Cinema: “The Hateful Eight”. Un film di Quentin Tarantino

Quentin TarantinoThe Hateful Eight è un film tirannico. Sì, lo è. Non certo inteso come messa in atto di un dispotismo violento ma, al contrario, come celebrazione di una straordinaria egemonia della visione. Il numero 8, qui cifra fondante, secondo la numerologia è, infatti, il lato oscuro del sovrano, il profilo-ombra di una potenza creatrice che giunge al parossismo. Non ci cimenteremo certo in analisi esoteriche ma questo significato, anche provocatoriamente, ben si adatta alla personalità di un regista che, mistiche coincidenze a parte, non lascia mai nulla al caso.

All’acme della sua arte il regista/tiranno, nel suo ottavo film, amplia ancor di più il suo sguardo e ci catapulta dentro. Il suo “dispotismo” creativo fa di lui, nell’accezione positivamente simbolica della tirannide, un demiurgo che plasma, forma, e financo forgia, la storia, gli eventi, i personaggi… Mai come in questo film il cinema – e soprattutto la passione e la conoscenza di esso – la fa da padrone. Gli omaggi, le citazioni o i rimandi, ai quali lo stile tarantiniano ci ha da sempre abituati, qui diventano un unicum di enorme portata, in particolar modo visiva.

Girato in 70mm con lenti anamorfiche, invece delle consuete sferiche, il film (per chi avrà il privilegio di vederlo integralmente e con i requisiti voluti dal regista), grazie al formato e alla pellicola che ne rappresentano l’endemica straordinarietà, realizza un impianto visuale di prodigiosa brillantezza, in cui la stabilità e la nitidezza delle immagini permettono di coinvolgere/avvolgere lo spettatore. The Hateful Eight diventa pertanto una vera e propria esperienza della visione, in cui la settima arte viene celebrata seguendo un preciso rituale di allusioni a film, persone e personaggi che albergano nella vastissima pinacoteca mentale del regista del Tennessee.

Il caso, dicevamo. Non è certo ad esso che si possono attribuire certe corrispondenze nominali come quella di Marquis Warren (Samuel L. Jackson), che rimanda al regista e produttore di film e serie tv western tra le più longeve come Gunsmoke (1955/1975) o di Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh) che allude alla Faith con lo stesso cognome, attrice che vestì a lungo i panni di fanciulla del West anche nel celeberrimo telefilm Bonanza negli episodi degli anni Sessanta o, ancora, di Mannix (Walton Goggins) che ammicca ad un’altra serie televisiva, stavolta polizesca, andata in onda in Usa dal 1967 al 1975. Molti elementi di questo film, allora, sembrano far parte di un più vasto piano sia visivo, sia narrativo. La storia stessa, le cui suggestioni suscitano nella memoria il brivido anni Ottanta del pericolo sconosciuto de La cosa di John Carpenter, tesse una trama dove nell’ordito si intrecciano elementi che seguono il filo rosso (sangue) della bugia.

Quentin Tarantino

Gli odiosi otto sono davvero chi dicono di essere? Sette uomini e una donna, costretti dalla bufera a trovare riparo in un emporio sperduto tra le montagne innevate del Wyoming, non sono che tasselli di un puzzle di menzogne intrappolati nel più classico dei gialli “della camera chiusa”. Classico, si fa per dire perché Tarantino (ri)crea atmosfere a noi familiari per poi alterarle a suo piacimento. In perfetta contrapposizione con la gelida temperatura esterna che quasi arriviamo a percepire, l’interno dell’emporio di Minnie – vero e proprio teatro dell’azione – sembra ardere progressivamente dal fuoco del sospetto, dal dubbio infido fino all’esplosione dell’odio e – impressionante ossimoro – questo “ghiaccio bollente” si posa ovunque surriscaldando gli eventi per raggelarli, infine, in una violenza che morde il freno nella prima parte e poi si esprime – con un impeto sanguinario e pressoché liberatorio – nella seconda.

In tre ore e otto minuti Quentin Tarantino, infatti, dosa i suoi migliori ingredienti filmici seguendo una struttura – spaziale e temporale – che possiede un fascino fuori dal comune, insieme sinfonico e drammaturgico. L’overture, sulle note poderose di Ennio Morricone, sembra alzare il sipario (rosso) sulla scena che ci accompagnerà – letteralmente – fino all’emporio di Minnie. All’interno della diligenza, nella quale via, via, si accomoderanno i primi quattro personaggi, si darà inizio ad una diatriba la cui verbosità, non proprio incruenta, condurrà al cuore (nero) dell’azione.

Quentin TarantinoTarantino affida alla parola il compito di scandire il ritmo, incalzante e sovente oppressivo, di un lungo prologo al dramma che verrà ed è qui che, da autore/tiranno, ci porterà non di fronte al proscenio ma dentro di esso, a contatto quasi fisico con i suoi (strepitosi) personaggi, costringendoci ad una prossimità diegetica che indirizza il nostro sguardo dove lui vuole condurlo. Dopo un lungo intervallo di 12 minuti, infatti, il regista ci fa abbandonare quasi completamente lo spazio esterno per rinchiuderci, con i suoi otto, in un ambiente in cui, pur nella nitidezza dell’ immagine e nell’eccezionale profondità di campo, riesce a far emergere la sagoma incerta e inquietante dell’ambiguità che, come un insinuante mostro bifronte, gode nel gioco dell’inganno buttando giù un personaggio dopo l’altro in un sanguinario effetto-domino.

Inoltre in The Hateful Eight Tarantino c’è. Non solo nell’eco della voce off ma in ogni singolo frame. Egli guarda ciò che guardiamo e fa anche di più: “sa” cosa stiamo guardando ed è su questo rapporto impari (di tirannide visuale, appunto) che il regista esprime la formidabile essenza visivo/narrativa che si declina in trovate, svelamenti e sorprese mai utilizzati come meri, o ancor peggio scaltri, escamotage del racconto ma come punti focali di esso.

L’ironia, il grottesco, il sangue, gli attori-feticcio… Tutto l’universo tarantiniano si mostra nella limpidezza dell’Ultra Panavision e, più che mai, il film si fa lavoro composito da esperire da (e “in”) un più ampio orizzonte percettivo.

Se l’8 è il numero del tiranno, il 9 (guarda caso) è del liberatore. Ma questa, probabilmente, sarà un’altra storia…

© CultFrame 02/2016

TRAMA
Qualche anno dopo la Guerra di Secessione il cacciatore di taglie John Ruth, detto “il Boia”, sta viaggiando in diligenza, attraverso le nevi del Wyoming, con Daisy Domergue una criminale che dovrà essere impiccata a Red Rock. Lungo la strada incontrano il maggiore Marquis Warren, un ex soldato di colore dell’Unione diventato spietato bounty killer e Chris Mannix, rinnegato sudista che si presenta come nuovo sceriffo della città. La bufera di neve imperversa sempre più violenta e costringe i quattro a trovare riparo nell’emporio di Minnie, una stazione di posta tra le montagne. All’interno, però, non troveranno i proprietari ma quattro sconosciuti: Bob, che sostiene di occuparsi del locale mentre i padroni sono in visita alla madre di Minnie; Oswaldo Mobray, il boia di Red Rock; il mandriano Joe Cage e l’anziano generale confederato Sanford Smithers. Gli otto personaggi capiranno ben presto che raggiungere Red Rock non sarà così semplice e per farlo dovranno prima uscire vivi da quel posto.

Eleonora Saracino

Link: http://www.cultframe.com/2016/02/the-hateful-eight-film-quentin-tarantino/

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