Libri: “DSM-5 e i Film che spiegano la Psiche” di Massimo Lanzaro verrà presentato a Ottaviano il 6 giugno

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Carissimi,

il prof. Massimo Lanzaro presenterà il suo libro “DSM-5 e i Film che spiegano la Psiche” lunedì prossimo alle 17,30, presso l’Hotel Augustus a Ottaviano, durante la conferenza “Psicologia e cinema”. Interverranno con lui il prof. Carmine Cimmino e il prof. Angelo Andriuzzi. Modera Ornella Petrucci, giornalista.
Non mancate!

Gabriele

“Suffragette” di Sarah Gavron, un film che mostra gli albori della lotta per l’emancipazione femminile

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È un film che dovrebbero vedere tutte le donne. Quelle giovani per capire che le libertà e i diritti che hanno trovato alla loro nascita sono il frutto di dure battaglie, fatte da coloro le hanno precedute. Quelle più avanti con l’età per ricordare, nel caso l’avessero dimenticato, che le possibilità di cui godono oggi, non sono da considerare così scontate.

“Suffragette” diretto dalla regista britannica Sarah Gavron mira a questi obbiettivi, attraverso il racconto di una storia ispirata ad alcuni fatti realmente avvenuti in Inghilterra tra il 1912 e il 1918, ad opera di alcune donne che lottarono per ottenere il diritto ad andare a votare. Maud Watts (Carey Mulligan) è una giovane donna che lavora 13 ore al giorno in una lavanderia dall’età di otto anni.

È sposata con un suo collega, Sonny (Ben Whishaw), ed hanno un figlio, George, che lei vede molto poco a causa degli orari assurdi di lavoro. Il suo capo ha abusato sessualmente di lei e delle sue compagne anche appena adolescenti. Una vita d’inferno, molto comune a tante donne nel periodo della seconda rivoluzione industriale. Un giorno, mentre sta andando a consegnare un pacco nel centro di Londra per conto del padrone, viene coinvolta in un’azione violenta del movimento delle suffragette, consistente nel tirare sassi alle vetrine dei grandi magazzini. Un modo esasperato di farsi ascoltare, dopo non aver ottenuto nulla dopo anni di militanza pacifica. Tra di loro, Maud scorge la sua collega di lavanderia Violet (Anne-Marie Duff), che nota la sua presenza e, percependo un interesse verso la lotta da parte sua, la convince a diventare un’attivista del movimento.

Così, la ragazza si troverà a portare la sua testimonianza di donna lavoratrice addirittura in parlamento davanti al primo ministro dell’epoca, David Lloyd George (vero primo ministro britannico dal 1916 al 1922 nel film impersonato da Adrian Schiller), che all’inizio sembra conciliante, ma poi rifiuterà categoricamente di cedere il tanto agognato suffragio universale. Le donne continueranno la loro lotta, sollecitate e appoggiate da Edith (Helena Bonham Carter), una farmacista che con l’aiuto del marito (a quanto pare uno dei pochi uomini illuminati) gestisce la base segreta delle suffragette nel retrobottega del loro negozio. Seguendo le parole dell’attivista Emmeline Pankhurst (personaggio realmente vissuto, interpretato da Meryl Streep in una breve apparizione), operaie, borghesi, ragazze e madri di famiglia si troveranno a combattere per un unico ideale, pagando con il carcere, l’emarginazione sociale, con la perdita del lavoro, della famiglia e, qualche volta, anche con la vita.

Tutto questo toccherà a Maud e alle sue compagne, minacciate pure dalla polizia stessa attraverso l’ispettore Steed (Brendan Gleeson) che, durante gli interrogatori, le inviterà a non seguire i propri ideali per evitare guai. Alla fine però anche lui si convincerà delle ragioni che animano le donne a lottare per i propri diritti, pur non ammettendolo apertamente. In gran Bretagna, il suffragio universale venne concesso nel 1928, in Italia soltanto nel 1946, in Svizzera nel 1971, in Portogallo nel 1976, nel Liechtenstein nel 1984 e in Arabia Saudita soltanto nel 2015. C’è bisogno di film come “Suffragette” perché ancora oggi la strada da percorrere per la parità completa è ancora lunga e difficile. Le lotte del passato servono ad infondere coraggio per portare a termine quelle del presente. Per realizzarlo, la regista e la sceneggiatrice Abi Morgan (The Hour, The Iron Lady, Shame) si sono ispirate alle lettere, alle biografie e ai diari intimi scritti dalle donne in quegli anni.

La stessa Emmeline Pankhurst, fondatrice del “Women’s Social and Political Union” (WSPU), un movimento che aveva come slogan “azioni non parole”, è stata molto importante per la costruzione della storia e dei personaggi. L’altra donna veramente esistita e inserita nel film è Emily Davidson, morta nel 1913, facendosi investire dal cavallo di re Giorgio V durante una parata per attirare l’attenzione dei media.

Le immagini vere del suo funerale sono diventate la scena finale di “Suffragette”. Un sacrificio che allora risvegliò molte coscienze femminili. Ecco, il film, che non brilla per originalità, ma che non possiede neppure la rigidità delle pellicole in costume, ha il merito di renderci partecipi delle estreme situazioni quotidiane in cui vivevano le donne all’inizio del ‘900. Carey Mulligan, nella sua apparente fragilità, ci mostra una forza di carattere straordinaria che non la fa mai tornare sui suoi passi, neppure quando il figlio viene dato in adozione a causa delle sue attività e dei suoi arresti. “Mai arrendersi, mai smettere di lottare” incitava la Pankhurst a chi la seguiva. Parole ancora molto attuali purtroppo.

Clara Martinelli

Link: http://www.ilquorum.it/suffragette-di-sarah-gavron-un-film-che-mostra-gli-albori-della-lotta-per-lemancipazione-femminile/

Cinema da non perdere: “Il club” di Pablo Larrain

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Gran Premio della Giuria al Festival di Berlino 2015 e presentato all’ultima Festa del Cinema di Roma, “Il club” di Pablo Larrain parla di un argomento, la pedofilia nella Chiesa Cattolica, già ampiamente trattato in “Il caso Spotlight”. Ambientato in Cile, mostra come la vita tranquilla di quattro ex sacerdoti e una suora che vivono in una casa per preti esiliati a La Boca dell’inferno sulla costa, venga turbata dall’arrivo di padre Lazcano, che, accusato di pedofilia, è costretto al ritiro come gli altri. L’uomo, come una sorta di coscienza vivente, è seguito nei suoi spostamenti da un individuo chiamato Sandokan, un ragazzo di cui ha abusato da bambino.  Restando fuori dal cancello della villetta, la povera vittima snocciola in una cantilena delirante e senza fine, le molestie che ha subito.Tormentato dal senso di colpa, padre Lazcano prende la pistola che di nascosto porta con sé e si uccide davanti a Sandokan come atto di espiazione finale. Per fare chiarezza sull’accaduto viene mandato ad indagare un gesuita psicologo, il giovane padre Garcia, che cercherà di riportare ordine nella casa. Alla fine, Sandokan sarà ancora più vittima, condannato dal paese intero per un reato che non ha commesso, mentre i “criminali” restano al loro posto, senza scomporsi più di tanto, salvando l’apparenza.

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“Il club”  è un film solido,  che si basa su una sceneggiatura curata, senza cedimenti e su una regia eccellente.  Il gruppo di attori, a partire da Alfredo Castro,  emana una forza interpretativa notevole che rende vibrante e tangibile la freddezza e il groviglio interiore dei personaggi. Ognuno di loro porta con sé sofferenze e insofferenze, provenienti dalla loro vita passata (costellata di azioni peccaminose) e presenti nella routine quotidiana che dovrebbe essere votata al pentimento. Dovrebbe, perché la loro esistenza attuale non è solo dedita alla preghiera e alla ricerca della spiritualità perduta (semmai l’avessero avuta), ma anche a passatempi più terreni come le scommesse per le corse dei cani, alle quali partecipano facendo gareggiare un loro greyhound. Non una casa dove i sacerdoti, ritirati dalle cose mondane, riacquistano la fede, ma un posto dove alimentare la pochezza umana che li contraddistingue. “E’ un carcere”, dice uno di loro, dove però non vi sono sbarre e non si ha neanche tanta voglia di veder la luce. Seppur controllati dall’occhio vigile di madre Monica (la bravissima Antonia Zegers), hanno la possibilità di uscire, passeggiare lungo l’oceano, vedere altre persone che forse non conoscono il loro passato. Peccato che la voce insistente di Sandokan si faccia sentire così forte da tutti, tagliando stridula il silenzio del giorno e della notte. Miserabile quel prete che non è riuscito a liberarsene e lo ha portato con sé. Padre Lazcano (José Soza) ha fatto bene a togliersi di mezzo, ma ora bisogna che tutto ritorni come prima e pulire il suo sangue sporco. I quattro  sacerdoti non cambieranno la loro natura alla fine, resteranno impassibili davanti alle accuse e alla morte, si faranno più scaltri e architetteranno un piano per rendere colpevole un innocente. Anche padre Garcia, idealista che lotta per una Chiesa umile e giusta, si rende conto che la ricerca di salvezza tra quegli uomini è assai lontana.

Clara Martinelli

 

Cinema da non perdere: “Il caso Spotlight” di Tom McCarthy

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Che “Il caso Spotlight” si sia guadagnato due Oscar, uno come miglior film e l’altro come migliore sceneggiatura originale,  non sorprende affatto. Mai dare nulla per scontato, come ha precisato Leonardo DiCaprio al microfono dopo aver ottenuto la statuetta come miglior attore protagonista per “Revenant”, ma la vittoria del film diretto da Tom McCarthy che lo ha co-scritto con Josh Singer, per molti più che una speranza era una certezza. A partire dalla storia, vera, che vi si narra. Nel 2001 la squadra giornalistica “spotlight” (la sezione del giornale che si occupa dei casi difficili)  del “Boston Globe”, guidata dal nuovo direttore editoriale Marty Baron, partendo da diversi casi di abusi perpetrati dal prete cattolico John Geoghan, inizia una clamorosa indagine che svelerà una situazione ancora più drammatica. Baron, Ben Bradlee Jr., supervisore dell’inchiesta, e i quattro membri della squadra investigativa del “Boston Globe”, Walter Robinson, Mike Rezendes, Sacha Pfeiffer e Matt Carroll, pur sapendo dei rischi che avrebbero corso mettendosi contro un’istituzione forte come la Chiesa cattolica, cominciarono a trovare testimoni, raccogliere documenti e dati con la ferma volontà di portare a galla la verità. Far luce cioé su una vicenda che per anni era stata sottovalutata dai media e ignorata dalle autorità, che, sapendo dell’indagine, cercano in tutti i modi di impedirla per evitare lo scandalo. Nell’occhio del ciclone finisce l’arcivescovo Bernard Francis Law, accusato di aver coperto i casi di pedofilia avvenuti in diverse parrocchie. Grazie all’aiuto dell’avvocato Mitchell Garabedian, difensore delle vittime, l’équipe verificherà alla fine il coinvolgimento di circa ottanta sacerdoti nella pratica degli abusi sessuali sui minori, usata come pratica sistematica, tenuti insabbiati dalla Chiesa. Nel 2003, i giornalisti vennero premiati con il Pulitzer di pubblico servizio.Spotlight_film_2015

La storia trattata quindi è di portata eccezionale e fa la sua parte. Mano a mano che le indagini procedono lo stupore e l’indignazione di chi guarda cresce di pari passo con la narrazione, che si articola in maniera pulita e lineare. Ci si trova dentro sempre di più, in una vicenda così torbida da rimanerne coinvolti e da uscire cambiati dalla sua visione.  La bravura del cast contribuisce a rendere “Il caso Spotlight” il miglior film dell’anno. Michael Keaton, Liev Schreiber, John Slattery, Brian D’Arcy James, Marc Ruffalo e Rachel McAdams, entrambi candidati all’Oscar come attori non protagonisti, sono così aderenti ai loro ruoli tanto da sembrare più veri dei giornalisti reali. La regia di Tom McCarthy è ritmata, drammatica, rigorosa, emozionante e potente, senza aver bisogno di ricorrere a sensazionalismi. Un cinema che ricorda la grande tradizione americana che comprende “Tutti gli uomini del presidente” di Alan Pakula, i film di Sydney Pollack e di Sidney Lumet. Un film che è una vera scuola di giornalismo, che mostra, senza retorica, come si deve fare un’inchiesta. Raccogliere meticolosamente racconti, dati, informazioni, telefonare, convincere avvocati reticenti e testimoni rassegnati, mettere insieme tutto e andare avanti con testardaggine fino ad ottenere un risultato. Non lasciarsi spaventare ed essere sicuri del proprio obiettivo: scoprire la verità.  Lavora così il giornalista autentico  e “Il caso Spotlight” fa tornare la voglia di intraprendere questo mestiere. Non si tratta di essere eroi, ma significa semplicemente eseguire il proprio lavoro.

Clara Martinelli

 

Cinema: “Human” di Yann Arthus-Bertrand

Presentato allo scorso Festival del Cinema di Venezia, “Human” del regista e fotografo ambientalista francese Yann Arthus-Bertrand è da ieri  nelle sale italiane in veste di  evento speciale fino a domani 2 marzo. Basta il titolo per spiegare di cosa parla questo film che dura tre ore e un quarto,  realizzato con esclusivi filmati aerei e storie raccontate in prima persona davanti ad una macchina da presa. Girato in 60 paesi, Arthus-Bertrand ha intervistato 2.020 persone in tre anni, realizzando una carrellata di umanità così varia da restarne stupefatti. Dall’Alaska, all’Equador, dall’entroterra americano, all’estremo Oriente, passando per gli indigeni delle più remote zone della terra, uomini e donne, ragazzi e ragazze  guardano dritto nella telecamera e si raccontano in 63 lingue diverse, rispondendo alle domande (gli intervistatori non compaiono mai, né si fa sentire la loro voce) che gli vengono poste. Quaranta quesiti sulla libertà, sul significato dell’esistenza,  sulle esperienze più dure che si sono dovute affrontare,  sull’omosessualità, sulla guerra, sulla condizione della donna, sul lavoro, sull’immigrazione. Volti diversi dicono la loro versione dei fatti, “costringono” gli spettatori ad un incontro con l’altro in forma massiccia, intervallati da stupefacenti riprese aeree che mostrano la natura incontaminata o file di persone che, con fatica, percorrono deserti o una folla umana che festeggia un evento.
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Non uno sguardo superficiale, ma coinvolgente abbastanza per far capire che all’altro capo del mondo esistono persone che condividono con noi valori e sentimenti. E che quindi tanto diversi non sono. Un’opera imponente necessaria nella nostra era globale dove il lontano è sempre più vicino e conoscerlo meglio ci aiuta a capirlo.  Soprattuto in questo periodo in cui grandi masse si accalcano alle frontiere per sfuggire a guerre e carestie. Ogni individuo con il suo dramma quotidiano, come i cittadini delle periferie di Mombay costretti a trasferirsi in città per non morire di sete e lì venire sfruttati per costruire grattacieli dove l’acqua viene usata per riempire le piscine. Qualcuno condivide la propria felicità di avere una vita serena. Dice la sua anche Pepe Mujica, capo di stato uruguaiano dal 2010 al 2015, noto per il suo sobrio stile di vita (tratteneva per sé solo una piccola parte del suo stipendio),  che lo ha fatto denominare il “presidente più povero del mondo”: “Abbiamo inventato una montagna di consumi superflui. Bisogna buttare, comprare, buttare. Ciò che sperperiamo veramente è la nostra vita”.
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Clara Martinelli

“Astrosamantha. La donna dei record nello spazio” al cinema domani e il 2 marzo

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Samantha Cristoforetti, astronauta dell’European Space Agency e capitano pilota dell’Aeronautica Militare, vive senza dubbio un’esistenza straordinaria. In questi giorni, un evento speciale vi renderà partecipi della sua vita fuori dall’ordinario con il docufilm “Astrosamantha – la donna dei record nello spazio” che verrà proiettato nelle sale italiane domani 1 marzo e mercoledì 2, ma dal 3 marzo sarà disponibile anche per le proiezioni scolastiche.  Grazie a questa pellicola la protagonista di “Futura” (la seconda missione di lunga durata dell’Agenzia Spaziale Italiana), la Cristoforetti ha ricevuto qualche giorno fa il premio speciale come protagonista del 2015 nel “cinema del reale” durante la premiazione dei Nastri d’Argento Doc 2016. Diretto da  Gianluca Cerasola, con la voce narrante di Giancarlo Giannini, mostra tre anni nella vita dell’astronauta, durante i quali è stata sottoposta a una dura preparazione fisica e mentale. Sacrifici che le hanno permesso di diventare la prima donna italiana ad andare nello spazio e ad ottenere il primato europeo femminile di permanenza nello spazio, 200 giorni. Partendo dalla base americana della NASA, ci si sposta con lei in quella europea dell’ESA e infine in quella russa, la Roscosmos. La seguiamo nei centri aerospaziali di Star City, vicino Mosca, a  Houston nel Johnson Space Center e nel cosmodromo di Baikonour in Kazakistan, dove è avvenuto il lancio. Davanti agli occhi degli spettatori si disvelano luoghi che fino a poco tempo fa era impensabile visitare.

astrosamantha_0.jpgPresentato all’ultima edizione della Festa del Cinema di Roma, “Astrosamantha” è un percorso realizzato da Gianluca Cerasola,  grazie alla disponibilità e alla generosità della protagonista. Perché Samantha Cristoforetti è certamente un’abile professionista, ma è anche un’eccellente divulgatrice di nozioni molto complesse. Passando dal quotidiano trascorso nella sua casa o nelle stanze messe a disposizione dalle varie agenzie, l’astronauta parla con naturalezza di tutti gli aspetti della sua vita professionale e, in parte, del suo privato. Sembrano quasi un gioco (ma ovviamente non lo sono)  gli allenamenti sott’acqua per simulare l’assenza di gravità, le centrifughe e le prove di preparazione all’assenza di peso o  alle  situazioni di emergenza.  Samantha ci spiega tutto, da come si consuma il cibo stando in orbita (eccezionale “il pranzo della domenica” descritto da Luca Parmitano) fino a soddisfare anche la curiosità sull’evacuazione e il riutilizzo dei rifiuti fisiologici.  Emozionanti la tradizione russa della visita prima della partenza alla tomba di Yuri Gagarin,  il rapporto con gli altri astronauti, i saluti con i familiari al momento della partenza e il ritorno a terra dopo la permanenza nello spazio. Il docufilm si tinge di rosa quando la Cristoforetti ci fa conoscere l’esistenza di un gruppo di astronaute, in servizio o a riposo, che si riuniscono quando possono e della loro passione per il B-movie “Tank Girl”, film post apocalittico femminista.

