Cinema: “The Hateful Eight”. Un film di Quentin Tarantino

Quentin TarantinoThe Hateful Eight è un film tirannico. Sì, lo è. Non certo inteso come messa in atto di un dispotismo violento ma, al contrario, come celebrazione di una straordinaria egemonia della visione. Il numero 8, qui cifra fondante, secondo la numerologia è, infatti, il lato oscuro del sovrano, il profilo-ombra di una potenza creatrice che giunge al parossismo. Non ci cimenteremo certo in analisi esoteriche ma questo significato, anche provocatoriamente, ben si adatta alla personalità di un regista che, mistiche coincidenze a parte, non lascia mai nulla al caso.

All’acme della sua arte il regista/tiranno, nel suo ottavo film, amplia ancor di più il suo sguardo e ci catapulta dentro. Il suo “dispotismo” creativo fa di lui, nell’accezione positivamente simbolica della tirannide, un demiurgo che plasma, forma, e financo forgia, la storia, gli eventi, i personaggi… Mai come in questo film il cinema – e soprattutto la passione e la conoscenza di esso – la fa da padrone. Gli omaggi, le citazioni o i rimandi, ai quali lo stile tarantiniano ci ha da sempre abituati, qui diventano un unicum di enorme portata, in particolar modo visiva.

Girato in 70mm con lenti anamorfiche, invece delle consuete sferiche, il film (per chi avrà il privilegio di vederlo integralmente e con i requisiti voluti dal regista), grazie al formato e alla pellicola che ne rappresentano l’endemica straordinarietà, realizza un impianto visuale di prodigiosa brillantezza, in cui la stabilità e la nitidezza delle immagini permettono di coinvolgere/avvolgere lo spettatore. The Hateful Eight diventa pertanto una vera e propria esperienza della visione, in cui la settima arte viene celebrata seguendo un preciso rituale di allusioni a film, persone e personaggi che albergano nella vastissima pinacoteca mentale del regista del Tennessee.

Il caso, dicevamo. Non è certo ad esso che si possono attribuire certe corrispondenze nominali come quella di Marquis Warren (Samuel L. Jackson), che rimanda al regista e produttore di film e serie tv western tra le più longeve come Gunsmoke (1955/1975) o di Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh) che allude alla Faith con lo stesso cognome, attrice che vestì a lungo i panni di fanciulla del West anche nel celeberrimo telefilm Bonanza negli episodi degli anni Sessanta o, ancora, di Mannix (Walton Goggins) che ammicca ad un’altra serie televisiva, stavolta polizesca, andata in onda in Usa dal 1967 al 1975. Molti elementi di questo film, allora, sembrano far parte di un più vasto piano sia visivo, sia narrativo. La storia stessa, le cui suggestioni suscitano nella memoria il brivido anni Ottanta del pericolo sconosciuto de La cosa di John Carpenter, tesse una trama dove nell’ordito si intrecciano elementi che seguono il filo rosso (sangue) della bugia.

Quentin Tarantino

Gli odiosi otto sono davvero chi dicono di essere? Sette uomini e una donna, costretti dalla bufera a trovare riparo in un emporio sperduto tra le montagne innevate del Wyoming, non sono che tasselli di un puzzle di menzogne intrappolati nel più classico dei gialli “della camera chiusa”. Classico, si fa per dire perché Tarantino (ri)crea atmosfere a noi familiari per poi alterarle a suo piacimento. In perfetta contrapposizione con la gelida temperatura esterna che quasi arriviamo a percepire, l’interno dell’emporio di Minnie – vero e proprio teatro dell’azione – sembra ardere progressivamente dal fuoco del sospetto, dal dubbio infido fino all’esplosione dell’odio e – impressionante ossimoro – questo “ghiaccio bollente” si posa ovunque surriscaldando gli eventi per raggelarli, infine, in una violenza che morde il freno nella prima parte e poi si esprime – con un impeto sanguinario e pressoché liberatorio – nella seconda.

In tre ore e otto minuti Quentin Tarantino, infatti, dosa i suoi migliori ingredienti filmici seguendo una struttura – spaziale e temporale – che possiede un fascino fuori dal comune, insieme sinfonico e drammaturgico. L’overture, sulle note poderose di Ennio Morricone, sembra alzare il sipario (rosso) sulla scena che ci accompagnerà – letteralmente – fino all’emporio di Minnie. All’interno della diligenza, nella quale via, via, si accomoderanno i primi quattro personaggi, si darà inizio ad una diatriba la cui verbosità, non proprio incruenta, condurrà al cuore (nero) dell’azione.

