Cinema da non perdere: “Bella e perduta” di Pietro Marcello

02-bella-e-perduta“Bella e perduta” di Pietro Marcello è un film dove realtà e fiction si confondono. Il protagonista è il pastore Tommaso Cestrone, detto l’Angelo della Reggia di Carditello perché, a sue spese, faceva il custode dell’edificio borbonico, completamente abbandonato a se stesso dallo Stato. Faceva perché proprio durante le riprese, la notte di Natale del 2013, è morto tra le vecchie mura che aveva cercato di salvare.  Tommaso, oltre alla reggia, si stava occupando anche di un bufalo trovato nel bosco, caduto da un camion diretto al macello. Dall’aldilà  Pulcinella, che ascolta i morti per parlare con i vivi, riceve l’incarico di accudire l’animale, chiamato Sarchiapone,  e insieme vanno alla ricerca di un nuovo padrone. Dopo un lungo viaggio, visto con gli occhi e commentato con le parole dell’animale (la voce è quella di Elio Germano), arrivano nella campagna della Tuscia, dove il pastore Gesuino prende in custodia il bufalo.  Una salvezza solo momentanea, perché il destino ha in serbo per lui una fine tragica. La “Bella e perduta” del titolo è  la bell’Italia abbandonata, quella dei monumenti destinati a sparire lentamente per trascuratezza. Ma anche della natura deturpata e distrutta dalle mire egoistiche dell’uomo. Il film è una denuncia come ammette Pietro Marcello, sulla “malasorte che si è scagliata sulla Terra di Lavoro, diventata in anni recenti Terra dei Fuochi, una terra che fu fertilissima e che oggi è stretta d’assedio da tre discariche”. La Reggia stessa, fatta costruire da Carlo di Borbone nel ‘700 come “fattoria modello, negli anni passati era diventata luogo di latitanza dei Casalesi e base per il traffico d’armi.

Bella-e-perduta_noEffect_slide00 L’idea per il progetto del film è venuta a Pietro Marcello, già molto apprezzato per il suo “La bocca del lupo”, seguendo le tracce di un libro di Piovene che parlava di un viaggio nella penisola. Cominciando proprio ad esplorare il luogo d’origine del regista, la Campania, venne fuori la figura di Tommaso Cestrone, salvatore della Reggia e dei bufali maschi, poco interessanti per l’industria perché non producono latte. La sua vicenda sarebbe dovuta diventare uno degli episodi del film, ma proprio durante le riprese fu stroncato da un infarto. E’ sembrato quasi un segno del destino che da quel racconto rimasto sospeso dovesse prendere vita la storia di “Bella e perduta”, in un incontro stilistico tra narrazione documentaristica e favola contemporanea.  La sceneggiatura, scritta insieme a Maurizio Braucci, è stata modificata, introducendo il personaggio di Pulcinella, in una sorta di passaggio del testimone con Tommaso. L’attore che interpreta la maschera napoletana si chiama Sergio Vitolo,  che nella vita di mestiere fa il fabbro, ma che si è prestato bene al ruolo.  Di “Bella e perduta” restano impressi, oltre che la narrazione poetica, la dimensione onirica della fotografia fuori dal tempo, lo sguardo azzurro e sereno di Tommaso, il suo viso forte e “vissuto”, la bellezza della natura dirompente, l’umiltà e la saggezza del bufalo, l’attenzione e la cura di Pulcinella con la quale svolge il suo compito. Un mix alchemico che ha già colpito la sensibilità di molti spettatori che lo hanno visto nei numerosi festival che lo hanno ospitato, tra i quali ricordiamo quelli di Locarno,  Toronto e Torino.

Clara Martinelli

 

“Il racconto dei racconti”, il valore alchemico del film di Garrone

IL-RACCONTO-DEI-RACCONTI-garrone-770x498Per andare a vedere “Il racconto dei racconti” , il film diretto e adattato da Matteo Garrone con Edoardo Albinati, Ugo Chiti e Massimo Gaudioso, in concorso al festival del cinema di Cannes e attualmente nelle sale, bisogna prepararsi ad entrare in un mondo fantastico. Un universo che ci ricorda quello dell’infanzia, quando i nostri genitori ci raccontavano delle favole prima di andare a dormire. Orchi, fate, streghe, castelli, principesse, re e regine popolano lo schermo per tutta la durata del film, reso autentico dai costumi, dalle location e dalle scenografie utilizzate. Quello narrato è il mondo descritto dal napoletano Giambattista Basile agli inizi del Seicento, il quale ha raccolto in un volume cinquanta fiabe dell’antica tradizione orale popolare. Si tratta di “Lo cunto de li cunti ovvero lo trattenemiento de peccerille”, nota anche con il titolo di “Pentamerone”, ed è la più antica del genere fiabesco, anzi diciamo che lo ha proprio creato. Dal capolavoro di Basile hanno attinto autori europei quali Charles Perrault, i fratelli Grimm e Hans Christian Andersen. Favole famosissime come “Cenerentola”, “Il gatto con gli stivali” e “La bella addormentata nel bosco” sono state tratte dal “Cunto de li cunti”, che pubblicato postumo tra il 1634 e il 1636 dalla sorella di Basile, cadde presto nel dimenticatoio. Garrone, che ha il merito di averlo riportato all’attenzione del grande pubblico (prima era appannaggio soltanto di pochi studiosi o di chi era interessato all’argomento) per realizzarlo ha dovuto fare sforzi enormi, sia dal punto di vista economico (ha dovuto chiedere i finanziamenti alle banche estere, perché quelle italiane non glieli hanno concessi), sia da quello narrativo e scenografico.  Non è stato facile per lui e gli sceneggiatori scegliere quali delle cinquanta storie raccontare. Alla fine hanno deciso per tre di esse (La regina, La pulce, Le due vecchie) dove sono protagoniste le donne, colte in tre fasi diverse della vita: una giovane principessa, una madre troppo attaccata a suo figlio, una vecchia povera ed ingenua. Il film  si apre con la storia della regina di Selvascura, interpretata da Salma Hayek, ossessionata dall’idea di voler avere un figlio. Una notte, un negromante suggerisce a lei e al marito di far uccidere un drago marino. Mangiando il cuore della bestia, cotto da una vergine, la regina sarebbe rimasta incinta. E così avviene. Ma anche la sguattera che ha preparato il pasto, aspirando i vapori della pentola, ha lo stesso effetto. Si ritova ad aspettare un bambino che, una volta nato, si scopre essere identico a quello della nobildonna. I due bambini crescono come gemelli molto legati tra loro, ma la regina, gelosa in modo viscerale del figlio, li farà allontanare. L’altra storia parla del lussurioso re di Roccaforte (Vincent Cassel) che, sempre alla ricerca di nuove prede, s’invaghisce di una voce di donna che sente dall’alto del suo castello. Pensando che si tratti di un belllissima ragazza, la va a cercare nella poverissima casa dove l’ha vista entrare. In realtà, non si tratta di una giovane, ma di una vecchia lavandaia che, pensando di approfittare dell’infatuazione del sovrano, escogita un trucco per trarlo in inganno. Una fata l’aiuterà nel suo intento. La terza protagonista del film è Viola (Bebe Cave), la figlia del re di Altomonte (Toby Jones). In età da marito, chiede al padre di farle conoscere un pretendente. Curiosa di conoscere il mondo, vuole sposarsi per lasciare il castello. Il sovrano, che vuole trattenere la figlia al suo fianco, propone ai probabili futuri sposi un’indovinello irrisolvibile. Ed infatti, nessuno riesce ad indovinare il quesito posto, tranne un orco. L’editto del re non ammette deroghe e così Viola, al colmo della disperazione, sarà costretta a partire con il mostro. Il libro di Basile è ambientato in Basilicata e in Campania, Garrone invece ha ambientato il film in location altamente evocative, come Castel del Monte e le gole di Alcantara, utilizzando scenografie dalla vegetazione lussuraggiante, rocce e acqua. I colori usati per i costumi consistono in tutte le variazioni del rosso, del verde e del bianco. Una bellissima e valida trasposizione che apre le porte dell’universo magico e alchemico, al quale Giambattista Basile era probabilmente appartenuto, anche soltanto come messaggero, e la cui opera è pregna. Effettuando una piccola indagine si scopre che l’autore apparteneva all’Accademia degli Oziosi, fondata nientemeno che dal napoletano Giambattista Della Porta, scienziato, filosofo, alchimista, commediografo, già noto per l’aver creato l’Accademia dei Segreti, fatta chiudere dall’Inquisizione perché sospettata di occuparsi di argomenti occulti. Inoltre, i racconti non erano destinati ai bambini, nonostante il titolo li menzionasse, ma era formulato per un pubblico adulto ed era pensato per essere rappresentato nelle corti di quel periodo. I temi dominanti sono la trasformazione anche fisica di tutti i protagonisti e il viaggio che li inserisce in una realtà dinamica e attiva, in continua evoluzione. Un percorso, un’esperienza di crescita o meglio un processo di liberazione spiritualera come trasmutazione alchemica. Tutti, prima del termine di ogni racconto cambiano sempre la propria condizione, il proprio status. Passano dalla povertà alla ricchezza, dalla solitudine al matrimonio, dalla bruttezza alla bellezza. Lo stesso lo ritroviamo nel film di Garrone che, come lui stesso ammette di “aver lasciato intatti i temi e i sentimenti fondamentali del libro”. Il regista ha sempre dimostrato un interesse profondo verso le possibilità di trasformazione dell’essere umano sia fisica che psicologica nei suoi lavori precedenti. Si ricordano “Primo amore”, dove la protagonista diventa anoressica per amore del suo uomo, e “Reality”, nel quale un pescivendolo viene risucchiato dal vortice dell’universo fantastico della sua follia. Garrone, mentre era alle prese con la sceneggiatura di questo film, leggeva le “Metamorfosi” di Ovidio. Coincidenze?

