“Ricomincio da capo”

Ogni 2 febbraio una marmotta predice la durata dell’inverno: se fa capolino dalla sua tana e vede la propria ombra, il clima invernale negli Stati Uniti si protrarrà per altre sei settimane; se invece non vede l’ombra, bisogna festeggiare, perché la primavera è ormai alle porte. Si tratta di una tradizione importata in Pennsylvania dagli immigrati tedeschi, ed è probabile che abbia le sue radici nelle credenze degli antichi romani che ritenevano appunto la prima decade di febbraio utile a intuire la durata dell’inverno. Una tradizione che poi ha assunto forme (e date) diverse in molti paesi.

Il 3 Aprile 2009 l’autore del Blog “Go into the story”, nonché sceneggiatore e critico di ambito hollywoodiano, Scott Myers, recensiva una mia lettura psicologica (pubblicata in inglese) del film Ricomincio da capo (Groundhog Day), commedia del 1993 diretta da Harold Ramis ed interpretata da Bill Murray e Andie MacDowell, che prende spunto da tale tradizione.

In esso Phil Connors è un meteorologo televisivo che, controvoglia, deve recarsi nella piccola città di Punxsutawney per fare appunto un reportage sul Giorno della Marmotta. Un circolo temporale fa sì che ogni mattina, alle 6.00 in punto, Connors viene svegliato dalla radio che trasmette sempre lo stesso brano musicale (I Got You Babe di Sonny & Cher), e da allora la giornata trascorre inesorabilmente allo stesso modo della precedente (e la marmotta intanto continua ogni giorno “a vedere la propria ombra”).

La recensione, tra l’altro dice: I’ve seen Groundhog Day probably 3 times, yet it never occurred to me that the Protagonist Phil Connor (Bill Murray) has the same first name as the groundhog Punxsatawney Phil. If not for that fact, I would tend to consider Dr. Lanzaro’s analysis to be a bit overblown. But a fact is a fact – and there is Phil the Protagonist, and Phil the Groundhog.

“Overblown” in italiano può essere tradotto con esagerato, pomposo (“over” in questo caso allude ad un “troppo”). In pratica mentre cercavo di analizzare l’evoluzione cinematografica di un carattere connotato filmicamente come presuntuoso, Scott Myers alludeva al fatto che prendessi quantomeno troppo seriamente la mia interpretazione. Quale ragione più interessante anche se un po’ autoreferenziale per scrivere e riflettere nuovamente sull’argomento. Barthes diceva che “quelli che trascurano di rileggere si condannano a leggere sempre la stessa storia”; mi accingo dunque a riproporre non solo frammenti della mia precedente analisi, ma anche a tentare di rivedere il mio punto di vista di allora.

Suggerisco di guardare il film prima di leggere il resto di questi commenti. Vorrei inoltre segnalare che non state leggendo un articolo di critica cinematografica. Discuto di un film che dietro il racconto brillante è estremamente denso. Myers scrisse innanzitutto di essere sorpreso dal fatto che nella mia digressione avessi notato la coincidenza del nome del protagonista del film e della marmotta (entrambi si chiamano Phil), nonché dal fatto che facessi notare come più volte nel film il nome “Phil” appare nelle inquadrature sulla testa di Bill Murray, quasi a mo di didascalia.

Pensando alla non casualità di questi dettagli in effetti immaginai che il regista avesse voluto prendere spunto dalla tradizionale ricorrenza che in Pennsylvania si festeggia ormai da ben 126 anni per trattare in realtà (in maniera più o meno consapevole) il tema psicologico dell’ombra. In Analyze this del 1999 (Terapia e pallottole) Harold Ramis rivelerà più direttamente, forse, l’intreccio tra il suo cinema e la psicologia.

Sarà bene fare ora un piccolo excursus sui tre concetti chiave del pensiero junghiano: lnconscio Collettivo, Archetipo (uno dei quali è appunto “l’Ombra”) ed Individuazione.

Per Freud l’inconscio non è altro che il punto ove convergono contenuti rimossi o dimenticati. Secondo Jung esso poggia su uno strato più profondo che non deriva da esperienze e acquisizioni personali, ma è innato ed ha strutture che (cum grano salis) sono le stesse dappertutto e per tutti gli individui.