Quentin TarantinoTarantino affida alla parola il compito di scandire il ritmo, incalzante e sovente oppressivo, di un lungo prologo al dramma che verrà ed è qui che, da autore/tiranno, ci porterà non di fronte al proscenio ma dentro di esso, a contatto quasi fisico con i suoi (strepitosi) personaggi, costringendoci ad una prossimità diegetica che indirizza il nostro sguardo dove lui vuole condurlo. Dopo un lungo intervallo di 12 minuti, infatti, il regista ci fa abbandonare quasi completamente lo spazio esterno per rinchiuderci, con i suoi otto, in un ambiente in cui, pur nella nitidezza dell’ immagine e nell’eccezionale profondità di campo, riesce a far emergere la sagoma incerta e inquietante dell’ambiguità che, come un insinuante mostro bifronte, gode nel gioco dell’inganno buttando giù un personaggio dopo l’altro in un sanguinario effetto-domino.

Inoltre in The Hateful Eight Tarantino c’è. Non solo nell’eco della voce off ma in ogni singolo frame. Egli guarda ciò che guardiamo e fa anche di più: “sa” cosa stiamo guardando ed è su questo rapporto impari (di tirannide visuale, appunto) che il regista esprime la formidabile essenza visivo/narrativa che si declina in trovate, svelamenti e sorprese mai utilizzati come meri, o ancor peggio scaltri, escamotage del racconto ma come punti focali di esso.

L’ironia, il grottesco, il sangue, gli attori-feticcio… Tutto l’universo tarantiniano si mostra nella limpidezza dell’Ultra Panavision e, più che mai, il film si fa lavoro composito da esperire da (e “in”) un più ampio orizzonte percettivo.

Se l’8 è il numero del tiranno, il 9 (guarda caso) è del liberatore. Ma questa, probabilmente, sarà un’altra storia…

© CultFrame 02/2016

TRAMA
Qualche anno dopo la Guerra di Secessione il cacciatore di taglie John Ruth, detto “il Boia”, sta viaggiando in diligenza, attraverso le nevi del Wyoming, con Daisy Domergue una criminale che dovrà essere impiccata a Red Rock. Lungo la strada incontrano il maggiore Marquis Warren, un ex soldato di colore dell’Unione diventato spietato bounty killer e Chris Mannix, rinnegato sudista che si presenta come nuovo sceriffo della città. La bufera di neve imperversa sempre più violenta e costringe i quattro a trovare riparo nell’emporio di Minnie, una stazione di posta tra le montagne. All’interno, però, non troveranno i proprietari ma quattro sconosciuti: Bob, che sostiene di occuparsi del locale mentre i padroni sono in visita alla madre di Minnie; Oswaldo Mobray, il boia di Red Rock; il mandriano Joe Cage e l’anziano generale confederato Sanford Smithers. Gli otto personaggi capiranno ben presto che raggiungere Red Rock non sarà così semplice e per farlo dovranno prima uscire vivi da quel posto.

Eleonora Saracino

Link: http://www.cultframe.com/2016/02/the-hateful-eight-film-quentin-tarantino/

Cinema: “Ridendo e scherzando”, documentario scritto e diretto da Paola e Silvia Scola in omaggio al padre Ettore Scola


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Resterà nelle sale italiane solo due giorni, domani e martedì 2 febbraio, “Ridendo e scherzando” il documentario scritto e diretto da Paola e Silvia Scola con Ettore Scola e l’amichevole partecipazione di Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif.
Si tratta di una conversazione a distanza ravvicinata che passa in rassegna l’opera del grande regista scomparso da poco, fra racconti, aneddoti, materiale d’archivio. Un omaggio che le figlie di Ettore Scola hanno voluto fare al loro padre.
“L’intento è stato quello di fare un documentario da ridere”, spiegano Paola e Silvia. “Raccontare il  regista, lo sceneggiatore, il disegnatore, l’umorista, l’intellettuale, il militante  cercando di usare la sua chiave, quella del suo cinema: parlare cioè di cose serie senza farsene accorgere, facendo ridere”.
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A fronteggiare il grande Scola, ci pensa Pif, il giovane attore e regista che lo accompagna nel percorso dei ricordi e fa da alter ego alle figlie. Nel Cinema dei Piccoli a Villa Borghese, i due parlano, “ridendo e scherzando” appunto, mentre sullo schermo scorrono le clip dei film diretti dal cineasta, filmini in Super 8 (alcuni diretti da Scola stesso), backstage realizzati sui suoi set, foto rubate agli album di famiglia, disegni e vignette.
Clara Martinelli