Clara Martinelli

La favola di “Arte di Essere”

C’era una volta… così iniziano le favole, quelle che ci piace, da sempre, che principino così. La favola, però, che oggi vi racconto, non inizia con il verbo al passato, perché è presente, attuale, e tutta da scrivere.
Siamo appena tornati da Riva del Garda dove abbiamo preso parte a “LA FILOSOFIA DELLE FIABE. La Narrazione fantastica come Via per l’evoluzione interiore”, organizzato da Arte di Essere, con la direzione artistica di Riccardo Geminiani, che ha riscosso un grande successo di adesioni e di soddisfazione da parte del pubblico.
Nell’incantevole cornice del Lago di Garda “LA FILOSOFIA DELLE FIABE” è stato il primo evento dedicato interamente al rapporto tra narrazioni fantastiche e spiritualità, con lo scopo di riscoprire il dimenticato potere terapeutico e conoscitivo di questo genere di narrazioni. Cenerentola, la Bella Addormentata, Pinocchio, La Lampada di Aladino, la favola di Amore e Psiche, le fiabe della tradizione contadina, sono state raccontate come chiavi privilegiate per l’accesso alla dimensione psichica. Il tutto con una gioia e una leggerezza capace di ridestare lo stupore infantile.
Riccardo Geminiani è una persona davvero straordinaria, nel senso vero del termine, cioè fuori dall’ordinario; ha costruito un castello incantato – l’“Arte di Essere” – che difende come un esercito gentile – Paola Ferraro, Michele Giovagnoli, Francesco Mazzarini, e tanti altri – con un’umiltà che si schiude in una gioiosità sapiente, dove il sorriso è capace di spezzare ogni arma. La forza di Riccardo si sposa con l’estrema professionalità dello staff di “Arte di Essere”, sempre attento a rendere indimenticabile ogni occasione: dalla grazia sempre presente di Paola Ferraro (che si occupa dell’area eventi e comunicazione), all’entusiasmo denso di allegria di Francesco Mazzarini (Capo Redattore), alla particolare affinità elettiva di  Michele Giovagnoli con il mondo, apparentemente silente, del bosco.
La terapia vera, però, che hanno scoperto i ragazzi di “Arte di Essere” è qualcosa che vale come una rivoluzione: la cura dello stare insieme. È proprio questa la favola più bella, quella che hanno raccontato Riccardo, Paola, Michele, Francesco: è la favola sempre al presente in cui si narra di come sia possibile creare l’incanto. L’incanto di fare in modo che persone che magari mai prima si erano incontrare e che, come se si conoscessero da sempre, si ri-trovano per condividere se stessi. È la magia di Anime che diventano amiche di altre Anime. La magia grandiosa dell’amicizia circolare che “Arte di Essere” realizza con il coraggio e la grazia. Come ci dice Orazio, un amico è “Animae dimidium meae”, metà dell’Anima mia. Vogliamo lasciare sola l’altra metà?

Egidio Senatore

Wladimir Propp: “Morfologia della fiaba”

http://www.raiscuola.rai.it/articoli/vladimir-propp-morfologia-della-fiaba/3804/default.aspx

“Figlio mio, la battaglia è fra due lupi…”

Una sera un anziano capo Cherokee raccontò al nipote la battaglia che avviene dentro di noi. Gli disse: “Figlio mio, la battaglia è fra due lupi che vivono dentro noi. Uno è infelicità, paura, preoccupazione, gelosia, dispiacere, autocommiserazione, rancore, senso di inferiorità. L’altro è felicità, amore, speranza, serenità, gentilezza, generosità, verità, compassione.”
Il piccolo ci pensò su un minuto poi chiese: “Quale lupo vince?”
L’anziano Cherokee rispose semplicemente: “Quello a cui dai da mangiare”…

dr. Massimo Lanzaro

http://www.fattitaliani.net/index.php?option=com_k2&view=item&id=1108:ebook-%E2%80%9Cnel-punto-atomico-dove-scompare-il-tempo%E2%80%9D-di-massimo-lanzaro&Itemid=201

(In foto: Dr. Massimo Lanzaro)

“Studiare i miti e le fiabe è un buon modo di studiare l’anatomia comparata dell’inconscio collettivo” da questa osservazione di Carl Gustav Jung parte l’idea di Massimo Lanzaro, medico, psichiatra e psicoterapeuta napoletano classe 1971, di raccogliere nell’ebook “Nel punto atomico dove scompare il tempo” (scaricabile gratuitamente all’indirizzo http://www.editoredimestesso.it/ebook/lanzaro/) le sue riflessioni in merito pubblicate negli ultimi anni su riviste internazionali. “Non esiste cultura, antica o moderna, arcaica o civilizzata, che non possieda i suoi miti e molti si assomigliano: l’intreccio di base ed il significato sostanziale delle storie, restano gli stessi, in maniera trans temporale – spiega Lanzaro -.
Le fiabe, i miti, le narrazioni in generale consentono pertanto di ipotizzare paragoni tra l’ieri e l’oggi degli strati profondi della psicologia collettiva”.

In questi “Scritti di psicologia” (come da sottotitolo dell’eBook) i temi più importanti affrontati sono: la valenza simbolica delle fiabe e dei “miti di oggi”, gli stadi di reazione psicologica alla perdita ed ai momenti di crisi; le costanti naturali presenti nell’arte contemporanea; la decodifica dei relativi messaggi e la potenziale valenza catartica; alcuni effetti psicologici del consumismo e della società dello spettacolo; le patologie mentali viste da un punto di vista poco ortodosso ed originale. La lettura di questo lavoro si consiglia a studenti di psicologia, psicologi ad orientamento analitico, operatori sociali, medici, antropologi, studenti di letteratura e storia dell’arte, ma risulta piacevole anche a chi non ha una formazione specifica. Leggendo ci s’imbatterà nella teoria del Super Ego o nell’esortazione a “fare anima” con leggerezza e profondità al tempo stesso. Lanzaro affronta i temi più complessi tenendo il lettore per mano. Eccone una dimostrazione.

“Riassumo innanzitutto la nota tesi di Hillman espressa nel suo ‘Il mito dell’analisi’: gli ‘Dei’ rimossi (non più esperiti, le cui istanze vitali non sono più riconosciute, verbalizzate ed, entro certi limiti, agite) ritornano come nucleo archetipico di complessi sintomatici – dice Lanzaro -. Prendiamo come esempio la sindrome da attacchi di panico. Questo disturbo (l’etimologia della parola appare un epifenomeno del modo in cui la regione psichica e archetipica di Pan è arrivata fino a noi dall’antica Grecia) è oggi diffuso e diverse evidenze suggeriscono che fattori psicologici possono essere rilevanti, ed in particolare l’incapacità di riconoscere ed identificare i propri stati affettivi e le proprie emozioni, della difficoltà nell’identificare i sentimenti e nel descrivere, esprimere agli altri tali stati d’animo. La body art e l’arte estrema contemporanea nasconde, al di là delle dichiarate valenze di critica di parte dell’istituzione sociale, una sorprendente inversione dei processi di somatizzazione (passivi) descritti, attraverso la produzione attiva d’immagini e l’uso del corpo”.

Poi si può riflettere a partire da un classico. “In sostanza – dice Lanzaro – il fatto che ne ‘Il signore degli anelli’ il tema del potere e del controllo (orwelliano) delle persone sia così prominente e relativamente nuovo rispetto alle narrazioni del passato (remoto), tanto da offuscare più o meno insolitamente gli altri molteplici elementi classici della mitologia (conquista/liberazione di fanciulle, palingenesi dell’eroe etc.). Anche quando questi temi sono sviluppati sono sempre secondari e le storie d’amore, le imprese degli ‘dèi’, dei nani, degli elfi, degli uomini e dei giganti ruotano sempre intorno al tema liberarsi dall’influenza dell’anello, ovvero del potere e del controllo di pochi (o uno) su molti”.

Autore di numerose pubblicazioni scientifiche su riviste nazionali ed internazionali e membro dell’International Association for Jungian Studies, il dottor Lanzaro è stato primario al Royal Free Hospital di Londra e direttore sanitario in Italia ed in Inghilterra. Attualmente collabora con il Centro Raymond Gledhil di Roma e con l’Università del Cile.

In che direzione stanno andando le sue ricerche? “In questo momento – risponde – sto approfondendo le applicazioni della Schema Therapy, un nuovo sistema di psicoterapia che integra elementi di terapia cognitiva comportamentale, della Gestalt, della psicoanalisi, della teoria dell’attaccamento, della psicoterapia costruttivista, della psicoterapia focalizzata sulle emozioni, in un modello esplicativo chiaro ed esaustivo formulato dal Dr. Jeffrey Young. La Schema Therapy è particolarmente utile nel trattamento di ansia e depressione cronica, disturbi dell’alimentazione (anoressia, bulimia, disturbo da alimentazione incontrollata), difficili problemi di coppia, difficoltà di lunga data nel mantenere relazioni sentimentali soddisfacenti e nell’aiutare a prevenire la ricaduta nel disturbo da uso di sostanze. E’ dimostrata, inoltre, la sua efficacia nel trattamento di pazienti con difficoltà complesse e di lungo termine come i Disturbi di Personalità, in particolar modo il Disturbo Borderline di personalità”.

Medico affermato, all’estero è conosciuto anche come fotografo. Ha esposto con successo a Londra ed anche a Lincon, nelle Midlands. La fotografia che valore ha per lei? “E’ il mio modo di produrre immagini. E forse talora di proiettare le immagini che ho dentro. Altre volte soddisfa il mio bisogno di mettermi alla ricerca di un silenzio adeguato: la fotografia ha un suo carico di potenzialità riflessive – risponde -. Per altri aspetti, mi è poi cara la riflessione di Robert Adams che, in sostanza, fa coincidere la bellezza – nella fotografia così come nell’arte in generale – con il parametro della Forma, o, se si vuole, della composizione; Forma, a sua volta, intesa come sinonimo della coerenza e della struttura sottese alla vita (un concetto, a mio avviso, molto vicino a quello di ‘archetipo’). «Perché la forma è bella? – si chiede Adams: – Lo è, perché ci aiuta ad affrontare la nostra paura peggiore, cioè a dire il timore che la vita non sia che caos e che la nostra sofferenza non abbia dunque alcun senso; quell’elemento (la Forma) ha in sé il potere di consolare, rassicurando sull’esistenza di un ordine, per quanto abilmente dissimulato, in ciò che lo circonda»”.

Nel punto atomico dove scompare il tempo

Non esiste cultura, antica o moderna, arcaica o civilizzata, che non possieda i suoi miti. Molti miti si assomigliano, pur appartenendo a popoli vissuti in epoche diverse e in luoghi molto lontani. In alcuni miti dell’America si raccontano storie uguali a quelle di altri miti dell’Asia o dell’Africa o dell’Europa. Cambia il nome dei personaggi, cambia l’ambiente geografico, l’epoca, cambiano altri particolari ma l’intreccio di base e il significato sostanziale delle storie, restano gli stessi. Le fiabe, i miti, le narrazioni in generale consentono pertanto di studiare l’anatomia comparata della psiche collettiva, ovvero di “ipotizzare paragoni tra ieri ed oggi”. Alcune “costanti naturali” sono l’espressione più pura dei processi psichici dell’inconscio di massa e di base rappresentano gli archetipi in forma semplice e concisa, su cui di volta in volta si stratificano o con cui si intersecano elementi e contaminazioni culturali. Ad un livello più ampio alcune narrazioni sono ritenute una compensazione inconscia dei valori dominanti di una determinata società

(Massimo Lanzaro)

Carissimi, senza ulteriori e superflui commenti (tanto sapete già quanto sia ampia la mia stima), vi suggerisco l’ebook del dottor Massimo Lanzaro.
Assolutamente da leggere….

