Gaudio l’amarti

Gaudio l’amarti,
illimitato gaudio
credere al riso dei tuoi occhi,’
è vertigine ancora
la certezza d’esser da te cantata,
oh più tardi, negli anni non più miei,
or che tremare la vita sento
sul ciglio estremo…

Sibilla Aleramo

Fantasia e magia

Il potere di una fervida fantasia è la componente principale di ogni operazione di magia“.

Paracelso

Sono nata il ventuno a primavera

Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.

Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.

Alda Merini

Non è amore

Non è amore. Ma in che misura è mia
colpa il non fare dei miei affetti
Amore? Molta colpa, sia
pure, se potrei d’una pazza purezza,
d’una cieca pietà vivere giorno
per giorno… Dare scandalo di mitezza.
Ma la violenza in cui mi frastorno,
dei sensi, dell’intelletto, da anni,
era la sola strada. Intorno a me
alle origini c’era, degli inganni
istituiti, delle dovute illusioni,
solo la Lingua: che i primi affanni
di un bambino, le preumane passioni,
già impure, non esprimeva. E poi
quando adolescente nella nazione
conobbi altro che non fosse la gioia
del vivere infantile – in una patria
provinciale, ma per me assoluta, eroica
fu l’anarchia. Nella nuova e già grama
borghesia d’una provincia senza purezza,
il primo apparire dell’Europa
fu per me apprendistato all’uso più
puro dell’espressione, che la scarsezza
della fede d’una classe morente
risarcisse con la follia ed i tòpoi
dell’eleganza: fosse l’indecente
chiarezza d’una lingua che evidenzia
la volontà a non essere, incosciente,
e la cosciente volontà a sussistere
nel privilegio e nella libertà
che per Grazia appartengono allo stile.

Pier Paolo Pasolini

Cinema da non perdere: “Il club” di Pablo Larrain

il club

Gran Premio della Giuria al Festival di Berlino 2015 e presentato all’ultima Festa del Cinema di Roma, “Il club” di Pablo Larrain parla di un argomento, la pedofilia nella Chiesa Cattolica, già ampiamente trattato in “Il caso Spotlight”. Ambientato in Cile, mostra come la vita tranquilla di quattro ex sacerdoti e una suora che vivono in una casa per preti esiliati a La Boca dell’inferno sulla costa, venga turbata dall’arrivo di padre Lazcano, che, accusato di pedofilia, è costretto al ritiro come gli altri. L’uomo, come una sorta di coscienza vivente, è seguito nei suoi spostamenti da un individuo chiamato Sandokan, un ragazzo di cui ha abusato da bambino.  Restando fuori dal cancello della villetta, la povera vittima snocciola in una cantilena delirante e senza fine, le molestie che ha subito.Tormentato dal senso di colpa, padre Lazcano prende la pistola che di nascosto porta con sé e si uccide davanti a Sandokan come atto di espiazione finale. Per fare chiarezza sull’accaduto viene mandato ad indagare un gesuita psicologo, il giovane padre Garcia, che cercherà di riportare ordine nella casa. Alla fine, Sandokan sarà ancora più vittima, condannato dal paese intero per un reato che non ha commesso, mentre i “criminali” restano al loro posto, senza scomporsi più di tanto, salvando l’apparenza.

il club 2

“Il club”  è un film solido,  che si basa su una sceneggiatura curata, senza cedimenti e su una regia eccellente.  Il gruppo di attori, a partire da Alfredo Castro,  emana una forza interpretativa notevole che rende vibrante e tangibile la freddezza e il groviglio interiore dei personaggi. Ognuno di loro porta con sé sofferenze e insofferenze, provenienti dalla loro vita passata (costellata di azioni peccaminose) e presenti nella routine quotidiana che dovrebbe essere votata al pentimento. Dovrebbe, perché la loro esistenza attuale non è solo dedita alla preghiera e alla ricerca della spiritualità perduta (semmai l’avessero avuta), ma anche a passatempi più terreni come le scommesse per le corse dei cani, alle quali partecipano facendo gareggiare un loro greyhound. Non una casa dove i sacerdoti, ritirati dalle cose mondane, riacquistano la fede, ma un posto dove alimentare la pochezza umana che li contraddistingue. “E’ un carcere”, dice uno di loro, dove però non vi sono sbarre e non si ha neanche tanta voglia di veder la luce. Seppur controllati dall’occhio vigile di madre Monica (la bravissima Antonia Zegers), hanno la possibilità di uscire, passeggiare lungo l’oceano, vedere altre persone che forse non conoscono il loro passato. Peccato che la voce insistente di Sandokan si faccia sentire così forte da tutti, tagliando stridula il silenzio del giorno e della notte. Miserabile quel prete che non è riuscito a liberarsene e lo ha portato con sé. Padre Lazcano (José Soza) ha fatto bene a togliersi di mezzo, ma ora bisogna che tutto ritorni come prima e pulire il suo sangue sporco. I quattro  sacerdoti non cambieranno la loro natura alla fine, resteranno impassibili davanti alle accuse e alla morte, si faranno più scaltri e architetteranno un piano per rendere colpevole un innocente. Anche padre Garcia, idealista che lotta per una Chiesa umile e giusta, si rende conto che la ricerca di salvezza tra quegli uomini è assai lontana.