Cinema da non perdere: “Il figlio di Saul” di László Nemes

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Ha vinto il Grand prix speciale della giuria al festival di Cannes 2015 e il premio Golden globe per il miglior film straniero 2016 ed è candidato all’Oscar nella cinquina come miglior film straniero. E molto probabilmente lo vincerà. Uscito nelle sale italiane il 21 gennaio, “Il figlio di Saul” è il film di debutto del regista e sceneggiatore ungherese László Nemes. Si tratta di un viaggio allucinato e allucinante nell’inferno delle camere a gas e dei forni crematori di Auschwitz.  Saul Ausländer (il poeta e scrittore Géza Röhrig) è nelle squadre dei Sonderkommando, gruppi di ebrei che i nazisti costringono ad aiutarli nell’eliminazione degli altri prigionieri. Tra i cadaveri di un nuovo carico di deportati gli sembra di scorgere il corpo di suo figlio. Saul cerca in tutti i modi di non farlo ridurre in cenere, lo nasconde e va alla disperata ricerca di un rabbino per seppellirlo, mettendo in pericolo i suoi compagni e i loro piani di ribellione e di fuga. “Ci troviamo in uno spazio molto familiare per il pubblico ma che secondo noi non è mai stato mostrato com’era realmente, segnato dal caos ma allo stesso tempo da un’organizzazione ferrea”, ha dichiarato Nemes. Un film che “nessuno voleva produrre perché troppo rischioso”.  Rappresentare la realtà di un lager nazista, calarsi nelle dinamiche ivi esistenti può essere scioccante per chi lo gira, per gli attori che vi recitano e alla fine per gli spettatori che lo guardano.  Il punto di vista della narrazione è solo quello di Saul. La camera a mano lo segue quando è di spalle, inquadra il suo viso immobile con gli occhi che scrutano i luoghi e le persone. Il contorno appare sfocato, uno spazio indefinito studiato per collocare il ritratto di un uomo sempre in primissimo piano. Una scelta registica potente che si rivela di grande impatto visivo, che punta dritto nell’animo del protagonista, inebetito dall’orrore.

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L’altro elemento portante del film sono i rumori che si sentono fuori campo, i pianti, le urla, i comandi dei soldati tedeschi, gli spari. Sono i suoni  che circondano Saul e con i quali lo spettatore può percepire quello che lui vede o il resto della scena. Impressionante è l’estraneamento con cui gli uomini, traumatizzati e ridotti ad automi, svolgono le loro mansioni nel Sonderkommando. Essi avevano il compito di rassicurare e far spogliare le persone dirette nelle camere a gas. Aspettavano fuori che quella povera gente morisse e poi dovevano rimuovere i cadaveri, ripulire tutto e bruciare i corpi nei forni crematori. Tutto veniva eseguito a grande velocità, perché il lager di Auschwitz-Birkenau funzionava come una fabbrica della morte a ritmi industriali. Il lavoro era estenuante, ma questi uomini avevano dei privilegi in più in confronto agli altri deportati. Ogni tre o quattro mesi venivano eliminati dalle SS per non lasciare testimoni dello sterminio. Nel film, Nemes mostra il momento in cui il gruppo di uomini decide di ribellarsi e si stanno organizzando per fuggire. E’ l’istinto di sopravvivenza a dar loro il coraggio di farlo, ma è anche la voglia di far sapere al mondo cosa succede realmente in quei campi, attraverso le loro testimonianze e le foto scattate di nascosto.