Clara Martinelli

 

Cinema: “Seconda primavera”di Francesco Calogero verrà presentato questa sera a Roma al Cinema Farnese Persol

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Questa sera, alle 20,30, a Roma al Cinema Farnese Persol in Piazza Campo de’ Fiori, il regista Francesco Calogero e il cast presentano il film “Seconda primavera”.  La storia, ambientata a Messina, si svolge nell’arco di sei stagioni, durante le quali si intrecciano le vicende di quattro personaggi. “La divisione in capitoli – spiega il regista – evidenzia non solo come il nostro modo di attraversare la vita cambi col passare degli anni, ma anche come possa essere mutevole la nostra capacità di interpretazione di una realtà che è spesso contadittoria , e soggetta al gioco del fato”. L’architetto cinquantenne Andrea (Claudio Botasso), cercando acquirenti per la sua villa al mare,  conosce l’anestesista Rosanna, sposata con Riccardo, aspirante scrittore di dieci anni più giovane di lei. Durante la notte di Capodanno, Andrea si reca alla festa di un ristoratore tunisino al quale dovrebbe ristrutturare l’attico. L’uomo ha una sorella, Hikma,  che  aveva colpito l’architetto per la somiglianza con la moglie Sofia, morta quattro anni prima nella villa che ha messo in vendita. La ragazza non attrae solo lui, ma anche Riccardo che, avendo litigato con Rosanna, è andato alla festa con Andrea. I due ragazzi passano la notte insieme e lei resta incinta. Con grandi difficoltà decidono di stare insieme e Andrea vuole aiutarli. Aiuta Riccardo a trovare un lavoro, che nel frattempo ha perso quello da commesso e si è separato dalla moglie, e li invita a vivere con lui nella sua villa al mare per risparmiare sull’affitto. Ma ogni giorno che passa, Hikma gli ricorda sempre di più Sofia. In un crescendo di tensioni e di nostalgie mai sopite, Andrea, che si era rassegnato a vivere un’esistenza senza slanci, riscopre la bellezza di lasciarsi sorprendere dalla vita, entrando in una “Seconda primavera”. Il motore della trama del film è il “cuore in inverno” del protagonista che, colpito da depressione in seguito a lutti importanti, rimane nella sua controllata roitine, finché il bagliore di luce portato dalla presenza di Hikma e del suo bambino non lo porta a lasciare l’oscurità che era diventata la sua casa. Calogero compone attorno ad Andrea una fitta rete di personaggi e di luoghi (non a caso il mare simbolo di morte e di rinascita che, con il suo andamento calmo o tempestesoso, rende espliciti e cadenzati i moti dell’anima). Una rete nella quale lui si sente prima impigliato, ma, una volta liberato, diventa una persona nuova. E’ la storia di una trasformazione, non solo quella di Andrea ( bravo Claudio Botasso, attore ben calibrato nel suo ruolo), ma che coinvolge anche tutti gli altri.

Clara Martinelli

 

Cinema: “Il labirinto del silenzio” di Giulio Ricciarelli

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Tra i film usciti nelle sale per ricordare l’olocausto, “Il labirinto del silenzio” di Giulio Ricciarelli (di origine italiana, ma tedesco d’adozione) è senz’altro uno dei più interessanti da vedere. Perché mostra la Germania dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale quando, in una sorta di omertà generale, tutti o quasi tendevano a non ricordare o a far finta di niente riguardo alle responsabilità della popolazione verso il genocidio degli ebrei. Ambientato nel 1958, il film mostra il paese in piena ripresa economica, quando i tempi del regime Nazionalsocialista sembrano ormai lontani. In questo clima di ricostruzione, il giovane pubblico ministero Johann Radmann (Alexander Fehling), che dovrebbe occuparsi soltanto di verbali automobilistici, incontra in tribunale un giornalista, Thomas Gnielka (André Szymanski). Questi gli racconta che un suo amico avrebbe riconosciuto un insegnante che, in passato, sarebbe stata una guardia di Auschwitz. Nessuno però sembra interessato a perseguirlo legalmente. Radmann, invece, decide di occuparsene, contro il parere del suo diretto superiore che gli consiglia di lasciar perdere. Piano a piano si rende conto che l’impresa non sarà facile perché i colpevoli godono di una rete di protezione, grazie alla quale riescono a condurre una vita normale. Solo il Pubblico Ministero Generale, Fritz Bauer (Gert Voss) incoraggia Radmann a proseguire le ricerche. Lui stesso, infatti, è da molto tempo che spera di attirare l’attenzione sui crimini commessi ad Auschwitz, ma non possiede i mezzi legali per portare avanti un’azione penale.Radmann con l’aiuto dell’amico giornalista trova documenti decisivi per individuare i colpevoli. Comincia così ad interrogare i testimoni sopravvissuti al campo di concentramento, setaccia gli archivi, cerca le prove, rendendosi conto di trovarsi in un vero e proprio labirinto di bugie, che rendono difficile scoprire la verità. Si dedica anima e corpo alle indagini, tanto da sacrificare la sua vita privata, ma alla fine giungerà alla soluzione che cambierà per sempre la storia.

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“Il labirinto del silenzio” è entrato nella shortlist degli Oscar di quest’anno, perché si tratta di un film veramente meritevole e incisivo. A partire dal tema che affronta, basato su fatti realmente accaduti, incastonati in una storia fittizia. Narra infatti la vicenda reale di un gruppo di tedeschi che negli anni ’50 ha  voluto indagare su un passato non troppo lontano, costellato di crimini contro l’umanità compiuti ad Auschwitz e condannare in un tribunale della Germania coloro che li avevano perpetrati. Un’impresa non facile, perché si andava a scoprire tante insospettabili responsabilità. Nel film, infatti, ad un certo punto, il Pubblico Ministero Capo Walter  Friedberg, interpretato da Robert HungerBuhler,  pone una domanda: “E’ davvero importante che ogni giovane in Germania debba chiedersi se suo padre fosse un assassino?”. Un dubbio che vive anche il protagonista che arriva a chiederselo, guardando la foto di suo papà in uniforme. Radmann è un giovane tradizionalista, umanista, con precisi valori. Pensa di essere a conoscenza di cosa sia giusto e di ciò che è sbagliato. Si muove su questa combinazione binaria fino a quando non ha più certezze e capisce che bisogna essere umili per affrontare un processo di tale portata. Radmann, che è un personaggio di finzione, è un concentrato dei tre pubblici ministeri che portarono avanti le indagini all’epoca dei fatti. Persone veramente esistite sono invece Fritz Bauer e Thomas Gnielka. Nella sceneggiatura, scritta da Elisabeth Bartel e Giulio Ricciarelli, sono state inserite alcune frasi dette dallo stesso Pubblico Ministero Generale. Ad esempio, quando si ebbe la necessità di ribadire l’importanza che si svolgesse il processo di Auschwitz, fu lui a pronunciare la frase: “Nessuno ha il diritto di essere obbediente”. Tutti gli imputati infatti per giustificarsi dei crimini commessi, anche di fronte  a cose orribilmente disumane,  affermavano di avere solo eseguito gli ordini. Anche le sconvolgenti testimonianze dei sopravvissuti sono autentiche. Spiega Ricciarelli: “Per quanto riguarda i fatti storici, siamo stati quanto più corretti e precisi possibile. Solamente in relazione alla vita interiore dei personaggi ci siamo permessi delle libertà narrative”. Una regia di stampo classico e una narrazione complessa fanno emergere un’impronta recitativa forte, basata sulle emozioni che animano la storia. Le stesse che hanno animato la Bartel quando, leggendo della vicenda su un articolo di giornale, e si rese conto della potenzialità di una storia che al cinema non era mai stata raccontata. Si parla molto infatti dei processi di Norimberga, ma quelli relativi ad Auschwitz sono quasi sconosciuti ai più. Una curiosità: c’è molto di femminile nella realizzazione del film, perché, oltre alla sceneggiatrice, sono donne anche le persone che hanno acconsentito a produrlo, Sabine Lamby e Uli Putz.

Clara Martinelli

 

C’è una sindrome di Sture Bergwall nascosta nel collettivo psy?

La percezione sociale risente dell’effetto del contesto in cui l’azione umana ha luogo, ovvero, dell’insieme di condizioni circostanti sia fisiche che sociali. Di solito il contesto influenza il giudizio fornendo indicazioni sul comportamento previsto dalle circostanze, come può ostacolare l’osservatore, infatti, la persona (o il collettivo psy) può affrettarsi a valutare la situazione immediata con tale insistenza da ignorare altre importanti indicazioni” (cit.). Da questi presupposti parte il mio tentativo di concettualizzare quella che ho provvisoriamente definito come “La sindrome di Bergwall”.

Fino a qualche anno fa, Thomas Quick era il più mostruoso serial killer di Svezia: una trentina di assassinii confessati, otto condanne per omicidio, un ergastolo da scontare in un ospedale psichiatrico. Nel 2008 ha rivelato che tutte le confessioni dei suoi “omicidi” seriali erano invenzioni. «L’ ho fatto perché mi imbottivano di farmaci e droghe”, tra cui valanghe di benzodiazepine. Ero molto fragile mentalmente, in quelle condizioni confessavo qualsiasi cosa. Ma l’ ho fatto anche perché avevo bisogno di attenzione da parte dei medici (…) e poi dei media” ha spiegato Quick nel documentario ed anche in una intervista a Repubblica. Sture Bergwall “Quick” nasce nei pressi della cittadina di Falun, Svezia, il 26 aprile 1950. È un bambino “asociale, complessato, falcidiato da un morboso senso di inferiorità”. In seguito dirà di aver subìto abusi sessuali dai genitori, che un giorno avrebbero persino soppresso il suo fantomatico fratellino Simon (ricostruzioni smentite dai suoi fratelli). A 19 anni, Bergwall cerca di molestare sessualmente quattro ragazzi. A 23 anni, sotto l’ effetto di droghe e alcol, quasi uccide un uomo. Nel 1990, poi, il “grande colpo”: una rapina, nella banca vicino casa, con un “amico” 16enne. Bergwall viene arrestato. Entra nell’ ospedale psichiatrico di Säter. Qui si guadagnerà il soprannome di Sätermannen, “l’ uomo di Säter”. Poi, nel 1992, la “svolta”. Bergwall confessa il primo “omicidio”. Quello di Johan Asplund, 11 anni, scomparso il 7 novembre 1980 mentre andava a scuola. Bergwall, che da questo momento decide di chiamarsi Thomas Quick, confessa di averlo rapito, violentato, martoriato, mangiato, seppellito. Ricostruisce tutti i suoi movimenti, indica i punti dove ne avrebbe seppellito i resti. Ma non viene trovata nessuna prova, né un testimone che confermi la sua versione. Risultato: Quick viene condannato lo stesso. Tra 1993 e 1996, Quick confessa altri omicidi. Tutto questo viene minuziosamente ricostruito nel docufilm (cui rimando) “The Confessions of Thomas Quick” (2015, diretto da Brian Hill con Mimmi Kandler) che include numerose interviste con questa persona e con i suoi familiari. Alcuni sostengono che questo sia stato il più grande scandalo giudiziario ma anche medico e psichiatrico nella storia svedese. Forse è anche una storia che andrebbe analizzata nei minimi particolari dal punto di vista complesso di sistemi che si iscrivono nell’insieme del collettivo psy, non solo per poter informare la nostra pratica da questa esperienza, ma anche per comprendere cosa sia accaduto in termini gruppali.

Massimo Lanzaro

Omaggio a Raf Vallone, questa sera, con la proiezione di “Uno sguardo dal ponte” alla Casa del Cinema a Roma

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Questa sera, alle ore 21, in occasione del centenario della nascita di Raf Vallone, le figlie Eleonora e Arabella, in collaborazione con la Casa del Cinema di Roma, organizzano una serata dedicata all’attore. Al centro della manifestazione la proiezione del film Uno sguardo dal ponte, diretto nel 1962 da Sidney Lumet, per il quale Vallone vinse il Premio David di Donatello come migliore attore protagonista. Precederà la proiezione un frammento inedito di una recente intervista con Peter Brook, che diresse Vallone nella storica versione teatrale di Uno sguardo dal ponte (580 repliche solo al Théâtre Antoine di Parigi, 1958/60) .
Il film, tratto dal dramma teatrale di Arthur Miller “A view from the bridge”, conta tra gli interpreti, oltre a Vallone, Jean Sorel, Maureen Stapleton, Carol Lawrence e Raymond Pellegrin. E’ la storia di Eddie Carbone, emigrato italiano e portuale newyorchese, che vive a Brooklyn con la moglie Beatrice e la nipote diciottenne Catherine, di cui è morbosamente geloso. Quando ospita a casa sua Marco e Rodolfo, immigrati clandestinamente negli Stati Uniti, Eddie non riesce a sopportare che tra la nipote e Rodolfo nasca un reciproco interesse e si convince che il giovane stia cercando di farsi sposare per ottenere la cittadinanza americana. Dopo averlo più volte provocato, arriva addirittura a denunciarlo all’ufficio immigrazione e a farlo arrestare. La rivalità avrà esito tragico e sarà lo stesso Eddie a rimanere vittima del suo amore impossibile.
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Raf Vallone, nato a Tropea il 17 febbraio del 1916, plurilaureato (filosofia e legge), prima di intraprendere la carriera di attore è stato calciatore in serie A con il Torino, con cui vinse anche la Coppa Italia nel 1934 e in seguito capo redattore delle pagine culturali de L’Unità e critico cinematografico su La Stampa. Intellettuale rigoroso, attore internazionale in grado di recitare anche in inglese e francese, dal 1949, suo esordio cinematografico con “Riso amaro” di Giuseppe de Santis, Vallone ha interpretato come protagonista oltre un centinaio di film. Diretto in Italia da registi quali Pietro Germi, Vittorio De Sica, Alberto Lattuada, Dino Risi, Mario Soldati e all’estero da Marcel Carné, Jules Dassin, Henry Hathaway, Otto Preminger, Francis Ford Coppola, partner maschile di Silvana Mangano, Sofia Loren, Gina Lollobrigida, Anna Magnani, Lucia Bosè, Simone Signoret, Lea Massari, Sara Montiel, Elena Varzi (che poi è diventata sua moglie). E’ stato protagonista de “Il Cristo proibito”, unica esperienza dietro la macchina da presa dello scrittore Curzio Malaparte. Molto attivo anche in teatro, ha interpretato Ibsen, Pirandello, Brecht, O’Neill, Shakespeare, Miller, etc. Molto spesso è stato anche regista di se stesso, come nella versione teatrale italiana dello stesso Sguardo dal ponte, con Alida Valli. Vallone ha inoltre curato la regìa di alcune opere liriche in Italia e all’estero e ha partecipato a numerosi sceneggiati televisivi: indimenticato protagonista con Ilaria Occhini del Jane Eyre (1957) di Anton Giulio Maiano e con Giulia Lazzarini de Il mulino del Po (1963) di Sandro Bolchi. Tutta la vita fu legato a sua moglie, l’attrice Elena Varzi , da cui ebbe tre figli: Eleonora, Arabella e Saverio.