Clara Martinelli

 

Il giardino dell’amore

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(Alfons Mucha, Fiori)

Sono andato nel giardino dell’amore
E ho visto ciò che non avevo mai visto
Una cappella era costruita nel mezzo
Nel giardino dove di solito giocavo

E i cancelli della cappella erano chiusi
E “Tu non devi” era scritto sulla porta
Così mi voltai dal giardino dell’amore
Che produceva molti fiori colorati

E io ho visto che nel campo c’era una tomba
E sulle pietre tombali c’erano fiori –
E preti in tonache nere stavano camminando intorno
E legava con rovi i miei sogni e desideri.

William Blake

Cinema da non perdere: “Il caso Spotlight” di Tom McCarthy

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Che “Il caso Spotlight” si sia guadagnato due Oscar, uno come miglior film e l’altro come migliore sceneggiatura originale,  non sorprende affatto. Mai dare nulla per scontato, come ha precisato Leonardo DiCaprio al microfono dopo aver ottenuto la statuetta come miglior attore protagonista per “Revenant”, ma la vittoria del film diretto da Tom McCarthy che lo ha co-scritto con Josh Singer, per molti più che una speranza era una certezza. A partire dalla storia, vera, che vi si narra. Nel 2001 la squadra giornalistica “spotlight” (la sezione del giornale che si occupa dei casi difficili)  del “Boston Globe”, guidata dal nuovo direttore editoriale Marty Baron, partendo da diversi casi di abusi perpetrati dal prete cattolico John Geoghan, inizia una clamorosa indagine che svelerà una situazione ancora più drammatica. Baron, Ben Bradlee Jr., supervisore dell’inchiesta, e i quattro membri della squadra investigativa del “Boston Globe”, Walter Robinson, Mike Rezendes, Sacha Pfeiffer e Matt Carroll, pur sapendo dei rischi che avrebbero corso mettendosi contro un’istituzione forte come la Chiesa cattolica, cominciarono a trovare testimoni, raccogliere documenti e dati con la ferma volontà di portare a galla la verità. Far luce cioé su una vicenda che per anni era stata sottovalutata dai media e ignorata dalle autorità, che, sapendo dell’indagine, cercano in tutti i modi di impedirla per evitare lo scandalo. Nell’occhio del ciclone finisce l’arcivescovo Bernard Francis Law, accusato di aver coperto i casi di pedofilia avvenuti in diverse parrocchie. Grazie all’aiuto dell’avvocato Mitchell Garabedian, difensore delle vittime, l’équipe verificherà alla fine il coinvolgimento di circa ottanta sacerdoti nella pratica degli abusi sessuali sui minori, usata come pratica sistematica, tenuti insabbiati dalla Chiesa. Nel 2003, i giornalisti vennero premiati con il Pulitzer di pubblico servizio.Spotlight_film_2015

La storia trattata quindi è di portata eccezionale e fa la sua parte. Mano a mano che le indagini procedono lo stupore e l’indignazione di chi guarda cresce di pari passo con la narrazione, che si articola in maniera pulita e lineare. Ci si trova dentro sempre di più, in una vicenda così torbida da rimanerne coinvolti e da uscire cambiati dalla sua visione.  La bravura del cast contribuisce a rendere “Il caso Spotlight” il miglior film dell’anno. Michael Keaton, Liev Schreiber, John Slattery, Brian D’Arcy James, Marc Ruffalo e Rachel McAdams, entrambi candidati all’Oscar come attori non protagonisti, sono così aderenti ai loro ruoli tanto da sembrare più veri dei giornalisti reali. La regia di Tom McCarthy è ritmata, drammatica, rigorosa, emozionante e potente, senza aver bisogno di ricorrere a sensazionalismi. Un cinema che ricorda la grande tradizione americana che comprende “Tutti gli uomini del presidente” di Alan Pakula, i film di Sydney Pollack e di Sidney Lumet. Un film che è una vera scuola di giornalismo, che mostra, senza retorica, come si deve fare un’inchiesta. Raccogliere meticolosamente racconti, dati, informazioni, telefonare, convincere avvocati reticenti e testimoni rassegnati, mettere insieme tutto e andare avanti con testardaggine fino ad ottenere un risultato. Non lasciarsi spaventare ed essere sicuri del proprio obiettivo: scoprire la verità.  Lavora così il giornalista autentico  e “Il caso Spotlight” fa tornare la voglia di intraprendere questo mestiere. Non si tratta di essere eroi, ma significa semplicemente eseguire il proprio lavoro.

