Cinema: “Il labirinto del silenzio” di Giulio Ricciarelli

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Tra i film usciti nelle sale per ricordare l’olocausto, “Il labirinto del silenzio” di Giulio Ricciarelli (di origine italiana, ma tedesco d’adozione) è senz’altro uno dei più interessanti da vedere. Perché mostra la Germania dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale quando, in una sorta di omertà generale, tutti o quasi tendevano a non ricordare o a far finta di niente riguardo alle responsabilità della popolazione verso il genocidio degli ebrei. Ambientato nel 1958, il film mostra il paese in piena ripresa economica, quando i tempi del regime Nazionalsocialista sembrano ormai lontani. In questo clima di ricostruzione, il giovane pubblico ministero Johann Radmann (Alexander Fehling), che dovrebbe occuparsi soltanto di verbali automobilistici, incontra in tribunale un giornalista, Thomas Gnielka (André Szymanski). Questi gli racconta che un suo amico avrebbe riconosciuto un insegnante che, in passato, sarebbe stata una guardia di Auschwitz. Nessuno però sembra interessato a perseguirlo legalmente. Radmann, invece, decide di occuparsene, contro il parere del suo diretto superiore che gli consiglia di lasciar perdere. Piano a piano si rende conto che l’impresa non sarà facile perché i colpevoli godono di una rete di protezione, grazie alla quale riescono a condurre una vita normale. Solo il Pubblico Ministero Generale, Fritz Bauer (Gert Voss) incoraggia Radmann a proseguire le ricerche. Lui stesso, infatti, è da molto tempo che spera di attirare l’attenzione sui crimini commessi ad Auschwitz, ma non possiede i mezzi legali per portare avanti un’azione penale.Radmann con l’aiuto dell’amico giornalista trova documenti decisivi per individuare i colpevoli. Comincia così ad interrogare i testimoni sopravvissuti al campo di concentramento, setaccia gli archivi, cerca le prove, rendendosi conto di trovarsi in un vero e proprio labirinto di bugie, che rendono difficile scoprire la verità. Si dedica anima e corpo alle indagini, tanto da sacrificare la sua vita privata, ma alla fine giungerà alla soluzione che cambierà per sempre la storia.

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“Il labirinto del silenzio” è entrato nella shortlist degli Oscar di quest’anno, perché si tratta di un film veramente meritevole e incisivo. A partire dal tema che affronta, basato su fatti realmente accaduti, incastonati in una storia fittizia. Narra infatti la vicenda reale di un gruppo di tedeschi che negli anni ’50 ha  voluto indagare su un passato non troppo lontano, costellato di crimini contro l’umanità compiuti ad Auschwitz e condannare in un tribunale della Germania coloro che li avevano perpetrati. Un’impresa non facile, perché si andava a scoprire tante insospettabili responsabilità. Nel film, infatti, ad un certo punto, il Pubblico Ministero Capo Walter  Friedberg, interpretato da Robert HungerBuhler,  pone una domanda: “E’ davvero importante che ogni giovane in Germania debba chiedersi se suo padre fosse un assassino?”. Un dubbio che vive anche il protagonista che arriva a chiederselo, guardando la foto di suo papà in uniforme. Radmann è un giovane tradizionalista, umanista, con precisi valori. Pensa di essere a conoscenza di cosa sia giusto e di ciò che è sbagliato. Si muove su questa combinazione binaria fino a quando non ha più certezze e capisce che bisogna essere umili per affrontare un processo di tale portata. Radmann, che è un personaggio di finzione, è un concentrato dei tre pubblici ministeri che portarono avanti le indagini all’epoca dei fatti. Persone veramente esistite sono invece Fritz Bauer e Thomas Gnielka. Nella sceneggiatura, scritta da Elisabeth Bartel e Giulio Ricciarelli, sono state inserite alcune frasi dette dallo stesso Pubblico Ministero Generale. Ad esempio, quando si ebbe la necessità di ribadire l’importanza che si svolgesse il processo di Auschwitz, fu lui a pronunciare la frase: “Nessuno ha il diritto di essere obbediente”. Tutti gli imputati infatti per giustificarsi dei crimini commessi, anche di fronte  a cose orribilmente disumane,  affermavano di avere solo eseguito gli ordini. Anche le sconvolgenti testimonianze dei sopravvissuti sono autentiche. Spiega Ricciarelli: “Per quanto riguarda i fatti storici, siamo stati quanto più corretti e precisi possibile. Solamente in relazione alla vita interiore dei personaggi ci siamo permessi delle libertà narrative”. Una regia di stampo classico e una narrazione complessa fanno emergere un’impronta recitativa forte, basata sulle emozioni che animano la storia. Le stesse che hanno animato la Bartel quando, leggendo della vicenda su un articolo di giornale, e si rese conto della potenzialità di una storia che al cinema non era mai stata raccontata. Si parla molto infatti dei processi di Norimberga, ma quelli relativi ad Auschwitz sono quasi sconosciuti ai più. Una curiosità: c’è molto di femminile nella realizzazione del film, perché, oltre alla sceneggiatrice, sono donne anche le persone che hanno acconsentito a produrlo, Sabine Lamby e Uli Putz.