Gabriele

http://www.editoredimestesso.it/Massimo_Lanzaro/Home.html

L’anima in viaggio con Tolkien, Collodi e Miyazaki

Dr. Massimo Lanzaro (Psichiatra, Psicoterapeuta)

Attraverso i secoli (con le successive rielaborazioni) le fiabe trasmettono significati nascosti e palesi, comunicandoli in modo tale da raggiungere la mente “ineducata” del bambino e quella “sofisticata” dell’adulto. In effetti vari autori, da Marie Louise Von Franz a Bruno Bettelheim, hanno mostrato come le fiabe popolari parlino il “linguaggio inconscio” di problem comuni a tutti gli uomini, con I conflitti, le crisi e le trasformazioni tipiche dello sviluppo dell’individuo e della collettività, al di là dell’intento narrativo contingente.Di solito le favole mostrano le tappe del processo di maturazione della personalità: I modelli di comportamento fondamentali della psyche e le situazioni tipiche della vita si presentano nelle fiabe “allo stato puro”, non contaminate dalla storia personale e dai contenuti dell’inconscio personale. In tal senso una fiaba è come un sogno, senza le varianti peculiari e le complicazioni che emergono dall’inconscio personale nell’attività onirica.Il fatto che tali narrazioni si tramandinocontribuisce a corroborare l’idea di una universalità di significato dei motivi archetipici. I vari personaggi infatti non devono essere intesi come ego, come persone, bensì simboli di strutture archetipiche (l’eroe che è in ognuno di noi, il vecchio saggio etc.): le fiabe non sono racconti delle esperienze personali, bensì prodotti delle comunità e della loro psiche collettiva e profonda.Le immagini di una fiaba, come quelle di un sogno, contengono spesso molti messaggi, che non si esauriscono in un’unica chiave di lettura e che a volte lo stesso autore potrebbe coscientemente aver ignorato. Jung affermava che studiare le fiabe è un buon modo per studiare l’anatomia comparata dell’inconscio collettivo, ovvero di quelli che si pensa siano gli strati più profondi e arcaici della psiche. In tal senso alcuni sostengono anche che il materiale delle fiabe sia compensatorio alle idee e ai valori del conscio collettivo nel momento storico in cui la fiaba è stata prodotta. Può pertanto offrire un nuovo punto di vista su problemi che magari la cultura dominante non sa come affrontare.C’è un filo rosso che lega II mio vicino Totoro (Tonari no Totoro, 1988) e Lacittà incantata (Sen To Chihiro No Kamikakushi, 2002), tanto che si potrebbe considerare i due film complementari. Ma ci sono elementi, “costanti naturali” che troviamo in narrazioni tanto datate (Pinocchio ad esempio) quanto recenti (Il Signore degli Anelli).Le storie si aprono infatti con un trasferimento (il tema del viaggio, della crescita, del percosrso verso l’individuazione). Tutte queste narrazioni sono la storia di un “viaggio” in senso letterale e metaforico.Nel Signore degli anelli la meta del viaggio è la distruzione dell’anello con le sue valenze simboliche. Ne II mio vicino Totoro, Mei e Sutsuki lasciano la città per la campagna. In La città incantata, assistiamo ad un analogo spostamento: dallo spazio urbano a quello rurale. Dal kosmos razionale della Cultura al kaos irrazionale della Natura. Le tangenze continuano: in entrambi i casi, il portale tra il mondo “reale” e quello “fantastico” è rappresentato da un tunnel. In entrambi i film, la dimensione soprannaturale è onirica (inconscia), quasi fosse frutto dell’immaginazione della piccola protagonista (Chihiro qui, che non a caso, si chiede più volte «Sto forsesognando?»). Totoro e La città incantata raccontano la medesima storia: in momenti di grande stress psicologico (la malattia della madre nel primo, la sparizione dei genitori nel secondo, due metafore del crescere), le piccole protagoniste se la cavano da sole, acquistando, nel contempo, una nuova capacità di guardare e comprendere il mondo. Il tema della percezione è centrale. Il doppio ruolo di bambina e donna, consente a Chihiro, Mei e Sutsuki di cogliere ciò che gli adulti – che hanno ormai smarrito la purezza e l’innocenza – non sono più in grado di vedere. La percezione infantile ha dunque un’efficacia epistemologica che trascende quella degli adulti. Il fantastico coesiste con la ratio, ma solo i più innocenti e vulnerabili, i “puer”, sono in grado di comprenderlo.Se II vicino Totoro era “Alice nel Paese delle Meraviglie,” allora La città incantata è «Alice attraverso lo specchio». Come nelle opere di Carroll, la piccola protagonista finisce catapultata in un mondo magico e assurdo, esilarante e terrificante, in cui il nonsenso e il grottesco rappresentano la normalità (di nuovo, verosimilmente l’inconscio). E come nell’opera di Carroll, anche qui il linguaggio gioca un ruolo fondamentale. La perdita del nome (identità), o meglio, la sua trasformazione in numero, conduce all’alienazione, in senso hegeliano e marxista assieme, ma è anche un punto di partenza.Marxista, perché Miyazaki da sempre usa il cartone animato per muovere una critica almodello capitalistico. In La città incantata, Yubaba dirige con il pugno di ferro una sorta di centro estetico per gli spiriti che popolano il mondo. L’arpia trasforma gli esseri umani in schiavi (Chihiro e Haku). In questa rilettura nipponica della dialettica servo-padrone. Come non ricordare invece Sauron e la sua volontà di sottomettere tutti i popoli liberi, e verosimilmente lo stesso intento polemico di Tolkien contro gli usi/abusi della società contemporanea.I dipendenti del centro termale idolatrano il Dio Ricchezza (l’oro prodotto dalle mani del fantasma “Senza Faccia”) sono destinati allo scacco. Allo stesso tempo, per Miyazaki, l’unico modo di uscire dall’impasse è lavorare. Come in Kiki servizio di consegne (Majo no Takkyubin, 1988), anche qui la giovane protagonista deve guadagnarsi il diritto a esistere. Kiki, la tredicenne apprendista fattucchiera, lavora come fattorina di una panetteria per pagarsi l’affitto. Chihiro, dopo aver perso genitori, nome e ogni ricchezza materiale, supera il momento di difficoltà diventando una “donna delle pulizie”. Ma chi la dura, la vince. Chihiro e Kiki conquistano l’emancipazione grazie al sudore della loro fronte. Il processo di palingenesi dell’eroe di Collodi e di quelli di Tolkien procede di pari passo. Chihiro esce profondamente trasformata dall’esperienza con Yubaba. Prima di entrare nel tunnel è una bambina. Dopo esserne uscita, è una donna. Pinocchio da burattino diventerà un uomo.Il bacio accennato, ma alla fine mancato, tra Chihiro e Haku rimanda ad un’etica/estetica asessuata. Come nel “Signore degli anelli” la storia d’amore tra Arven e Aragorn è almeno inizialmente confinata ai margini della storia.Ne La città incantata, la metamorfosi dei genitori, avidi e ingordi, costringe Chihiro a lavorare per sopravvivere. Le figure genitoriali introiettate saranno al termine del processo di maturazione riconosciute come “persone” e non più come elementi superegoici.La preoccupazione ambientalista, altra costante di Miyazaki, appare qui stemperata dall’esigenza poetica. Nei mondi animati dell’autore nipponico, la natura si manifesta come una forza autonoma e dichiaratamente non-umana, se non esplicitamente anti-umana. Come non ricordare a riguardo, in parallelo, la ribellione degli alberi ne “Le due torri?”.Il mondo contemporaneo o post- industriale rappresenta infatti anche per Tolkien la nemesi della Natura. E’ noto che, per Miyazaki, i processi di modernizzazione hanno portato alla progressiva distruzione dell’equilibrio primordiale e all’alienazione dell’uomo con l’ambiente naturale. In La città incantata, l’accusa di Miyazaki si incarna in Okutaresama, il “Mostro Puzzolente”, lo Spirito di un Fiume. La creatura, un ammasso di fango maleodorante, vomita i rifiuti che gli esseri umani gli hanno rovesciato dentro, dai frigoriferi alle biciclette. Oltre a inquinare, gli esseri umani “puzzano,”: al passaggio di Chihiro, gli spiriti si tappano letteralmente il naso. Una seconda figura interessante è quella di Koanashi, detto “Senza Volto,” un mostro incappucciato che ricorda il Macchia Nera disneyano6. Il demone, in origine buono e generoso, diventa vorace e mostruosamente avido nel momento in cui comincia a consumare in modo disordinato, bulimico, inghiottendo tutto ciò che gli capita a tiro. Produce una ricchezza effimera. L’oro diventa fango. Il messaggio è chiaro: la cupidigia, umana o soprannaturale, porta inevitabilmente al collasso del sistema. E l’oro di cui è forgiato l’Unico Anello di Tolkien non ha analogamente nulla di nobile: serve a soggiogare gli uomini..