Clara Martinelli

 

Cinema: “The Eichmann Show”, il processo del secolo

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Per la Giornata della Memoria, è uscito nelle sale italiane il film “The Eichmann Show”, diretto da Paul Andrew Williams e scritto da Simon Block. La pellicola racconta del cosiddetto “processo del secolo” fatto nei confronti del criminale nazista Adolf Eichmann. Responsabile del traffico ferroviario che trasportava gli ebrei nei campi di concentramento e catturato dal Mossad in Argentina l’11 maggio 1960, l’SS è stato processato a  Gerusalemme nel 1961. Intuendo la portata eccezionale di un tale evento, il geniale produttore televisivo Milton Fruchtman (Martin Freeman) decise di riprenderlo per mandarlo in onda su scala mondiale. Per dirigerlo assunse il regista Leo Hurwitz (Anthony LaPaglia), un cineasta molto bravo finito nella lista nera del maccartismo, che accettò all’istante. Per la prima volta nella storia un processo sarebbe stato trasmesso in TV e per la prima volta il mondo intero avrebbe ascoltato direttamente dai sopravvissuti le scioccanti testimonianze sui campi di concentramento. Il risultato fu che l’80% della popolazione tedesca guardò almeno un’ora del programma ogni settimana,  il quale venne anche trasmesso su tutte le reti in USA e Gran Bretagna. Alla fine furono 37 i paesi che decisero di mandarlo in onda, diventando il primo evento globale televisivo. E fu così che, dopo 16 anni dalla fine della guerra, si cominciò a parlare apertamente dell’Olocausto, rendendo giustizia alle vittime. Gli israeliani avevano fino a quel momento preso le distanze dai racconti fatti dai sopravvissuti, ritenendo impossibile che fosse accaduto loro ciò che narravano, perché c’era troppa crudeltà in quel che dicevano. “The Eichmann Show” parla  della straordinaria storia del team di produzione che dovette superare ostacoli di ogni tipo per poter catturare la testimonianza di uno dei più noti criminali nazisti. Il film mostra cosa successe nel backstage, le difficoltà che si dovette affrontare per realizzare l’evento, a cominciare dal superare la paura delle minacce ricevute dal produttore stesso da parte di un nostalgico del nazismo per convincerlo ad abbandonare l’impresa, per finire con i problemi puramente tecnici. Ad esempio, inizialmente i giudici israeliani erano contrari a trasmettere il processo in televisione, perché pensavano che le macchine da presa, grandi e ingombranti, avrebbero potuto essere d’intralcio nelle udienze. Allora, Leo Hurwitz e Milton Fruchton fecero costruire delle nicchie al di là dei muri, fuori dall’aula, dove situare le macchine e poter riprendere tutto senza dare alcun disturbo. Le videocamere, d’altro canto, hanno un ruolo essenziale in “The Eichmann Show”, perché è attraverso di loro che  il regista può  seguire con attenzione le reazioni del criminale, il quale resterà impertubabile per tutto il processo.

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Per Hurwitz, ebreo americano, scoprire il lato umano di Eichmann diventerà il “chiodo fisso” su cui concentrarsi durante le riprese. Pensa che sarà impossibile per il “mostro” non provare pentimento davanti alle orrende testimonianze e ai terribili filmati sui campi di concentramento. Tale narrazione si dipana nella seconda parte del film che diventa emozionante e coinvolgente ancor di più della prima. Il regista si fa indagatore dell’anima nera che ha davanti e non si capacita che Eichmann non mostri mai neanche una scintilla di umanità. Ma il criminale non cede neppure davanti alle immagini e alle parole più devastanti e continua a ripetere: “Non rivelerò mai i miei sentimenti più profondi”. Utilizzando abilmente le reali riprese del processo, dove si vede un Eichmann impassibile e le testimonianze dei sopravissuti, Paul Andrew Williams coinvolge lo spettatore in un processo complesso tra verità e finzione.

Clara Martinelli

 