Clara Martinelli

 

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C’è una sindrome di Sture Bergwall nascosta nel collettivo psy?

La percezione sociale risente dell’effetto del contesto in cui l’azione umana ha luogo, ovvero, dell’insieme di condizioni circostanti sia fisiche che sociali. Di solito il contesto influenza il giudizio fornendo indicazioni sul comportamento previsto dalle circostanze, come può ostacolare l’osservatore, infatti, la persona (o il collettivo psy) può affrettarsi a valutare la situazione immediata con tale insistenza da ignorare altre importanti indicazioni” (cit.). Da questi presupposti parte il mio tentativo di concettualizzare quella che ho provvisoriamente definito come “La sindrome di Bergwall”.

Fino a qualche anno fa, Thomas Quick era il più mostruoso serial killer di Svezia: una trentina di assassinii confessati, otto condanne per omicidio, un ergastolo da scontare in un ospedale psichiatrico. Nel 2008 ha rivelato che tutte le confessioni dei suoi “omicidi” seriali erano invenzioni. «L’ ho fatto perché mi imbottivano di farmaci e droghe”, tra cui valanghe di benzodiazepine. Ero molto fragile mentalmente, in quelle condizioni confessavo qualsiasi cosa. Ma l’ ho fatto anche perché avevo bisogno di attenzione da parte dei medici (…) e poi dei media” ha spiegato Quick nel documentario ed anche in una intervista a Repubblica. Sture Bergwall “Quick” nasce nei pressi della cittadina di Falun, Svezia, il 26 aprile 1950. È un bambino “asociale, complessato, falcidiato da un morboso senso di inferiorità”. In seguito dirà di aver subìto abusi sessuali dai genitori, che un giorno avrebbero persino soppresso il suo fantomatico fratellino Simon (ricostruzioni smentite dai suoi fratelli). A 19 anni, Bergwall cerca di molestare sessualmente quattro ragazzi. A 23 anni, sotto l’ effetto di droghe e alcol, quasi uccide un uomo. Nel 1990, poi, il “grande colpo”: una rapina, nella banca vicino casa, con un “amico” 16enne. Bergwall viene arrestato. Entra nell’ ospedale psichiatrico di Säter. Qui si guadagnerà il soprannome di Sätermannen, “l’ uomo di Säter”. Poi, nel 1992, la “svolta”. Bergwall confessa il primo “omicidio”. Quello di Johan Asplund, 11 anni, scomparso il 7 novembre 1980 mentre andava a scuola. Bergwall, che da questo momento decide di chiamarsi Thomas Quick, confessa di averlo rapito, violentato, martoriato, mangiato, seppellito. Ricostruisce tutti i suoi movimenti, indica i punti dove ne avrebbe seppellito i resti. Ma non viene trovata nessuna prova, né un testimone che confermi la sua versione. Risultato: Quick viene condannato lo stesso. Tra 1993 e 1996, Quick confessa altri omicidi. Tutto questo viene minuziosamente ricostruito nel docufilm (cui rimando) “The Confessions of Thomas Quick” (2015, diretto da Brian Hill con Mimmi Kandler) che include numerose interviste con questa persona e con i suoi familiari. Alcuni sostengono che questo sia stato il più grande scandalo giudiziario ma anche medico e psichiatrico nella storia svedese. Forse è anche una storia che andrebbe analizzata nei minimi particolari dal punto di vista complesso di sistemi che si iscrivono nell’insieme del collettivo psy, non solo per poter informare la nostra pratica da questa esperienza, ma anche per comprendere cosa sia accaduto in termini gruppali.