Felipe, il pastore di nuvole

Portare al pascolo le nuvole non era mai stato un lavoro da poco.
Non tutti possono diventare loro pastori, nè si può riconoscere lì per lì chi è adatto e chi no. Quelli con la testa per aria non è detto che siano i più dotati.
Le nuvole sono per natura riottose, e mutevoli per forma e movimento come il vento che le spinge, ma non sono cattive. Sono selvatiche e non è facile prenderle e condurle là dove si vuole, questo sì.
Il fatto è che bisogna svegliarsi al mattino presto per cercare di imbrigliarle quando sono ancora assonnate. Ma in alto il giorno arriva prima e così di solito sono già sveglie quando in basso si sta al buio con il cappio in mano in attesa di lanciarlo al momento giusto. Se si riesce a prenderne una al volo, va domata con ben dosata fermezza. Poi si devono usare le briglie. Ci vuole un pastore per ogni nuvola e nei giorni di vento forte vanno tenute anche in due o tre per non essere trascinati via non si sa dove, come appesi a palloncini.
Una volta accalappiate però seguono mansuete e si lasciano tirare docilmente verso la prateria. Lì pascolano indisturbate e basta farle andare con delicatezza da una parte all’altra.
Felipe era stato pastore di nuvole fin da bambino come il padre e il nonno.
Suo padre lo portava con sè insegnando l’arte del lavoro e i segreti delle nubi e lui gliene era grato.
Diceva ‘Padre, da dove vengono le nuvole?’
E lui ‘Da laggiù, dietro l’orizzonte’
Oppure ‘Dove vanno dopo?’
‘Cosa vuoi che importi di dopo?’ rispondeva l’altro.
O anche ‘A che servono?’
Il padre scrollava la testa ‘Bada, tira bene le briglie, sennò ti scappa via… e ricorda: l’importante è non farsi mai bagnare dal loro pianto’
‘Perchè?’
‘Perchè è così da sempre’
Stava zitto per un po’, ma non tanto.
‘E che si fa se piange?’
‘Devi lasciarla andare subito via, libera. Però è toccato a pochissimi di noi’.
‘Perchè piangono?’ insisteva il ragazzo. Ma il padre guardava lontano senza dire nulla.
Allora a volte proseguiva ‘E se voglio toccare il loro pianto che succede?’
‘Ma che ti frulla per la testa, quante cose vuoi sapere tu? Sei un pastore e si può fare solo così’
‘Davvero?’ diceva lui fissandolo negli occhi
‘Basta ora’ troncava il padre voltandogli le spalle.
Col tempo l’anziano chiamò a sè il figlio. ‘Questa è la cavezza che ho sempre avuto, Felipe; d’ora in avanti la userai tu per me’.
Poi, come era usanza tra le loro genti, si allontanò in solitudine.
Felipe prese cavezza e briglie e fece il suo dovere a lungo.
Un giorno era seduto su una pietra, con una mano teneva alla briglia una nuvola che pascolava in un angolo remoto di prateria e lui lì a godere il profumo dei fiori selvatici e a ripensare alla sua vita.
Dall’alto la nube vagava con lo sguardo intorno, sazia del mondo già visto, piena di ogni sensazione e senza idea di cosa farne.
Si era fatta domare da un pover’uomo sperso nella grande pianura, indossava pantaloni rattoppati e una giubba scolorita. Lo guardò a lungo, ma infine lo vide; era vestito di quiete, di ricordi e di innocenza tutto, e d’improvviso pianse.
Felipe restò sorpreso perchè non gli era mai capitato. Tenne fede all’insegnamento e subito la liberò, ma la nuvola restò a piangere lì accanto.
Si allontanò e lei lo seguì da presso. Si avvicinò di un passo e lo stesso fece quella dall’alto.
Guardò intorno, non c’era nessuno. Esitò un poco ma allungò una mano nel pianto; la retrasse in fretta per osservarla attentamente. ‘E’ soltanto bagnata’ disse tra sè e la mise di nuovo dentro; quindi infilò il braccio e alla fine entrò con tutto il corpo. Era felice di lasciarsi bagnare dalle lacrime di nuvola, sembravano d’argento.
Accadde allora che lei si abbassò da lui in un abbraccio di nebbia, poi si dissolse lasciandolo zuppo e stralunato; niente però sembrava cambiato.
Tornò come sempre nell’antica casa a riposare e come sempre stava solitario, abituato ai lunghi silenzi. Ma quella sera prese ad avere caldo e freddo insieme, dovette camminare su e giù più volte per le stanze senza motivo, non servì a niente bere una tazza di brodo tiepido e sentì infine un desiderio e la voglia mai provata di dire del suo lavoro, di sè e di altro ancora.
Così fu costretto ad andare in paese per incontrare qualcuno e iniziò a raccontare e raccontare e ogni giorno veniva spinto a farlo dal bisogno e dalla necessità e non guarì mai più.
Passarono molti anni, Felipe il vecchio accudì come prima le nubi; nessuna pianse per lui.
I paesani ormai lo conoscevano e spesso lo accoglievano con un cenno di saluto. Lo lasciavano fare, per tutti era una brava persona.
La sera sedeva all’osteria davanti a un buon bicchiere di vino e si metteva a raccontare storie di nuvole e pascoli, pastori e briglie, venti e lacrime e per questo molti lo chiamavano visionario; solo alcuni, poeta.

Riccardo Tomassini

Canto di Natale

Finalmente complici. Radio Manà Manà dalle 22.00 alle 23.00

Questa sera torna “Finalmente Complici”, con mio figlio Michele

Parlerà della sindrome della bella addormentata. Partendo dalla fiaba e dal mito, la “bella addormentata” adombra la storia di una ragazza che deve contrapporsi ai genitori, uscire dalla condizione di dipendenza infantile ed assumere la propria identità di adulta, avviando relazioni soddisfacenti con l’altro sesso. La “bella addormentata” è una ragazza che, sul piano affettivo, non riesce a trovare se stessa, indipendentemente dalle sue realizzazioni nello studio o nel lavoro.

Poi, partendo da alcuni articoli apprasi oggi sul Corriere della Sera, spiegherà come la società occidentale rifiuti la vecchiecchiaia… dell’apertura degli esercizi commerciali anche di notte… intervisterà Tiberio Timperi e, infine, analizzerà cosa aspettarci dall’imminente governo Monti. Cosa cambierà per noi italiani?
Dalle 22.00 alle 23.00 – RADIO MANA’ MANA’, frequenza 89,100 per Roma, Frosinone, Latina e rispettive province; 89,00 per Velletri; 89,500 per Rieti; oppure in streaming su

www.radiomanamana.it.
Sono graditi gli sms al numero 334.92.29.505
Grazie a tutti

“Finalmente Complici” su Radio Manà Manà

Questa sera torniamo con “Finalmente Complici” con  Michele La Porta e Chiara David,

insieme parleremo di Creativi Culturali con lo psicologo e sociologo ENRICO CHELI;

di Fiabe e della loro simbologia con il professor GIOVANNI GOCCI e, infine, del valore terapeutico delle Fiabe con la neuropsicologa e psicoterapeuta MANUELA PASIN.

Vi aspettiamo su RADIO MANA’ MANA’, frequenza 89,100 per Roma, Frosinone, Latina e rispettive province; 89,00 per Velletri; 89,500 per Rieti; oppure in streaming su http://www.radiomanamana.it.

Interagite con noi, inviando sms al numero 334.92.29.505

Un abbraccio, a dopo

 

Come in una favola…

I sogni nelle favole

Carissimi, secondo voi, i sogni son desideri? Aspetto le vostre riflessioni.

Gabriele

Spiccare il volo

La pioggia nel pineto

 

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove sui pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t’illuse, che oggi m’illude,
o Ermione.

(Scritta da Gabriele D’Annunzio ad Eleonora Duse)

Il castello incantato

A Giovanna, che ha chiesto una fiaba da leggere ai bimbi della scuola materna, e a Valeria, che ne attende un’altra, mando in dono questa che viene tratta dal nostro primo libro “Le fiabe per affrontare i distacchi della vita” .(In questo testo le fiabe sono più semplici e adatte ai bambini più piccoli. Le fiabe degli altri due testi, “Le fiabe per sviluppare l’autostima” e “Le fiabe per vincere la paura”, sono adatte a quelli più grandi e agli adulti)

Il castello incantato

Nella grande città di Insettopoli vivevano felici alcuni miliardi di insetti di ogni tipo: mosche, zanzare, farfalle, ragni, libellule, falene, api, vespe, calabroni e così via.
Ognuno aveva il suo lavoro, la sua famiglia, i suoi svaghi, le sue abitudini.
A Insettopoli c’erano scuole, cinema, teatri, campi sportivi, supermercati, banche, tutto ciò che poteva essere utile alla comunità meno…. l’ospedale.
Che strano!
E quando gli insetti si ammalavano?
Andavano al castello incantato!
Infatti, su un colle dominante Insettopoli, sorgeva un grande castello un po’ tetro, un po’ buio visto dall’esterno, con le torri merlate sempre avvolte da un sottile strato di nebbia.
L’interno però, diviso dal resto della città da un ponte levatoio gettato sul fiume segoso, era splendente di luce, luminoso giorno e notte, ricco di stelle abbaglianti e di festoni colorati.
E chi abitava nel castello incantato?
Nessuno! Assolutamente nessuno!
O meglio il castello era pieno zeppo di buoni pensieri e di buone azioni!
E già, perché a Insettopoli ogni insetto malato, ferito o sofferente si recava al Castello Incantato, si fermava una mezz’oretta e ne usciva completamente guarito!
In cambio, però, doveva lasciare al castello almeno una buona azione o un buon pensiero.
Così una farfalla ferita, guarendo, lasciava il pensiero di andare a trovare la Ragnetta vecchietta, una mosca con l’influenza prometteva, guarendo, di andare da Vespessa depressa a portare un po’ di conforto, una libellula diabetica, guarendo, si impegnava a sfamare un moscerino magrolino, un calabrone iperteso, guarendo, affermava di aiutare nelle faccende di casa la povera Apina vedovino e le sue dieci figliole e così via.
Il Castello Incantato era così zeppo di bontà che bastava entrarvi per uscirvi guarito da ogni male, pervaso dalla luce benefica di cui era strapieno.
Tutti così si aiutavano a vicenda e gioivano dell’aiuto reciproco e dell’ottima salute di cui godevano grazie al Castello incantato, ma grazie soprattutto a loro stessi.
Un brutto giorno, però, il grande costruttore di ospedali, Topone Affarone, roso dalla rabbia perché a Insettopoli non aveva ancora costruito nulla e, quindi, lucrato nulla, decise di trasformare il suo rancore in fatti: business is business!
Che diamine! Era ora di costruire un ospedale anche a Insettopoli!
E così, con il potere e con il denaro, cominciò a inviare al Castello incantato il suo esercito di lumache e di serpentelli e ognuno di essi aveva il compito di lasciare un cattivo pensiero e una cattiva azione.
Odio, rancore, invidia, bramosia, intolleranza, ogni cattivo sentimento cominciarono via via, lentamente, ma inesorabilmente a riempire il Castello incantato, fino a saturarlo: i cattivi pensieri, pesanti, spinsero via via quelli buoni, leggeri più dell’aria, sempre più in alto, fino a cacciarli fuori dal Castello tutti quanti.
E’ ovvio che così, quando un insetto malato si recava al Castello incantato per guarire e per lasciare un’impronta di bontà, si sentiva soffocare dal peso dei cattivi pensieri che lo schiacciavano al pavimento, lo stordivano e lo lasciavano più malato di prima.
Ben presto la voce si sparse; il Castello era divenuto un luogo malefico dal quale trapelavano i peggiori sentimenti: gli Insetti presero a guardarsi in cagnesco, a odiarsi, a invidiarsi l’un l’altro, a rinchiudersi in sé e nelle proprie case.
Se prima si poteva lasciare incustodito ogni bene senza timore, si poteva sempre contare sull’aiuto di qualcuno alla bisogna, ora furti e insetticidi non si contavano più: ci si rubavano i beni, il lavoro, i piccoli dovevano andare a scuola scortati dalla polizia che prima aveva il compito solo di disciplinare il traffico perché tutti facevano passare prima l’altro.
Insomma, una vera tragedia!
Insettopoli somigliava sempre più a una metropoli umana! Davvero invivibile.
In questa situazione, il Sindaco chiamò subito Topone Affarone affinché costruisse
a tempo di record dieci moderni ospedali dotati di tutte le attrezzature.
Che diamine odio e rancore! Il castello Incantato non solo non guariva più, ma addirittura fomentava odio e rancore!
E poi tutte quelle risse, quelle rapine!
Sì, gli ospedali erano proprio necessari. Topone Affarone, gongolante per aver raggiunto il suo scopo, si mise all’opera e a costi da vero strozzino costruì ben presto degli ospedali.
In questa triste situazione Insettopoli tirava avanti tra un ricovero di un rapinato e quello di una scippata, più naturalmente quelli di tutti i malati che prima al Castello Incantato guarivano nella bontà.
Ma i fratelli Formichini, Ino e Ina, non potevano più vedere la loro città preda dell’odio.
La tristezza e il dolore di Ino e Ina si mutarono ben presto in rabbia e la rabbia in azione: essi avevano saputo tutto da un vecchio lumacone ubriaco che avevano raccolto, ferito e sofferente, al bordo di una strada dopo essere stato rapinato.
Il lumacone era uno di quelli che erano stati pagati da Topone Affarone per portare l’odio al Castello, ma ora era pentito tanto da raccontare la storia a Ino e Ina.
I due piccoli eroi, allora, raccolsero, con l’aiuto di tutte le formiche non ancora contaminate da gelosia e invidia, migliaia e migliaia di palloncini colorati, con pazienza certosina li gonfiarono e li portarono al Castello Incantato e con ardore e coraggio, eludendo la vigilanza delle guardie di Topone Affarone, li fecero esplodere tutti assieme in un sol colpo.
Il boato si sentì in tutta Insettopoli: ovviamente tutti corsero nelle strade temendo il peggio, ma agli occhi esterrefatti di tutti gli Insetti uno spettacolo stupefacente si presentò: i cattivi pensieri, i malevoli sentimenti buttati all’aria dallo scoppio dei palloncini rovinavano per terra da tutte le pareti del castello e si infrangevano spezzandosi, mentre tutti i buoni pensieri e i dolci sentimenti riprendevano dal cielo il loro posto tra le pareti del Castello Incantato che, via via, riprendeva a splendere di luce propria.
Come per incanto, al grido di gioia di Ino e Ina, tutti gli insetti corsero al Castello
Incantato e si riempirono di nuovo di amore e di bontà.
Topone Affarone fu scacciato e diffidato e i dieci ospedali divennero altrettante scuole per i giovani.
Inutile aggiungere che Ino e Ina furono portati in trionfo e festeggiati come eroi: ancora adesso che sono molto vecchi raccontano ai nipoti della faccia di Topone Affarone quando sentì lo scoppio dei palloncini!