Cinema da non perdere: “Il ponte delle spie” di Steven Spielberg

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Resterà ancora per poco nelle sale italiane, “Il ponte delle spie” diretto da Steven Spielberg e scritto da Matt Charman, Joel ed Ethan Coen. Uscito a dicembre, per chi non lo avesse ancora visto, è un film decisamente da non perdere, appassionante, emozionante e visivamente potente. Sotto la forma di una spy story, “Il ponte delle spie” parla di fatti realmente accaduti durante la Guerra fredda tra Russia e America e che ha avuto come protagonista  l’avvocato James B. Donovan, interpretato nel film da Tom Hanks. Siamo a Brooklyn nel 1957. Il pittore Rudolf Abel (Mark Rylance) viene arrestato con l’accusa di essere una spia sovietica. Finalmente il nemico oscuro ha un volto ed è quello di un piccolo uomo di mezza età con gli occhiali da vista, all’apparenza banale e inoffensivo. Nonostante la certezza  che egli sia colpevole, l’America e i suoi principi costituzionali impongono la necessità di sottoporlo ad un processo, seppure di breve durata, che ne sancisca la sentenza e quindi la condanna a morte. Ma Donovan, uomo onesto e tutto d’un pezzo, prende sul serio la difesa di Abel, rispettandolo come individuo, cercando di comprenderlo nel profondo, non lo vede solo come  una spia, un criminale, ma lo guarda come una persona. Con questa decisione, l’avvocato si ritrova a dover combattere contro la disapprovazione generale, compresa quella del giudice e della moglie. Intanto, un caccia U-2 della Cia viene abbattuto mentre sorvola l’Unione Sovietica e il tenente Francis Gary Powers, che lo stava pilotando, viene fatto prigioniero. Il governo Usa, per evitare che potesse rivelare informazioni preziose al nemico, decide di proporre uno scambio con Abel e incarica Donovan di gestire il  negoziato. L’avvocato accetta e si reca a Berlino proprio nei giorni in cui si sta costruendo il muro che dividerà la città in due parti. Nel frattempo viene a conoscenza di un altro prigioniero americano, uno studente arrestato durante i disordini dovuti all’erezione della barriera. Donovan decide di negoziare sia per lui che per Abel, dimostrando grande fermezza e coraggio nell’affrontare le autorità sovietiche e berlinesi.  Lo scambio tra il pilota americano e la spia russa, avviene sul Ponte di Glienicke, detto il “Ponte delle Spie”, il quale collega Berlino Ovest a Berlino Est (nella realtà fu uno dei luoghi simbolo della tensione tra Stati Uniti e Unione Sovietica). Lo studente  di economia Frederic Pryor viene rilasciato al checkpoint Charlie.

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Riprendendo una vecchia storia americana quasi del tutto dimenticata, Spielberg ha portato sullo schermo un film dal contenuto etico di immensa portata, superando se stesso. Tom Hanks impersona perfettamente l’avvocato Donovan, composto e determinato a compiere la sua professione in maniera corretta. “Ci sarà un prezzo da pagare”, gli dice la moglie in preda alla paura per sé e per i figli, dopo essere stati minacciati mentre erano in casa. Ma Donovan, un Ettore contemporaneo, proseguirà nella sua impresa per dimostrare il proprio valore, nonostante le suppliche della sua Andromaca. Un uomo come tanti che, costretto dalle circostanze, usa tutta la sua ostinazione per far andare bene le cose nel verso giusto e a sovrastare gli altri. Diventa l’eroe buono che grazie alla sua integrità morale riporta tutti a casa. Ma la vera protagonista della pellicola è la democrazia, la sua funzione sociale e i suoi valori fondamentali, che la portano ad essere vincente su qualsiasi altro regime. Spielberg usa il cinema civile per ribadire il suo amore profondo per l’America e per tutto quello che di positivo rappresenta e lo fa un grande rigore narrativo. Fantastica la ricostruzione d’ambiente, con le immagini di una Berlino fredda, divisa e caotica,  devastata dal cambiamento in corso.

Clara Martinelli

Cinema: “Carol” di Todd Haynes, uno sguardo sulla diversità

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Candidato agli Oscar per le nomination come miglior attrice protagonista, miglior attrice non protagonista, sceneggiatura non originale, colonna sonora, fotografia e costumi “Carol” di Todd Haynes è un’opera di rara perfezione estetica e narrativa. Tratto dall’omonimo romanzo del 1952 di Patricia Highsmith, intitolato “The price of salt”, che l’autrice pubblicò sotto lo pseudonimo di Claire Morgan, il film  del libro originale ha mantienuto la profondità interiore dei personaggi e lo spirito dell’epoca. Ambientato nella New York degli anni Cinquanta, Haynes si occupa di nuovo di omosessualità come aveva già fatto in “Lontano dal paradiso”, parlando di quella maschile. Qui, invece, racconta di un amore tra due donne, quasi a volere un effetto speculare. Therese Belivet (Rooney Mara), aspirante fotografa, è una ragazza di diciannove anni impiegata in un grande magazzino di Manhattan. E’ fidanzata con Richard che vuole sposarla e il suo amico Dannie è innamorato di lei. Un giorno, nel negozio entra Carol Aird (Cate Blanchett), una signora biondissima, molto elegante, dal magnetico sguardo azzurro, che vuole comprare un regalo di Natale per la sua bambina. Entrambe le donne restano colpite l’una dall’altra e scatta un’intesa. Carol sceglie un trenino elettrico per la figlia e chiede che le sia consegnato a casa, lasciando numero di telefono e indirizzo. Nell’andarsene dimentica un guanto sul bancone e Therese decide di restituirglielo di persona. Le telefona e Carol le dà appuntamento in un caffé. Comincia così la loro amicizia, che si trasforma in attrazione e poi in amore. Ed è proprio questo raccontare il nascere e l’approfondirsi del sentimento, la sensualità, la tenerezza e le attenzioni che si dedicano le due donne ad essere uno degli aspetti più affascinanti del film. Carol, tra l’altro, vive una situazione complicata, perché si sta separando dal marito Harge (Kyle Chandler), un ricco banchiere, che si oppone al divorzio ricattandola sull’affidamento della figlia. E’ a conoscenza dell’omosessualità della moglie, non l’accetta e ostacolerà in tutti i modi il rapporto sentimentale con Therese.

carol foto.jpgSiamo nell’America degli anni ’50, piena pregiudizi morali e di status, che mai avrebbe permesso ad un amore lesbico di esprimersi liberamente. E’ l’America della Guerra Fredda e della cultura domestica delle casalinghe con i volti sempre sorridenti, i golfini color pastello, le gonne a ruota e i nuovi elettrodomestici. Felici in apparenza, disperate e depresse interiormente. Un rapporto impossibile, quello tra Carol e Therese, che riescono a prendersi lo spazio di un viaggio, quello verso Ovest che decidono di compiere prima di essere sbattute davanti alla cruda realtà. Un viaggio che ricorda, con toni e cause diverse ovviamente, quello che avrebbero fatto anni dopo le loro figlie “Thelma e Louise”, in fuga dalla società castrante degli uomini. In “Carol” si coglie la bellezza artificiale del regista Douglas Sirk, il re dei melodrammi che portò sul grande schermo capolavori del genere come “Magnifica ossessione” e “Lo specchio della vita”. Cate Blanchett appare come le dive irraggiungibili di quel periodo con le sue pellicce, gli abiti eleganti, lo smalto e il rossetto rosso, i capelli biondissimi, la sigaretta sempre accesa e i liquori a portata di mano e di bicchiere (elementi comuni a “Mad Men”, la serie televisiva di successo che ha riportato in auge gli anni Cinquanta). Rooney Mara con i suoi occhi grandi e sgranati e i capelli corti ricorda molto Audrey Hepburn, ne simula bene l’ingenuità e la freschezza, ma anche la determinazione sotto un’apparente fragilità da cerbiatta. L’epoca non permetteva alle sue donne gesti eclatanti e, pur celando grosse emozioni, erano costrette a contenerle sotto una rigida etichetta. Cate Blanchette, ormai riconosciuta come una delle migliori attrici al mondo (e in questo film ne è un ulteriore prova), e Rooney Mara, bravissima nel suo ruolo (si è già aggiudicata il premio come miglior attrice non protagonista all’ultimo Festival di Cannes, dove il film è stato presentato), lo sanno bene e si muovono sullo schermo con movimenti curati ed essenziali. Ben studiato è anche tutto quello che le circonda: l’arredamento, i negozi, i locali, niente è lasciato al caso. Come anche il corso del racconto misurato, ma potente, rigoroso nell’espressione dei sentimenti e degli stati d’animo di chi sta cercando una strada individuale in una società che incasella tutti in ruoli determinati. Tutto è glamour, raffinato nell’alta società della East Coast, quella di Carol, e Therese, ragazza di umili origini, lo sa, rimanendo sempre un passo indietro nella coppia. Phyllis Nagy, regista e autrice di cinema e teatro, ha scritto la sceneggiatura del film, la colonna sonora originale è di Carter Burwell, e si affianca a brani di repertorio dell’epoca, che spesso prendono parte al racconto nella forma di radio e giradischi in funzione. I costumi sono di Sandy Powell e la fotografia di Ed Lachman. “Carol” tecnicamente è un film eccellente, di grande impatto e di incredibile coerenza formale. Difficile non restare coinvolti dal lusso, dal fascino di quegli anni e dal mondo interiore dei personaggi, ricco di ombre e sfumature. Parlando di sfumature non si può fare a meno di pensare alla varietà dei colori che compongono la pellicola. La scenografa Judy Becker ha dichiarato di avere scelto delle tonalità che venivano usate all’inizio degli anni Cinquanta soprattutto negli interni: i verdi acidi, i gialli e i rosa cipria. Colori leggermente sporchi che danno allo spettatore l’idea delle città nel dopoguerra.

Clara Martinelli

Cinema: “The Hateful Eight”. Un film di Quentin Tarantino

Quentin TarantinoThe Hateful Eight è un film tirannico. Sì, lo è. Non certo inteso come messa in atto di un dispotismo violento ma, al contrario, come celebrazione di una straordinaria egemonia della visione. Il numero 8, qui cifra fondante, secondo la numerologia è, infatti, il lato oscuro del sovrano, il profilo-ombra di una potenza creatrice che giunge al parossismo. Non ci cimenteremo certo in analisi esoteriche ma questo significato, anche provocatoriamente, ben si adatta alla personalità di un regista che, mistiche coincidenze a parte, non lascia mai nulla al caso.

All’acme della sua arte il regista/tiranno, nel suo ottavo film, amplia ancor di più il suo sguardo e ci catapulta dentro. Il suo “dispotismo” creativo fa di lui, nell’accezione positivamente simbolica della tirannide, un demiurgo che plasma, forma, e financo forgia, la storia, gli eventi, i personaggi… Mai come in questo film il cinema – e soprattutto la passione e la conoscenza di esso – la fa da padrone. Gli omaggi, le citazioni o i rimandi, ai quali lo stile tarantiniano ci ha da sempre abituati, qui diventano un unicum di enorme portata, in particolar modo visiva.

Girato in 70mm con lenti anamorfiche, invece delle consuete sferiche, il film (per chi avrà il privilegio di vederlo integralmente e con i requisiti voluti dal regista), grazie al formato e alla pellicola che ne rappresentano l’endemica straordinarietà, realizza un impianto visuale di prodigiosa brillantezza, in cui la stabilità e la nitidezza delle immagini permettono di coinvolgere/avvolgere lo spettatore. The Hateful Eight diventa pertanto una vera e propria esperienza della visione, in cui la settima arte viene celebrata seguendo un preciso rituale di allusioni a film, persone e personaggi che albergano nella vastissima pinacoteca mentale del regista del Tennessee.

Il caso, dicevamo. Non è certo ad esso che si possono attribuire certe corrispondenze nominali come quella di Marquis Warren (Samuel L. Jackson), che rimanda al regista e produttore di film e serie tv western tra le più longeve come Gunsmoke (1955/1975) o di Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh) che allude alla Faith con lo stesso cognome, attrice che vestì a lungo i panni di fanciulla del West anche nel celeberrimo telefilm Bonanza negli episodi degli anni Sessanta o, ancora, di Mannix (Walton Goggins) che ammicca ad un’altra serie televisiva, stavolta polizesca, andata in onda in Usa dal 1967 al 1975. Molti elementi di questo film, allora, sembrano far parte di un più vasto piano sia visivo, sia narrativo. La storia stessa, le cui suggestioni suscitano nella memoria il brivido anni Ottanta del pericolo sconosciuto de La cosa di John Carpenter, tesse una trama dove nell’ordito si intrecciano elementi che seguono il filo rosso (sangue) della bugia.

Quentin Tarantino

Gli odiosi otto sono davvero chi dicono di essere? Sette uomini e una donna, costretti dalla bufera a trovare riparo in un emporio sperduto tra le montagne innevate del Wyoming, non sono che tasselli di un puzzle di menzogne intrappolati nel più classico dei gialli “della camera chiusa”. Classico, si fa per dire perché Tarantino (ri)crea atmosfere a noi familiari per poi alterarle a suo piacimento. In perfetta contrapposizione con la gelida temperatura esterna che quasi arriviamo a percepire, l’interno dell’emporio di Minnie – vero e proprio teatro dell’azione – sembra ardere progressivamente dal fuoco del sospetto, dal dubbio infido fino all’esplosione dell’odio e – impressionante ossimoro – questo “ghiaccio bollente” si posa ovunque surriscaldando gli eventi per raggelarli, infine, in una violenza che morde il freno nella prima parte e poi si esprime – con un impeto sanguinario e pressoché liberatorio – nella seconda.

In tre ore e otto minuti Quentin Tarantino, infatti, dosa i suoi migliori ingredienti filmici seguendo una struttura – spaziale e temporale – che possiede un fascino fuori dal comune, insieme sinfonico e drammaturgico. L’overture, sulle note poderose di Ennio Morricone, sembra alzare il sipario (rosso) sulla scena che ci accompagnerà – letteralmente – fino all’emporio di Minnie. All’interno della diligenza, nella quale via, via, si accomoderanno i primi quattro personaggi, si darà inizio ad una diatriba la cui verbosità, non proprio incruenta, condurrà al cuore (nero) dell’azione.

Quentin TarantinoTarantino affida alla parola il compito di scandire il ritmo, incalzante e sovente oppressivo, di un lungo prologo al dramma che verrà ed è qui che, da autore/tiranno, ci porterà non di fronte al proscenio ma dentro di esso, a contatto quasi fisico con i suoi (strepitosi) personaggi, costringendoci ad una prossimità diegetica che indirizza il nostro sguardo dove lui vuole condurlo. Dopo un lungo intervallo di 12 minuti, infatti, il regista ci fa abbandonare quasi completamente lo spazio esterno per rinchiuderci, con i suoi otto, in un ambiente in cui, pur nella nitidezza dell’ immagine e nell’eccezionale profondità di campo, riesce a far emergere la sagoma incerta e inquietante dell’ambiguità che, come un insinuante mostro bifronte, gode nel gioco dell’inganno buttando giù un personaggio dopo l’altro in un sanguinario effetto-domino.

Inoltre in The Hateful Eight Tarantino c’è. Non solo nell’eco della voce off ma in ogni singolo frame. Egli guarda ciò che guardiamo e fa anche di più: “sa” cosa stiamo guardando ed è su questo rapporto impari (di tirannide visuale, appunto) che il regista esprime la formidabile essenza visivo/narrativa che si declina in trovate, svelamenti e sorprese mai utilizzati come meri, o ancor peggio scaltri, escamotage del racconto ma come punti focali di esso.

L’ironia, il grottesco, il sangue, gli attori-feticcio… Tutto l’universo tarantiniano si mostra nella limpidezza dell’Ultra Panavision e, più che mai, il film si fa lavoro composito da esperire da (e “in”) un più ampio orizzonte percettivo.

