Cinema da non perdere: “Francofonia” di Aleksandr Sokurov


Presentato all’ultimo festival del cinema di Venezia e uscito nelle sale italiane a dicembre, “Francofonia” di Aleksandr Sokurov parla della storia veramente accaduta di un’alleanza tra due uomini eccezionali, desiderosi entrambi di salvare le opere d’arte dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Quest’alleanza è stata la fortuna del museo del Louvre e di altre sale parigine, che così non si sono viste depredare dei propri tesori. Tutto cominciò quando Parigi venne dichiarata città aperta e i tedeschi la occuparono. Tempestivamente messo in guardia da questa possibile minaccia, il direttore del museo Jacques Jaujard (interpretato nel film da Lois-do de Lencquesaing) aveva fatto trasferire le opere, con il consenso dei proprietari, nei castelli circostanti. Anche nel Louvre stesso si erano attivate delle misure di protezione, come, ad esempio, portare le opere rimaste nei sotterranei o installare un impianto antincendio. Nella primavera del 1940 il curatore della Renania Franziskus Wolf-Metternich ricevette l’incarico di occuparsi delle opere d’arte attraverso un Dipartimento appositamente creato. E’ così che i due uomini entrarono in contatto. Il rappresentante delle forze di Occupazione avrebbe dovuto ispezionare l’enorme patrimonio artistico del Louvre e trasferirne una parte in Germania. Anche se molto diversi tra loro (Jaujard era un semplice funzionario, Metternich era un conte), li univa un obiettivo comune che, da nemici quali erano, li fece diventare amici. Bastò poco per essere d’accordo che il tesoro del Louvre doveva restare dov’era e il regista ci mostra come andarono i fatti, senza però voler essere un film storico nel senso tradizionale. “Francofonia” si può definire un documentario, anzi no, è un film di finzione, ma è anche una ricostruzione storica e una riflessione filosofica e politica. “Il nostro scopo era di mettere insieme la parte che abbiamo girato noi e i materiali di repertorio”, racconta Sokurov. “Come potevamo fonderli insieme, in un unico prodotto artistico? Lavorando con il materiale di repertorio abbiamo dovuto liberarlo della sua patina di finzione, del suo aspetto artificiale. Qualsiasi cosa inerente Parigi durante l’Occupazione è stata ricreata. La gente che passeggia per le vie, seduta nei caffè, assolutamente cinema di finzione. Abbiamo fatto la stessa cosa quando abbiamo filmato il Louvre dal tetto. Dietro ogni inquadratura documentaristica c’è un lavoro artistico”. All’inizio, lo spettatore vede un mercantile carico di quadri alle prese con una tempesta, visualizzato sullo schermo di un computer. Il marinaio della barca sta parlando via skype con uno autore che, attraverso i testi su cui si sta documentando, assumerà il ruolo di voce narrante di “Francofonia”, che in lingua originale è quella del regista stesso, mentre nell’adattamento italiano è di Umberto Orsini. Una nave che affonda con il suo carico, un paese che rischia di morire senza i suoi capolavori. “Cosa sarebbe stata Parigi senza il Louvre o la Russia senza l’Hermitage, questi indelebili punti di riferimento nazionali? – afferma Sokurov – Proviamo ad immaginare un’arca nel mezzo dell’oceano con tante persone e tante opere d’arte a bordo – libri, dipinti, spartiti, sculture, ancora libri, dischi e altro. Ma le travi della nave non riescono più a reggere il peso e l’arca rischia di affondare. Cosa salvare? Le persone? O quei muti e insostituibili testimoni del passato? “Francofonia” è un requiem per ciò che è perito un inno al coraggio umano, allo spirito e a ciò che unisce l’umanità”. Il film è un progetto estetico variegato, assemblato con ritratti d’epoca, materiale di repertorio, scene recitate, documentazione e immagini contemporanee, ai quali si associano i.rimbalzi temporali, il presente delle riprese, il passato prossimo dei conflitti mondiali e il passato remoto della scultura giordana di nove mila anni fa. All’incontro tra Jaujard e Wolff-Metternich si affianca quello del cineasta e dello storico che diventano una persona sola. Sokurov li pedina entrando nelle loro vite, nelle loro case, ci fa capire chi sono. I volti sono importanti, come precisa ricordando l’importanza del ritratto che ha caratterizzato le tradizioni familiari, politiche e sociali nei secoli passati attraverso la pittura. E in questa galleria non poteva mancare la Gioconda e il suo enigmatico sorriso. Azzarda e fa uscire fuori dalla cornice Napoleone Bonaparte che, aggirandosi nel museo afferma continuamente “Oui, c’est moi”, quasi a voler convincere se stesso, accompagnato da una Marianna di Francia. Anche lei resa viva dall’immaginazione di Sokurov, che ripetendo “liberté, égalité, fraternité”, vuole ricordare quali sono i sentimenti identitari di una nazione e dell’Europa intera. “Per me Napoleone e Marianne non sono delle figure convenzionali, simboliche – spiega Sokurov – sono dei personaggi reali, vivi. Tutti i fantasmi sono vivi se esistono. Ed io credo nell’esistenza degli spiriti e di tutte quelle creature che