Gli archetipi riguardano i contenuti dell’inconscio collettivo e sono i tipi arcaici e primigeni espressi riccamente nei sogni e nelle visioni, oltre ad essere la sostanza del mito, della fiaba e delle dottrine esoteriche. Nel mio articolo (cui rimando) partivo dal concetto di coerenza cinematografica archetipica (Conforti, 1995), per suggerire la possibilità che una narrazione filmica possa compiutamente rappresentare la natura e gli sviluppi psicologici di (frammenti di) una delle istanze archetipiche della psiche e, nella fattispecie, l’ombra.

Il processo di individuazione è la presa di coscienza con cui ciascuno attribuisce un senso alla propria esistenza. Si realizza attraverso una congiunzione ed integrazione di coscienza e inconscio. In “Groundhog day” si può postulare che Phil Connors progressivamente entri in contatto con le parti meno gradevoli della sua personalità (l’Ombra), le comprende e lentamente, attraverso una somma di esperienze (favorite dal loop temporale) diventa una persona nuova, più completa, integra, consapevole e capace di amare.

La dottrina Junghiana vede dunque l’Ombra come parte inferiore della personalità ed una parte della totalità della psiche. Le profonde antipatie ingiustificate, per esempio, sono quasi sempre il frutto della proiezione della propria Ombra. Jung la definisce come il contenuto di sentimenti e ed emozioni rimossi da ognuno di noi, perché ritenuti per così dire “brutti, sporchi e cattivi”, non corrispondenti ad una visione ideale di sé stessi. In effetti nel film Murray veste dei panni calzanti in questo senso: è la “prima donna” televisiva, è definito “presuntuoso ed egocentrico”, non va d’accordo praticamente con nessuno, si sente sprecato in un canale televisivo locale, è sempre insofferente, tratta le persone con sufficienza ed è “troppo innamorato di se stesso per avere una relazione autentica”.

Il (non) passare dei giorni gli consente di attraversare fasi di depressione e poi di euforia ed onnipotenza fino a quando la sua vita e il suo modo di approcciarsi alle cose e alle persone comincia a cambiare.

Nonostante egli riesca a ottenere facilmente sesso e denaro, non riesce a conquistare Rita (di cui pian piano si innamora), cui non interessa quello che Connors sa, e addirittura la indispone che egli sappia anticipare tutti suoi desideri: la sua erudizione è totalmente inutile perché a lei “interessa un certo tipo di uomo, con certe qualità”. Con la conoscenza erudita non nasce mai un Phil Connors nuovo o migliore, e difatti egli si ritrova ogni giorno ad essere la persona che era il giorno prima. Questo è forse un pregnante significato della seconda parte del film, il vero senso, incidentalmente, del ricominciare da capo. Connors spezzerà il cerchio infernale quando passerà da una conoscenza che si limita a raccogliere dati a una conoscenza che trasforma (e ad una autentica consapevolezza delle parti della sua “ombra”, delle cose sgradevoli di sé, cui rinuncia o che riesce a modificare con la pazienza e la disciplina). I giorni seguenti lo vedono infatti affabile con Rita e Larry. Si dà alla scultura di statue di ghiaccio. Decide di dedicarsi agli studi. Inizia a seguire un corso di pianoforte. Imparare a suonare il piano trasforma colui che impara perché nell’apprendimento non ci si limita a memorizzare un pezzo, ma si acquisisce una tecnica che permette la padronanza di un numero virtualmente illimitato di pezzi (ironicamente, la rivelazione della bellezza della musica avviene grazie alle note della sonata K. 545 in do maggiore di Mozart, il magnifico pons asinorum di tutti i principianti).

Ne seguiamo ulteriormente i progressi. Conosciamo un Connors “buono”, che si dispera per non riuscire a salvare un pover’uomo che pare condannato a morire un due di febbraio e che finisce con l’accettare che alcune cose non possono venir comunque cambiate nel giorno che egli vorrebbe perfetto. Nell’ultimo giorno della marmotta Connors compie una serie di “buone azioni” che gli permettono di guadagnare l’affetto degli abitanti di Punxsutawney e l’ammirazione di Rita che lungi oramai dal trovarlo insopportabile lo compra all’asta degli scapoli. L’amore infine conquistato lo libera dalla ripetizione; il risveglio al 3 febbraio porta con sé l’accettazione del destino: Connors vuole vivere a Punxsutawney (che tanto aveva disprezzato inizialmente). La primavera è alle porte.

Massimo Lanzaro

Cinema: quattro nominations agli Oscar 2015 per Mike Leigh con “Mr Turner”

Leigh (Salford, 20 febbraio 1943) è un regista e sceneggiatore che ha ricevuto diversi riconoscimenti internazionali per la sua opera in cui prevalgono i toni dimessi e le storie semplici di persone spesso appartenenti alla classe popolare.