MUSICA E FIABA, il 24 gennaio, a Genova

Carissimi vi riporto questo invito inoltratomi dalla “nostra” Elvezia Benini

MUSICA E FIABA
Un invito
Siamo riusciti a creare un ponte tra sole e luna, tra conscio e inconscio, tra ragione e sentimento……
Il 24 Gennaio a Genova al Teatro della Corte alle 17 ci sarà un evento speciale: “I giovani per vincere la paura” incontro
i Sonohra a Genova per l’Unicef

un abbraccio
Elvezia

Lo scudiero del re

Siamo tornati!! Bella questa puntata!

E a proposito di Farfalla-Anima ecco
“Lo scudiero del re”
fiaba tratta da “Le fiabe per vincere la paura”…

Lo scudiero del re

La fedeltà è senza dubbio una virtù.
E Crimildo, scudiero prediletto del gran re Asdrubale, era la fedeltà fatta persona.
Era come se Crimildo non avesse una propria volontà, come se non fosse un essere pensante: no, lui agiva per volontà del re, del suo re per il quale, avesse avuto dieci vite, tutte e dieci avrebbe volentieri donato.
Tra l’altro, il fatto che Crimildo fosse lo scudiero preferito del re suonava strano a tutta la corte.
Gli scudieri erano tutti alti, forti, prestanti, aitanti, dei veri guerrieri impavidi e sfrontati, rodomonti e spaccamontagne, assetati di sangue da bere al cospetto del re.
Ma Crimildo lo beveva ai piedi del re.
Crimildo era curvo, il naso aquilino che tentava un improbabile parallelismo con le spalle, decisamente brutto, il viso butterato e il ventre prominente, le storte gambe perennemente protese a evitare che le ginocchia si scontrassero, il fisico strambo al quale nessuno avrebbe attribuito la forza di sostenere l’armatura.
Eppure era il preferito, assolutamente il prediletto.
Crimildo era scaltro. Lui coglieva i sentori del volere del re ancor prima che questi esprimesse l’imperio: uno sguardo all’imponente figura di Asdrubale, il suo re, e la battaglia prendeva una china anziché un’altra, una ritirata strategica simulava un attacco, un’ambascia criptata recapitava un fondamentale volere, un desiderio terreno era subito esaudito.
Crimildo aveva una dote speciale: sapeva”essere” il re, gioiva nel vederlo gioire, smaniava nel vederlo smaniare, pensava per lui e con lui, ne captava il benché minimo mutamento d’umore, distillava la sua volontà in gocce di azione.
Ma la corte non comprendeva sino in fondo questa totale aderenza, non capiva perché il re preferisse i servigi accorti e un po’ sotterranei di Crimildo alla brutale concretezza degli altri scudieri.
E così Crimildo era solo, evitato da dame e cavalieri, con l’unico piacere di servire il suo re e da questi essere amato.
Asdrubale era un re sanguinario e belligerante, amante dei piaceri terreni e bramoso di potere, sprezzante e temerario tanto in battaglia quanto nella vita di corte.
E il fido Crimildo sempre al suo fianco. Non era una guardia del corpo.
Crimildo non ne aveva né la prestanza né la baldanza.
E poi Asdrubale non ne aveva bisogno: era forte e risoluto, impavido e vittorioso, oltre che sempre circondato dalla guardia dei suoi pretoriani, un corpo scelto di trenta guerrieri votati alla morte che non avrebbero mai permesso a un nemico neppure di avvicinarsi al re.
No, Crimildo era molto di più di una guardia del corpo.
Era l’interprete autentico dell’anima del re, ammesso che ne avesse una, era l’unico a vederlo piangere nelle notti insonni, quando gli auspici non erano forieri di buoni pronostici, era l’unico che ne conosceva le profonde debolezze, le insane paure che, a volte, lo attanagliavano alla gola come una barbara morsa da lasciarlo senza fiato e madido di sudore.
Ed erano paure profonde, remote, spirituali si potrebbe dire.
Asdrubale non aveva infatti paura di niente e di nessuno: con un pugno poteva atterrare un bufalo, con un urlo poteva atterrire una fiera.
No, lui aveva paura di dover, un giorno, scontare le proprie immani nefandezze, paura che ogni rivolo di sangue versato ritornasse a lui annegandolo in un rosso mare di velluto, paura che l’inflessibilità atroce riservata ai nemici fosse a lui servita un giorno sopra un piatto di ossa e in un calice a teschio.
Ed ecco Crimildo a consolarlo: “Maestà, ciò che lei infligge ai nemici è la giusta punizione, le sue leggi sono le leggi della forza e quindi nessuno può opporvisi”.
E così via, in un costante rafforzamento della volontà reale.
A Crimildo inoltre venivano affidati dal re i compiti più difficili.
Se la battaglia o la guerra stavano volgendo a sfavore, ecco Crimildo, novello Odisseo, incaricato di volgere a favore con l’astuzia e con l’intelligenza ciò che la forza non riusciva; se un altro re non voleva giungere a patti alle condizioni di Asdrubale, ecco che Crimildo interveniva: o con il sequestro di un figlio o con il ricatto o con l’assassinio a tradimento.
Una volta Crimildo fu inviato ad assassinare il potente re Volpedo, nemico di Asdrubale, insieme a tutta la sua famiglia.
Crimildo si finse uno storpio guaritore, inventore di magici intrugli fornitori della vita eterna, che mescolò al cibo della regale famiglia la quale morì avvelenata tra atroci tormenti.
Quella volta fu la prima volta che la vide.
Una nera, grande farfalla, adagiata sulla parete della sala da pranzo di Volpedo, un’inquietante messaggera inviata ad assistere al misfatto e a registrarne gli esiti nefasti.
E da quel giorno sempre la vide.
A ogni azione nefanda, ad ogni assassinio, ad ogni levantino ricatto, ad ogni tortura e supplizio, ad ogni deprecabile azione.
La nera farfalla era sempre presente: a Crimildo ora sembrava l’immagine stessa della morte, ora un vessillo divino, ora l’anima degli uccisi, ora un incaricato divino che riportava il cumulo de peccati che lui avrebbe dovuto scontare. Inflessibile come Asdrubale, il suo re, ma molto, molto più tremendo perché lo avrebbe condannato per l’eternità.
Un giorno, la fiera città di Sandronia, rivale di Asdrubale per i commerci di vino e di olio, venne attaccata da questi deciso ad avere il monopolio dei guadagni.
Asdrubale era convinto di piegare la città in breve tempo: le sue truppe erano cariche e assetate di sangue e di bottino, gli auspici erano stati favorevoli, Sandronia era ricca, ma poco abituata a combattere.
Ma nonostante il ferro e il fuoco, gli assalti continui, gli arieti e le catapulte, Sandronia resisteva.
I suoi abitanti, protesi al bene comune, davano volentieri la vita per la salvezza della città e l’olio non mancava da rovesciare bollente sui soldati di Asdrubale che morivano come cavallette.
L’assedio fu intensificato, si protraeva, ma Sandronia resisteva.
Ci voleva Crimildo.
Egli si travestì da vecchia levatrice e si presentò alle porte della città come un dono di pace di un Asdrubale ormai rassegnato.
Che potevano temere gli abitanti di Sandronia da una vecchia levatrice? Nulla, anzi ce n’era bisogno, molte erano morte nell’assedio e la città aveva bisogno di giovani.
Ma la vecchia levatrice di notte ritornò a essere lo scudiero del re che aprì le porte ai soldati e diede inizio alla strage uccidendo per primi proprio i neonati.
E mentre ne squartava uno, ecco posarsi sulla sua spalla la nera farfalla, in un fremito, in un tremore delicato e inquietante che tolse a Crimildo le forze.
Da un po’ di tempo la nera farfalla lo visitava anche in sogno; solo che in sogno essa parlava.
Crimildo si rivolgeva spesso a lei per cercare di capire chi essa fosse, che cosa volesse, che cosa rappresentasse, che cosa portasse in messaggio, ma la farfalla, invariabilmente, con una voce di fanciulla, rispondeva:”Io sono, tu sei”.
Sempre e comunque, a qualsiasi domanda Crimildo ponesse, la risposta era la stessa:”Io sono, tu sei”.
E così, dopo quelle notti, dopo quei sogni, Crimildo si svegliava sconvolto incredulo e dubbioso, con il terrore di vedere apparire davvero la nera farfalla alla prossima nefandezza.
E questa appariva, sempre, nel momento del maggiore inganno, della più tremenda crudeltà, silenziosa e inerte, ma terrificante nel suo insoluto significato.
Un giorno Crimildo doveva compiere l’ennesima scelleratezza.
Il re Asdrubale si era invaghito di una giovane fanciulla, Pulcra, figlia di un povero fabbro e di una lavandaia.
Crimildo aveva capito da tempo la passione e le intenzioni del re: non era certo la prima volta che il re gli faceva rapire una fanciulla che, dopo essere stata ridotta in schiavitù, veniva personalmente sgozzata dal re non appena gli veniva a noia.
Ma adesso era diverso, Crimildo sentiva un brivido nella schiena, una strana paura, un’inquietudine come quando si scorge all’orizzonte una tromba d’aria che si sta avvicinando e che sappiamo ci coglierà nel vortice del suo turbinare.
Così Crimildo tergiversava, adduceva motivi strategici e politici impellenti per rimandare il rapimento.
Ma la pazienza del re era terminata, la brama verso Pulcra non lo faceva dormire.
Crimildo doveva adempiere all’ordine, doveva rapire Pulcra.
Arrivato alla povera casa della fanciulla con un drappello di soldati, legati e imbavagliati i genitori, la prima cosa che fece Crimildo fu di esplorare pareti e suppellettili alla ricerca della farfalla nera.
Ma non la vide. “Che strano”, pensò Crimildo.
L’assenza della farfalla lo inquietava più della sua presenza.
Ma doveva agire, portare a compimento la volontà del suo re.
Si accingeva a compiere il misfatto, legando la fanciulla e strappandola alla sua casa, quando questa parlò.
“Crimildo, fido scudiero del re, basta con i misfatti, i delitti, le scelleratezze; sei ancora in tempo a cambiare la tua vita e a salvare la tua anima, lasciami libera di volare!”
E tra il terrore e la meraviglia di Crimildo, la splendida fanciulla si trasformò in una nera farfalla che si librò in volo sopra di lui.
Crimildo temette di svenire, barcollò, sudava freddo. Ma comprese.
Il re lo avrebbe giustiziato di sicuro, ma almeno avrebbe avuto la vita eterna.
Un rinnovato Crimildo si presentò quel giorno al cospetto del re.
“Maestà”, disse lo scudiero, “non posso più compiere misfatti, giustiziatemi per avervi disobbedito e deluso, ma io d’ora in poi non compirò più azioni malvage!”
Un rinnovato re rispose a Crimildo:”Mio fido scudiero, anch’io mi vergogno profondamente delle nefandezze compiute; ho appena abdicato la corona in favore di mio fratello Pierotto, io mi ritirerò in convento per dedicarmi ai lebbrosi; ogni mia malefatta dovrà essere coperta da almeno dieci buone azioni. Ho deciso anche di donare ogni mio avere ai poveri e ai bisognosi e, d’ora in poi, andrò scalzo e vestito di un saio. Se tu vorrai, mio caro Crimildo, d’ora in poi non sarai più mio scudiero, bensì mio fratello!”
Un enorme gioia, la vera gioia, pervase Crimildo.
Accettò di buon grado e da quel giorno Fra Asdrubale e Fra Crimildo vissero in santità, morendo di lebbra contratta dai molti che avevano aiutato.
E mentre stavano per morire, una farfalla nera si posò dolcemente sul volto dell’uno e dell’altro.