Massimo Lanzaro

Omaggio a Raf Vallone, questa sera, con la proiezione di “Uno sguardo dal ponte” alla Casa del Cinema a Roma

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Questa sera, alle ore 21, in occasione del centenario della nascita di Raf Vallone, le figlie Eleonora e Arabella, in collaborazione con la Casa del Cinema di Roma, organizzano una serata dedicata all’attore. Al centro della manifestazione la proiezione del film Uno sguardo dal ponte, diretto nel 1962 da Sidney Lumet, per il quale Vallone vinse il Premio David di Donatello come migliore attore protagonista. Precederà la proiezione un frammento inedito di una recente intervista con Peter Brook, che diresse Vallone nella storica versione teatrale di Uno sguardo dal ponte (580 repliche solo al Théâtre Antoine di Parigi, 1958/60) .
Il film, tratto dal dramma teatrale di Arthur Miller “A view from the bridge”, conta tra gli interpreti, oltre a Vallone, Jean Sorel, Maureen Stapleton, Carol Lawrence e Raymond Pellegrin. E’ la storia di Eddie Carbone, emigrato italiano e portuale newyorchese, che vive a Brooklyn con la moglie Beatrice e la nipote diciottenne Catherine, di cui è morbosamente geloso. Quando ospita a casa sua Marco e Rodolfo, immigrati clandestinamente negli Stati Uniti, Eddie non riesce a sopportare che tra la nipote e Rodolfo nasca un reciproco interesse e si convince che il giovane stia cercando di farsi sposare per ottenere la cittadinanza americana. Dopo averlo più volte provocato, arriva addirittura a denunciarlo all’ufficio immigrazione e a farlo arrestare. La rivalità avrà esito tragico e sarà lo stesso Eddie a rimanere vittima del suo amore impossibile.
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Raf Vallone, nato a Tropea il 17 febbraio del 1916, plurilaureato (filosofia e legge), prima di intraprendere la carriera di attore è stato calciatore in serie A con il Torino, con cui vinse anche la Coppa Italia nel 1934 e in seguito capo redattore delle pagine culturali de L’Unità e critico cinematografico su La Stampa. Intellettuale rigoroso, attore internazionale in grado di recitare anche in inglese e francese, dal 1949, suo esordio cinematografico con “Riso amaro” di Giuseppe de Santis, Vallone ha interpretato come protagonista oltre un centinaio di film. Diretto in Italia da registi quali Pietro Germi, Vittorio De Sica, Alberto Lattuada, Dino Risi, Mario Soldati e all’estero da Marcel Carné, Jules Dassin, Henry Hathaway, Otto Preminger, Francis Ford Coppola, partner maschile di Silvana Mangano, Sofia Loren, Gina Lollobrigida, Anna Magnani, Lucia Bosè, Simone Signoret, Lea Massari, Sara Montiel, Elena Varzi (che poi è diventata sua moglie). E’ stato protagonista de “Il Cristo proibito”, unica esperienza dietro la macchina da presa dello scrittore Curzio Malaparte. Molto attivo anche in teatro, ha interpretato Ibsen, Pirandello, Brecht, O’Neill, Shakespeare, Miller, etc. Molto spesso è stato anche regista di se stesso, come nella versione teatrale italiana dello stesso Sguardo dal ponte, con Alida Valli. Vallone ha inoltre curato la regìa di alcune opere liriche in Italia e all’estero e ha partecipato a numerosi sceneggiati televisivi: indimenticato protagonista con Ilaria Occhini del Jane Eyre (1957) di Anton Giulio Maiano e con Giulia Lazzarini de Il mulino del Po (1963) di Sandro Bolchi. Tutta la vita fu legato a sua moglie, l’attrice Elena Varzi , da cui ebbe tre figli: Eleonora, Arabella e Saverio.