Turner (Mr. Turner) è un suo film del 2014 con protagonista Timothy Spall in cui si evocano gli ultimi 25 anni di vita del celeberrimo pittore britannico William Turner.

Basti ricordare che nel 2005 il quadro di Turner “La valorosa Téméraire” è stato votato come “più grande dipinto britannico” in un sondaggio pubblico organizzato dalla BBC. E che il prestigioso premio artistico, il Premio Turner, creato nel 1984, prende il suo nome anche se non mancano le discussioni, dato che generalmente promuove un tipo d’arte che non sembra aver molto a che fare con quella del pittore inglese (nel 1995, ad esempio, fu assegnato a Damien Hirst!!).

Presentato in concorso alla 67ª edizione del Festival di Cannes, questo film biografico ha ricevuto allora il premio per la Miglior interpretazione maschile attribuito all’attore Timothy Spall.

Agli Oscar imminenti invece le meritatissime nominations per: migliore fotografia a Dick Pope, migliore scenografia a Suzie Davies, migliori costumi a Jacqueline Durran (forse quella che ha più chances di vincere) e Migliore colonna sonora a Gary Yershon. Ovviamente non è passato inosservato nemmeno dalle parti del British Academy Film Awards.

Mike Leigh è riuscito a fare un “film dipinto”, usando oli, acquerelli e tutte le tonalità del “pittore della luce”. Roba non da poco, per così dire. Timothy Spall a sua volta trasforma una pletora di formalismi dialogici e una serie di burberi grugniti nella miracolosa, complessa e controversa sensibilità di un artista straordinario.

Peccato che il doppiaggio farà svanire le sfumature linguistiche (anche in questo gli attori sono strepitosi: non “what time is it”, ma “what is the hour?” e così via) nonché (fondamentale) l’accento londinese di più di duecento anni fa.

Ad ogni modo lo sconsiglio vivamente a coloro il cui tropismo cinematografico è incentrato esclusivamente sui thriller d’azione.

Massimo Lanzaro

 

Cinema: “Birdman”, un flusso di coscienza in piano sequenza”

Birdman, noto anche come Birdman or (The Unexpected Virtue of Ignorance), è un film del 2014 co-scritto, diretto e co-prodotto da Alejandro González Iñárritu. Il film ha aperto la 71ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia il 26 agosto 2014. La pellicola riceve poi ben nove nomination agli Oscar 2015, tra cui i principali per Miglior film, Miglior regia, miglior attore protagonista (Keaton) e Miglior sceneggiatura originale. Nomination anche come Miglior attore non protagonista a Edward Norton e Miglior attrice non protagonista a Emma Stone. Tutti davvero bravissimi, a mio modesto avviso. Quest’anno (forse più del solito) non sarà facile scegliere per l’Academy of Motion Picture Arts and Sciences.

Cos’è questo film? Un flusso di coscienza in piano sequenza. Humor nero al ritmo incalzante di tamburi e rulli di batteria. La liminalità assoluta, il limbo dove si toccano cinema e teatro, normalità e follia, percezioni e dispercezioni, finzione e verità, recitazione e sentimenti veri, popolarità e valore, insomma: il punto atomico dove si alternano i mondi, quello spazio di confine che dura un attimo lungo 119 minuti. Se dico che però non mi è piaciuto il finale non è uno spoiler, vero? Me lo direte il 5 febbraio.

Massimo Lanzaro

Intervista: Massimo Lanzaro risponde ad alcune domande sul libro “DSM Cinema! – I film che spiegano la psiche“.

Massimo Lanzaro è nato a Napoli classe ’71. Medico, psichiatra e psicoterapeuta, è stato Primario al Royal Free Hospital di Londra e Direttore Sanitario in Italia e in Inghilterra. Con il suo libro “Dsm-Cinema! I film che spiegano la psiche” si è classificato al terzo posto nel concorso di Creatività letteraria 2014.

Di Massimo Lanzaro Opera Uno propone un’intervista e la presentazione del libro “Dsm-Cinema! I film che spiegano la psiche“.

