Da oggi a Roma inizia il “Festival del Romanzo Storico”

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Oggi, a Roma, alle ore 18,30, con la presentazione del romanzo “L’ultima legione occulta” di Roberto Genovesi (edito da Newton Compton) avrà inizio una rassegna culturale dedicata al romanzo storico. L’evento, che si svolgerà presso la sala conferenze della FUIS in Piazza Augusto Imperatore 4, vedrà la partecipazione di alcuni maestri del genere come Luigi De Pascalis, Andrea Frediani, Fabrizio Cordoano. “Si tratta di un’occasione per riportare alla memoria storie di un mondo passato che possono offrire ancora grande testimonianza, perché una civiltà che perde il legame  con il proprio passato  è una civiltà che rischia di camminare sul nulla”, afferma Mario Sammarone, curatore della rassegna. Organizzate dall’Associazione Editori Abruzzesi, il ciclo di sei conferenze terminerà il 26 febbraio con la presentazione del libro “Le lacrime degli eroi” (Einaudi) di Matteo Nucci.

Cinema da non perdere: “45 anni” di Andrew Haigh

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“45 anni”  è un film  scritto e diretto da Andrew Haigh. Gli attori protagonisti Charlotte Rampling  e Tom Courtnay hanno vinto l’Orso d’Argento per la migliore interpretazione femminile e maschile all’ ultimo Festival di Berlino. I coniugi Kate e Geoff Mercer conducono una vita tranquilla nella campagna inglese e si preparano a festeggiare 45 anni di matrimonio con una grande festa. A pochi giorni dall’evento però, qualcosa arriva a turbare le loro esistenze. Una lettera, destinata al signor Mercer, lo informa che il corpo della sua prima fidanzata, morta in un incidente di montagna in Svizzera oltre cinquant’anni fa, è stato ritrovato perfettamente conservato in un ghiacciaio. Inesorabilmente la notizia sconvolge Geoff e Kate e  i loro equilibri di coppia. L’uomo cerca di nascondere il proprio turbamento, ma Kate, che non sapeva nulla della precedente relazione del marito, comincia a scavare nel passato venendo così a conoscenza di un inquietante segreto. “45 anni” mostra come un matrimonio che non ha mai subito un arresto possa, ad un certo punto, incrinarsi per cose mai dette. C’è tanto da indagare sul passato di Geoff, ma Kate si accorge che c’è tanto da capire anche di se stessa e di come abbia potuto chiudere gli occhi davanti alla realtà. Il velo le si squarcia pian piano, mettendo una dietro l’altra le informazioni che ottiene da sola e che il marito sarà poi costretto a confermare. L’amore che, pensava granitico, rivela più di una falla e lei si rende conto di essere stata una seconda scelta sentimentale per quell’uomo sposato quarantacinque anni prima. Un’opera emozionante e coinvolgente, strutturata su una sceneggiatura che pare ricalcare perfettamente il tranquillo quotidiano, intimo e domestico, di una misurata coppia inglese. I personaggi agiscono in maniera fredda e controllata, quasi fino alla fine del film quando Kate si lascia andare ad un pianto disperato, liberatorio e consapevole. E’ lo stesso Haigh ad ammettere che l’idea del film, tratto dal racconto “In Another Country” di David Constantine, gli è venuta perché c’era qualcosa di struggente in una relazione che inizia a vacillare proprio quando si avvicina all’ultimo ostacolo prima del traguardo.

Clara Martinelli

 

 

I rumori dell’alba

Come è forte il rumore dell’alba!
Fatto di cose più che di persone.
Lo precede talvolta un fischio breve,
una voce che lieta sfida il giorno.
Ma poi nella città tutto è sommerso.
E la mia stella è quella stella scialba
mia lenta morte senza disperazione.