Cinema da non perdere: “Il ponte delle spie” di Steven Spielberg

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Resterà ancora per poco nelle sale italiane, “Il ponte delle spie” diretto da Steven Spielberg e scritto da Matt Charman, Joel ed Ethan Coen. Uscito a dicembre, per chi non lo avesse ancora visto, è un film decisamente da non perdere, appassionante, emozionante e visivamente potente. Sotto la forma di una spy story, “Il ponte delle spie” parla di fatti realmente accaduti durante la Guerra fredda tra Russia e America e che ha avuto come protagonista  l’avvocato James B. Donovan, interpretato nel film da Tom Hanks. Siamo a Brooklyn nel 1957. Il pittore Rudolf Abel (Mark Rylance) viene arrestato con l’accusa di essere una spia sovietica. Finalmente il nemico oscuro ha un volto ed è quello di un piccolo uomo di mezza età con gli occhiali da vista, all’apparenza banale e inoffensivo. Nonostante la certezza  che egli sia colpevole, l’America e i suoi principi costituzionali impongono la necessità di sottoporlo ad un processo, seppure di breve durata, che ne sancisca la sentenza e quindi la condanna a morte. Ma Donovan, uomo onesto e tutto d’un pezzo, prende sul serio la difesa di Abel, rispettandolo come individuo, cercando di comprenderlo nel profondo, non lo vede solo come  una spia, un criminale, ma lo guarda come una persona. Con questa decisione, l’avvocato si ritrova a dover combattere contro la disapprovazione generale, compresa quella del giudice e della moglie. Intanto, un caccia U-2 della Cia viene abbattuto mentre sorvola l’Unione Sovietica e il tenente Francis Gary Powers, che lo stava pilotando, viene fatto prigioniero. Il governo Usa, per evitare che potesse rivelare informazioni preziose al nemico, decide di proporre uno scambio con Abel e incarica Donovan di gestire il  negoziato. L’avvocato accetta e si reca a Berlino proprio nei giorni in cui si sta costruendo il muro che dividerà la città in due parti. Nel frattempo viene a conoscenza di un altro prigioniero americano, uno studente arrestato durante i disordini dovuti all’erezione della barriera. Donovan decide di negoziare sia per lui che per Abel, dimostrando grande fermezza e coraggio nell’affrontare le autorità sovietiche e berlinesi.  Lo scambio tra il pilota americano e la spia russa, avviene sul Ponte di Glienicke, detto il “Ponte delle Spie”, il quale collega Berlino Ovest a Berlino Est (nella realtà fu uno dei luoghi simbolo della tensione tra Stati Uniti e Unione Sovietica). Lo studente  di economia Frederic Pryor viene rilasciato al checkpoint Charlie.