Cinema: il “Macbeth” spettacolare di Justin Kurzel

Macbeth CopertinaUscito nelle sale italiane il 5 gennaio, “Macbeth” è un film  diretto da Justin Kurzel,che ha Michael Fassbender e Marion Cotillard come protagonisti. La pellicola è l’adattamento cinematografico della tragedia di William Shakespeare. Presentato in concorso all’ultimo Festival di Cannes, il film ha suscitato molte polemiche, perché si tratta di una versione molto diversa da quelle viste finora sul grande schermo. La trama è quella che tutti conosciamo. Il valoroso Macbeth, barone di Glamis, fedele generale dell’esercito del re Duncan di Scozia, ha sconfitto e ucciso il traditore Macdonwald a capo delle forze ribelli in una cruenta battaglia. Mentre cammina per la brughiera con il suo compagno Banquo, Macbeth incontra tre streghe, le quali gli predicono che lui diventerà signore di Cawdor e re di Scozia, mentre il suo amico sarà il capostipite di una dinastia di re. Profondamente scossi da quelle parole, ma senza dar loro troppa importanza, i due uomini ritornano sul campo di battaglia. Appena arrivati, Angus e Ross, due nobili scozzesi, portano a Macbeth i ringraziamenti del re per il coraggio dimostrato e gli comunicano che il sovrano gli ha assegnato il titolo di barone di Cawdor: colui che aveva prima tale titolo è stato giustiziato con l’accusa di alto tradimento.  La profezia comincia ad avverarsi. Macbeth, quindi, va a ringraziare il re Duncan, che gli dice di voler recarsi nel suo castello a Inverness per festeggiare la vittoria con lui. Nel frattempo, Lady Macbeth riceve una lettera dal marito con la quale la mette al corrente dell’incredibile profezia. La donna, ancora in lutto per la perdita del loro unico figlio, depressa per le continue assenze del marito, comincia ad escogitare un piano per uccidere il re e assicurare così il trono al consorte. Ma quello di Duncan non sarà l’unico delitto commesso da Mcbeth che, incoraggiato dalla moglie e divorato da una folle ambizione, darà luogo ad una vera e propria carneficina.

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Kurzel (alla sua seconda regia dopo “Snowtown”), per il suo “Macbeth”, ha puntato molto sulla spettacolarità delle scene di battaglia e sui delitti che la perfida coppia compie per raggiungere e poi perdere il potere.  Michael Fassbender è perfetto nel suo ruolo e dimostra ancor di più di essere un attore di statura strordinaria: il film, infatti, regge quasi completamente sulla sua figura. Poco spazio viene lasciato a Lady Macbeth, interpretata dall’esile, ma intensa Marillon Cotillard. Ottima la scelta del regista che ha utilizzato come testo quello originale in inglese arcaico (sceneggiato da Jacob Koskoff, Michael Lesslie e Tod Louiso), lasciando così intatta la potenza della tragedia più breve di Shakespeare. Una Scozia dal fascino primordiale e nebbioso si contrappone  agli interni monumentali dei palazzi che  invadono la scena, come anche la musica di sottofondo. I ralenti delle scene di battaglia servono a mandare avanti il personaggio principale della storia, Macbeth, come se volesse estraniarsi dalla situazione, e, allo stesso tempo, ricordare allo spettatore la sua importanza all’interno della storia.  Ma Justin Kurzel ha voluto portare sullo schermo una storia che potesse avvicinare i giovani a Shakespeare e Michael Fassbender ha dichiarato lui stesso che la sua versione del Macbeth e ai danni che provoca la brama di potere, era rivolta soprattutto ai ragazzi. La spettacolarità del film è così spiegata. Un’operazione riuscita così bene che il regista e l’attore hanno deciso di girare insieme “Assassin’s Creed”, adattamento cinematografico della famosa serie di videogiochi.

Clara Martinelli

 