Clara Martinelli

 

Una vocazione

Una vocazione può essere rimandata, elusa, a tratti perduta di vista.Oppure può possederci totalmente. Non importa: alla fine verrà fuori.

James Hillman, “Il codice dell’anima”

 

I bambini dagli occhi di sole

Io li ho visti i fiammanti pionieri dell’Onnipotente
al confine dove il cielo si volge verso la vita,
scendere a frotte dalle scale d’ambra della nascita;
i precursori di una divina moltitudine,
percorrendo il cammino della stella del mattino.
Li ho visti attraversare il crepuscolo di una età,
I bambini dagli occhi di sole di una meravigliosa aurora,
Possenti distruttori delle barriere del mondo
Messaggeri dell’Incomunicabile,
Architetti dell’immortalità.
I grandi creatori dal calmo aspetto,
I lottatori contro il destino nato dalla paura.
Volti che portano l’immota gloria dell’Immortale,
Corpi resi belli dalla luce dello spirito,
Portatori della parola magica, del fuoco mistico,
Portatori della colpa dionisiaca della gioia.
Scopritori delle strade soleggiate della bellezza,
Nuotatori delle acque tempestose dell’amore
Danzatori che aprono le porte d’oro del nuovo tempo
Sono qui.
Camminano fra noi per mutare la sofferenza in gioia,
per manifestare la Luce sul volto della Natura.

Sri Aurobindo (I bambini dagli occhi di sole, in Savitri, Edizioni Mediterranee, Roma, 1996.)

 

A Milano, Alfons Mucha e le atmosfere Art Nouveau

mostra_-Alfons_Mucha_art_nouveauE’ in corso, fino al 20 marzo, nelle sale di Palazzo Reale di Milano, la mostra “Alfons Mucha e le atmosfere Art Nuoveau”. In un percorso ricco e variegato, l’esposizione mira a ricostruire  il gusto dell’epoca proponendo le creazioni di Alfons Mucha (1860-1939), uno dei maggiori esponenti del periodo, e gli arredi d’arte decorativa di artisti e manifatture europei. Il nucleo principale della mostra  si articola in 220 opere, delle quali 149 sono  pannelli decorativi e affiches di Mucha, provenienti dalla Richard Fuxa Foundation. Le  immagini femminili belle e potenti che occupano i suoi manifesti ai tempi erano molto diffuse e popolari, tanto che lo hanno reso eterno simbolo dell’Art Nouveau. Il suo stile artistico spaziò in diversi contesti, dalle decorazioni di interni ai poster, dalle pubblicità di alcune tipologie di prodotti fino alle illustrazioni, dalle produzioni teatrali a quello che è il design di gioielli fino alle opere architettoniche. Dopo Milano, la mostra, dal 30 aprile al 18 si sposterà a Palazzo Ducale di Genova.

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(Princess Hyacinth, 1911)

 

“Destatevi nove muse…”

Destatevi nove muse, cantatemi una melodia divina,
dipanate il sacro nastro, e legate il mio Valentino!