Le difficoltà del cammino …

Le difficoltà del cammino …
Stasera ho vinto anch’io …

(tratto da- Le fiabe per vincere la paura)

“Campione forever”

L’Australia è una terra sconfinata, ricca e assolata, ove i confini sono pure entità convenzionali, persi nel rossore della terra e nel verde del rigoglio naturale.
L’uomo, in Australia, ha creato luoghi bellissimi dove l’art house colpisce per essere riuscita ad imbrigliare negli edifici l’infinita creatività del protendersi umano verso il cielo e verso la perfezione.
Ma l’uomo, in Australia, è solo un corollario alla natura, una parentesi di abitudine nella più grande organizzazione naturale.
E di questa natura, come è noto, il simbolo è il canguro.
Il canguro, principe e re, baluardo e portavoce, antica immagine di una terra ancora oggi pervasa da un’aura di mistero.
I canguri sono animali atletici: così atletici da essere campioni di corsa e di … pugilato.
Essi infatti eccellono in tutti gli sport, ma sono veramente e decisamente imbattibili in queste due discipline atletiche.
I canguri sono sì anche molto teneri e graziosi, con il marsupio greve dei loro piccolini, con i loro balzi incredibili, con il loro caracollare apparentemente senza meta, ma sono soprattutto degli atleti, fuori dubbio dei campioni, senza discussione dei muscolosi e ruvidi animali da competizione, sempre in forma, agili e forti come bronzi di Riace.
Se i cavalli possono ritenersi gli Ateniesi naturali, se i lupi e le aquile possono a pieno titolo affiancarsi ai Romani, i canguri sono sicuramente gli Spartani della natura, sempre pronti come questi al confronto maschio e belligerante, aspro ma leale, sempre pronti a petto in fuori come Leonida e i trecento delle Termopili a contrastare i Persiani di turno che vogliono invadere il loro territorio, sempre in guardia, sempre in allerta, col balzo felino al fulmicotone inserito nelle zampe potenti.
Insomma i canguri sono veri e vincenti atleti, nel salto in lungo come nel salto in alto, nella corsa di velocità come in quella di resistenza, nella lotta come nel pugilato.
E Primo era proprio un pugile, un grande pugile, il migliore dei pugili canguri.
E se è vero che nel nome sta tutto un destino, il nome Primo era già un simbolo, un segno, una garanzia di ciò che lui sarebbe stato: il primo tra i pugili, il migliore, l’invincibile, colui che fuori dal ring poteva abbattere un orso con un pugno e che dentro al ring non aveva rivali.
Un destro, un sinistro, un gancio, un uppercut e l’avversario era k.o.!
Primo era famoso perché vinceva ogni suo incontro prima del limite per k.o. tecnico o per lancio della spugna; Primo non aveva mai perso, ma non era mai arrivato neanche a una vittoria ai punti.
Primo distruggeva i suoi avversari ben prima del termine dell’incontro!
Ormai era una costante: dove Primo combatteva stuoli di canguri accorrevano, ogni televisione pagava fior di diritti per accaparrarsi la diretta dell’incontro, i giornalisti sportivi andavano in delirio così come le folle che lo adulavano e lo adoravano.
Non c’era avversario, per quanto grande e grosso, forte e allenato, che potesse tener testa a Primo; la sua era una dote naturale, una innata potenza esplosiva, una buona cattiveria appresa nelle affollate e perigliose lande australiane, una costanza maniacale negli allenamenti defatiganti, uno spirito di sacrificio non comune, un rispetto totale per gli avversari, una deferenza antica verso le regole e verso gli arbitri, una fiducia illimitata nel suo vecchio allenatore: tutto ciò faceva di Primo un atleta unico, forte, rigoroso, invincibile.
Primo aveva tra i canguri un successo strepitoso: nelle tv era ricercatissimo e pagatissimo, gli sponsors si mettevano in fila, nascevano come funghi i fans club, fidanzate come se piovesse, soldi, tanti, tantissimi soldi, lusso, auto sportive, ville, preziosi, guardie del corpo, ogni agio era suo, ogni ricchezza era sua, ogni beneficio era il suo, ma anche stima e affetto erano con lui.
Venne chiamato “Campione Forever”.
E quando Primo era annunciato sul ring, ogni enfatico e adorante telecronista
urlava : ”E ora, canguri e cangure, ecco a voi Primo Campione Forever”, e giù applausi, urla deliranti, spintoni per abbracciarlo, toccarlo, odorarlo, prima e dopo il combattimento, prima per assaporare il profumo del suo bagnoschiuma, dopo per godere degli umori del suo sudore.
Primo era ormai “Campione Forever” per tutti e per tutte.
Non poteva uscire al ristorante che subito era circondato da giornalisti a caccia di scoop e da fans a caccia di autografi, doveva mimetizzarsi tra la folla con ampi cappottoni e occhiali da sole, ma invariabilmente un fan più attento degli altri riconosceva il suo fisico statuario e il delirio ricominciava.
Ma muto e silenzioso, così come inesorabile e incontrastabile, il tempo passava, il tempo passò.
Tutto o quasi può un canguro, così come un uomo, tranne che fermare il tempo.
L’artefice divino che pare sonnecchiare sulle nostre azioni e sulle nostre venture ha messo un ineffabile e imparziale arbitro a disciplina di esse: il tempo, l’immortale tempo che nasce e muore, rinasce e rimuore, milioni, miliardi di volte, all’infinito, in ognuno di noi, in ognuna delle creature, sia essa effimera come una farfalla o longeva come una tartaruga.
Il tempo, paziente e silenzioso, impalpabile nel benessere e interminabile nel malessere, il tempo che tutto muta e che tutto cancella, per il quale la parola “forever” è una briciola di pane da scrollarsi dalla barba, per il quale le parole “campione forever” risultano piccole interpunzioni nello spartito infinito del disegno divino.
E il tempo segnò anche Primo, e l’ictus lo segnò anche più.
E fu così che “Campione Forever” mutò prospettiva.
Divenne un canguro invalido, divenne un canguro con progetti di suicidio.
Primo rimaneva sempre nell’affetto di molti, non più di tutti, ma di molti, veniva ancora chiamato in tv, ma come ex pugile, di lui si parlava come di ex campione anche sui giornali, si diradavano molti canguri e molte cangure prima sempre intorno a lui, alcuni restavano, ma lo trattavano, appunto, da ex, ex campione, ex canguro, solo ex.
E Primo si chiuse: lui che sempre colpiva era stato colpito, lui che sempre ledeva era stato leso, lui che sempre abbatteva era stato abbattuto.
Lui che aveva sempre avuto rispetto per l’avversario era stato trattato senza rispetto alcuno dall’avversario più forte e più tenace di lui, il Tempo, era stato distrutto senza ritegno e vigliaccamente, lui così coraggioso, dal più vile e silente degli avversari, l’Ictus.
Entrambi questi avversari a Primo non erano stati presentati, non gli avevano stretto la mano, non lo avevano abbracciato e confortato dopo la sua sconfitta.
E Primo si chiuse, non parlava più, lui “Campione Forever” era ora in balia di chi lo assisteva e che, in grazia solo dei suoi soldi, lo curava e badava a lui.
Lui, indomito come Leonida, invincibile come Cesare, pugnace come Alessandro era ora un’ameba irriconoscibile che via via scivolava nell’oblio.
La sua forza non c’era più, colpita, così come il movimento, dal feroce avversario Ictus, non più l’agilità, la bellezza, la prontezza, l’aitanza,: tutto perduto, meglio morire, meglio farla finita, l’avesse vinto fino in fondo questo match il Tempo e l’avesse vinto come lui, Primo, vinceva i suoi di match, prima del tempo, per k.o.!
E Primo decise di morire il primo gennaio.
Ma il trentuno dicembre, durante la consueta visita che quasi tutti i giorni faceva a Primo, il suo amico Cassio gli lesse una fiaba.
La fiaba parlava di castori, animali che piacevano molto a Primo; in particolare narrava di un castoro disperato perché, col passare del tempo, aveva perso tutti i denti e con essi il suo ruolo nella comunità: non poteva più costruire le tane, portando i rami con i denti, non poteva più nutrirsi, non poteva più difendere la sua famiglia dalle lontre invadenti e fameliche. Aveva deciso di affogarsi, di lasciarsi affondare nel fiume che lo aveva visto giovane e forte.
Ma un amico aveva narrato al castoro una fiaba nella quale si affermava che vi è un tempo per la forza, uno per l’azione, uno per la gioia, uno per la debolezza, uno per la sofferenza, uno per il tramonto; nella fiaba si spiegava come questi tempi siano naturali e come vadano affrontati e accettati con serenità tra gli affetti veri, pochi, non eclatanti, non mondani, ma stretti, forti e autentici, come la vita vada gradita e accettata come un dono da non sprecare, da non umiliare, da non dissacrare.
E il castoro aveva capito, si era disteso e si era lasciato amare così, senza denti, per quello che era diventato.
E anche Primo capì: non era importante essere “Campione Forever”, lo era stato, ne aveva beneficiato a piene mani, ma ora vecchio e malato capiva di essere finalmente un canguro vero, amato da pochi, ma autenticamente.
Capì anche che il Tempo non è né avversario né nemico: è solo il tessitore delle nostre trame, è colui che tiene in mano il capo e la coda del filo che tesse le nostre azioni, come una tela più o meno lunga che viene poi avvolta nel magazzino della memoria.