Cinema da non perdere: “Francofonia” di Aleksandr Sokurov


Presentato all’ultimo festival del cinema di Venezia e uscito nelle sale italiane a dicembre, “Francofonia” di Aleksandr Sokurov parla della storia veramente accaduta di un’alleanza tra due uomini eccezionali, desiderosi entrambi di salvare le opere d’arte dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Quest’alleanza è stata la fortuna del museo del Louvre e di altre sale parigine, che così non si sono viste depredare dei propri tesori. Tutto cominciò quando Parigi venne dichiarata città aperta e i tedeschi la occuparono. Tempestivamente messo in guardia da questa possibile minaccia, il direttore del museo Jacques Jaujard (interpretato nel film da Lois-do de Lencquesaing) aveva fatto trasferire le opere, con il consenso dei proprietari, nei castelli circostanti. Anche nel Louvre stesso si erano attivate delle misure di protezione, come, ad esempio, portare le opere rimaste nei sotterranei o installare un impianto antincendio. Nella primavera del 1940 il curatore della Renania Franziskus Wolf-Metternich ricevette l’incarico di occuparsi delle opere d’arte attraverso un Dipartimento appositamente creato. E’ così che i due uomini entrarono in contatto. Il rappresentante delle forze di Occupazione avrebbe dovuto ispezionare l’enorme patrimonio artistico del Louvre e trasferirne una parte in Germania. Anche se molto diversi tra loro (Jaujard era un semplice funzionario, Metternich era un conte), li univa un obiettivo comune che, da nemici quali erano, li fece diventare amici. Bastò poco per essere d’accordo che il tesoro del Louvre doveva restare dov’era e il regista ci mostra come andarono i fatti, senza però voler essere un film storico nel senso tradizionale. “Francofonia” si può definire un documentario, anzi no, è un film di finzione, ma è anche una ricostruzione storica e una riflessione filosofica e politica. “Il nostro scopo era di mettere insieme la parte che abbiamo girato noi e i materiali di repertorio”, racconta Sokurov. “Come potevamo fonderli insieme, in un unico prodotto artistico? Lavorando con il materiale di repertorio abbiamo dovuto liberarlo della sua patina di finzione, del suo aspetto artificiale. Qualsiasi cosa inerente Parigi durante l’Occupazione è stata ricreata. La gente che passeggia per le vie, seduta nei caffè, assolutamente cinema di finzione. Abbiamo fatto la stessa cosa quando abbiamo filmato il Louvre dal tetto. Dietro ogni inquadratura documentaristica c’è un lavoro artistico”. All’inizio, lo spettatore vede un mercantile carico di quadri alle prese con una tempesta, visualizzato sullo schermo di un computer. Il marinaio della barca sta parlando via skype con uno autore che, attraverso i testi su cui si sta documentando, assumerà il ruolo di voce narrante di “Francofonia”, che in lingua originale è quella del regista stesso, mentre nell’adattamento italiano è di Umberto Orsini. Una nave che affonda con il suo carico, un paese che rischia di morire senza i suoi capolavori. “Cosa sarebbe stata Parigi senza il Louvre o la Russia senza l’Hermitage, questi indelebili punti di riferimento nazionali? – afferma Sokurov – Proviamo ad immaginare un’arca nel mezzo dell’oceano con tante persone e tante opere d’arte a bordo – libri, dipinti, spartiti, sculture, ancora libri, dischi e altro. Ma le travi della nave non riescono più a reggere il peso e l’arca rischia di affondare. Cosa salvare? Le persone? O quei muti e insostituibili testimoni del passato? “Francofonia” è un requiem per ciò che è perito un inno al coraggio umano, allo spirito e a ciò che unisce l’umanità”. Il film è un progetto estetico variegato, assemblato con ritratti d’epoca, materiale di repertorio, scene recitate, documentazione e immagini contemporanee, ai quali si associano i.rimbalzi temporali, il presente delle riprese, il passato prossimo dei conflitti mondiali e il passato remoto della scultura giordana di nove mila anni fa. All’incontro tra Jaujard e Wolff-Metternich si affianca quello del cineasta e dello storico che diventano una persona sola. Sokurov li pedina entrando nelle loro vite, nelle loro case, ci fa capire chi sono. I volti sono importanti, come precisa ricordando l’importanza del ritratto che ha caratterizzato le tradizioni familiari, politiche e sociali nei secoli passati attraverso la pittura. E in questa galleria non poteva mancare la Gioconda e il suo enigmatico sorriso. Azzarda e fa uscire fuori dalla cornice Napoleone Bonaparte che, aggirandosi nel museo afferma continuamente “Oui, c’est moi”, quasi a voler convincere se stesso, accompagnato da una Marianna di Francia. Anche lei resa viva dall’immaginazione di Sokurov, che ripetendo “liberté, égalité, fraternité”, vuole ricordare quali sono i sentimenti identitari di una nazione e dell’Europa intera. “Per me Napoleone e Marianne non sono delle figure convenzionali, simboliche – spiega Sokurov – sono dei personaggi reali, vivi. Tutti i fantasmi sono vivi se esistono. Ed io credo nell’esistenza degli