Se l’8 è il numero del tiranno, il 9 (guarda caso) è del liberatore. Ma questa, probabilmente, sarà un’altra storia…

© CultFrame 02/2016

TRAMA
Qualche anno dopo la Guerra di Secessione il cacciatore di taglie John Ruth, detto “il Boia”, sta viaggiando in diligenza, attraverso le nevi del Wyoming, con Daisy Domergue una criminale che dovrà essere impiccata a Red Rock. Lungo la strada incontrano il maggiore Marquis Warren, un ex soldato di colore dell’Unione diventato spietato bounty killer e Chris Mannix, rinnegato sudista che si presenta come nuovo sceriffo della città. La bufera di neve imperversa sempre più violenta e costringe i quattro a trovare riparo nell’emporio di Minnie, una stazione di posta tra le montagne. All’interno, però, non troveranno i proprietari ma quattro sconosciuti: Bob, che sostiene di occuparsi del locale mentre i padroni sono in visita alla madre di Minnie; Oswaldo Mobray, il boia di Red Rock; il mandriano Joe Cage e l’anziano generale confederato Sanford Smithers. Gli otto personaggi capiranno ben presto che raggiungere Red Rock non sarà così semplice e per farlo dovranno prima uscire vivi da quel posto.

Eleonora Saracino

Link: http://www.cultframe.com/2016/02/the-hateful-eight-film-quentin-tarantino/

Cinema: “Ridendo e scherzando”, documentario scritto e diretto da Paola e Silvia Scola in omaggio al padre Ettore Scola


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Resterà nelle sale italiane solo due giorni, domani e martedì 2 febbraio, “Ridendo e scherzando” il documentario scritto e diretto da Paola e Silvia Scola con Ettore Scola e l’amichevole partecipazione di Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif.
Si tratta di una conversazione a distanza ravvicinata che passa in rassegna l’opera del grande regista scomparso da poco, fra racconti, aneddoti, materiale d’archivio. Un omaggio che le figlie di Ettore Scola hanno voluto fare al loro padre.
“L’intento è stato quello di fare un documentario da ridere”, spiegano Paola e Silvia. “Raccontare il  regista, lo sceneggiatore, il disegnatore, l’umorista, l’intellettuale, il militante  cercando di usare la sua chiave, quella del suo cinema: parlare cioè di cose serie senza farsene accorgere, facendo ridere”.
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A fronteggiare il grande Scola, ci pensa Pif, il giovane attore e regista che lo accompagna nel percorso dei ricordi e fa da alter ego alle figlie. Nel Cinema dei Piccoli a Villa Borghese, i due parlano, “ridendo e scherzando” appunto, mentre sullo schermo scorrono le clip dei film diretti dal cineasta, filmini in Super 8 (alcuni diretti da Scola stesso), backstage realizzati sui suoi set, foto rubate agli album di famiglia, disegni e vignette.
Clara Martinelli

Cinema da non perdere: “Il figlio di Saul” di László Nemes

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Ha vinto il Grand prix speciale della giuria al festival di Cannes 2015 e il premio Golden globe per il miglior film straniero 2016 ed è candidato all’Oscar nella cinquina come miglior film straniero. E molto probabilmente lo vincerà. Uscito nelle sale italiane il 21 gennaio, “Il figlio di Saul” è il film di debutto del regista e sceneggiatore ungherese László Nemes. Si tratta di un viaggio allucinato e allucinante nell’inferno delle camere a gas e dei forni crematori di Auschwitz.  Saul Ausländer (il poeta e scrittore Géza Röhrig) è nelle squadre dei Sonderkommando, gruppi di ebrei che i nazisti costringono ad aiutarli nell’eliminazione degli altri prigionieri. Tra i cadaveri di un nuovo carico di deportati gli sembra di scorgere il corpo di suo figlio. Saul cerca in tutti i modi di non farlo ridurre in cenere, lo nasconde e va alla disperata ricerca di un rabbino per seppellirlo, mettendo in pericolo i suoi compagni e i loro piani di ribellione e di fuga. “Ci troviamo in uno spazio molto familiare per il pubblico ma che secondo noi non è mai stato mostrato com’era realmente, segnato dal caos ma allo stesso tempo da un’organizzazione ferrea”, ha dichiarato Nemes. Un film che “nessuno voleva produrre perché troppo rischioso”.  Rappresentare la realtà di un lager nazista, calarsi nelle dinamiche ivi esistenti può essere scioccante per chi lo gira, per gli attori che vi recitano e alla fine per gli spettatori che lo guardano.  Il punto di vista della narrazione è solo quello di Saul. La camera a mano lo segue quando è di spalle, inquadra il suo viso immobile con gli occhi che scrutano i luoghi e le persone. Il contorno appare sfocato, uno spazio indefinito studiato per collocare il ritratto di un uomo sempre in primissimo piano. Una scelta registica potente che si rivela di grande impatto visivo, che punta dritto nell’animo del protagonista, inebetito dall’orrore.

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L’altro elemento portante del film sono i rumori che si sentono fuori campo, i pianti, le urla, i comandi dei soldati tedeschi, gli spari. Sono i suoni  che circondano Saul e con i quali lo spettatore può percepire quello che lui vede o il resto della scena. Impressionante è l’estraneamento con cui gli uomini, traumatizzati e ridotti ad automi, svolgono le loro mansioni nel Sonderkommando. Essi avevano il compito di rassicurare e far spogliare le persone dirette nelle camere a gas. Aspettavano fuori che quella povera gente morisse e poi avevano il compito di rimuovere i cadaveri, ripulire tutto e bruciare i corpi nei forni crematori. Tutto veniva eseguito a grande velocità, perché il lager di Auschwitz-Birkenau funzionava come una fabbrica della morte a ritmi industriali. Il lavoro era estenuante, ma questi uomini avevano dei privilegi in più in confronto agli altri deportati. Ogni tre o quattro mesi venivano eliminati dalle SS per non lasciare testimoni dello sterminio. Nel film, Nemes mostra il momento in cui il gruppo di uomini decide di ribellarsi e si stanno organizzando per fuggire. E’ l’istinto di sopravvivenza a dar loro il coraggio di farlo, ma è anche la voglia di far sapere al mondo cosa succede realmente in quei campi, attraverso le loro testimonianze e le foto scattate di nascosto.

Clara Martinelli

 

Cinema: “The Eichmann Show”, il processo del secolo

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Per la Giornata della Memoria, è uscito nelle sale italiane il film “The Eichmann Show”, diretto da Paul Andrew Williams e scritto da Simon Block. La pellicola racconta del cosiddetto “processo del secolo” fatto nei confronti del criminale nazista Adolf Eichmann. Responsabile del traffico ferroviario che trasportava gli ebrei nei campi di concentramento e catturato dal Mossad in Argentina l’11 maggio 1960, l’SS è stato processato a  Gerusalemme nel 1961. Intuendo la portata eccezionale di un tale evento, il geniale produttore televisivo Milton Fruchtman (Martin Freeman) decise di riprenderlo per mandarlo in onda su scala mondiale. Per dirigerlo assunse il regista Leo Hurwitz (Anthony LaPaglia), un cineasta molto bravo finito nella lista nera del maccartismo, che accettò all’istante. Per la prima volta nella storia un processo sarebbe stato trasmesso in TV e per la prima volta il mondo intero avrebbe ascoltato direttamente dai sopravvissuti le scioccanti testimonianze sui campi di concentramento. Il risultato fu che l’80% della popolazione tedesca guardò almeno un’ora del programma ogni settimana,  il quale venne anche trasmesso su tutte le reti in USA e Gran Bretagna. Alla fine furono 37 i paesi che decisero di mandarlo in onda, diventando il primo evento globale televisivo. E fu così che, dopo 16 anni dalla fine della guerra, si cominciò a parlare apertamente dell’Olocausto, rendendo giustizia alle vittime. Gli israeliani avevano fino a quel momento preso le distanze dai racconti fatti dai sopravvissuti, ritenendo impossibile che fosse accaduto loro ciò che narravano, perché c’era troppa crudeltà in quel che dicevano. “The Eichmann Show” parla  della straordinaria storia del team di produzione che dovette superare ostacoli di ogni tipo per poter catturare la testimonianza di uno dei più noti criminali nazisti. Il film mostra cosa successe nel backstage, le difficoltà che si dovette affrontare per realizzare l’evento, a cominciare dal superare la paura delle minacce ricevute dal produttore stesso da parte di un nostalgico del nazismo per convincerlo ad abbandonare l’impresa, per finire con i problemi puramente tecnici. Ad esempio, inizialmente i giudici israeliani erano contrari a trasmettere il processo in televisione, perché pensavano che le macchine da presa, grandi e ingombranti, avrebbero potuto essere d’intralcio nelle udienze. Allora, Leo Hurwitz e Milton Fruchton fecero costruire delle nicchie al di là dei muri, fuori dall’aula, dove situare le macchine e poter riprendere tutto senza dare alcun disturbo. Le videocamere, d’altro canto, hanno un ruolo essenziale in “The Eichmann Show”, perché è attraverso di loro che  il regista può  seguire con attenzione le reazioni del criminale, il quale resterà impertubabile per tutto il processo.

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Per Hurwitz, ebreo americano, scoprire il lato umano di Eichmann diventerà il “chiodo fisso” su cui concentrarsi durante le riprese. Pensa che sarà impossibile per il “mostro” non provare pentimento davanti alle orrende testimonianze e ai terribili filmati sui campi di concentramento. Tale narrazione si dipana nella seconda parte del film che diventa emozionante e coinvolgente ancor di più della prima. Il regista si fa indagatore dell’anima nera che ha davanti e non si capacita che Eichmann non mostri mai neanche una scintilla di umanità. Ma il criminale non cede neppure davanti alle immagini e alle parole più devastanti e continua a ripetere: “Non rivelerò mai i miei sentimenti più profondi”. Utilizzando abilmente le reali riprese del processo, dove si vede un Eichmann impassibile e le testimonianze dei sopravissuti, Paul Andrew Williams coinvolge lo spettatore in un processo complesso tra verità e finzione.

Clara Martinelli

 

Cinema: il “Macbeth” spettacolare di Justin Kurzel

Macbeth CopertinaUscito nelle sale italiane il 5 gennaio, “Macbeth” è un film  diretto da Justin Kurzel,che ha Michael Fassbender e Marion Cotillard come protagonisti. La pellicola è l’adattamento cinematografico della tragedia di William Shakespeare. Presentato in concorso all’ultimo Festival di Cannes, il film ha suscitato molte polemiche, perché si tratta di una versione molto diversa da quelle viste finora sul grande schermo. La trama è quella che tutti conosciamo. Il valoroso Macbeth, barone di Glamis, fedele generale dell’esercito del re Duncan di Scozia, ha sconfitto e ucciso il traditore Macdonwald a capo delle forze ribelli in una cruenta battaglia. Mentre cammina per la brughiera con il suo compagno Banquo, Macbeth incontra tre streghe, le quali gli predicono che lui diventerà signore di Cawdor e re di Scozia, mentre il suo amico sarà il capostipite di una dinastia di re. Profondamente scossi da quelle parole, ma senza dar loro troppa importanza, i due uomini ritornano sul campo di battaglia. Appena arrivati, Angus e Ross, due nobili scozzesi, portano a Macbeth i ringraziamenti del re per il coraggio dimostrato e gli comunicano che il sovrano gli ha assegnato il titolo di barone di Cawdor: colui che aveva prima tale titolo è stato giustiziato con l’accusa di alto tradimento.  La profezia comincia ad avverarsi. Macbeth, quindi, va a ringraziare il re Duncan, che gli dice di voler recarsi nel suo castello a Inverness per festeggiare la vittoria con lui. Nel frattempo, Lady Macbeth riceve una lettera dal marito con la quale la mette al corrente dell’incredibile profezia. La donna, ancora in lutto per la perdita del loro unico figlio, depressa per le continue assenze del marito, comincia ad escogitare un piano per uccidere il re e assicurare così il trono al consorte. Ma quello di Duncan non sarà l’unico delitto commesso da Mcbeth che, incoraggiato dalla moglie e divorato da una folle ambizione, darà luogo ad una vera e propria carneficina.

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Kurzel (alla sua seconda regia dopo “Snowtown”), per il suo “Macbeth”, ha puntato molto sulla spettacolarità delle scene di battaglia e sui delitti che la perfida coppia compie per raggiungere e poi perdere il potere.  Michael Fassbender è perfetto nel suo ruolo e dimostra ancor di più di essere un attore di statura strordinaria: il film, infatti, regge quasi completamente sulla sua figura. Poco spazio viene lasciato a Lady Macbeth, interpretata dall’esile, ma intensa Marillon Cotillard. Ottima la scelta del regista che ha utilizzato come testo quello originale in inglese arcaico (sceneggiato da Jacob Koskoff, Michael Lesslie e Tod Louiso), lasciando così intatta la potenza della tragedia più breve di Shakespeare. Una Scozia dal fascino primordiale e nebbioso si contrappone  agli interni monumentali dei palazzi che  invadono la scena, come anche la musica di sottofondo. I ralenti delle scene di battaglia servono a mandare avanti il personaggio principale della storia, Macbeth, come se volesse estraniarsi dalla situazione, e, allo stesso tempo, ricordare allo spettatore la sua importanza all’interno della storia.  Ma Justin Kurzel ha voluto portare sullo schermo una storia che potesse avvicinare i giovani a Shakespeare e Michael Fassbender ha dichiarato lui stesso che la sua versione del Macbeth e ai danni che provoca la brama di potere, era rivolta soprattutto ai ragazzi. La spettacolarità del film è così spiegata. Un’operazione riuscita così bene che il regista e l’attore hanno deciso di girare insieme “Assassin’s Creed”, adattamento cinematografico della famosa serie di videogiochi.

Clara Martinelli

 

