Cinema: “Ridendo e scherzando”, documentario scritto e diretto da Paola e Silvia Scola in omaggio al padre Ettore Scola


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Resterà nelle sale italiane solo due giorni, domani e martedì 2 febbraio, “Ridendo e scherzando” il documentario scritto e diretto da Paola e Silvia Scola con Ettore Scola e l’amichevole partecipazione di Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif.
Si tratta di una conversazione a distanza ravvicinata che passa in rassegna l’opera del grande regista scomparso da poco, fra racconti, aneddoti, materiale d’archivio. Un omaggio che le figlie di Ettore Scola hanno voluto fare al loro padre.
“L’intento è stato quello di fare un documentario da ridere”, spiegano Paola e Silvia. “Raccontare il  regista, lo sceneggiatore, il disegnatore, l’umorista, l’intellettuale, il militante  cercando di usare la sua chiave, quella del suo cinema: parlare cioè di cose serie senza farsene accorgere, facendo ridere”.
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A fronteggiare il grande Scola, ci pensa Pif, il giovane attore e regista che lo accompagna nel percorso dei ricordi e fa da alter ego alle figlie. Nel Cinema dei Piccoli a Villa Borghese, i due parlano, “ridendo e scherzando” appunto, mentre sullo schermo scorrono le clip dei film diretti dal cineasta, filmini in Super 8 (alcuni diretti da Scola stesso), backstage realizzati sui suoi set, foto rubate agli album di famiglia, disegni e vignette.
Clara Martinelli

Cinema da non perdere: “Il figlio di Saul” di László Nemes

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Ha vinto il Grand prix speciale della giuria al festival di Cannes 2015 e il premio Golden globe per il miglior film straniero 2016 ed è candidato all’Oscar nella cinquina come miglior film straniero. E molto probabilmente lo vincerà. Uscito nelle sale italiane il 21 gennaio, “Il figlio di Saul” è il film di debutto del regista e sceneggiatore ungherese László Nemes. Si tratta di un viaggio allucinato e allucinante nell’inferno delle camere a gas e dei forni crematori di Auschwitz.  Saul Ausländer (il poeta e scrittore Géza Röhrig) è nelle squadre dei Sonderkommando, gruppi di ebrei che i nazisti costringono ad aiutarli nell’eliminazione degli altri prigionieri. Tra i cadaveri di un nuovo carico di deportati gli sembra di scorgere il corpo di suo figlio. Saul cerca in tutti i modi di non farlo ridurre in cenere, lo nasconde e va alla disperata ricerca di un rabbino per seppellirlo, mettendo in pericolo i suoi compagni e i loro piani di ribellione e di fuga. “Ci troviamo in uno spazio molto familiare per il pubblico ma che secondo noi non è mai stato mostrato com’era realmente, segnato dal caos ma allo stesso tempo da un’organizzazione ferrea”, ha dichiarato Nemes. Un film che “nessuno voleva produrre perché troppo rischioso”.  Rappresentare la realtà di un lager nazista, calarsi nelle dinamiche ivi esistenti può essere scioccante per chi lo gira, per gli attori che vi recitano e alla fine per gli spettatori che lo guardano.  Il punto di vista della narrazione è solo quello di Saul. La camera a mano lo segue quando è di spalle, inquadra il suo viso immobile con gli occhi che scrutano i luoghi e le persone. Il contorno appare sfocato, uno spazio indefinito studiato per collocare il ritratto di un uomo sempre in primissimo piano. Una scelta registica potente che si rivela di grande impatto visivo, che punta dritto nell’animo del protagonista, inebetito dall’orrore.

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L’altro elemento portante del film sono i rumori che si sentono fuori campo, i pianti, le urla, i comandi dei soldati tedeschi, gli spari. Sono i suoni  che circondano Saul e con i quali lo spettatore può percepire quello che lui vede o il resto della scena. Impressionante è l’estraneamento con cui gli uomini, traumatizzati e ridotti ad automi, svolgono le loro mansioni nel Sonderkommando. Essi avevano il compito di rassicurare e far spogliare le persone dirette nelle camere a gas. Aspettavano fuori che quella povera gente morisse e poi avevano il compito di rimuovere i cadaveri, ripulire tutto e bruciare i corpi nei forni crematori. Tutto veniva eseguito a grande velocità, perché il lager di Auschwitz-Birkenau funzionava come una fabbrica della morte a ritmi industriali. Il lavoro era estenuante, ma questi uomini avevano dei privilegi in più in confronto agli altri deportati. Ogni tre o quattro mesi venivano eliminati dalle SS per non lasciare testimoni dello sterminio. Nel film, Nemes mostra il momento in cui il gruppo di uomini decide di ribellarsi e si stanno organizzando per fuggire. E’ l’istinto di sopravvivenza a dar loro il coraggio di farlo, ma è anche la voglia di far sapere al mondo cosa succede realmente in quei campi, attraverso le loro testimonianze e le foto scattate di nascosto.