spiriti e di tutte quelle creature che abitano i luoghi”. Già nel 2002 con “Arca russa”, bellissimo piano sequenza di un’ora e mezza, ambientato nei corridoi e nelle sale dell’Hermitage di San Pietroburgo, Sokurov si era occupato di riportare sul grande schermo un mondo che non c’è più, attraverso le figure storiche del passato. Per tutta la durata del film vediamo attraverso gli occhi di un personaggio non identificato, del quale sentiamo la voce, che si ritrova, come in un sogno, nel Palazzo d’Inverno di San Pietroburgo, un tempo residenza degli Zar e oggi museo. L’unica persona che sembra vedere il nostro visitatore è un diplomatico francese dell’Ottocento, il marchese Adolphe de Custine, che lo accompagna nel percorso attraverso il palazzo. Passando per le varie sale e i corridoi, i due visitatori si muovono nelle diverse epoche della storia russa: compare Pietro il Grande , l’imperatrice Caterina II, gli zar Nicola I e Nicola II, fino ad arrivare ai nostri giorni e ai visitatori dell’Hermitage . Il viaggio si conclude con una grande festa, al termine della quale una folla di nobili russi si riversa fuori dal palazzo. E si scopre che l’edificio si trova sospeso sul mare in eterno. L’Hermitage viene menzionato in “Francofonia”, perché il regista si addolora pensando che ciò che è accaduto, al Louvre, non sia potuto succedere anche nei musei dell’Unione Sovietica o nel resto dell’Europa dell’Est. Il collaborazionismo tra Metternich e Jaujard ha salvaguardato le opere d’arte, mentre sul fronte russo i nazisti avrebbero messo a ferro e fuoco l’Hermitage bolscevico. Qualsiasi altra città ha subito bombardamenti ed incendi durante la Seconda guerra mondiale, mentre i soldati saccheggiavano e portavano via il bottino di guerra. Nelle vecchie fotografie di Parigi invece si vedono i militari tedeschi seduti nei caffè o a teatro e i ragazzi francesi a passeggio per strada a piedi o in bici. Se a Parigi non fosse andata così, cosa avrebbe significato per noi europei? La nostra cultura sarebbe rimasta la stessa? Alla fine del conflitto, i nostri due grandi uomini ebbero un riconoscimento per la loro impresa? Jacques Jaujard rivestirà fino al fine il suo ruolo di funzionario e verrà praticamente dimenticato. Metternich, al contrario, sarà celebrato e ricordato. E’ il narratore stesso ad annunciare ai due uomini quale sarà il loro destino. Li chiama in una stanza e li fa sedere. Un proiettore gli mostrale immagini di quello che avverrà nel loro futuro. Juajard e Metternich guardano e ascoltano forse interrogandosi sul senso di quella opportunità che gli è stata data. Poi se ne vanno. E di nuovo il meta-cinema, storia nella storia, passaggio tra passato, presente e futuro. Sokurov in “Francofonia” mostra tutto il suo talento visuale e narrativo, costruendo un’opera complessa sotto il profilo linguistico, possente sotto quello tematico, a tratti anche divertente. Il film è intriso dell’entusiasmo del regista, veramente felice di poter girare all’interno del Louvre. Per lui è stato un desiderio che si è avverato. L’ha considerato, infatti, un ritorno al suo sogno di realizzare un ciclo di film d’arte all’Hermitage, al Louvre, al Prado, al British. Ma riconosce che “se trattiamo di arte, non possiamo non entrare in contatto con la storia”. E non possiamo non ricordare la su trilogia su tre personaggi importanti per la storia del XX secolo: “Moloch” (1999), film su Hitler che venne premiato a Cannes per la migliore sceneggiatura; “Toro” (2000) su Lenin e “Il Sole” (2005) su Hirohito. Rientra, forse, anche la figura di Napoleone Bonaparte in questa galleria di dittatori? Lui nega di essere affascinato da tali figure. “Faccio film su coloro che hanno dimostrato di avere una personalità eccezionale. Avevano il potere decisionale tra le mani, ma tante azioni che hanno compiuto erano dettate dalla loro fragilità e dalle passioni. Le qualità umane e il carattere sono più importanti di qualsiasi circostanza storica”. “Francofonia” si conclude con l’immagine della nave cargo che perde in mare il carico che sta trasportando. Un atto simbolico caratterizzante la società culturale di oggi alla deriva, che distrugge le grandi opere del passato fino a rendere vano il sacrificio delle persone che le hanno protette. “Francofonia” è un’elegia emozionante di straordinaria potenza e bellezza, che si avvale del lavoro eccezionale di Bruno Delbonnel alla fotografia e di scelte musicali di altissimo livello. Bravissimi anche gli attori. Qualcuno lo ha definito il vincitore morale dell’ultimo festival di Venezia, dove Sokurov è di casa. Nel 2011 si è guadagnato il Leone D’Oro per “Faust”, ultimo capitolo della tetralogia sul potere iniziata con “Moloch”. “Mi sembra ancora che tutto quello che faccio sia imperfetto”, ama dire Sokurov. “Il mio rapporto con il cinema è quello di uno scolaro, imparo da chi posso imparare. E quei film per me sono delle lezioni. Ringrazio i miei maestri immaginari, studio le lezioni, sostengo esami. Quale sarà il risultato? Ancora non lo so”.