Elvezia Benini

La ghianda racchiude ogni cosa…

La ghianda racchiude ogni cosa…

Una fiaba in dono (tratta da “Le fiabe per sviluppare l’autostima” di Elvezia Benini e Giancarlo Malombra edito da Franco Angeli)

L’asino
Il mondo degli animali, si sa, con le sue multiformi e variegate moltitudini di creature, ha sempre ispirato il mondo degli umani i quali hanno attribuito, un po’ a torto un po’ a ragione le loro idiosincrasie, le loro caratteristiche più evidenti, le loro più marcate attitudini, il loro mondo onusto di significati e di significanti ai poveri animali per i quali l’unico significato della loro vita è sempre stato quello di condurre una vita più lunga possibile, in ragione delle infinite insidie, seguendo il corso naturale degli eventi preordinate per loro dall’Armonia dell’Artefice divino.
E così un individuo truffaldino ecco che diviene “furbo come una volpe”, una persona viscida e levantina è associata a un serpente, un uomo robusto è “forte come un toro”, un altro un po’ incosciente è “coraggioso come un leone”, una donna un po’ leggera è ” proprio una gattina”, una altra un po’ ingenua è “un’oca”, un bambino agile e veloce sembra proprio una gazzella, mentre un altro che a scuola fa fatica è “sicuramente un asino”.
L’antica scuola, poi, ha sempre applicato le orecchie d’asino a quei bambini che o perché un po’ tontolini, o perché il dialetto in casa loro era l’unica merce di scambio, non riuscivano a soddisfare il maestro che chiedeva di ripetere a memoria tutta, ma proprio tutta, “La cavallina storna”…che portava colui che non ritorna, così come non è mai ritornata l’autostima del povero malcapitato bambino additato a scuola per anni come l’asino.
Orbene, consapevoli di quanto le vessazioni umane sul mondo animale siano foriere di vessazioni anche sugli stessi umani, dobbiamo sapere che nel piccolo paese contadino di Terrabruciata la vita scorreva tra fatiche negli aridi campi che, avaramente, elargivano i loro frutti e fatiche casalinghe per tutte le incombenze che le folte nidiate di bambini imponevano, prima di divenire esse stesse, le nidiate, parte attiva in quelle fatiche che l’antica vita contadina portava con sé.
La vita e la morte, a Terrabruciata, avevano lo stesso significato : ineluttabile era la morte, ma ineluttabile era anche la vita, con i suoi carichi, le sue piccole e povere gioie, le sue semplici evidenze, le sue proverbiali angosce per un futuro senza speranza di cambiamento dalle miserrime incombenze, ove il freddo dell’inverno patito nei geloni delle dita e il caldo dell’estate subito nei campi riarsi scandivano con semplicità una vita pervasa da una grande religiosità che, tramite la fede, rendeva accettabile, semplicemente e amorevolmente, il decorso della storia individuale e collettiva.
A Terrabruciata le due grandi istituzioni che portavano speranza e alleviavano i pesi quotidiani erano la Chiesa e la Scuola, unici segni di un’organizzazione sociale che cercava di fornire strumenti diversi dal primitivo possesso dei fondamentali della vita.
E per la Scuola e la Chiesa, a Terrabruciata, vi erano grande deferenza e grande riverenza, un’accettazione incondizionata di ogni verbo rivelato dall’una o dall’altra, una genuflessione e uno “scappellamento” che non distinguevano abnegazione da protervia, così come non discernevano tra zelo e malvagità.
Nella Scuola di Terrabruciata insegnava da anni l’anziana maestra Conlabarba che in una cosiddetta “pluriclasse”, accorpava quaranta bambini di tutte le età, dai piccolini di sei anni appena sbocciati dalla porta della stalla ove dormivano al calduccio fino ai ripetenti di quattordici anni che duramente lavoravano nei campi il mattino sino alle otto, quando la campanella della scuola li richiamava ai loro altri doveri.
Conlabarba non era di Terrabruciata : lei arrivava tutte le mattine alle otto con la corriera dalla città e, appena scendeva dal predellino del mezzo, le sue mani subito scrollavano dalla giacca di tweed o dal cappotto grigio pesante l’aria fetida di pollame che stagnava, a suo dire, nella corriera, unico mezzo per i villici per andare in città dal medico, a pagare le tasse, a commerciare i loro semplici averi.
E poi, dopo questo rito inusuale, la liturgia di Conlabarba la faceva dirigersi impettita verso la scuola con il mento all’insù, gli ispidi capelli raccolti a crocchia che si elettrizzavano di recondite ire e i tacchi squadrati delle squadrate scarpe che squadristicamente risuonavano sul selciato come richiamo imperativo per i suoi alunni.
Tra essi ve n’era uno Armando, Armandino per tutti perché era gracile e malaticcio, etereo e femmineo, vulnerabile e assente, indifeso come uno scricciolo, tenero come un passerotto, sensibile come una procellaria, buono come un agnellino, orfano di padre come un vitellino.
Però Conlabarba non lo riteneva, non lo chiamava né scricciolo, né passerotto, né procellaria, né agnellino,né vitellino, ma molto , molto più prosaicamente asino.
Durante l’appello di ogni giorno, Armandino era chiamato asino già dall’inizio e la A di Armando era divenuta la a di asino.
La mamma di Armandino era una povera vedova da libro Cuore, che viveva di stenti, tisica e malferma, incapace di staccarsi dalla bottiglia che subito comprava non appena qualcuno le dava qualche quattrino.
Armandino accudiva come poteva la mamma, faceva qualche servizietto nelle case dei generosi, ma poveri contadini che gli fornivano di che mangiare per lui e per la madre, togliendo dal poco che avevano un pochino per lui.
I suoi logori vestitini erano gli stessi estate e inverno : per questo motivo Conlabarba, non appena lui le si avvicinava timidamente, ogni volta si turava il naso con le dita e, con voce nasale, imperativamente lo scacciava, stigmatizzandolo invariabilmente con l’epiteto di asino.
E così, tutti, a poco a poco, chiamarono sempre Armandino “asino” : dapprima gli sciocchi compagni di scuola, poi i ragazzi più grandi e infine gli adulti.
Sembrava quasi che il bambino, se chiamato per nome, fosse avulso e in un altro mondo, mentre se chiamato “asino” scattasse come un soldatino di stagno sull’attenti e pronto a essere vilipeso.
Conlabarba la liturgia la rispettava ogni giorno proprio tutta : l’appello con “asino”, l’interrogazione con “asino”, prima e dopo la richiesta di alimentare la stufa al1’ “asino”, il trasporto dei pesanti libri richiesto all’ “asino”, la pulizia dell’aula con scopa, paletta, secchiello e acqua gelata da effettuarsi da parte dell’ “asino”.
Alla fine persino sua madre lo chiamava asino, non appena Armandino “la faceva morire di crepacuore”, come affermava lei, magari perché i contadini in cambio dei suoi piccoli servigi gli davano tre uova anziché l’ambita bottiglia di vino.
Ormai Armandino aveva addosso l’appellativo di Asino e come tale veniva trattato : l’asino è un animale da soma e lui veniva caricato all’inverosimile, l’asino lo si bastona e lui riceveva ogni giorno la sua consueta e costante razione di legnate, l’asino mangia poco e lui quasi non mangiava, l’asino è offeso e vilipeso e lui era lo zimbello di tutti, l’asino è ritenuto ignorante e lui era ritenuto l’asino per antonomasia.
Tra le botte, la malnutrizione, la depressione, la gracilità, l’asino Armandino era destinato a una breve vita : e lui, la sera, sul pagliericcio dentro la stalla, prima di abbandonarsi esausto al sonno, pensava sempre di raggiungere il suo papà, anzi lo sperava, lo voleva, lo chiedeva a Gesù Bambino.
E poi, nel sogno, si vedeva per mano al papà, in una radiosa giornata di sole, mentre andavano a pescare o mentre il papà gli raccontava, la sera, una storia accarezzandogli le guance.
E una notte, in sogno, il suo papà gli disse : “ non ti tormentare Armandino se tutti ti chiamano asino”. “L’asino è l’animale più nobile, forte e buono, sempre pronto ad aiutare gli altri con il suo lavoro, talmente nobile con la sua umiltà che , insieme al bue, Gesù ha voluto accanto a sé nel Presepe!”. “Tu, Armando, sei nobile come l’asino, la nobiltà è nel tuo animo, e come l’asino sarai presto chiamato a grandi compiti, come l’asino riscaldò Gesù Bambino, anche tu sarai chiamato a riscaldare”.
Armando si svegliò di colpo, con una strana sensazione di leggerezza e di incredulità. Il suo adorato papà gli aveva rischiarato la mente ed il cuore : l’asino non era il più infimo e reietto tra gli animali, ma quello che con il suo fiato aveva riscaldato Gesù Bambino e lui Armando, chiamato l’asino, non era l’ultimo dei bambini, il più stupido e da massacrare come lo riteneva Conlabarba, ma era destinato ad un grande compito futuro.
Ma, passato il primo momento di euforia, Armandino si disse che era stato solo un sogno, anche se molto bello, ma solo un sogno.
Però il suo papà non aveva mai tradito la sua fiducia, non gli aveva mai raccontato una bugia! Ma no, non voleva, non poteva credere che lui, l’ultimo di Terrabruciata, l’ultimo degli ultimi, l’asino, potesse vedere la sua vita cambiata ed essere addirittura chiamato a un grande compito.
Ma era stato bello lo stesso, se non altro ora la parola “asino” gli risuonava meno sgradita, meno annichilente.
E arrivò lo zio d’America : Giuseppone, fratello del papà di Armandino, era emigrato in America per sfuggire alla terribile miseria di Terrabruciata e là, in quel Paese lontano, aveva accumulato una vera fortuna.
Lo zio prese Armandino con sé in città, lo curò, lo nutrì, lo fece studiare: Armandino divenne un brillante ingegnere e, come gli aveva detto il papà, che non gli mentiva mai, inventò l’incubatrice, quella macchina che riscalda i bambini usciti troppo presto dal calduccio del ventre materno.
Così, come l’asino riscaldò Gesù Bambino, Armandino riscaldò tutti i bambini del mondo, con quel calore che solo la nobile umiltà riesce a fornire a chi ne ha bisogno.