Cinema: “Still Alice” e Julianne Moore nominata agli Oscar come Miglior attrice protagonista

  • Alice Howland è una donna alla soglia dei cinquant’anni, orgogliosa degli obiettivi raggiunti. È un’affermata linguista e insegna alla Columbia University, ha una solida famiglia composta dal marito chimico e da tre figli, Anna, Tom e Lydia, tutti e tre realizzati. Ma improvvisamente la sua vita cambia, quando le viene diagnosticata una forma presenile di Alzheimer. Tutte le sue certezze crollano, diventando una donna fragile e indifesa, anche agli occhi della famiglia che l’ha sempre vista come un pilastro.

    La pellicola è stata presentata in anteprima mondiale al Toronto International Film Festival l’8 settembre 2014, ed ha partecipato in concorso alla 9ª edizione del Festival internazionale del film di Roma, dove ho avuto il piacere di vederla il 17 ottobre 2014.

    Il morbo di Alzheimer è la forma più frequente di demenza: è un deterioramento mentale che inizia il suo processo evolutivo in età senile ma può anche manifestarsi prima dei 65 anni. La malattia di Alzheimer, infatti, può comparire già dai 45 anni (la forma descritta nel film), con disturbi della memoria e manifestazioni di disorientamento, soprattutto spaziale. I primi sintomi sono alterazioni delle funzioni simboliche: afasia (difficoltà a tradurre le parole in pensiero e viceversa), agnosia (incapacità di riconoscere gli stimoli provenienti dai sensi), aprassia (incapacità a compiere movimenti complessi mirati a una certa attività). L’evoluzione della malattia è ascrivibile a una progressiva distruzione dei neuroni a causa della betamiloide, una proteina che finisce per incollare e raggrumare i neuroni; allo stesso modo diminuisce nel cervello la presenza di acetilcolina, una molecola di primaria importanza per la comunicazione tra i neuroni.

    Non si può parlare di cura del morbo di Alzheimer quanto piuttosto di accompagnamento nella sua evoluzione: la terapia farmacologica, infatti, si limita a rallentare la riduzione di acetilcolina, ma molte nuove ricerche sono in corso per bloccare il processo neurodegenerativo. Possono essere di sostegno sessioni di riabilitazione cognitiva per aiutare il malato di Alzheimer nella gestione della vita quotidiana. Come non c’è terapia, allo stesso modo non ci sono esami o analisi di laboratorio per diagnosticare il morbo di Alzheimer: per formulare una diagnosi serve la ricostruzione clinica delle alterazioni mentali del malato da parte della famiglia, nonché una valutazione accurata delle sue capacità fisiche e mentali.

    Il film verrà distribuito nelle sale cinematografiche statunitensi a partire dal 16 gennaio 2015, ma precedentemente è stato proiettato in un numero limitato di cinema nel dicembre 2014 per avere la possibilità di partecipare agli Oscar 2015. In Italia arriverà il 22 gennaio, distribuito dalla Good Films.

    Massimo Lanzaro

Cinema: “American Sniper” e il disturbo post-traumatico da stress (DPTS)

Diretto da Clint Eastwood e basato sull’omonima autobiografia di Chris Kyle il film, nelle nostre sale in questi giorni, ha per protagonista il bravissimo Bradley Cooper affiancato da Sienna Miller. Kyle è stato un mito tra i cecchini delle Forze Armate statunitensi che lo chiamano “La Leggenda”, mentre i miliziani iracheni lo ribattezzano Al-Shaiṭān (il diavolo) e offrono una taglia di 80.000 dollari per la sua uccisione. Durante i quattro turni in battaglia, con il consolidarsi della sua reputazione e le innumerevoli vittime, Chris si allontana dalla famiglia e dalla vita civile. La sua fede incrollabile nella missione di proteggere i compagni d’arme, che lo rende una risorsa preziosa in guerra, diventa un handicap quando cerca di reinserirsi nella comunità dove abita con la sua famiglia. Finalmente sembra trovare uno scopo alla propria vita civile, aiutando i reduci che, come lui, hanno vissuto momenti terribili nei diversi teatri di guerra dove gli Stati Uniti sono impegnati. Addestra al tiro persone con gravi menomazioni fisiche e ritrova la gioia di vivere con la moglie e i due figli che lo adorano. Poco dopo però Kyle viene ucciso senza apparente motivo, da un commilitone che soffre di PTSD.