Oh la Terra fu creata per amanti, damigelle, e spasimanti disperati,
per sospiri, e dolci sussurri, e unità fatte di due,
tutte le cose si vanno corteggiando, in terra, o mare, o aria,
Dio non ha fatto celibe nessuno eccetto te nel suo mondo così bello!
La sposa, e poi lo sposo, i due, e poi l’uno,
Adamo, ed Eva, sua consorte, la luna, e poi il sole;
la vita fornisce la norma, chi obbedisce sarà felice,
chi non serve il sovrano, sia appeso all’albero fatale.
Il superbo cerca l’umile, il grande cerca il piccolo,
nessuno non trova chi ha cercato, su questa terrestre sfera;
L’ape fa la corte al fiore, il fiore risponde al suo appello,
ed essi celebrano nozze gioiose, i cui invitati sono cento foglie;
il vento corteggia i rami, i rami si fanno conquistare,
e il padre affettuoso cerca la fanciulla per il figlio.
La tempesta si aggira sulla riva mormorando un dolente canto,
il frangente con occhio pensoso, volge lo sguardo alla luna,
i loro spiriti si fondono, si scambiano solenni giuramenti,
mai più canterà lui dolente, e lei scaccerà la sua tristezza.
Il verme corteggia il mortale, la morte reclama una sposa viva,
la notte al giorno è sposata, l’aurora al vespro;
la Terra è un’allegra damigella, e il Cielo un cavaliere tanto sincero,
e la Terra è alquanto civettuola, e a lui sembra vano implorare.
Ora l’applicazione pratica, al lettore dell’elenco,
per portarti sulla retta via, e mettere in riga la tua anima;
tu sei un assolo umano, un essere freddo, e solitario,
non avrai una dolce compagna, raccoglierai ciò che hai seminato.
Non hai mai ore silenti, e minuti sempre troppo lunghi,
e un sacco di tristi pensieri, e lamenti invece di canti?
C’è Sarah, ed Eliza, ed Emeline così bella,
e Harriet, e Susan, e quella con la chioma arricciata!
I tuoi occhi sono tristemente accecati, eppure puoi ancora vedere
sei vere, e avvenenti fanciulle sedute sull’albero;
accostati a quell’albero con prudenza, poi arrampicati ardito,
e cogli colei che ami di più, non curarti dello spazio, né del tempo!
Poi portala tra le fronde del bosco, e costruisci per lei un pergolato,
e dalle ciò che chiede, gioielli, o uccelli, o fiori;
e porta il piffero, e la tromba, e batti sul tamburo –
e da’ il Buongiorno al mondo, e avviati alla gloria casalinga!

Emily Dickinson

Cinema: “Human” di Yann Arthus-Bertrand

Presentato allo scorso Festival del Cinema di Venezia, “Human” del regista e fotografo ambientalista francese Yann Arthus-Bertrand è da ieri  nelle sale italiane in veste di  evento speciale fino a domani 2 marzo. Basta il titolo per spiegare di cosa parla questo film che dura tre ore e un quarto,  realizzato con esclusivi filmati aerei e storie raccontate in prima persona davanti ad una macchina da presa. Girato in 60 paesi, Arthus-Bertrand ha intervistato 2.020 persone in tre anni, realizzando una carrellata di umanità così varia da restarne stupefatti. Dall’Alaska, all’Equador, dall’entroterra americano, all’estremo Oriente, passando per gli indigeni delle più remote zone della terra, uomini e donne, ragazzi e ragazze  guardano dritto nella telecamera e si raccontano in 63 lingue diverse, rispondendo alle domande (gli intervistatori non compaiono mai, né si fa sentire la loro voce) che gli vengono poste. Quaranta quesiti sulla libertà, sul significato dell’esistenza,  sulle esperienze più dure che si sono dovute affrontare,  sull’omosessualità, sulla guerra, sulla condizione della donna, sul lavoro, sull’immigrazione. Volti diversi dicono la loro versione dei fatti, “costringono” gli spettatori ad un incontro con l’altro in forma massiccia, intervallati da stupefacenti riprese aeree che mostrano la natura incontaminata o file di persone che, con fatica, percorrono deserti o una folla umana che festeggia un evento.
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Non uno sguardo superficiale, ma coinvolgente abbastanza per far capire che all’altro capo del mondo esistono persone che condividono con noi valori e sentimenti. E che quindi tanto diversi non sono. Un’opera imponente necessaria nella nostra era globale dove il lontano è sempre più vicino e conoscerlo meglio ci aiuta a capirlo.  Soprattuto in questo periodo in cui grandi masse si accalcano alle frontiere per sfuggire a guerre e carestie. Ogni individuo con il suo dramma quotidiano, come i cittadini delle periferie di Mombay costretti a trasferirsi in città per non morire di sete e lì venire sfruttati per costruire grattacieli dove l’acqua viene usata per riempire le piscine. Qualcuno condivide la propria felicità di avere una vita serena. Dice la sua anche Pepe Mujica, capo di stato uruguaiano dal 2010 al 2015, noto per il suo sobrio stile di vita (tratteneva per sé solo una piccola parte del suo stipendio),  che lo ha fatto denominare il “presidente più povero del mondo”: “Abbiamo inventato una montagna di consumi superflui. Bisogna buttare, comprare, buttare. Ciò che sperperiamo veramente è la nostra vita”.
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Clara Martinelli