La vostra visione diventerà chiara solo quando guarderete nel vostro cuore

Buongiorno! Noi siamo convinti che le fiabe debbano avere un lieto fine e ciò per consentire di far affiorare la luce della speranza attraverso le immagini che nascono dall’ascolto di una fiaba. Le nostre prime fiabe sono nate per il desiderio di offrire a coloro che soffrono, e a chi sta vicino ad essi, uno spazio vitale per ritrovare energia. E così, dopo aver scritto “Bambini in pigiama”, ed.scientifiche Magi, testo soprattutto teorico, ho sentito l’esigenza di creare uno strumento operativo, un libro più vivo tramite l’immediatezza delle fiabe. Oggi il mondo vive nella condanna dicotomica tra razionalità e irrazionalità : dobbiamo cercare di aiutare a creare un ponte tra questi due estremi, al fine di recuperare, attraverso le immagini e l’immaginazione, la creatività necessaria per una vita più sana e gioiosa. Come dice il nostro Carl Gustav Jung “La vostra visione diventerà chiara solo quando guarderete nel vostro cuore. Chi guarda all’esterno, sogna. Chi guarda all’interno, apre gli occhi”
Elvezia


Le Fiabe per… Affrontare i Distacchi della Vita

Un aiuto per grandi e piccini

Numerosi sono i distacchi che si devono affrontare nelle diverse fasi della vita.
C’è il bambino che non vuole partire per la settimana di campeggio estivo, quello che viene preso da crisi di pianto ogni volta che il papà deve allontanarsi per lavoro, o, ancora, quello che deve andare in ospedale…

Ma il problema del distacco è un problema che anche i grandi sentono e a volte non riescono ad affrontare.
Fermiamoci, allora, e leggiamo una fiaba…

L’utilizzo della fiaba favorisce lo sviluppo psico-affettivo ed aiuta ad elaborare le sofferenze psichiche che oggi sono forse più laceranti, o semplicemente più visibili, di un tempo.
I piccoli e i grandi lettori, sia quelli più “fragili” che quelli già “forti”, potranno identificarsi nei vari personaggi e, ritrovando le parti nascoste di sé, potranno recuperare l’energia necessaria a proseguire il cammino.

Ogni fiaba si presenta con una veste di facile accessibilità e di immediatezza emotiva per ogni lettore, specialista o no, ed è anticipata e seguita da un’analisi dettagliata che porta la fiaba stessa ad essere utile nella vita di ciascuno, diventando uno strumento di riflessione e di riconoscimento “nella storia” della propria storia, che non è altro che parte della storia dell’umanità.

Per grandi e piccini, per genitori e insegnanti, per psicologi ed educatori, per ogni persona che crede nell’importanza della comunicazione emotiva, prima ancora che in quella cognitiva e razionale: solo attraverso il cuore si può raggiungere la mente.

Il testo è corredato da illustrazioni della pittrice Lia Foggetti e da un’appendice relativa al burn-out di chi “si prende cura”.

Giovanni Gocci, “Incontro con la fiaba”

Copertina GocciCon questo particolare e significativo testo, il Professor Giovanni Gocci, Psicoterapeuta, Psicologo analitico, Direttore della Scuola di Psicoterapia psicosintetica ed Ipnosi Ericksoniana “H. Bernheim” di San Martino Buon Albergo (Verona), saggista e poeta, trova nella fiaba uno strumento capace di aiutare l’uomo contemporaneo, intriso di materialismo, scientismo, ipertrofia della razionalità, a riappropriarsi della dimensione interiore.
Il volume è un’originale raccolta di fiabe che, invece di essere tratte dal serbatoio della tradizione popolare, sono state immaginate, scritte e drammatizzate direttamente da persone durante le terapie di gruppo; la vera protagonista è, così, quella che Gocci definisce “la fiaba personale”. Raccontandosi e raccontando la fiaba personale si riattiva la capacità creativa dell’inconscio, permettendo l’affioramento di quelle immagini archetipiche, prima oscurate dalla razionalità e dal nostro Ego imperante, che consentono la comprensione della Psiche.
Come infatti sostiene l’autore: «Nella fiaba, come nel sogno, l’anima testimonia se stessa e gli archetipi si rivelano nella loro naturale combinazione, sotto la forma di Re, Regina, Vecchio, Saggio, Strega, Animale etc…». Per Gocci la fiaba “cura”, è uno strumento terapeutico in quanto permette di far ri-emergere le immagini dell’anima perduta. In questo senso, ogni fiaba testimonia una tappa di quello che Jung ha definito processo di individuazione: attraverso i racconti che curano ci si immerge in se stessi, si tende al Sé, alla totalità psichica. Si cura l’anima ed anche il mondo da essa abitato.

Seguendo il percorso tracciato dall’autore, che ha inoltre corredato il testo di schede per l’uso didattico e di un ricco materiale di approfondimento, si impara a interloquire con gli inferiores, i daimones, con la componente umbratile e quella numinosa.
«Raccontarsi la fiaba è fare attività educativa ed i suoi assiomi e risultati hanno importanza proprio per la guarigione dei mali della nostra epoca: si ridà dignità all’anima, si fa catarsi, si incontrano le parti oscure di noi, si costruisce il progetto futuro, si racconta la propria storia infinita.»

Giovanni Gocci, Incontro con la fiaba. Gli insegnamenti dei racconti che curano, Edizioni del Poggio, 2007.

 

Dello stesso autore: Comunicazione e cambiamento

A proposito di Magia

Oggi ci sono due post degli amici del Temenos. Il Primo è di Marinariannachiara.

C’è più sapienza qui che in tutti i nostri polverosi scaffali (parafrasando Shakespeare).

Scrive Marinariannachiara il 7 giugno scorso:

“Professore caro,

sulla prima risposta che Lei mi ha dato: Magia è Scintia Scientiarum, racchiude in se’ qualunque forma di sapere perchè armonizza la nostra Anima… non posso che essere d’accordo. Tuttavia, credo che la Magia sia uno di quei fenomeni poco razionalizzabili, insomma, poco inquadrabili e molto concentrici, tipo spirali, molto simili ai sen-timenti, sen-tire, sen-sazioni, sen-sibilità, sen-sitività.

Insomma, a me pare che la Magia, come l’Amore, non si lasci mica tanto comprendere…

Con tutto il rispetto Prof, io sento forte dentro di me che ci sono “cose di questo nostro magico mondo” che non si possono studiare, né possono esserci spiegate in modo esaustivo: le dobbiamo vivere o, forse, più probabilmente, dobbiamo esserne vissuti. E credo che se anche ci fosse qualcuno di veramente illuminato al riguardo non sarebbe lui concesso di divulgare a tutti tali vissuti che molto probabilmente fanno parte del MISTERO della vita, che poi è il nostro MISTERO…e per accedere al MISTERO bisogna che Qualcuno ce lo permetta…dobbiamo essere scelti, credo, forse invitati ad ENTRARE? Ed Entrare non è penetrare forse? Non è compiere uno sforzo d’Immaginazione?

E mi viene in mente il Genio della Lampada che dice ad Alladin:

“Posso esaudire qualsiasi tuo desiderio, tranne resuscitare i morti e…fare innamorare di te chi non ti ama…” Ed ecco che ci imbattiamo, con questa frase, nei grandi MISTERI della Vita: Morte e Amore…per quanto la Vita stessa sia un grande Mistero. E per citare Shakespeare in TRISTANO ed ISOTTA:

“Forti sono la Vita e la Morte, ma ancor più forte è l’Amore…” Ecco, a questo punto sono d’accordo sulla Sua affermazione sull’utilizzo della Magia a fin di bene, come armonizzazione…

Inoltre, vorrei dire che in molte delle nostre azioni quotidiane ci sono rituali magici, probabilmente la consuetudine stessa, la routine è una sorta di superstizione, difatti nella consuetudine c’è qualcosa d’insopportabile come nella malattia d’altronde…ma se all’interno delle azioni quotidiane inseriamo la fantasia, ecco che tutto si trasforma e si armonizza…

Lascio questa parabola del Vangelo secondo Matteo alle Vostre riflessioni:

Recandosi la mattina in città “ebbe fame”. Vista sulla via una pianta di fico, si avvicinò ad essa: ma non vi trovò che foglie; allora, rivolto ad essa, disse: “Non possa più portare frutto in eterno!”. E all’istante il fico seccò. A tal vista, i discepoli furono presi da meraviglia ed esclamarono: “Come mai il fico si è seccato all’istante?”.

Gesù rispose: “In verità vi dico: se avrete fede senza esitare, non soltanto potrete fare quello che è accaduto al fico, ma se direte a questo monte: “Levati e gettati nel mare”, questo accadrà. E tutto quello che chiederete con fede nella preghiera, l’otterrete”.

L’esempio è clamoroso, io ho un mio sen-tire al riguardo…ma è giusto che io taccia al riguardo e lasci che ognuno di noi ne tragga le conclusioni che sen-te più consone a sé stesso…

Saluti.

Marinariannachiara”

Un saluto dal Coniglio con l’orologio

A tutti gli amici del blog che stimano il mio lavoro in tv, un grazie sentito. E in particolar modo a Rossella Saluzzo, Orazio Cantore, Roberto Ciaciolo e Clive Riche.

A questo proposito voglio ricordare che per qualunque richiesta di partecipazione o altro alle trasmissioni tv, l’indirizzo giusto è solo g.laporta@rai.it, oppure, Gabriele La Porta, RaiNotte, Via Teulada 66, 00195, Roma.

Sarò ben lieto, invece, di ospitare su questo blog non-televisivo, come già accade, ogni vostro pensiero, poesia, lirica, racconto, ricerca di amicizia e di anima.

Insomma, tengo a dividere nettamente lo spazio televisivo da questo blog, che considero la mia terra, il mio tè da Cappellaio Matto (anche se io sono sempre il Coniglio con l’orologio).

La festa è nel cuore

Il Cappellaio è un FOOL (Il fool e il suo scettro, WILLIAM WILLEFORD, ed Moretti & Vitali).
Lui festeggia i “Non-compleanni”. “Perchè – afferma – avere gioia solo una volta l’Anno? meglio 364 volte”. Di mio aggiungo: “Che fare allora nel 365° giorno?” Per me occorre “festeggiare doppio”.
Ed allora arriverà un altro Cappellaio a dirci : “Perchè festeggiamo doppio una sola volta l’Anno?” E così per sempre.
La festa è nel Cuore.

A proposito di regali…

Chi è il cappellaio matto?

E cosa ha da dirci, in tutti questi anni?

Che dono ci ha fatto?