Sandro Penna

Cinema: è uscito nelle sale italiane “87 ore – gli ultimi giorni di vita di Francesco Mastrogiovanni”, film documentario di Costanza Quatriglio

locandinaPresentato in anteprima  al Festival “ARCIPELAGO” e uscito ieri nelle sale  “87 ore – gli ultimi giorni di vita di Francesco Mastrogiovanni” di Costanza Quatriglio, un film documentario che  racconta gli ultimi giorni di Francesco Mastrogiovanni,  maestro elementare di 58 anni, originario di Castelnuovo Cilento, legato al letto di contenzione fino alla morte, sopraggiunta appunto dopo 87 ore. Continuamente ripreso da nove videocamere di sorveglianza poste all’interno del reparto psichiatrico dell’ospedale di Vallo della Lucania, il racconto mostra il lato disumano di quel ricovero coatto. Si tratta di un documento unico perché per la prima volta le telecamere hanno dato la possibilità di vedere come il TSO (trattamento sanitario obbligatorio) venga spesso usato come strumento di repressione e punizione, piuttosto che come mezzo di contenimento. Una violazione dei diritti umani all’ordine del giorno nel nostro paese, sulla quale si battono da anni l’associazione “A Buon Diritto” di Luigi Manconi. Scritto da Costanza Quatriglio con Valentina Calderone e con la collaborazione di Luigi Manconi, avvalendosi della testimonianza della nipote di Francesco Mastrogiovanni, Grazia Serra, e dei suoi genitori, il film è prodotto da Marco Visalberghi (“Sacro Gra”) per DocLab col patrocinio di Amnesty International e in collaborazione con Rai 3, che lo manderà in onda il 28 dicembre. Cosa è successo per aver indotto i medici a ricorrere ad un simile trattamento? Partiamo dall’inizio. E’ il 31 luglio 2009. Il maestro viene bloccato e prelevato dalla spiaggia di un campeggio del Cilento da un grande dispiegamento di forze tra carabinieri, polizia municipale e guardia costiera,, perché la sera precedente aveva guidato velocemente  nella zona pedonale di Acciaroli in stato confusionale. L’uomo viene trasportato con un’ambulanza presso il reparto psichiatrico dell’ospedale di Vallo della Lucania in provincia di Salerno per essere sottoposto al trattamento sanitario obbligatorio. Addormentato per la forte sedazione, Mastrogiovanni viene spogliato, legato al letto con le cinghie che gli bloccano polsi e caviglie, lasciato ad agonizzare con la noncuranza di medici ed infermieri che gli passano accanto.  Il 4 agosto  morirà di edema polmonare.

87-ore“In quel mondo a circuito chiuso, le videocamere di sorveglianza servivano a osservare i pazienti. – dichiara Costanza Quatriglio –  Immagini a scatti che restituiscono la meccanicità della procedura, la reificazione dei corpi, una disumanità filmata da un occhio disumano che si sostituisce alla relazione degli esseri umani con gli altri esseri umani. Quando ho cominciato a studiarle, mi sono apparse immediatamente come l’espressione del grado zero della coscienza. I corpi bidimensionali, privati di ogni soggettività, inseriti in un meccanismo che porta all’assuefazione, all’addormentamento della ragione. Tutt’altro che facile decidere di realizzare il film e tutt’altro che facile portarlo a compimento. Ma a dirci come è morto Mastrogiovanni non è infatti il racconto della sua sofferenza, né la crudele indifferenza di quelle immagini, ma uno sguardo, uno sguardo umano, quello del medico legale che osserva il corpo ormai libero da quelle cinghie di contenzione che per giorni hanno stretto caviglie e polsi. L’osservazione diretta, l’unica osservazione possibile, di un essere umano verso un altro essere umano. La relazione con un corpo che non può più parlare ma che può essere ancora ascoltato.” La Quatriglio, autrice di docu-film molto apprezzati,  integra queste riprese, che occupano gran parte del documentario, con le testimonianze della nipote e della sorella che si sono battute affinché i responsabili venissero puniti. “87 ore” si presenta come un esempio di cinema civile, che ci mostra e analizza i fatti così come si sono svolti, passando dalla crudezza del film-inchiesta all’orrore del thriller claustrofobico.