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Riprendendo una vecchia storia americana quasi del tutto dimenticata, Spielberg ha portato sullo schermo un film dal contenuto etico di immensa portata, superando se stesso. Tom Hanks impersona perfettamente l’avvocato Donovan, composto e determinato a compiere la sua professione in maniera corretta. “Ci sarà un prezzo da pagare”, gli dice la moglie in preda alla paura per sé e per i figli, dopo essere stati minacciati mentre erano in casa. Ma Donovan, un Ettore contemporaneo, proseguirà nella sua impresa per dimostrare il proprio valore, nonostante le suppliche della sua Andromaca. Un uomo come tanti che, costretto dalle circostanze, usa tutta la sua ostinazione per far andare bene le cose nel verso giusto e a sovrastare gli altri. Diventa l’eroe buono che grazie alla sua integrità morale riporta tutti a casa. Ma la vera protagonista della pellicola è la democrazia, la sua funzione sociale e i suoi valori fondamentali, che la portano ad essere vincente su qualsiasi altro regime. Spielberg usa il cinema civile per ribadire il suo amore profondo per l’America e per tutto quello che di positivo rappresenta e lo fa un grande rigore narrativo. Fantastica la ricostruzione d’ambiente, con le immagini di una Berlino fredda, divisa e caotica,  devastata dal cambiamento in corso.

Clara Martinelli

Cinema: “Carol” di Todd Haynes, uno sguardo sulla diversità

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Candidato agli Oscar per le nomination come miglior attrice protagonista, miglior attrice non protagonista, sceneggiatura non originale, colonna sonora, fotografia e costumi “Carol” di Todd Haynes è un’opera di rara perfezione estetica e narrativa. Tratto dall’omonimo romanzo del 1952 di Patricia Highsmith, intitolato “The price of salt”, che l’autrice pubblicò sotto lo pseudonimo di Claire Morgan, il film  del libro originale ha mantienuto la profondità interiore dei personaggi e lo spirito dell’epoca. Ambientato nella New York degli anni Cinquanta, Haynes si occupa di nuovo di omosessualità come aveva già fatto in “Lontano dal paradiso”, parlando di quella maschile. Qui, invece, racconta di un amore tra due donne, quasi a volere un effetto speculare. Therese Belivet (Rooney Mara), aspirante fotografa, è una ragazza di diciannove anni impiegata in un grande magazzino di Manhattan. E’ fidanzata con Richard che vuole sposarla e il suo amico Dannie è innamorato di lei. Un giorno, nel negozio entra Carol Aird (Cate Blanchett), una signora biondissima, molto elegante, dal magnetico sguardo azzurro, che vuole comprare un regalo di Natale per la sua bambina. Entrambe le donne restano colpite l’una dall’altra e scatta un’intesa. Carol sceglie un trenino elettrico per la figlia e chiede che le sia consegnato a casa, lasciando numero di telefono e indirizzo. Nell’andarsene dimentica un guanto sul bancone e Therese decide di restituirglielo di persona. Le telefona e Carol le dà appuntamento in un caffé. Comincia così la loro amicizia, che si trasforma in attrazione e poi in amore. Ed è proprio questo raccontare il nascere e l’approfondirsi del sentimento, la sensualità, la tenerezza e le attenzioni che si dedicano le due donne ad essere uno degli aspetti più affascinanti del film. Carol, tra l’altro, vive una situazione complicata, perché si sta separando dal marito Harge (Kyle Chandler), un ricco banchiere, che si oppone al divorzio ricattandola sull’affidamento della figlia. E’ a conoscenza dell’omosessualità della moglie, non l’accetta e ostacolerà in tutti i modi il rapporto sentimentale con Therese.