Cinema da non perdere: “Francofonia” di Aleksandr Sokurov


Presentato all’ultimo festival del cinema di Venezia e uscito nelle sale italiane a dicembre, “Francofonia” di Aleksandr Sokurov parla della storia veramente accaduta di un’alleanza tra due uomini eccezionali, desiderosi entrambi di salvare le opere d’arte dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Quest’alleanza è stata la fortuna del museo del Louvre e di altre sale parigine, che così non si sono viste depredare dei propri tesori. Tutto cominciò quando Parigi venne dichiarata città aperta e i tedeschi la occuparono. Tempestivamente messo in guardia da questa possibile minaccia, il direttore del museo Jacques Jaujard (interpretato nel film da Lois-do de Lencquesaing) aveva fatto trasferire le opere, con il consenso dei proprietari, nei castelli circostanti. Anche nel Louvre stesso si erano attivate delle misure di protezione, come, ad esempio, portare le opere rimaste nei sotterranei o installare un impianto antincendio. Nella primavera del 1940 il curatore della Renania Franziskus Wolf-Metternich ricevette l’incarico di occuparsi delle opere d’arte attraverso un Dipartimento appositamente creato. E’ così che i due uomini entrarono in contatto. Il rappresentante delle forze di Occupazione avrebbe dovuto ispezionare l’enorme patrimonio artistico del Louvre e trasferirne una parte in Germania. Anche se molto diversi tra loro (Jaujard era un semplice funzionario, Metternich era un conte), li univa un obiettivo comune che, da nemici quali erano, li fece diventare amici. Bastò poco per essere d’accordo che il tesoro del Louvre doveva restare dov’era e il regista ci mostra come andarono i fatti, senza però voler essere un film storico nel senso tradizionale. “Francofonia” si può definire un documentario, anzi no, è un film di finzione, ma è anche una ricostruzione storica e una riflessione filosofica e politica. “Il nostro scopo era di mettere insieme la parte che abbiamo girato noi e i materiali di repertorio”, racconta Sokurov. “Come potevamo fonderli insieme, in un unico prodotto artistico? Lavorando con il materiale di repertorio abbiamo dovuto liberarlo della sua patina di finzione, del suo aspetto artificiale. Qualsiasi cosa inerente Parigi durante l’Occupazione è stata ricreata. La gente che passeggia per le vie, seduta nei caffè, assolutamente cinema di finzione. Abbiamo fatto la stessa cosa quando abbiamo filmato il Louvre dal tetto. Dietro ogni inquadratura documentaristica c’è un lavoro artistico”. All’inizio, lo spettatore vede un mercantile carico di quadri alle prese con una tempesta, visualizzato sullo schermo di un computer. Il marinaio della barca sta parlando via skype con uno autore che, attraverso i testi su cui si sta documentando, assumerà il ruolo di voce narrante di “Francofonia”, che in lingua originale è quella del regista stesso, mentre nell’adattamento italiano è di Umberto Orsini. Una nave che affonda con il suo carico, un paese che rischia di morire senza i suoi capolavori. “Cosa sarebbe stata Parigi senza il Louvre o la Russia senza l’Hermitage, questi indelebili punti di riferimento nazionali? – afferma Sokurov – Proviamo ad immaginare un’arca nel mezzo dell’oceano con tante persone e tante opere d’arte a bordo – libri, dipinti, spartiti, sculture, ancora libri, dischi e altro. Ma le travi della nave non riescono più a reggere il peso e l’arca rischia di affondare. Cosa salvare? Le persone? O quei muti e insostituibili testimoni del passato? “Francofonia” è un requiem per ciò che è perito un inno al coraggio umano, allo spirito e a ciò che unisce l’umanità”. Il film è un progetto estetico variegato, assemblato con ritratti d’epoca, materiale di repertorio, scene recitate, documentazione e immagini contemporanee, ai quali si associano i.rimbalzi temporali, il presente delle riprese, il passato prossimo dei conflitti mondiali e il passato remoto della scultura giordana di nove mila anni fa. All’incontro tra Jaujard e Wolff-Metternich si affianca quello del cineasta e dello storico che diventano una persona sola. Sokurov li pedina entrando nelle loro vite, nelle loro case, ci fa capire chi sono. I volti sono importanti, come precisa ricordando l’importanza del ritratto che ha caratterizzato le tradizioni familiari, politiche e sociali nei secoli passati attraverso la pittura. E in questa galleria non poteva mancare la Gioconda e il suo enigmatico sorriso. Azzarda e fa uscire fuori dalla cornice Napoleone Bonaparte che, aggirandosi nel museo afferma continuamente “Oui, c’est moi”, quasi a voler convincere se stesso, accompagnato da una Marianna di Francia. Anche lei resa viva dall’immaginazione di Sokurov, che ripetendo “liberté, égalité, fraternité”, vuole ricordare quali sono i sentimenti identitari di una nazione e dell’Europa intera. “Per me Napoleone e Marianne non sono delle figure convenzionali, simboliche – spiega Sokurov – sono dei personaggi reali, vivi. Tutti i fantasmi sono vivi se esistono. Ed io credo nell’esistenza degli spiriti e di tutte quelle creature che abitano i luoghi”. Già nel 2002 con “Arca russa”, bellissimo piano sequenza di un’ora e mezza, ambientato nei corridoi e nelle sale dell’Hermitage di San Pietroburgo, Sokurov si era occupato di riportare sul grande schermo un mondo che non c’è più, attraverso le figure storiche del passato. Per tutta la durata del film vediamo attraverso gli occhi di un personaggio non identificato, del quale sentiamo la voce, che si ritrova, come in un sogno, nel Palazzo d’Inverno di San Pietroburgo, un tempo residenza degli Zar e oggi museo. L’unica persona che sembra vedere il nostro visitatore è un diplomatico francese dell’Ottocento, il marchese Adolphe de Custine, che lo accompagna nel percorso attraverso il palazzo. Passando per le varie sale e i corridoi, i due visitatori si muovono nelle diverse epoche della storia russa: compare Pietro il Grande , l’imperatrice Caterina II, gli zar Nicola I e Nicola II, fino ad arrivare ai nostri giorni e ai visitatori dell’Hermitage . Il viaggio si conclude con una grande festa, al termine della quale una folla di nobili russi si riversa fuori dal palazzo. E si scopre che l’edificio si trova sospeso sul mare in eterno. L’Hermitage viene menzionato in “Francofonia”, perché il regista si addolora pensando che ciò che è accaduto, al Louvre, non sia potuto succedere anche nei musei dell’Unione Sovietica o nel resto dell’Europa dell’Est. Il collaborazionismo tra Metternich e Jaujard ha salvaguardato le opere d’arte, mentre sul fronte russo i nazisti avrebbero messo a ferro e fuoco l’Hermitage bolscevico. Qualsiasi altra città ha subito bombardamenti ed incendi durante la Seconda guerra mondiale, mentre i soldati saccheggiavano e portavano via il bottino di guerra. Nelle vecchie fotografie di Parigi invece si vedono i militari tedeschi seduti nei caffè o a teatro e i ragazzi francesi a passeggio per strada a piedi o in bici. Se a Parigi non fosse andata così, cosa avrebbe significato per noi europei? La nostra cultura sarebbe rimasta la stessa? Alla fine del conflitto, i nostri due grandi uomini ebbero un riconoscimento per la loro impresa? Jacques Jaujard rivestirà fino al fine il suo ruolo di funzionario e verrà praticamente dimenticato. Metternich, al contrario, sarà celebrato e ricordato. E’ il narratore stesso ad annunciare ai due uomini quale sarà il loro destino. Li chiama in una stanza e li fa sedere. Un proiettore gli mostrale immagini di quello che avverrà nel loro futuro. Juajard e Metternich guardano e ascoltano forse interrogandosi sul senso di quella opportunità che gli è stata data. Poi se ne vanno. E di nuovo il meta-cinema, storia nella storia, passaggio tra passato, presente e futuro. Sokurov in “Francofonia” mostra tutto il suo talento visuale e narrativo, costruendo un’opera complessa sotto il profilo linguistico, possente sotto quello tematico, a tratti anche divertente. Il film è intriso dell’entusiasmo del regista, veramente felice di poter girare all’interno del Louvre. Per lui è stato un desiderio che si è avverato. L’ha considerato, infatti, un ritorno al suo sogno di realizzare un ciclo di film d’arte all’Hermitage, al Louvre, al Prado, al British. Ma riconosce che “se trattiamo di arte, non possiamo non entrare in contatto con la storia”. E non possiamo non ricordare la su trilogia su tre personaggi importanti per la storia del XX secolo: “Moloch” (1999), film su Hitler che venne premiato a Cannes per la migliore sceneggiatura; “Toro” (2000) su Lenin e “Il Sole” (2005) su Hirohito. Rientra, forse, anche la figura di Napoleone Bonaparte in questa galleria di dittatori? Lui nega di essere affascinato da tali figure. “Faccio film su coloro che hanno dimostrato di avere una personalità eccezionale. Avevano il potere decisionale tra le mani, ma tante azioni che hanno compiuto erano dettate dalla loro fragilità e dalle passioni. Le qualità umane e il carattere sono più importanti di qualsiasi circostanza storica”. “Francofonia” si conclude con l’immagine della nave cargo che perde in mare il carico che sta trasportando. Un atto simbolico caratterizzante la società culturale di oggi alla deriva, che distrugge le grandi opere del passato fino a rendere vano il sacrificio delle persone che le hanno protette. “Francofonia” è un’elegia emozionante di straordinaria potenza e bellezza, che si avvale del lavoro eccezionale di Bruno Delbonnel alla fotografia e di scelte musicali di altissimo livello. Bravissimi anche gli attori. Qualcuno lo ha definito il vincitore morale dell’ultimo festival di Venezia, dove Sokurov è di casa. Nel 2011 si è guadagnato il Leone D’Oro per “Faust”, ultimo capitolo della tetralogia sul potere iniziata con “Moloch”. “Mi sembra ancora che tutto quello che faccio sia imperfetto”, ama dire Sokurov. “Il mio rapporto con il cinema è quello di uno scolaro, imparo da chi posso imparare. E quei film per me sono delle lezioni. Ringrazio i miei maestri immaginari, studio le lezioni, sostengo esami. Quale sarà il risultato? Ancora non lo so”.

Clara Martinelli

Cinema: “Il Piccolo Principe” di Mark Osborne, un classico rivisitato che piace a tutti

Ha superato ogni aspettativa ed è stato uno dei film più visti durante le vacanze di Natale . “Il Piccolo Principe” (Le Petit Prince),  film d’animazione  diretto da Mark Osborne, presentato fuori concorso al Festival di Cannes 2015 e uscito nelle sale italiane il 1 gennaio, è l’adattamento cinematografico del celebre romanzo omonimo scritto da Antoine de Saint- Exupéry  nel 1943. E proprio di un adattamento si tratta, perché la storia  gioca su due piani narrativi intrecciati tra loro: quello dell’aviatore che incontrò nel deserto il Piccolo Principe e l’altro dove si racconta di Prodigy, una bambina di dieci anni che, per iscriversi alla scuola che piace a sua madre, si trasferisce con lei in un nuovo quartiere. Il passato e il presente si uniscono e inventano il futuro. Prodigy è costretta dalla mamma, donna in carriera,  a studiare tutta l’estate secondo un planning molto duro ed articolato, lasciandola sola nella casa che hanno appena comprato. Deve prepararsi bene per essere ammessa ai corsi della prestigiosa Accademia Werth e non può concedersi pause. Ma Prodigy è pur sempre una bambina, intelligente e curiosa, e non riesce a reprimere il desiderio di capire cosa succede nel giardino vicino al suo, occupato da una villa vecchio stile piuttosto malandata. L’unico abitante è un anziano strampalato, il quale dice di essere un aviatore che, da giovane, durante un atterraggio d’emergenza con il suo aereo in pieno deserto africano, ha incontrato un ragazzino chiamato il Piccolo Principe. Così Prodigy, attraverso i disegni e le pagine strappate di un libro, viene a conoscenza della strana storia che vide protagonisti l’uomo e il bambino venuto da un altro pianeta, restandone affascinata. Contemporaneamente, il suo legame con l’aviatore si fa sempre più forte e quando la madre scopre che la figlia non studia per stare con lui, le vieta di vederlo. Ma Prodigy non rinuncia al suo amico che si trova in ospedale per un brutto incidente e va alla ricerca del Piccolo Principe per finire il racconto. E così comincerà una nuova avventura, completamente inventata da Osborne e i suoi sceneggiatori Irene Brignull e Bob Persichetti. Non era facile portare sul grande schermo il romanzo di Saint-Exupéry, un libro che tutti conoscono molto bene. Osborne, già regista di “Kung Fu Panda”, ha avuto la capacità di conservare la poeticità della storia, inserendola nelle parti di nuova invenzione.  L’animazione,  realistica e tridimensionale quando deve rappresentare il mondo reale, quello degli adulti,  resta fedele ai disegni originali del libro per entrare nell’universo del fantastico. La bambina, adultizzata da una mamma-tigre che alla fine cambierà idea, passa da una parte all’altra con estrema disinvoltura, dimostrando che i due mondi possono convivere, dando spazio al “fanciullino” che è in ognuno di noi. “Tutti i grandi sono stati bambini una volta (ma pochi di esse se ne ricordano)” sembra essere il manifesto di tutto il film. Ma che lascia agli adulti il compito di capire il messaggio esoterico che Saint-Exupery volle dare scrivendo:
“Ed ecco il mio segreto.
E’ molto semplice: non si vede bene che col cuore.
L’essenziale è invisibile agli occhi”

Clara Martinelli

 

 

Cinema da non perdere: “Dio esiste e vive a Bruxelles” di Jaco Van Dormael

 

immagine-nuovo-testamento-e1448487623803«Dio esiste e vive a Bruxelles. Appartamento tre camere con cucina e lavanderia, senza una porta di entrata e di uscita. Si è parlato molto di suo figlio, ma poco di sua figlia… sua figlia sono io». Chi parla è Ea (la promettente Pili Groyne), una bambina di dieci anni, che ha un padre veramente fuori della norma,  anzi, lui è il Padre per eccellenza: il Padre Eterno. Ma Dio (interpretato da Benoit Poelvoorde) non è come comunemente lo immaginiamo misericordioso e benevolo. Tutt’altro: è odioso e antipatico e passa le giornate davanti al computer, abbrutito in vestaglia e pantofole, a rendere miserabile l’esistenza degli uomini.  E’ collerico e violento anche con la figlia e la moglie (Yolande Moreau), ridotta all’obbedienza più assoluta, nonostante sia anche lei una Dea. Dopo l’ennesimo litigio con il Padre, Ea scende tra gli uomini per scrivere un nuovo Nuovo Testamento, che dia la possibilità alle persone di cercare la felicità. Ma, prima di andarsene, usa il computer di Dio,  inviando a ciascun essere umano un sms con la data della propria morte, creando scompiglio e incertezza tra gli abitanti della terra. Grazie ad un passaggio che dall’oblò della lavatrice la porterà direttamente tra la gente, Ea vagherà per Bruxelles alla ricerca dei sei nuovi apostoli, da aggiungere ai dodici già esistenti, per arrivare al numero di una squadra di baseball, sport preferito da sua madre e da suo fratello Gesù, che la bimba chiama JC. Il Padre la inseguirà in una rocambolesca caduta sulla terra, lasciando campo libero alla moglie che “rifiorirà” letteralmente, dando vita ad una sorta di religione della Grande Madre, dove tutto il mondo vive in armonia. dio-esiste-e-vive-a-bruxelles-deneuve-van-dormael
Candidato all’Oscar per il Belgio come miglior film straniero, “Dio esiste e vive a Bruxelles” di Jaco Van Dormael è diventato l’esordio dell’anno tra le uscite d’essai della stagione, grazie all’entusiasmo che il pubblico italiano gli ha dimostrato con un fortissimo passaparola.  Jaco Van Dormel fa di questa pellicola  un inno al matriarcato (il regista nella stesura della sceneggiatura, scritta con Thomas Gunzig, ha analizzato i testi apocrifi e il ruolo delle donne che in essi è rilevante), con situazioni surreali che si tingono di rosa, come la ricca  e annoiata Martine (un’ironica Catherine Deneuve) che, trascurata dal marito, si invaghisce di un gorilla rinchiuso in uno zoo, che la ricambia con passione. O ancora un aspirante serial killer, stanco di un finto matrimonio, s’innamora di una ragazza molto bella, alla quale manca un braccio. Un bambino, massacrato dalle ossessioni della madre,  vuole diventare femminuccia e va a scuola con un vestito rosso. Un frequentatore di nightclub, fissato con il sesso ma ancora vergine, troverà finalmente la donna giusta. Un impiegato lascia il suo lavoro per inseguire gli sciami degli uccelli migratori, trovando la sua vera personalità. Tutti, conoscendo il giorno e l’ora della propria morte, si sentono in dovere di fare qualcosa per loro stessi, inseguendo i sogni e le passioni, assecondando la propria natura autentica. Ea li recluterà per essere i nuovi apostoli e ognuna delle loro esperienze sarà scritta nel suo Nuovo Testamento. “Dio esiste e vive a Bruxelles” unisce  il grottesco ad immagini d’immensa poesia, scandite dalla musica di sottofondo, utilizzata per restituire l’interiorità dei personaggi.

 

Clara Martinelli

Cinema da non perdere: “Bella e perduta” di Pietro Marcello

02-bella-e-perduta“Bella e perduta” di Pietro Marcello è un film dove realtà e fiction si confondono. Il protagonista è il pastore Tommaso Cestrone, detto l’Angelo della Reggia di Carditello perché, a sue spese, faceva il custode dell’edificio borbonico, completamente abbandonato a se stesso dallo Stato. Faceva perché proprio durante le riprese, la notte di Natale del 2013, è morto tra le vecchie mura che aveva cercato di salvare.  Tommaso, oltre alla reggia, si stava occupando anche di un bufalo trovato nel bosco, caduto da un camion diretto al macello. Dall’aldilà  Pulcinella, che ascolta i morti per parlare con i vivi, riceve l’incarico di accudire l’animale, chiamato Sarchiapone,  e insieme vanno alla ricerca di un nuovo padrone. Dopo un lungo viaggio, visto con gli occhi e commentato con le parole dell’animale (la voce è quella di Elio Germano), arrivano nella campagna della Tuscia, dove il pastore Gesuino prende in custodia il bufalo.  Una salvezza solo momentanea, perché il destino ha in serbo per lui una fine tragica. La “Bella e perduta” del titolo è  la bell’Italia abbandonata, quella dei monumenti destinati a sparire lentamente per trascuratezza. Ma anche della natura deturpata e distrutta dalle mire egoistiche dell’uomo. Il film è una denuncia come ammette Pietro Marcello, sulla “malasorte che si è scagliata sulla Terra di Lavoro, diventata in anni recenti Terra dei Fuochi, una terra che fu fertilissima e che oggi è stretta d’assedio da tre discariche”. La Reggia stessa, fatta costruire da Carlo di Borbone nel ‘700 come “fattoria modello, negli anni passati era diventata luogo di latitanza dei Casalesi e base per il traffico d’armi.