abitano i luoghi”. Già nel 2002 con “Arca russa”, bellissimo piano sequenza di un’ora e mezza, ambientato nei corridoi e nelle sale dell’Hermitage di San Pietroburgo, Sokurov si era occupato di riportare sul grande schermo un mondo che non c’è più, attraverso le figure storiche del passato. Per tutta la durata del film vediamo attraverso gli occhi di un personaggio non identificato, del quale sentiamo la voce, che si ritrova, come in un sogno, nel Palazzo d’Inverno di San Pietroburgo, un tempo residenza degli Zar e oggi museo. L’unica persona che sembra vedere il nostro visitatore è un diplomatico francese dell’Ottocento, il marchese Adolphe de Custine, che lo accompagna nel percorso attraverso il palazzo. Passando per le varie sale e i corridoi, i due visitatori si muovono nelle diverse epoche della storia russa: compare Pietro il Grande , l’imperatrice Caterina II, gli zar Nicola I e Nicola II, fino ad arrivare ai nostri giorni e ai visitatori dell’Hermitage . Il viaggio si conclude con una grande festa, al termine della quale una folla di nobili russi si riversa fuori dal palazzo. E si scopre che l’edificio si trova sospeso sul mare in eterno. L’Hermitage viene menzionato in “Francofonia”, perché il regista si addolora pensando che ciò che è accaduto, al Louvre, non sia potuto succedere anche nei musei dell’Unione Sovietica o nel resto dell’Europa dell’Est. Il collaborazionismo tra Metternich e Jaujard ha salvaguardato le opere d’arte, mentre sul fronte russo i nazisti avrebbero messo a ferro e fuoco l’Hermitage bolscevico. Qualsiasi altra città ha subito bombardamenti ed incendi durante la Seconda guerra mondiale, mentre i soldati saccheggiavano e portavano via il bottino di guerra. Nelle vecchie fotografie di Parigi invece si vedono i militari tedeschi seduti nei caffè o a teatro e i ragazzi francesi a passeggio per strada a piedi o in bici. Se a Parigi non fosse andata così, cosa avrebbe significato per noi europei? La nostra cultura sarebbe rimasta la stessa? Alla fine del conflitto, i nostri due grandi uomini ebbero un riconoscimento per la loro impresa? Jacques Jaujard rivestirà fino al fine il suo ruolo di funzionario e verrà praticamente dimenticato. Metternich, al contrario, sarà celebrato e ricordato. E’ il narratore stesso ad annunciare ai due uomini quale sarà il loro destino. Li chiama in una stanza e li fa sedere. Un proiettore gli mostrale immagini di quello che avverrà nel loro futuro. Juajard e Metternich guardano e ascoltano forse interrogandosi sul senso di quella opportunità che gli è stata data. Poi se ne vanno. E di nuovo il meta-cinema, storia nella storia, passaggio tra passato, presente e futuro. Sokurov in “Francofonia” mostra tutto il suo talento visuale e narrativo, costruendo un’opera complessa sotto il profilo linguistico, possente sotto quello tematico, a tratti anche divertente. Il film è intriso dell’entusiasmo del regista, veramente felice di poter girare all’interno del Louvre. Per lui è stato un desiderio che si è avverato. L’ha considerato, infatti, un ritorno al suo sogno di realizzare un ciclo di film d’arte all’Hermitage, al Louvre, al Prado, al British. Ma riconosce che “se trattiamo di arte, non possiamo non entrare in contatto con la storia”. E non possiamo non ricordare la su trilogia su tre personaggi importanti per la storia del XX secolo: “Moloch” (1999), film su Hitler che venne premiato a Cannes per la migliore sceneggiatura; “Toro” (2000) su Lenin e “Il Sole” (2005) su Hirohito. Rientra, forse, anche la figura di Napoleone Bonaparte in questa galleria di dittatori? Lui nega di essere affascinato da tali figure. “Faccio film su coloro che hanno dimostrato di avere una personalità eccezionale. Avevano il potere decisionale tra le mani, ma tante azioni che hanno compiuto erano dettate dalla loro fragilità e dalle passioni. Le qualità umane e il carattere sono più importanti di qualsiasi circostanza storica”. “Francofonia” si conclude con l’immagine della nave cargo che perde in mare il carico che sta trasportando. Un atto simbolico caratterizzante la società culturale di oggi alla deriva, che distrugge le grandi opere del passato fino a rendere vano il sacrificio delle persone che le hanno protette. “Francofonia” è un’elegia emozionante di straordinaria potenza e bellezza, che si avvale del lavoro eccezionale di Bruno Delbonnel alla fotografia e di scelte musicali di altissimo livello. Bravissimi anche gli attori. Qualcuno lo ha definito il vincitore morale dell’ultimo festival di Venezia, dove Sokurov è di casa. Nel 2011 si è guadagnato il Leone D’Oro per “Faust”, ultimo capitolo della tetralogia sul potere iniziata con “Moloch”. “Mi sembra ancora che tutto quello che faccio sia imperfetto”, ama dire Sokurov. “Il mio rapporto con il cinema è quello di uno scolaro, imparo da chi posso imparare. E quei film per me sono delle lezioni. Ringrazio i miei maestri immaginari, studio le lezioni, sostengo esami. Quale sarà il risultato? Ancora non lo so”.

Clara Martinelli

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