carol foto.jpgSiamo nell’America degli anni ’50, piena pregiudizi morali e di status, che mai avrebbe permesso ad un amore lesbico di esprimersi liberamente. E’ l’America della Guerra Fredda e della cultura domestica delle casalinghe con i volti sempre sorridenti, i golfini color pastello, le gonne a ruota e i nuovi elettrodomestici. Felici in apparenza, disperate e depresse interiormente. Un rapporto impossibile, quello tra Carol e Therese, che riescono a prendersi lo spazio di un viaggio, quello verso Ovest che decidono di compiere prima di essere sbattute davanti alla cruda realtà. Un viaggio che ricorda, con toni e cause diverse ovviamente, quello che avrebbero fatto anni dopo le loro figlie “Thelma e Louise”, in fuga dalla società castrante degli uomini. In “Carol” si coglie la bellezza artificiale del regista Douglas Sirk, il re dei melodrammi che portò sul grande schermo capolavori del genere come “Magnifica ossessione” e “Lo specchio della vita”. Cate Blanchett appare come le dive irraggiungibili di quel periodo con le sue pellicce, gli abiti eleganti, lo smalto e il rossetto rosso, i capelli biondissimi, la sigaretta sempre accesa e i liquori a portata di mano e di bicchiere (elementi comuni a “Mad Men”, la serie televisiva di successo che ha riportato in auge gli anni Cinquanta). Rooney Mara con i suoi occhi grandi e sgranati e i capelli corti ricorda molto Audrey Hepburn, ne simula bene l’ingenuità e la freschezza, ma anche la determinazione sotto un’apparente fragilità da cerbiatta. L’epoca non permetteva alle sue donne gesti eclatanti e, pur celando grosse emozioni, erano costrette a contenerle sotto una rigida etichetta. Cate Blanchette, ormai riconosciuta come una delle migliori attrici al mondo (e in questo film ne è un ulteriore prova), e Rooney Mara, bravissima nel suo ruolo (si è già aggiudicata il premio come miglior attrice non protagonista all’ultimo Festival di Cannes, dove il film è stato presentato), lo sanno bene e si muovono sullo schermo con movimenti curati ed essenziali. Ben studiato è anche tutto quello che le circonda: l’arredamento, i negozi, i locali, niente è lasciato al caso. Come anche il corso del racconto misurato, ma potente, rigoroso nell’espressione dei sentimenti e degli stati d’animo di chi sta cercando una strada individuale in una società che incasella tutti in ruoli determinati. Tutto è glamour, raffinato nell’alta società della East Coast, quella di Carol, e Therese, ragazza di umili origini, lo sa, rimanendo sempre un passo indietro nella coppia. Phyllis Nagy, regista e autrice di cinema e teatro, ha scritto la sceneggiatura del film, la colonna sonora originale è di Carter Burwell, e si affianca a brani di repertorio dell’epoca, che spesso prendono parte al racconto nella forma di radio e giradischi in funzione. I costumi sono di Sandy Powell e la fotografia di Ed Lachman. “Carol” tecnicamente è un film eccellente, di grande impatto e di incredibile coerenza formale. Difficile non restare coinvolti dal lusso, dal fascino di quegli anni e dal mondo interiore dei personaggi, ricco di ombre e sfumature. Parlando di sfumature non si può fare a meno di pensare alla varietà dei colori che compongono la pellicola. La scenografa Judy Becker ha dichiarato di avere scelto delle tonalità che venivano usate all’inizio degli anni Cinquanta soprattutto negli interni: i verdi acidi, i gialli e i rosa cipria. Colori leggermente sporchi che danno allo spettatore l’idea delle città nel dopoguerra.

Clara Martinelli

Cinema: “The Hateful Eight”. Un film di Quentin Tarantino

Quentin TarantinoThe Hateful Eight è un film tirannico. Sì, lo è. Non certo inteso come messa in atto di un dispotismo violento ma, al contrario, come celebrazione di una straordinaria egemonia della visione. Il numero 8, qui cifra fondante, secondo la numerologia è, infatti, il lato oscuro del sovrano, il profilo-ombra di una potenza creatrice che giunge al parossismo. Non ci cimenteremo certo in analisi esoteriche ma questo significato, anche provocatoriamente, ben si adatta alla personalità di un regista che, mistiche coincidenze a parte, non lascia mai nulla al caso.

All’acme della sua arte il regista/tiranno, nel suo ottavo film, amplia ancor di più il suo sguardo e ci catapulta dentro. Il suo “dispotismo” creativo fa di lui, nell’accezione positivamente simbolica della tirannide, un demiurgo che plasma, forma, e financo forgia, la storia, gli eventi, i personaggi… Mai come in questo film il cinema – e soprattutto la passione e la conoscenza di esso – la fa da padrone. Gli omaggi, le citazioni o i rimandi, ai quali lo stile tarantiniano ci ha da sempre abituati, qui diventano un unicum di enorme portata, in particolar modo visiva.