Clara Martinelli

 

Come funziona il male

Shakespeare o Dostoevskij, pensavo io, illuminano i labirinti morali fino ai loro ultimi meandri, dimostrano che l’amore è in grado di condurre all’assassinio o al suicidio e riescono a farci provare compassione per psicopatici e malvagi; è loro dovere, pensavo io, perché il dovere dell’arte (o del pensiero) consiste nel mostrarci la complessità dell’esistenza al fine di renderci più complessi, nell’analizzare come funziona il male, per poterlo evitare, e perfino il bene, forse per poterlo imparare.”

Javier Cercas

Cinema da non perdere: “Dheepan” di Jacques Audiard

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Vincitore della Palma d’Oro a Cannes, “Dheepan” di Jacques Audiard si troverà ancora per poco nelle sale italiane, ma è assolutamente da non perdere. Il protagonista, il Dheepan del titolo, è un ex combattente delle Tigri Tamil (Jesuthasan Anthonythasan, ex bambino soldato fuggito dallo Sri Lanka e diventato scrittore) che per fuggire dalla guerra civile dello Sri Lanka e chiedere asilo politico in Francia, forma una finta famiglia con una giovane donna, Yalini, e una bambina di nove anni, Illayaal. I tre si trasferiscono nella banlieu parigina, violenta e malfamata, e trovano rifugio in un agglomerato, dove Dheepan lavora come guardiano tuttofare. Yalini fa la badante ad un anziano, mentre la bambina frequenta una scuola e, superate le difficoltà iniziali, si inserisce molto bene. In questa normalità illusoria, quasi si convincono di essere una vera famiglia. Una routine rotta però dai traffici delle bande criminali del posto e le loro regole. Quando verranno coinvolti in una brutale esplosione di violenza, i fantasmi del passato torneranno a tormentare Dheepan e occorrerà prendere una decisione, se rimanere insieme o separarsi.
Jacques Audiard, regista de “Il profeta” e “Un sapore di ruggine e ossa”, con “Dheepan” rende un omaggio all’amore e alla possibilità delle persone che hanno subito grossi traumi di rifarsi una vita. I protagonisti del film all’inizio fanno addirittura fatica a parlare tra di loro e non per questione d’idioma, che è lo stesso, ma perché non si conoscono. Sono degli estranei l’uno per l’altro, i quali si ritrovano a vivere in un mondo nuovo, che si accorgono essere non tanto diverso da quello che hanno lasciato. Audiard mira a raggiungere lo spettatore, coinvolgendolo emotivamente e a partecipare attivamente alle vicende dei personaggi, attraversando con loro l’inferno della violenza e le rispettive trasformazioni: quella esteriore che ha a che fare con l’emigrazione e l’integrazione sociale, l’altra quella intima, domestica e interiore. Il regista affida ai gesti, agli sguardi, ai silenzi dei personaggi lo snodarsi della storia con asciuttezza e un certo sotto tono che rendono il film un esempio di linguaggio e di stile cinematografico.

Clara Martinelli

Creatura complicata è l’uomo

Creatura complicata è l’uomo: sa tanto di tante cose, ma conosce davvero pochissimo se stesso.
Il problema di cosa sia l’uomo è sempre l’ultimo che ci poniamo.
L’uomo è anche ciò che né lui né gli altri sanno di lui; si è contenti di non conoscere se stessi, perché niente più di questo disturba il roseo bagliore delle illusioni.
L’incontro con se stessi è una delle esperienze più sgradevoli alle quali si sfugge proiettando tutto ciò che è negativo sul mondo circostante.
L’uomo dovrebbe prima di tutto sforzarsi di conoscere sé stesso, per poi vivere in armonia con la propria verità.
Chi è in condizione di vedere la propria ombra e di sopportarne la conoscenza ha già assolto una piccola parte del compito’.

Carl Gustav Jung