Bella-e-perduta_noEffect_slide00 L’idea per il progetto del film è venuta a Pietro Marcello, già molto apprezzato per il suo “La bocca del lupo”, seguendo le tracce di un libro di Piovene che parlava di un viaggio nella penisola. Cominciando proprio ad esplorare il luogo d’origine del regista, la Campania, venne fuori la figura di Tommaso Cestrone, salvatore della Reggia e dei bufali maschi, poco interessanti per l’industria perché non producono latte. La sua vicenda sarebbe dovuta diventare uno degli episodi del film, ma proprio durante le riprese fu stroncato da un infarto. E’ sembrato quasi un segno del destino che da quel racconto rimasto sospeso dovesse prendere vita la storia di “Bella e perduta”, in un incontro stilistico tra narrazione documentaristica e favola contemporanea.  La sceneggiatura, scritta insieme a Maurizio Braucci, è stata modificata, introducendo il personaggio di Pulcinella, in una sorta di passaggio del testimone con Tommaso. L’attore che interpreta la maschera napoletana si chiama Sergio Vitolo,  che nella vita di mestiere fa il fabbro, ma che si è prestato bene al ruolo.  Di “Bella e perduta” restano impressi, oltre che la narrazione poetica, la dimensione onirica della fotografia fuori dal tempo, lo sguardo azzurro e sereno di Tommaso, il suo viso forte e “vissuto”, la bellezza della natura dirompente, l’umiltà e la saggezza del bufalo, l’attenzione e la cura di Pulcinella con la quale svolge il suo compito. Un mix alchemico che ha già colpito la sensibilità di molti spettatori che lo hanno visto nei numerosi festival che lo hanno ospitato, tra i quali ricordiamo quelli di Locarno,  Toronto e Torino.

Clara Martinelli

 

Cinema da non perdere: “45 anni” di Andrew Haigh

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“45 anni”  è un film  scritto e diretto da Andrew Haigh. Gli attori protagonisti Charlotte Rampling  e Tom Courtnay hanno vinto l’Orso d’Argento per la migliore interpretazione femminile e maschile all’ ultimo Festival di Berlino. I coniugi Kate e Geoff Mercer conducono una vita tranquilla nella campagna inglese e si preparano a festeggiare 45 anni di matrimonio con una grande festa. A pochi giorni dall’evento però, qualcosa arriva a turbare le loro esistenze. Una lettera, destinata al signor Mercer, lo informa che il corpo della sua prima fidanzata, morta in un incidente di montagna in Svizzera oltre cinquant’anni fa, è stato ritrovato perfettamente conservato in un ghiacciaio. Inesorabilmente la notizia sconvolge Geoff e Kate e  i loro equilibri di coppia. L’uomo cerca di nascondere il proprio turbamento, ma Kate, che non sapeva nulla della precedente relazione del marito, comincia a scavare nel passato venendo così a conoscenza di un inquietante segreto. “45 anni” mostra come un matrimonio che non ha mai subito un arresto possa, ad un certo punto, incrinarsi per cose mai dette. C’è tanto da indagare sul passato di Geoff, ma Kate si accorge che c’è tanto da capire anche di se stessa e di come abbia potuto chiudere gli occhi davanti alla realtà. Il velo le si squarcia pian piano, mettendo una dietro l’altra le informazioni che ottiene da sola e che il marito sarà poi costretto a confermare. L’amore che, pensava granitico, rivela più di una falla e lei si rende conto di essere stata una seconda scelta sentimentale per quell’uomo sposato quarantacinque anni prima. Un’opera emozionante e coinvolgente, strutturata su una sceneggiatura che pare ricalcare perfettamente il tranquillo quotidiano, intimo e domestico, di una misurata coppia inglese. I personaggi agiscono in maniera fredda e controllata, quasi fino alla fine del film quando Kate si lascia andare ad un pianto disperato, liberatorio e consapevole. E’ lo stesso Haigh ad ammettere che l’idea del film, tratto dal racconto “In Another Country” di David Constantine, gli è venuta perché c’era qualcosa di struggente in una relazione che inizia a vacillare proprio quando si avvicina all’ultimo ostacolo prima del traguardo.

Clara Martinelli

 

 

Cinema: è uscito nelle sale italiane “87 ore – gli ultimi giorni di vita di Francesco Mastrogiovanni”, film documentario di Costanza Quatriglio

locandinaPresentato in anteprima  al Festival “ARCIPELAGO” e uscito ieri nelle sale  “87 ore – gli ultimi giorni di vita di Francesco Mastrogiovanni” di Costanza Quatriglio, un film documentario che  racconta gli ultimi giorni di Francesco Mastrogiovanni,  maestro elementare di 58 anni, originario di Castelnuovo Cilento, legato al letto di contenzione fino alla morte, sopraggiunta appunto dopo 87 ore. Continuamente ripreso da nove videocamere di sorveglianza poste all’interno del reparto psichiatrico dell’ospedale di Vallo della Lucania, il racconto mostra il lato disumano di quel ricovero coatto. Si tratta di un documento unico perché per la prima volta le telecamere hanno dato la possibilità di vedere come il TSO (trattamento sanitario obbligatorio) venga spesso usato come strumento di repressione e punizione, piuttosto che come mezzo di contenimento. Una violazione dei diritti umani all’ordine del giorno nel nostro paese, sulla quale si battono da anni l’associazione “A Buon Diritto” di Luigi Manconi. Scritto da Costanza Quatriglio con Valentina Calderone e con la collaborazione di Luigi Manconi, avvalendosi della testimonianza della nipote di Francesco Mastrogiovanni, Grazia Serra, e dei suoi genitori, il film è prodotto da Marco Visalberghi (“Sacro Gra”) per DocLab col patrocinio di Amnesty International e in collaborazione con Rai 3, che lo manderà in onda il 28 dicembre. Cosa è successo per aver indotto i medici a ricorrere ad un simile trattamento? Partiamo dall’inizio. E’ il 31 luglio 2009. Il maestro viene bloccato e prelevato dalla spiaggia di un campeggio del Cilento da un grande dispiegamento di forze tra carabinieri, polizia municipale e guardia costiera,, perché la sera precedente aveva guidato velocemente  nella zona pedonale di Acciaroli in stato confusionale. L’uomo viene trasportato con un’ambulanza presso il reparto psichiatrico dell’ospedale di Vallo della Lucania in provincia di Salerno per essere sottoposto al trattamento sanitario obbligatorio. Addormentato per la forte sedazione, Mastrogiovanni viene spogliato, legato al letto con le cinghie che gli bloccano polsi e caviglie, lasciato ad agonizzare con la noncuranza di medici ed infermieri che gli passano accanto.  Il 4 agosto  morirà di edema polmonare.

87-ore“In quel mondo a circuito chiuso, le videocamere di sorveglianza servivano a osservare i pazienti. – dichiara Costanza Quatriglio –  Immagini a scatti che restituiscono la meccanicità della procedura, la reificazione dei corpi, una disumanità filmata da un occhio disumano che si sostituisce alla relazione degli esseri umani con gli altri esseri umani. Quando ho cominciato a studiarle, mi sono apparse immediatamente come l’espressione del grado zero della coscienza. I corpi bidimensionali, privati di ogni soggettività, inseriti in un meccanismo che porta all’assuefazione, all’addormentamento della ragione. Tutt’altro che facile decidere di realizzare il film e tutt’altro che facile portarlo a compimento. Ma a dirci come è morto Mastrogiovanni non è infatti il racconto della sua sofferenza, né la crudele indifferenza di quelle immagini, ma uno sguardo, uno sguardo umano, quello del medico legale che osserva il corpo ormai libero da quelle cinghie di contenzione che per giorni hanno stretto caviglie e polsi. L’osservazione diretta, l’unica osservazione possibile, di un essere umano verso un altro essere umano. La relazione con un corpo che non può più parlare ma che può essere ancora ascoltato.” La Quatriglio, autrice di docu-film molto apprezzati,  integra queste riprese, che occupano gran parte del documentario, con le testimonianze della nipote e della sorella che si sono battute affinché i responsabili venissero puniti. “87 ore” si presenta come un esempio di cinema civile, che ci mostra e analizza i fatti così come si sono svolti, passando dalla crudezza del film-inchiesta all’orrore del thriller claustrofobico.

Clara Martinelli

 

Cinema da non perdere: “Dheepan” di Jacques Audiard

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Vincitore della Palma d’Oro a Cannes, “Dheepan” di Jacques Audiard si troverà ancora per poco nelle sale italiane, ma è assolutamente da non perdere. Il protagonista, il Dheepan del titolo, è un ex combattente delle Tigri Tamil (Jesuthasan Anthonythasan, ex bambino soldato fuggito dallo Sri Lanka e diventato scrittore) che per fuggire dalla guerra civile dello Sri Lanka e chiedere asilo politico in Francia, forma una finta famiglia con una giovane donna, Yalini, e una bambina di nove anni, Illayaal. I tre si trasferiscono nella banlieu parigina, violenta e malfamata, e trovano rifugio in un agglomerato, dove Dheepan lavora come guardiano tuttofare. Yalini fa la badante ad un anziano, mentre la bambina frequenta una scuola e, superate le difficoltà iniziali, si inserisce molto bene. In questa normalità illusoria, quasi si convincono di essere una vera famiglia. Una routine rotta però dai traffici delle bande criminali del posto e le loro regole. Quando verranno coinvolti in una brutale esplosione di violenza, i fantasmi del passato torneranno a tormentare Dheepan e occorrerà prendere una decisione, se rimanere insieme o separarsi.
Jacques Audiard, regista de “Il profeta” e “Un sapore di ruggine e ossa”, con “Dheepan” rende un omaggio all’amore e alla possibilità delle persone che hanno subito grossi traumi di rifarsi una vita. I protagonisti del film all’inizio fanno addirittura fatica a parlare tra di loro e non per questione d’idioma, che è lo stesso, ma perché non si conoscono. Sono degli estranei l’uno per l’altro, i quali si ritrovano a vivere in un mondo nuovo, che si accorgono essere non tanto diverso da quello che hanno lasciato. Audiard mira a raggiungere lo spettatore, coinvolgendolo emotivamente e a partecipare attivamente alle vicende dei personaggi, attraversando con loro l’inferno della violenza e le rispettive trasformazioni: quella esteriore che ha a che fare con l’emigrazione e l’integrazione sociale, l’altra quella intima, domestica e interiore. Il regista affida ai gesti, agli sguardi, ai silenzi dei personaggi lo snodarsi della storia con asciuttezza e un certo sotto tono che rendono il film un esempio di linguaggio e di stile cinematografico.

Clara Martinelli

Oggi a Roma presentazione del volume “Storie in divenire: le donne nel cinema italiano” dei Quaderni del CSCI

eleonora

 Cari amici,

Oggi, alle 18,00 verrà presentato a Roma, presso la libreria “Altroquando  in via del Governo Vecchio 80, il volume “Storie in divenire: le donne nel cinema italiano”, a cura di Lucia Cardone, Cristina Jandelli e Chiara Tognolotti.

“Quella delle donne nel cinema italiano è una storia in divenire perché non è stata ancora scritta. Una storia che continua ad esser cominciata ed interrotta, ma che in molte desiderano conoscere e narrare. Certo dagli anni ’70 in poi, con l’ondata dei femminismi, anche in Italia l’esigenza di indagare le donne dello schermo è divenuta irrinunciabile, ma l’approccio è stato in qualche occasione rivendicativo ed ideologico, oppure, in alcuni studi di caso, meramente autoriale, nel pur giusto tentativo di riconoscere il talento e la qualità estetica di singole registe. Ciò che oggi ci sta a cuore è un racconto differente, capace di tenere insieme un panorama più ampio e mosso, in una certa misura collettivo, delle donne del cinema italiano colte nel loro insieme, dalle origini ai giorni nostri. E inoltre vogliamo parlare di loro e di noi, adottando il «partire da sé» come irrinunciabile pratica conoscitiva e prezioso strumento di indagine. L’idea è quella di mescolare le storie degli oggetti di studio con i soggetti che le narrano in un divenire storico, muovendo dalle varie professioni che hanno esercitato le donne nel cinema italiano – non soltanto registe e attrici ma anche sceneggiatrici, montatrici, costumiste e così via – per arrivare alle «donne di celluloide» ossia alle «personagge» che hanno abitato ed abitano gli schermi nostrani. La sfida consiste, dunque, nell’accogliere il numero più elevato possibile di voci femminili, quelle di chi ha fatto la storia del cinema italiano e quelle di coloro che oggi, per la prima volta in modo organico, desiderano raccontarla”.
«Quaderni del CSCI», n. 11, 2015, pp. 384 (@Daniela Aronica editora, Barcelona)

Cinema: “Much Loved” di Nabil Ayouch, film scandalo vietato dalle autorità marocchine

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Già applaudito al Festival di Cannes e al Toronto International Film,  “Much Loved”, scritto e diretto dal regista franco-marocchino Nabil Ayouch, è assolutamente da non perdere. Il titolo, che tradotto significa “Troppo amate”, è ovviamente ironico perché narra le storie di quattro prostitute di Marrakesh che amate non lo sono affatto. Durante la notte, Randa, Noha, Soukaina e Hlima, insieme ad altre colleghe, offrono il loro corpo a chiunque ne faccia richiesta per mantenere se stesse e le proprie famiglie d’origine.  Preferiscono vendersi, per convenienza, soprattutto ai ricchi arabi che le trattano però come oggetti, forse anche peggio degli altri clienti, umiliandole. Le quattro amiche si fanno coraggio per superare insieme le difficoltà, un aiuto reciproco che rivela una grande forza d’animo e che fa emergere l’allegria e la spensieratezza in un mondo spietato. Un universo che Nabil Ayouch descrive senza mezzi termini, con un linguaggio crudo e immagini realistiche: feste orgiastiche, giri nei locali notturni, incontri “obbligati” con la polizia corrotta sono un vero pugno nello stomaco. In realtà è vero che queste donne vivono nel disprezzo generale (anche da parte delle famiglie stesse che aiutano a non vivere nella miseria), ma godono di una libertà che le altre nel loro paese non hanno.  “Per girare il film ho intervistato più di duecento donne marocchine che lavorano nel mercato del sesso e ho scoperto che sono donne indipendenti e combattive”, ha spiegato il regista che ha sfidato la censura per realizzare  “Much loved”. Ritenuto offensivo per i valori morali del paese, il film non uscirà nelle sale  del Marocco perché le autorità lo hanno censurato senza neanche vederlo. Il regista e le attrici sono costretti a vivere sotto scorta, perché hanno ricevuto minacce di morte. La comunità cinematografica internazionale ha lanciato un appello di solidarietà nei loro confronti.  In Italia, il film è distribuito da Cinema, la nuova etichetta di Valerio De Paolis dedicata al cinema d’autore, che ha già portato nelle sale italiane Taxi Teheran di Jafar Panahi.

 

Cinema: Gabriele Muccino commuove con “Padri e figlie”

padri-e-figlie-gabriele-muccino“Padri e figlie”, uscito nelle sale italiane il 1 ottobre, è il quarto film americano di Gabriele Muccino. Dopo “La ricerca della felicità”, “Sette anime” e “Quel che so dell’amore”, il regista italiano, che da anni ormai vive negli Stati Uniti, con questo lungometraggio torna a parlare di emozioni e di rapporti umani come solo lui sa fare. La storia si svolge su due piani narrativi. Il primo è ambientato negli anni ’80, quando la ragazza protagonista Katie Davis (Kylie Rogers) ha otto anni e vive con il papà famoso scrittore Jake Davis (Russell Crowe),  che dopo la morte della moglie in un incidente automobilistico, da lui stesso involontariamente causato,  è caduto in rovina. Dopo la tragedia,  si trova a dover  combattere contro  un serio disturbo mentale. Costretto a curarsi in una clinica per qualche mese, Jake affida la figlia alla sorella della moglie, sposata con un avvocato benestante. Quando va a riprenderla, gli dicono di voler adottare Katie, motivando la loro richiesta per le sue condizioni economiche e di salute poco stabili. Lui ovviamente rifiuta e porta via la figlia. Il loro quotidiano diventa una lotta continua per andare avanti, fatto però anche di bei momenti che la bambina ricorderà sempre con grande affetto, compreso l’ultimo libro scritto dal padre intitolato “Padri e figlie”, che parla proprio della loro vita insieme. Il secondo piano narrativo è ambientato negli anni attuali. Katie (Amanda Seyfried) è una bellissima ragazza che vive a Manhattan, studia psicologia per aiutare i bambini che hanno subito traumi psicologici. Non ha legami fissi e va a letto con chiunque le possa piacere o che le dà la sensazione di averlo sedotto. Lo fa per riempire il vuoto affettivo lasciato dal padre e per non lasciarsi andare a rapporti sentimentali per la paura dell’abbandono. Fino a che non incontrerà un ragazzo che vuole fare sul serio e la costringerà ad affrontare i suoi demoni. Padri-e-figlie-1La classica paura d’amare fa fuggire Katie, ma è la forza dell’amore a farla tornare sui suoi passi. “Padri e figlie” racconta  della faticosa “ricerca della felicità” e Muccino ne fa un esempio con la corsa finale della ragazza che, lasciata dal suo fidanzato, percorre diversi chilometri per raggiungerlo e dirgli finalmente, con vera convinzione: “Ti amo”.  Perché nella vita non bisogna mollare mai, qualunque cosa succeda. Lo dimostra Jake a Katie quando, oppresso da mille problemi, si arma di forza e tenacia per poter tenere la bimba con sé. Scrive un libro che non va bene, non vende e la critica lo massacra. Chiede un prestito e a va avanti. Ne scrive un altro ed è un capolavoro. Solo il destino che non dipende da lui, riesce a fermarlo. “Padri e figlie” nasce da una sceneggiatura di Brad Desch che, notata da alcuni produttori, cercava un regista che la trasformasse in un film. A Muccino è piaciuta subito: “Era una delle migliori che avessi mai letto. E’ commovente, coinvolgente, c’è la vita vera”. Il regista che usa “riscrivere” le storie che si accinge a girare, ha aggiunto anche qui qualcosa di suo, come la visita al museo naturale di Jake e Katie il giorno del compleanno della bambina, una delle scene più toccanti del film. Un cast stellare e la regia di Muccino rendono “Padri e figlie” un vero melodramma d’autore.