Girato in 70mm con lenti anamorfiche, invece delle consuete sferiche, il film (per chi avrà il privilegio di vederlo integralmente e con i requisiti voluti dal regista), grazie al formato e alla pellicola che ne rappresentano l’endemica straordinarietà, realizza un impianto visuale di prodigiosa brillantezza, in cui la stabilità e la nitidezza delle immagini permettono di coinvolgere/avvolgere lo spettatore. The Hateful Eight diventa pertanto una vera e propria esperienza della visione, in cui la settima arte viene celebrata seguendo un preciso rituale di allusioni a film, persone e personaggi che albergano nella vastissima pinacoteca mentale del regista del Tennessee.

Il caso, dicevamo. Non è certo ad esso che si possono attribuire certe corrispondenze nominali come quella di Marquis Warren (Samuel L. Jackson), che rimanda al regista e produttore di film e serie tv western tra le più longeve come Gunsmoke (1955/1975) o di Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh) che allude alla Faith con lo stesso cognome, attrice che vestì a lungo i panni di fanciulla del West anche nel celeberrimo telefilm Bonanza negli episodi degli anni Sessanta o, ancora, di Mannix (Walton Goggins) che ammicca ad un’altra serie televisiva, stavolta polizesca, andata in onda in Usa dal 1967 al 1975. Molti elementi di questo film, allora, sembrano far parte di un più vasto piano sia visivo, sia narrativo. La storia stessa, le cui suggestioni suscitano nella memoria il brivido anni Ottanta del pericolo sconosciuto de La cosa di John Carpenter, tesse una trama dove nell’ordito si intrecciano elementi che seguono il filo rosso (sangue) della bugia.

Quentin Tarantino

Gli odiosi otto sono davvero chi dicono di essere? Sette uomini e una donna, costretti dalla bufera a trovare riparo in un emporio sperduto tra le montagne innevate del Wyoming, non sono che tasselli di un puzzle di menzogne intrappolati nel più classico dei gialli “della camera chiusa”. Classico, si fa per dire perché Tarantino (ri)crea atmosfere a noi familiari per poi alterarle a suo piacimento. In perfetta contrapposizione con la gelida temperatura esterna che quasi arriviamo a percepire, l’interno dell’emporio di Minnie – vero e proprio teatro dell’azione – sembra ardere progressivamente dal fuoco del sospetto, dal dubbio infido fino all’esplosione dell’odio e – impressionante ossimoro – questo “ghiaccio bollente” si posa ovunque surriscaldando gli eventi per raggelarli, infine, in una violenza che morde il freno nella prima parte e poi si esprime – con un impeto sanguinario e pressoché liberatorio – nella seconda.

In tre ore e otto minuti Quentin Tarantino, infatti, dosa i suoi migliori ingredienti filmici seguendo una struttura – spaziale e temporale – che possiede un fascino fuori dal comune, insieme sinfonico e drammaturgico. L’overture, sulle note poderose di Ennio Morricone, sembra alzare il sipario (rosso) sulla scena che ci accompagnerà – letteralmente – fino all’emporio di Minnie. All’interno della diligenza, nella quale via, via, si accomoderanno i primi quattro personaggi, si darà inizio ad una diatriba la cui verbosità, non proprio incruenta, condurrà al cuore (nero) dell’azione.

Quentin TarantinoTarantino affida alla parola il compito di scandire il ritmo, incalzante e sovente oppressivo, di un lungo prologo al dramma che verrà ed è qui che, da autore/tiranno, ci porterà non di fronte al proscenio ma dentro di esso, a contatto quasi fisico con i suoi (strepitosi) personaggi, costringendoci ad una prossimità diegetica che indirizza il nostro sguardo dove lui vuole condurlo. Dopo un lungo intervallo di 12 minuti, infatti, il regista ci fa abbandonare quasi completamente lo spazio esterno per rinchiuderci, con i suoi otto, in un ambiente in cui, pur nella nitidezza dell’ immagine e nell’eccezionale profondità di campo, riesce a far emergere la sagoma incerta e inquietante dell’ambiguità che, come un insinuante mostro bifronte, gode nel gioco dell’inganno buttando giù un personaggio dopo l’altro in un sanguinario effetto-domino.

