell’opera sia nella dimensione ideale che in quella sociale in senso negativo. La sua ambiguità e l’abilità nel crearsi realtà alternative con cui giocare a suo piacimento gli permettono di sovvertire l’ordine razionale per ricostruirlo nell’animo dell’interlocutore. È l’animo dell’attore, di colui che si crea la propria scena dando vita alle emozioni proprie e degli altri.

Note di regia

Otto attori: voci, stati di coscienza, visioni, si intrecciano e si moltiplicano in un gioco di specchi abitando la scena come proiezioni di una mente sconvolta, tormentata dal dubbio e dalle possibilità.

Lo sguardo di Amleto deforma la realtà come un quadro di Picasso, come una musica antica e nota che venga alterata e distorta. La poesia si alterna alla comicità, con omaggi all’avanspettacolo, richiami cinematografici, citazioni di grandi maestri del teatro. Infatti è possibile rintracciare echi di Carmelo Bene, di Leo De Berardinis, di Pina Bausch.

Uno studio sulla storia dell’arte a 360 gradi: il palcoscenico grazie ai tulle viene diviso in tre parti. La parte più profonda della scena, vive atmosfere caravaggesche, chiaro-scuri dove l’incisività del gesto diventa protagonista, la parte centrale della scena invece è immersa in atmosfere espressioniste, dove oltre al colore anche il movimento diventa il fulcro dello spettacolo. Sul proscenio le atmosfere acide create dalle luci, evocano un mondo crudele, in cui il personaggio è vittima di se stesso e del sistema che lo circonda.

Decidere di mettere in scena”Amleto”, è stato come guardarsi allo specchio e nel profondo dell’animo. Amleto, ti sfida e davanti ad Amleto non potavamo barare, perché tutto il suo “essere” ti guarda negli occhi, ti mette a nudo, e, il suo “non essere” riguarda la vita, l’amore, l’arte che da sempre lo rappresenta:

il teatro.

Lo spettacolo è un insieme di vocalità e coreografie, infatti il nostro intento è la ricerca quasi ossessionante della musicalità vocale e della coralità del movimento.

Siamo partiti infatti da delle improvvisazioni, è stato fatto un percorso per ogni singolo attore, c’è stato un lavoro profondo per permettere ad ogni attore di esprimere il meglio di sé, per integrarsi al meglio con gli altri attori con cui condivide la scena.

Attraverso questo percorso, il nostro intento è quello di arrivare “all’evento”, non al semplice spettacolo.

Un altro punto su cui è stato fatto un lavoro enorme è l’uso del microfono: abbiamo deciso infatti di utilizzare il microfono per sottolineare meglio alcuni passaggi dell’opera; quindi, anche qui, l’utilizzo del microfono non per amplificare la voce, ma, per sottolineare degli stati d’animo essenziali.

Abbiamo pensato di ambientare questo “Amleto” in un luogo post-atomico, gli attori si muovono come in una coreografia di danza contemporanea, ogni movimento, ogni gesto è proprio dell’attore che lo interpreta, ed ogni attore è il completamento dell’altro.

La struttura contiene all’interno, tutto ciò che è bello per me: di quella bellezza amara di Rimbaud, la bellezza terribile, pericolosa, che troviamo nel sublime, per cui anche la tragedia è bella.

La profondità, che porta a vedere veramente le cose. Lo spettacolo sarà un viaggio di coscienze (attori e spettatori), in uno spazio vuoto, scomposto in tanti piani dalle luci, e da dei corpi danzanti con la loro voce-suono. Nel filo conduttore musicale, che spazia dalla musica classica al rock, le nostre voci si inseriscono come contrappunto con le parole del drammaturgo più grande di tutti: William Shakespeare.

Informazioni

Regia: Daniele Scattina

Regista assistente: Enzo Masci

Attori: Astra Lanz, Federica D’Aversa, Roberta Marcucci, Romeo Cirelli, Simone Destrero, Gaetano Lembo, Pietro Naglieri, Goiacomo Rosselli, Daniele Scattina

Corpo scenico: Ludovica D’Auria, Valeria Iovino, Chiara Lorusso, Clarissa Rollo, Vittorio Magazzù Tamburello

Teatro Vascello, via Giacinto Carini 78, Roma. Martedì 31 maggio e mercoledì 1 giugno, ore 21.

Info e prenotazioni: Tel. 06 5881021 – 06 5898031

Biglietti: Intero €20, ridotto €15, ridotto studenti €10

Veleggio come un’ombra

Veleggio come un’ombra
nel sonno del giorno
e senza sapere
mi riconosco come tanti
schierata su un altare
per essere mangiata da chissà chi.
Io penso che l’inferno
sia illuminato di queste stesse
strane lampadine.
Vogliono cibarsi della mia pena
perché la loro forse
non s’addormenta mai.

Alda Merini

 

Chi sei tu…

Chi sei tu, che nel buio della notte osi inciampare nei miei più profondi pensieri?

William Shakespeare