Clara Martinelli

Cinema: delude Wim Wenders con “Ritorno alla vita”

ritorno-alla-vita-recensione-v4-24932-1280x16Quando in un film c’è un “però”, spesso diventa un “no”, anche se condito da un “eppure”. E’ un film pieno di umanità, un melodramma freddo, sensazione cui insieme ai toni pacati e alle luci soft contribuiscono gli scenari innevati e i silenzi (forse troppi) dei protagonisti. Ritorno alla vita (Every Thing Will Be Fine) è un film del 2015 diretto da Wim Wenders, con protagonisti James Franco e Charlotte Gainsbourg. Racconta dodici anni nella vita di Tomas, uno scrittore americano in crisi creativa: la sua relazione con Sara, una ragazza dolce e convenzionale che poco capisce del suo mondo interiore; quella con l’editrice Ann e sua figlia Mina; il difficile rapporto con la scrittura, il successo critico e il riconoscimento intellettuale. Ma soprattutto cerca di raccontare delicatamente (eppure sempre sul filo dell’inquietudine) una torsione della vita psichica, e come verosimimente proprio quelle stesse istanze difensive possono sia essere deputate a proteggere il Sé da ulteriori offese o diventare distruttive, dando origine a un ulteriore trauma per l’individuo. Vari nodi da sciogliere, dunque, e per il protagonista la ricomposizione di quei processi transizionali della relazione umana che rendono la vita degna di essere vissuta avverrà nella maniera più inattesa. Il “però” è nella sceneggiatura, nell’interpretazione un po’ pretenziosa di Franco, nel dubbio che si insinua (e in questi casi è “grave”): ma doveva proprio essere un lungometraggio? James Hillman diceva magistralmente: “Perché la psicologia, per me, è aprire le ostriche e pulire le perle, cioè recuperare e portare alla luce e indossare quotidianamente la vita dell’immaginazione, che può non redimere la tragedia, non lenire la sofferenza, ma può arricchirle e renderle più tollerabili, interessanti e preziose”. Ma per descrivere questo processo, i sensi di colpa e la relativa catarsi è proprio necessario sottoporre lo spettatore allo stesso processo (e, in proporzione, agli stessi tempi) di irritazione necessari ai corpi estranei, parassiti o pezzi di conchiglia racchiusi nei molluschi bivalvi per formare l’agognata perla?

Massimo Lanzaro

Cinema da non perdere: “Taxi Teheran” di Jafar Panahi

cinema-taxi-teheran-08 Ideato e diretto dal cineasta iraniano Jafar Panahi “Taxi Teheran”, per chi non lo avesse ancora visto, è un film da non perdere. Girato e interpretato dal regista stesso con una telecamera piazzata sul cruscotto di un taxi, Panahi percorre le strade di Teheran, in compagnia di passeggeri che si confidano con lui. Un ladro, un venditore abusivo di dvd, una donna che deve accompagnare il marito appena investito in ospedale, un’avvocatessa che deve difendere i diritti di una donna arrestata, tutti si fanno testimoni di quello che succede nell’Iraq di oggi, pressato dal regime. All’apparenza gli incontri, i discorsi sembrano casuali,  ma non lo sono. L’intero film segue un copione studiato a tavolino, realizzato con coraggio dal cineasta che dal 2010 gli è stato imposto il divieto di non girare. “Taxi Teheran” ha vinto  l’Orso d’Oro  all’ultimo Festival di Berlino, ma il regista, costretto agli arresti domiciliari, per ritirare il premio ha dovuto mandare alcuni membri della sua famiglia. Il Ministero della Cultura e dell’Orientamento Islamica convalida i titoli di testa e di coda dei film che ritiene divulgabili. “Con mio grande rammarico, questo film non li ha”, riferisce Panahi.  Un regolamento molto severo, infatti, gestisce la distribuzione cinematografica e proibisce la diffusione di pellicole che, secondo la legge islamica,  offendono il principio del monoteismo, incoraggiano l’immoralità e le influenze culturali contrarie alle politiche del governo,  mostrano scene di violenza e di prostituzione. “Taxi Teheran” diventa, quindi, un grido di protesta di un’artista, che reclama il suo diritto a produrre opere d’arte e a poterle divulgare, senza censure che sembrano assurde a chi, per sua fortuna, non le vive.

Clara Martinelli

 

 

Domani è un altro giorno

Cinema: “The salvation” di Kristian Levring è un tributo al classico western americano.

the-salvation-mads-mikkelsen-in-una-suggestiva-scena-del-film-western-372748_jpg_1400x0_crop_upscale_q85-kQr-U1030698018454AJE-700x394@LaStampa.it“The salvation”, scritto e diretto da Kristian Levring, è un tributo al classico western americano.  John Ford, Sergio Leone e Akira Kurosawa sono i cineasti ai quali il regista si è ispirato per cogliere in pieno lo spirito del genere che hanno contribuito a creare. Il film, attualmente nelle sale, parla di europei immigrati, fuggiti da guerra e povertà, con la speranza di potersi ricreare un’esistenza dignitosa in un nuovo paese. Sogno spesso infranto dall’ostilità del luogo. Prima c’erano gli indiani che già occupavano quei posti e che per questo vennero decimati, poi la difficoltà di adattarsi ad un clima arido, con terreni polverosi in fattorie isolate e la crudeltà degli altri europei, fuorilegge che potevano continuare impunemente i loro traffici e le loro sporche azioni in un paese senza legge e senza giustizia. Tutto questo è presente in “The salvation”, che ricalca la trama tipica della vendetta, della trasformazione e della rinascita di un uomo.  E’ il 1870. L’immigrato danese Jon (Mads Mikkelsen) riesce, dopo anni, a portare negli Stati Uniti sua moglie e il figlio di dieci anni. Ma, una volta arrivati, sulla diligenza che li sta portando a casa, incrociano due delinquenti appena usciti di prigione.  La felicità dell’uomo si trasforma ben presto in un incubo. I suoi familiari vengono uccisi e lui, per vendicarsi, ammazza i responsabili. Ma, purtroppo per Jon, uno dei banditi era il fratello dello spietato colonnello Delarue (Jeffrey Dean Morgan), un altro cattivo a tutto tondo, che terrorizza e padroneggia il villaggio di Black Creek. Tradito e isolato dalla comunità, Jon è costretto a trasformarsi da uomo pacifico a guerriero senza paura per salvare il villaggio e trovare pace. Kristian Levring è un regista eclettico, abituato a sperimentare, che spazia dal thriller, al film storico, alla rielaborazione dei drammi di Shakespeare e fino al western. Non a caso, nel 1995 ha fondato con Lars Von Trier, Thomas Vintberg e Soren Kragh Jacobsen il movimento Dogma 95, manifesto per la purezza del cinema, che ancora oggi continua ad ispirare registi di tutto il mondo.

Clara Martinelli

Cinema da non perdere: “Teneramente folle”, la difficoltà di vivere in una famiglia disfunzionale

teneramente-folle-preview“Teneramente folle”, attualmente nelle sale, è un bel film autobiografico. Scritto e diretto da Maya Forbes, appartenente alla famosa dinastia editoriale americana, narra la storia vera della sua infanzia, quando la madre dovette lasciare lei e la sorella nelle mani del padre bipolare, per andare a cercare un lavoro che permettesse loro di avere un’esistenza dignitosa. A causa di un forte esaurimento nervoso, il papà non aveva un lavoro e la famiglia d’origine, per motivazioni tutte sue, non li aiutava abbastanza. Nel film, ambientato a Boston nel 1978, l’uomo si chiama Cam Stuart ed è magistralmente interpretato da Mark Ruffalo, la madre, Maggie, ha il volto della splendida e brava Zoe Saldana. La coppia, a causa delle crisi depressive e dell’inaffidabilità di Cam, si sono separati. Quando Maggie deve trasferirsi a New York per seguire un corso di economia alla Columbia University chiede al marito di occuparsi a tempo pieno delle loro figlie. Cam è costretto ad accettare, spaventato dal fatto che per diciotto mesi dovrà condurre una vita normale, fatta di quotidianità e di impegni che non pensa di riuscire a mantenere. Anche le ragazze dovranno adattarsi alle strane uscite del padre, al suo disordine e al suo modo di essere. Si vergognano di lui e dello stato in cui versa il loro piccolo appartamento. Ma, nello scambio dell’affetto reciproco, riescono a trovare un equilibrio. Con la sua carica vitale straordinaria, Cam impara a prendersi cura delle figlie e di se stesso. Una commedia commovente e divertente, che fa riflettere sull’esperienza di dover crescere in una famiglia disfunzionale, a diretto contatto con l’eccentricità della follia. Avere un genitore diverso dagli altri può causare sbandamento nei ragazzi, che però possono fare tesoro degli insegnamenti che una tale situazione può portare. “Il piano di mia madre – ammette Maya Forbes – appariva bizzarro. Mia sorella e io eravamo furiose e ci vergognavamo del modo in cui vivevamo. Eppure, alla fine, ha funzionato. Siamo diventati una famiglia, anche se molto particolare, come tante altre famiglie là fuori, che sopravvivono in maniere non convenzionali”.

Clara Martinelli

 

Cinema da non perdere: “Vulcano”, l’opera prima del guatemalteco Jayro Bustamante pone l’accento sui problemi di un popolo

ixcanul1E’ un film bello e potente “Vulcano”, l’opera prima del guatemalteco Jayro Bustamante, vincitore dell’Orso d’Argento – Alfred Bauer Priz all’ultimo Festival di Berlino. La protagonista della storia è Maria (Maria Mercedes Coroy), una ragazza maya di diciassette anni che vive e lavora con i genitori in una piantagione di caffé alle pendici di un vulcano, l’Ixcanul, attivo in Guatemala. La sua vita e quella dei suoi genitori scorrono lentamente con i gesti quotidiani, la lingua locale, le tradizioni e il profondo legale che hanno con la terra. Ma il destino che le è stato assegnato non le piace, anche perché la sua famiglia ha deciso di farla sposare a Ignacio, il supervisore della piantagione, molto più grande di lei, vedovo con prole. La ragazza sogna di trasferirsi nella grande città e questo suo desiderio sembra realizzarsi con Pepe, un giovane raccoglitore che vuole andare a vivere negli Stati uniti. Maria lo seduce facendosi promettere di portarla con sé. Ma il ragazzo fugge, lasciandola, incinta, al suo destino. Il film, oltre che nella perfezione della struttura narrativa, dei personaggi e  i paesaggi straordinari, mette in evidenza realtà oscure come il rapimento dei bambini guatemaltechi. Il regista a quattordici anni è andato via dal Guatemala con la madre medico per trasferirsi prima a Parigi e poi a Roma. Tornato nel suo paese d’origine, oltre al disastro ambientale e civile delle popolazioni indigene, è venuto a conoscenza della piaga riguardante la sottrazione sistematica dei neonati alle madri maya. “Le comunità che abitano gli altipiani guatemaltechi sono sempre state afflitte da un elevato tasso di discriminazione e hanno subito il violento impatto del traffico dei minori nel corso del conflitto armato che ha flagellato il Paese e anche oltre (1960-1996)”, ha raccontato Bustamante. Tra l’altro, non è un fenomeno sconosciuto. L’ONU, infatti, riferisce  che avvengono circa quattrocento sequestri di bambini l’anno e la responsabilità di questo crimine va ricercata tra  notai,  giudici, medici, direttori di orfanotrofi, poliziotti corrotti e altri ancora. Nel film, Maria ha un contatto con il “mondo moderno” quando, a gravidanza avanzata, viene morsa da un serpente e, per salvare lei e la sua creatura, i suoi genitori la portano in ospedale con Ignazio. La ragazza si salva, la bimba che portava in grembo no, le dicono che è morta deformata dal veleno. La verità è un’altra e quando Maria lo scoprirà sarà troppo tardi.

Clara Martinelli

Cinema: “Una storia sbagliata” di Gianluca Maria Tavarelli parla di amore e di guerra

una storia sbagliata“Una storia sbagliata” di Gianluca Maria tavarelli è un film drammatico, che si muove tra un amore tormentato e una guerra ancora più complicata. Il conflitto è quello iracheno, a causa del quale le vite di Stefania (Isabella Ragonese) e Roberto (Francesco Scianna), giovani sposi, con il desiderio di avere un figlio,  si dividono. Vivono a Gela, lei è infermiera, partecipa attivamente alla protesta contro l’inquinamento ambientale generato dall’industria, che ha provocato tumori e malformazioni nella popolazione infantile. Lui è un militare in missione a Nassirya. Pensano entrambi ad un’esistenza come tante divisa tra lavoro, famiglia e una nuova casa. Fino a quando Stefania non nota in Roberto un cambiamento, che si fa sempre più evidente ogni volta che il marito ritorna dalla missione. Ha uno strano presentimento e lo implora di non partire più per quei posti che tanto lo inquietano e non lo fanno più essere lo stesso. Ma Roberto non riesce a stare nella quotidianità che Gela e Stefania gli offrono e decide di tornare in Iraq ancora una volta. Sarà l’ultima, perché resterà  coinvolto in un attentato. Stefania allora, alla ricerca di una verità che non riesce ad accettare, decide di andare coi Medici di Emergenza Sorrisi a Nassiriya (un’associazione che esiste realmente) per operare i bambini iracheni con il labbro leporino. Vuole sapere chi realmente fosse l’attentatore e conoscere la sua famiglia. Agisce,  in gran segreto, aiutata da un giovane iracheno. Una donna, quindi, e il suo dolore che la rende dura e strategica. Stefania, al termine del suo viaggio, comprenderà aspetti di sé che non aveva mai considerato, chiusa nell’ambiente provinciale di Gela. Per la protagonista è un aprirsi al mondo con coraggio e determinazione, misurandosi con qualcosa che è più grande di lei (la seconda guerra del Golfo e le sue conseguenze) e con un mondo, quello arabo, diverso dal suo, ma con un elemento in comune:  le opinioni, le sensazioni delle donne contano poco. Roberto non ascolta Stefania quando gli dice di non partire e anche la moglie dell’attentore non avrà neppure interpellato la sua prendendo la decisione di farsi esplodere.