Clara Martinelli

Cinema: “Il Piccolo Principe” di Mark Osborne, un classico rivisitato che piace a tutti

Ha superato ogni aspettativa ed è stato uno dei film più visti durante le vacanze di Natale . “Il Piccolo Principe” (Le Petit Prince),  film d’animazione  diretto da Mark Osborne, presentato fuori concorso al Festival di Cannes 2015 e uscito nelle sale italiane il 1 gennaio, è l’adattamento cinematografico del celebre romanzo omonimo scritto da Antoine de Saint- Exupéry  nel 1943. E proprio di un adattamento si tratta, perché la storia  gioca su due piani narrativi intrecciati tra loro: quello dell’aviatore che incontrò nel deserto il Piccolo Principe e l’altro dove si racconta di Prodigy, una bambina di dieci anni che, per iscriversi alla scuola che piace a sua madre, si trasferisce con lei in un nuovo quartiere. Il passato e il presente si uniscono e inventano il futuro. Prodigy è costretta dalla mamma, donna in carriera,  a studiare tutta l’estate secondo un planning molto duro ed articolato, lasciandola sola nella casa che hanno appena comprato. Deve prepararsi bene per essere ammessa ai corsi della prestigiosa Accademia Werth e non può concedersi pause. Ma Prodigy è pur sempre una bambina, intelligente e curiosa, e non riesce a reprimere il desiderio di capire cosa succede nel giardino vicino al suo, occupato da una villa vecchio stile piuttosto malandata. L’unico abitante è un anziano strampalato, il quale dice di essere un aviatore che, da giovane, durante un atterraggio d’emergenza con il suo aereo in pieno deserto africano, ha incontrato un ragazzino chiamato il Piccolo Principe. Così Prodigy, attraverso i disegni e le pagine strappate di un libro, viene a conoscenza della strana storia che vide protagonisti l’uomo e il bambino venuto da un altro pianeta, restandone affascinata. Contemporaneamente, il suo legame con l’aviatore si fa sempre più forte e quando la madre scopre che la figlia non studia per stare con lui, le vieta di vederlo. Ma Prodigy non rinuncia al suo amico che si trova in ospedale per un brutto incidente e va alla ricerca del Piccolo Principe per finire il racconto. E così comincerà una nuova avventura, completamente inventata da Osborne e i suoi sceneggiatori Irene Brignull e Bob Persichetti. Non era facile portare sul grande schermo il romanzo di Saint-Exupéry, un libro che tutti conoscono molto bene. Osborne, già regista di “Kung Fu Panda”, ha avuto la capacità di conservare la poeticità della storia, inserendola nelle parti di nuova invenzione.  L’animazione,  realistica e tridimensionale quando deve rappresentare il mondo reale, quello degli adulti,  resta fedele ai disegni originali del libro per entrare nell’universo del fantastico. La bambina, adultizzata da una mamma-tigre che alla fine cambierà idea, passa da una parte all’altra con estrema disinvoltura, dimostrando che i due mondi possono convivere, dando spazio al “fanciullino” che è in ognuno di noi. “Tutti i grandi sono stati bambini una volta (ma pochi di esse se ne ricordano)” sembra essere il manifesto di tutto il film. Ma che lascia agli adulti il compito di capire il messaggio esoterico che Saint-Exupery volle dare scrivendo:
“Ed ecco il mio segreto.
E’ molto semplice: non si vede bene che col cuore.
L’essenziale è invisibile agli occhi”

Clara Martinelli

 

 

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