Clara Martinelli

 

Se questo è un uomo

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sí o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza piú forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.
Primo Levi

Cinema: “The Eichmann Show”, il processo del secolo

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Per la Giornata della Memoria, è uscito nelle sale italiane il film “The Eichmann Show”, diretto da Paul Andrew Williams e scritto da Simon Block. La pellicola racconta del cosiddetto “processo del secolo” fatto nei confronti del criminale nazista Adolf Eichmann. Responsabile del traffico ferroviario che trasportava gli ebrei nei campi di concentramento e catturato dal Mossad in Argentina l’11 maggio 1960, l’SS è stato processato a  Gerusalemme nel 1961. Intuendo la portata eccezionale di un tale evento, il geniale produttore televisivo Milton Fruchtman (Martin Freeman) decise di riprenderlo per mandarlo in onda su scala mondiale. Per dirigerlo assunse il regista Leo Hurwitz (Anthony LaPaglia), un cineasta molto bravo finito nella lista nera del maccartismo, che accettò all’istante. Per la prima volta nella storia un processo sarebbe stato trasmesso in TV e per la prima volta il mondo intero avrebbe ascoltato direttamente dai sopravvissuti le scioccanti testimonianze sui campi di concentramento. Il risultato fu che l’80% della popolazione tedesca guardò almeno un’ora del programma ogni settimana,  il quale venne anche trasmesso su tutte le reti in USA e Gran Bretagna. Alla fine furono 37 i paesi che decisero di mandarlo in onda, diventando il primo evento globale televisivo. E fu così che, dopo 16 anni dalla fine della guerra, si cominciò a parlare apertamente dell’Olocausto, rendendo giustizia alle vittime. Gli israeliani avevano fino a quel momento preso le distanze dai racconti fatti dai sopravvissuti, ritenendo impossibile che fosse accaduto loro ciò che narravano, perché c’era troppa crudeltà in quel che dicevano. “The Eichmann Show” parla  della straordinaria storia del team di produzione che dovette superare ostacoli di ogni tipo per poter catturare la testimonianza di uno dei più noti criminali nazisti. Il film mostra cosa successe nel backstage, le difficoltà che si dovette affrontare per realizzare l’evento, a cominciare dal superare la paura delle minacce ricevute dal produttore stesso da parte di un nostalgico del nazismo per convincerlo ad abbandonare l’impresa, per finire con i problemi puramente tecnici. Ad esempio, inizialmente i giudici israeliani erano contrari a trasmettere il processo in televisione, perché pensavano che le macchine da presa, grandi e ingombranti, avrebbero potuto essere d’intralcio nelle udienze. Allora, Leo Hurwitz e Milton Fruchton fecero costruire delle nicchie al di là dei muri, fuori dall’aula, dove situare le macchine e poter riprendere tutto senza dare alcun disturbo. Le videocamere, d’altro canto, hanno un ruolo essenziale in “The Eichmann Show”, perché è attraverso di loro che  il regista può  seguire con attenzione le reazioni del criminale, il quale resterà impertubabile per tutto il processo.

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Per Hurwitz, ebreo americano, scoprire il lato umano di Eichmann diventerà il “chiodo fisso” su cui concentrarsi durante le riprese. Pensa che sarà impossibile per il “mostro” non provare pentimento davanti alle orrende testimonianze e ai terribili filmati sui campi di concentramento. Tale narrazione si dipana nella seconda parte del film che diventa emozionante e coinvolgente ancor di più della prima. Il regista si fa indagatore dell’anima nera che ha davanti e non si capacita che Eichmann non mostri mai neanche una scintilla di umanità. Ma il criminale non cede neppure davanti alle immagini e alle parole più devastanti e continua a ripetere: “Non rivelerò mai i miei sentimenti più profondi”. Utilizzando abilmente le reali riprese del processo, dove si vede un Eichmann impassibile e le testimonianze dei sopravissuti, Paul Andrew Williams coinvolge lo spettatore in un processo complesso tra verità e finzione.