Inoltre in The Hateful Eight Tarantino c’è. Non solo nell’eco della voce off ma in ogni singolo frame. Egli guarda ciò che guardiamo e fa anche di più: “sa” cosa stiamo guardando ed è su questo rapporto impari (di tirannide visuale, appunto) che il regista esprime la formidabile essenza visivo/narrativa che si declina in trovate, svelamenti e sorprese mai utilizzati come meri, o ancor peggio scaltri, escamotage del racconto ma come punti focali di esso.

L’ironia, il grottesco, il sangue, gli attori-feticcio… Tutto l’universo tarantiniano si mostra nella limpidezza dell’Ultra Panavision e, più che mai, il film si fa lavoro composito da esperire da (e “in”) un più ampio orizzonte percettivo.

Se l’8 è il numero del tiranno, il 9 (guarda caso) è del liberatore. Ma questa, probabilmente, sarà un’altra storia…

© CultFrame 02/2016

TRAMA
Qualche anno dopo la Guerra di Secessione il cacciatore di taglie John Ruth, detto “il Boia”, sta viaggiando in diligenza, attraverso le nevi del Wyoming, con Daisy Domergue una criminale che dovrà essere impiccata a Red Rock. Lungo la strada incontrano il maggiore Marquis Warren, un ex soldato di colore dell’Unione diventato spietato bounty killer e Chris Mannix, rinnegato sudista che si presenta come nuovo sceriffo della città. La bufera di neve imperversa sempre più violenta e costringe i quattro a trovare riparo nell’emporio di Minnie, una stazione di posta tra le montagne. All’interno, però, non troveranno i proprietari ma quattro sconosciuti: Bob, che sostiene di occuparsi del locale mentre i padroni sono in visita alla madre di Minnie; Oswaldo Mobray, il boia di Red Rock; il mandriano Joe Cage e l’anziano generale confederato Sanford Smithers. Gli otto personaggi capiranno ben presto che raggiungere Red Rock non sarà così semplice e per farlo dovranno prima uscire vivi da quel posto.

Eleonora Saracino

Link: http://www.cultframe.com/2016/02/the-hateful-eight-film-quentin-tarantino/

Cinema: “Ridendo e scherzando”, documentario scritto e diretto da Paola e Silvia Scola in omaggio al padre Ettore Scola


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Resterà nelle sale italiane solo due giorni, domani e martedì 2 febbraio, “Ridendo e scherzando” il documentario scritto e diretto da Paola e Silvia Scola con Ettore Scola e l’amichevole partecipazione di Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif.
Si tratta di una conversazione a distanza ravvicinata che passa in rassegna l’opera del grande regista scomparso da poco, fra racconti, aneddoti, materiale d’archivio. Un omaggio che le figlie di Ettore Scola hanno voluto fare al loro padre.
“L’intento è stato quello di fare un documentario da ridere”, spiegano Paola e Silvia. “Raccontare il  regista, lo sceneggiatore, il disegnatore, l’umorista, l’intellettuale, il militante  cercando di usare la sua chiave, quella del suo cinema: parlare cioè di cose serie senza farsene accorgere, facendo ridere”.
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A fronteggiare il grande Scola, ci pensa Pif, il giovane attore e regista che lo accompagna nel percorso dei ricordi e fa da alter ego alle figlie. Nel Cinema dei Piccoli a Villa Borghese, i due parlano, “ridendo e scherzando” appunto, mentre sullo schermo scorrono le clip dei film diretti dal cineasta, filmini in Super 8 (alcuni diretti da Scola stesso), backstage realizzati sui suoi set, foto rubate agli album di famiglia, disegni e vignette.
Clara Martinelli