Clara Martinelli

Al cinema: “Crushed Lives – il sesso dopo i figli” esplora in modo intelligente e divertente i problemi dei neo genitori

A068_C027_1127PEE’ una commedia divertente ed intelligente “Crushed Lives – il sesso dopo i figli”, da oggi nelle sale, diretto da Alessandro Colizzi, che l’ha scritto insieme alla moglie Silvia Cossu, scrittrice e sceneggiatrice. Il film analizza, attraverso alcuni step, cosa succede nella sfera sessuale delle coppie quando arriva un figlio. Quando, appunto, da due si diventa tre, dallo status di coppia si passa a quello di famiglia e il sesso viene meno in conseguenza del fatto che non si è più solo moglie e marito, amanti, ma anche e, soprattutto, madre e padre. Il film è centrato su Saverio (Walter Leonardi), un regista che, per realizzare un film documentario sul “sesso dopo i figli”,  intervista tre coppie. Anche lui ha una compagna (Nicoletta Romanoff), hanno un figlio piccolo e raccontano con gli altri della loro intimità. Per avere un quadro completo, Saverio si rivolge anche ad una prostituta, indicata da uno degli intervistati in un colloquio privato, e fa delle domande anche ad un’esperta del settore, la proprietaria di un sexy shop con oggettistica d’avanguardia. Gli attori, tutti molto bravi, mettono in scena quelle che sono le dinamiche, spesso sottovalutate, che si instaurano quando il tempo da dedicare alla coppia è quasi nullo, perché il nuovo arrivato pretende giustamente le attenzioni della mamma e del papà, anche nel cuore della notte. Tali dinamiche, se non sono frenate in tempo, portano inesorabilmente verso la separazione. Pure Saverio, probabilmente, intraprende il suo viaggio documentaristico, più che per fini professionali, per risolvere problemi suoi e che, a confronto con gli altri, gli appariranno comuni e anche meno seri di quello che sembravano. Alessandro Colizzi e Silvia Cossu che sull’argomento aveva scritto il libro satirico “PATRATAC – il sesso dopo i figli” (da qui l’idea per il film), hanno realizzato con questa pellicola uno spaccato sociologico molto importante che analizza i cambiamenti in atto nella nostra società. Partendo da spunti autobiografici (“Siamo insieme dal ’90, abbiamo due ragazzi di 14 e 12 anni e conosciamo bene le situazioni che raccontiamo”, ha detto Silvia), sono riusciti a far parlare i loro personaggi di argomenti di cui gli interessati non discutono volentieri, mettendoli su un piano comune. D’altro canto, quale coppia con prole non c’è passata?

Clara Martinelli

Cinema: con “Mad Max: Fury Road” ritorna il mito del Guerriero solitario

mad max fury roadQuarto capitolo della fortunata serie interpretata da Mel Gibson, “Mad Max: Fury Road”, ancora per poco nelle sale, è un film diretto soprattutto agli amanti del genere catastrofico e post apocalittico. Scritto e diretto da George Miller, che inventò la trilogia, “Interceptor” (1979), “Interceptor – Il guerriero della strada” (1981) e “Mad Max – Oltre la sfera del tuono” (1985), è  il proseguimento rivisitato della saga ambientata in Austalia. Il protagonista principale è sempre Max Rockatansky, impersonato questa volta da Tom Hardy (Il cavaliere oscuro), un ex poliziotto solitario che cerca di sopravvivere a bordo della sua V8 Interceptor. Ha  perso la sua famiglia durante l’inizio della  serie di catastrofi su scala globale, che hanno causato il crollo della civiltà umana.  Inseguito e catturato dai Figli della Guerra, un’armata di guerrieri  comandati dal tirannico Immortan Joe, che domina nella Cittadella, la comunità che sorge all’estremità della desertica Fury Road, sottomettendo il popolo tramite il possesso delle riserve di acqua. Abile nel combattimento, nel guidare auto e ad usare le armi, aiuterà l’imperatrice Furiosa (Charlize Theron) a scappare da Immortan Joe. E mentre al principio, Max  cercava solo  di fuggire seguendo la propria strada,  l’incontro con lei lo porterà ad un risveglio di speranza e di trasformazione che lo invoglieranno a cercare qualcosa di più della sola sopravvivenza. Con “Mad Max: Fury Road”, c’è il ritorno del Guerriero della strada in fuga tra le lande desolate. Un mito che nacque appunto con il primo film della serie, quando Miller ideò la storia di un uomo solitario in un mondo i cui abitanti, dopo il crollo della società, erano terrorizzati da bande di psicopatici motorizzati. La trilogia ebbe un tale successo che ispirò anche altre pellicole del genere come “1997: fuga da New York” e “Terminator”. In realtà, Miller aveva individuato senza volerlo un archetipo della mitologia classica. Il personaggio di Max può ricordare un Ronin, il Samurai solitario oppure un pistolero da film western oppure un guerriero vichingo. C’è l’identificazione dello spettatore che nella sua lotta quotidiana vince tutte le sfide. Ad affiancarlo troviamo Furiosa, stereotipo di donna moderna forte e indipendente, che salva le altre dalla schiavitù degli uomini. Si confronta con Max in estrema parità e lo lascia libero di scegliere se restare con lei oppure no, una volta diventata assoluta regina della Cittadella, destinata ad essere la sede di un nuovo matriarcato. Inutile dire che il film è adrenalico dall’inizio alla fine, pensato volutamente come una via di mezzo tra un concerto rock ed un’opera lirica.  E’ lo stesso Miller ad ammettere che l’ha ideato per “trascinare via gli spettatori dalle loro poltrone e coinvolgerli in un viaggio intenso e turbolento”.

Clara Martinelli

Cinema: “Pitza e datteri” tratta con leggerezza il tema dell’integrazione multiculturale

Pitza e datteri

Pitza e Datteri”, quarto film di Fariborz Kamkari, regista curdo iraniano dell’acclamato “I fiori di Kirkuk”,  tratta con leggerezza il problema dell’integrazione multiculturale nel nostro paese. La storia è ambientata a Venezia, storico incrocio tra Oriente e Occidente, dove la pacifica comunità musulmana viene sfrattata dalla sua moschea da un’avvenente parrucchiera. Il luogo sacro si trasforma così in un salone di bellezza e a nulla servono i mezzi usati per riappropriarsene da parte del presidente della comunità e dei suoi fedeli. Decidono così di chiedere un aiuto religioso più concreto, che sembra vanificarsi quando vedono arrivare in loro soccorso un giovane e insesperto Imam afgano. Tutti i loro goffi tentativi continuano a fallire , i poveretti sono costretti a improvvisare la preghiera negli angoli più impensabili della città (persino su chiatte in movimento), finché alla fine troveranno un nuovo luogo di culto.  Tra i personaggi spiccano Bepi, interpretato dal bravo Giuseppe Battiston, un veneziano, nobile caduto in disgrazia, convertitosi all’Islam, il giovanissimo Imam Saladino, ben impersonato da Mehdi Meskar, attore calabrese-magrebino-parigino, e la splendida parrucchiera Zara, che ha il volto di Maud Buquet, attrice, regista e producer franco-africana.  La struttura narrativa riprende la classica commedia all’italiana, ma a dirla tutta sembra più un film francese per la modernità e l’homour tipicamente d’oltralpe con cui affronta l’argomento.  Un altro tema che il film tratta molto bene è il ruolo delle donne nella società musulmana moderata, le quali, afferma lo stesso Kamkari,  sono “la  vera forza dei cambiamenti”. In “Pitza e Datteri”,  vediamo vere e proprie rivalse femminili, senza cadere però nell’estremismo femminista. Lo vediamo negli atteggiamenti di autoaffermazione e presa di coscienza da parte della figlia e della moglie di Karim, il presidente della comunità, interpretato dal bravo Hassan Shapi, ma è soprattutto il personaggio di Zara a rappresentare la vera rivoluzione sociale e culturale. La bella e voluttuosa parrucchiera, alla quale poi si uniscono in coro le altre donne, fa da contrappunto arguto e sfrontato al Saladino e ai maschi conservatori e confusionari. Lei è indipendente,  ha vissuto molti anni in Francia e alla piccola comunità sembra una straniera a tutti gli effetti. Incarna il peccato ed emana fascino puro e sfacciato, quello che fa cadere ai suoi piedi gli uomini. Attraverso Zara, però, il Saladino matura una diversa visione dell’esistenza (“Terra, donna, luna, acqua, poesia… tutte le cose più belle di Dio sono femmina”) e tornerà a casa con una nuova consapevolezza.

Clara Martinelli

 

Cinema: “Youth – La giovinezza”, uno scambio generazionale tra vecchi e giovani

youth“Questo è il mio film più intimo”, ha detto Paolo Sorrentino a proposito di “Youth – La giovinezza”. E lo è, veramente.  L’ha scritto e  diretto  toccando corde di profondità notevoli. Dietro i volti di mostri sacri del cinema quali Michael Caine, Harvey Keitel, Rachel Weisz e Jane Fonda, Sorrentino canalizza le domande e le risposte che potrebbero sembrare banali ai più, ma che tanto banali non sono. In questo film si parla di genitori e figli, più di padri che di madri. Perchè i protagonisti sono  due vecchi amici alle soglie degli ottant’anni, Fred, un compositore in pensione (Michael Caine), e Mick, un regista cinematografico (Harvey Keitel) in procinto di girare il suo “film-testamento”. La coppia di artisti si ritrova, come era successo molte altre volte, in un elegante albergo svizzero, ex sanatorio,  ai piedi delle Alpi per una vacanza primaverile, prima di tornare a impegni e routine. Chiacchierano, dicendosi però soltanto “le cose belle”, passeggiano tra valli e verdi boschi, ricordando il passato filtrato dalla lente del presente. In realtà, il film è una resa dei conti dei protagonisti. Due uomini che nella vita professionale hanno avuto tutto, si trovano a dover fronteggiare i problemi e le accuse dei figli. Sono stati padri assenti (memorabile lo sfogo di Lena, impersonata da Rachel Weisz, figlia e collaboratrice di Fred, nella stanza dei massaggi), molto presi da se stessi, sfruttatori delle proprie mogli e compagne. I due amici, in un’atmosfera da albergo di Davos de “La montagna incantata” di Thomas Mann  e quadri viventi che ricordano quelli di Tamara de Lempicka, guardano con curiosità agli altri bizzarri ospiti. Fred soprattutto intesse un legame con il giovane attore hollywoodiano Jimmy Tree (Paul Dano), con il quale ha un curioso confronto generazionale, quasi da padre a figlio appunto. Jimmy è deluso dalla propria carriera perché i suoi fan lo ricordano soprattutto per il ruolo da uomo robot che gli ha dato la fama, pur avendo preso parte ad altre pellicole più interessanti. Un giorno però, mentre lui e Fred si trovano in un negozio di orologi a cucù (un altro simbolo del tempo che passa?), una bambina lo riconosce non per il suo solito personaggio, ma per un altro, un padre che dopo quattordici anni ritrova il figlio che aveva abbandonato, spaventato dall’impegno di essere genitore. Anche Mick,  per realizzare il suo film testamento si è circondato di giovani sceneggiatori, con i quali condivide idee ed esperienze personali. Li sente vicini, più del figlio vero con cui non ha un rapporto. “Youth” è uno scambio tra vecchi e giovani, un continuo preoccuparsi da parte dei primi di cosa lasceranno ai secondi. Trattandosi di due artisti esiste un doppio rimando: cosa lasceranno alla società un grande compositore e un bravo regista? E’ Jimmy Tree a dirlo, citando una frase chiesta a Novalis (non dimentichiamoci che Sorrentino è un regista colto) da qualcuno che lo interrogava su quale fosse il senso della sua arte e lui rispose: “Io sto sempre andando a casa, sempre alla casa di mio padre”.

Clara Martinelli

 

Cinema: “Fury” di David Ayer, film di guerra e di “formazione”

Fury-Movie-Reviews-2014Uscito nelle sale italiane il 2 giugno, “Fury” , scritto e diretto da David Ayer, è il classico film di guerra. Ambientato nell’aprile del 1945, quando gli alleati erano impegnati a sferrare l’attacco decisivo per liberare l’Europa dal nazismo, il sergente dell’esercito americano Don Collier, soprannominato “Wardaddy” (Brad Pitt) è a capo di un’unità formata da cinque uomini a bordo di un carro armato Sherman, chiamato “Fury”. Stremati, i soldati sono chiamati a svolgere una pericolosa missione proprio nel cuore della Germania nazista. Il granitico Wardaddy, oltre a guidare i suoi soldati, ha anche il compito di “istruire” una recluta giovane ed inesperta, Norman Ellison (Logan Lerman), che gli viene affidata all’ultimo momento. Tra città devastate, esplosioni di ordigni, uccisioni di soldati e civili, il tremante dattilografo ventunenne diventerà un soldato coraggioso e lo dimostrerà affrontando valorosamente con i suoi compagni un intero battaglione nemico in ritirata. Sotto questo punto di vista, potremmo definire “Fury” un film di formazione: prendi un ragazzo che non ha mai sparato in vita sua, mettilo in un posto dove si deve combattere duramente con un mentore come Wardaddy e vedrai che acquisterà consapevolezza della sua forza interiore e delle sue capacità di guerriero. Per il resto è un film che vuole mostrare come la guerra è veramente, senza sconti. Nella spettacolarità e nel pathos presenti nelle azioni, trova posto tutto lo sgomento dei personaggi che è pari a quello degli spettatori, che assistono impotenti a bombardamenti ed uccisioni, come solo una storia di questo tipo può raccontare. Chi guarda prova lo stesso stupore della giovane recluta quando si accorge che a sparare dal fronte nemico ci sono dei bambini arruolati come soldati dall’esercito tedesco, ormai sprovvisto di uomini da far combattere. “Fury” strizza l’occhio alle vecchie pellicole del genere di stampo hollywoodiano, perché non è mai volgare, ma a differenza dei film che l’hanno preceduto non cade in sciocche ideologie ed è ricco di finezze narrative.

Clara Martinelli

 

 

Cinema: “Sei vie per Santiago: Walking the Camino”, film documentario di Lydia B. Smith

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E’ nelle sale italiane il bel film documentario della regista e produttrice americana Lydia B. Smith “Sei vie per Santiago: Walking the Camino”.  Il cammino di cui si parla è il percorso di 500 miglia che migliaia di pellegrini attraversano a piedi ogni anno per raggiungere il Santuario di Santiago de Compostela nella Spagna settentrionale. Luogo di pellegrinaggio fin dal medioevo, la cattedrale, che ospita le spoglie mortali di Giacomo il Maggiore apostolo di Gesù,  è uno dei riferimenti religiosi più importanti d’Europa. La stessa Santiago e il cammino del pellegrinaggio sono stati dichiarati patrimonio dell’umanità dall’UNESCO nel 1985. Nel documentario, Lydia Smith racconta il viaggio di sei pellegrini, molto differenti tra loro che per diverse ragioni hanno intrapreso il cammino. I motivi non sono tutti di ordine religioso, ma piuttosto per molti di loro è un mettersi alla prova, accettare una sfida con se stessi oppure per lasciarsi una vita che non li soddisfa alle spalle attraverso un percorso catartico. “Quando la gente affronta a piedi il Cammino, si stacca dalle proprie convinzioni per abbandonarsi ad una visione che è unica al mondo”, spiega la regista. “Non c’è lezione migliore e per questo il cammino deve essere intrapreso. E’ una metafora della vita – non esiste un modo giusto o sbagliato per farlo, tutto dipende dal modo in cui lo si affronta. Il viaggio è individuale – ognuno di noi deve trovare la sua strada. E’ tutta una questione di scoprire se stessi”.

Chi sono le persone che la Smith ha scelto per documentare la fatica e le motivazioni del Cammino? Annie di Los Angeles che lo ha intrapreso per ragioni spirituali, Jack e Wayne, due pensionati canadesi, Misa, una studentessa di sport danese, Sam, una donna brasiliana, Tomas, trentenne atletico, in cerca di un’esperienza “molto fisica”, Tatiana, madre single francese, che compie il suo percorso con il figlio di tre anni e il fratello Alexis, con il quale discute spesso. Con loro e attraverso di loro percorriamo anche noi il Cammino e ci ritroviamo a provare gli stessi problemi, sensazioni e sentimenti. Li vediamo all’inizio entusiasti e incuriositi da quest’avventura, li osserviamo  e sentiamo con loro il dolore fisico, la fatica, la sensazione di non riuscire a proseguire e mentalmente li incoraggiamo a non arrendersi. Con loro vediamo splendidi paesaggi, i paesi caratteristici della zona e vorremmo andarci in vacanza, perché tutto il percorso per arrivare a Santiago ha una personalità tutta sua anche dal punto di vista turistico. Ti colpiscono l’ospitalità della gente del posto e dei volontari disseminati lungo la strada, che offrono ai pellegrini un pasto caldo e un posto per dormire. Affronti con loro i problemi legati al viaggio come le vesciche ai piedi che non fanno camminare, gli ostelli dove ti trovi a dividere letto o pavimenti con degli sconosciuti, la pioggia che fitta cade sulla schiena e sulla testa. Condividi con loro la gioia dell’arrivo, una felicità contagiosa che rende leggero anche te che sei stato seduto a vedere il film. Una lotta contro tutte le contrarietà, fuori e dentro il film, e all’uscita dal cinema ci si sente cambiati anche noi.  Sì, Santiago de Compostela è un luogo magico.

Clara Martinelli