Clara Martinelli

 

Cinema: il “Macbeth” spettacolare di Justin Kurzel

Macbeth CopertinaUscito nelle sale italiane il 5 gennaio, “Macbeth” è un film  diretto da Justin Kurzel,che ha Michael Fassbender e Marion Cotillard come protagonisti. La pellicola è l’adattamento cinematografico della tragedia di William Shakespeare. Presentato in concorso all’ultimo Festival di Cannes, il film ha suscitato molte polemiche, perché si tratta di una versione molto diversa da quelle viste finora sul grande schermo. La trama è quella che tutti conosciamo. Il valoroso Macbeth, barone di Glamis, fedele generale dell’esercito del re Duncan di Scozia, ha sconfitto e ucciso il traditore Macdonwald a capo delle forze ribelli in una cruenta battaglia. Mentre cammina per la brughiera con il suo compagno Banquo, Macbeth incontra tre streghe, le quali gli predicono che lui diventerà signore di Cawdor e re di Scozia, mentre il suo amico sarà il capostipite di una dinastia di re. Profondamente scossi da quelle parole, ma senza dar loro troppa importanza, i due uomini ritornano sul campo di battaglia. Appena arrivati, Angus e Ross, due nobili scozzesi, portano a Macbeth i ringraziamenti del re per il coraggio dimostrato e gli comunicano che il sovrano gli ha assegnato il titolo di barone di Cawdor: colui che aveva prima tale titolo è stato giustiziato con l’accusa di alto tradimento.  La profezia comincia ad avverarsi. Macbeth, quindi, va a ringraziare il re Duncan, che gli dice di voler recarsi nel suo castello a Inverness per festeggiare la vittoria con lui. Nel frattempo, Lady Macbeth riceve una lettera dal marito con la quale la mette al corrente dell’incredibile profezia. La donna, ancora in lutto per la perdita del loro unico figlio, depressa per le continue assenze del marito, comincia ad escogitare un piano per uccidere il re e assicurare così il trono al consorte. Ma quello di Duncan non sarà l’unico delitto commesso da Mcbeth che, incoraggiato dalla moglie e divorato da una folle ambizione, darà luogo ad una vera e propria carneficina.

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Kurzel (alla sua seconda regia dopo “Snowtown”), per il suo “Macbeth”, ha puntato molto sulla spettacolarità delle scene di battaglia e sui delitti che la perfida coppia compie per raggiungere e poi perdere il potere.  Michael Fassbender è perfetto nel suo ruolo e dimostra ancor di più di essere un attore di statura strordinaria: il film, infatti, regge quasi completamente sulla sua figura. Poco spazio viene lasciato a Lady Macbeth, interpretata dall’esile, ma intensa Marillon Cotillard. Ottima la scelta del regista che ha utilizzato come testo quello originale in inglese arcaico (sceneggiato da Jacob Koskoff, Michael Lesslie e Tod Louiso), lasciando così intatta la potenza della tragedia più breve di Shakespeare. Una Scozia dal fascino primordiale e nebbioso si contrappone  agli interni monumentali dei palazzi che  invadono la scena, come anche la musica di sottofondo. I ralenti delle scene di battaglia servono a mandare avanti il personaggio principale della storia, Macbeth, come se volesse estraniarsi dalla situazione, e, allo stesso tempo, ricordare allo spettatore la sua importanza all’interno della storia.  Ma Justin Kurzel ha voluto portare sullo schermo una storia che potesse avvicinare i giovani a Shakespeare e Michael Fassbender ha dichiarato lui stesso che la sua versione del Macbeth e ai danni che provoca la brama di potere, era rivolta soprattutto ai ragazzi. La spettacolarità del film è così spiegata. Un’operazione riuscita così bene che il regista e l’attore hanno deciso di girare insieme “Assassin’s Creed”, adattamento cinematografico della famosa serie di videogiochi.

Clara Martinelli

 

Male supremo del nostro tempo

Certamente il fascismo e’ stato già sconfitto una volta, ma siamo ben lungi dall’aver sradicato definitivamente questo male supremo del nostro tempo: le sue radici sono infatti profonde e si chiamano antisemitismo, razzismo, imperialismo.”

Hanna Arendt, “La banalità del male”

Oggi a Roma il pittore Angelo Colazingari inaugura “Sequenze” al Micro

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