Forse questo film risuonerà con l’animo di chi soddisfa almeno due dei seguenti tre criteri: – nel 1999 ha letto Pappagalli verdi; – crede che un’americano registrato come repubblicano possa essere anche libertario ed avere idee progressiste; – ha o ha avuto dei dubbi sul costrutto di PTSD (per un periodo di almeno quattro settimane).
In psicologia e psichiatria il disturbo post-traumatico da stress (DPTS) o Post-Traumatic Stress Disorder (PTSD), è l’insieme delle forti sofferenze psicologiche che conseguono ad un evento traumatico, catastrofico o violento. La diagnosi di PTSD necessita che i sintomi siano sempre conseguenza di un evento critico, ma l’aver vissuto un’esperienza critica di per sé non genera automaticamente un disturbo post-traumatico (la prevalenza lifetime nella popolazione generale è infatti di circa il 6,8%, con una variabilità dovuta al tipo di evento, al significato soggettivo che esso assume, ed al diverso equilibrio dei fattori psicosociali di tipo protettivo o di rischio). È denominato anche nevrosi da guerra, proprio perché inizialmente riscontrato in soldati coinvolti in pesanti combattimenti o in situazioni belliche di particolare drammaticità (con nomi e sottotipi diversi: Combat Stress Reactions, Battle Fatigue, Shell Shocks, etc.). I pazienti con PTSD vengono abitualmente classificati in tre categorie, in base al loro tipo di coinvolgimento nell’evento critico che ha originato il disturbo: – primari, le vittime dirette che hanno subito personalmente l’evento traumatico – secondari, i testimoni diretti dell’evento, o i parenti delle vittime primarie (ad esempio, nel caso di un lutto) – terziari, il personale di soccorso (volontario o professionale) che si trova ad operare con le vittime primarie o secondarie. I principali disturbi, accusati dalla maggior parte dei pazienti, sono riassunti dalla cosiddetta “triade sintomatologica”, per come definita dalla classificazione del DSM: intrusioni, evitamento, hyperarousal (iperattivazione psicofisiologica). In particolare, si possono riscontrare tra gli altri sintomi:
Flashback: un vissuto intrusivo dell’evento che si propone alla coscienza, “ripetendo” il ricordo dell’evento.
Numbing (intorpidimento): uno stato di coscienza simile allo stordimento ed alla confusione.
Evitamento: la tendenza ad evitare tutto ciò che ricordi in qualche modo, o che sia riconducibile, all’esperienza traumatica (anche indirettamente o solo simbolicamente). Incubi: che possono far rivivere l’esperienza traumatica durante il sonno, in maniera molto vivida.
Hyperarousal (iperattivazione psicofisiologica): caratterizzato da insonnia, irritabilità, ansia, aggressività e tensione generalizzate.
In alcuni casi, la persona colpita cerca “sollievo” (spesso peggiorando la situazione) con abusi di alcool, droga, farmaci e/o psicofarmaci. Spesso sono associati sensi di colpa per quello che è successo o come ci si è comportati (o per il non aver potuto evitare il fatto), sensi di colpa che sono spesso esagerati ed incongruenti con il reale svolgimento dei fatti e delle responsabilità oggettive (sono detti anche complessi di colpa del sopravvissuto); spesso, sono compresenti anche forme medio-gravi di depressione e/o ansia generalizzata. In alcuni casi si vengono a produrre delle significative tensioni familiari, che possono mettere in difficoltà i parenti della persona con PTSD.

Massimo Lanzaro

Cinema: l’amicizia improbabile tra un bambino e un burbero pensionato nel film “St. Vincent”

  •  L’amicizia improbabile tra un bambino e un burbero pensionato nel film “St. Vincent” La trama. Maggie (Melissa McCarthy), una madre single, si trasferisce a Brooklyn insieme al figlio dodicenne Oliver (Jaeden Lieberher). Obbligata a lavorare fino a tardi, affida suo malgrado Oliver alle cure del loro nuovo vicino di casa, Vincent (Bill Murray), un pensionato eccentrico con un tropismo peculiare per l’alcool e le scommesse. Tra i due si sviluppa presto un’autentica amicizia e, insieme a una spogliarellista incinta di nome Daka (Naomi Watts), frequentano tutti i luoghi amati dall’improvvisato babysitter, luoghi “non proprio adatti ad un bambino”. Al di là delle apparenze Oliver comincia a vedere in Vincent qualcosa che nessun altro è in grado di riconoscere: un uomo sottovalutato e insospettabilmente pieno di anima. Bill Murray, dopo un periodo trascorso tra un cameo e l’altro in film peraltro anche rilevanti, ha trovato per se il ruolo da protagonista in questo film di nicchia, minimalista ma pieno di belle trovate.

    Massimo Lanzaro

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