Riconoscimento dell’alterità dell’altro

“Nella struttura della famiglia circola spesso un improprio aggettivo possessivo che fa dire all’uomo “mia moglie”, alla donna “mio marito”, a entrambi i genitori “mio figlio” o “mia figlia”, quando nella relazione tra individui che hanno deciso di condurre una vita insieme, e insieme di generare, di “mio” non dovrebbe esserci proprio nulla. Infatti l’unica condizione perché nel nucleo familiare possa circolare l’amore è il riconoscimento dell’alterità dell’altro, e non la sua percezione limitatamente a come io vorrei che fosse, con conseguente negazione della sua individualità, e sua riduzione a semplice soddisfazione dei miei desideri o delle mie aspettative. Questo principio vale innanzitutto per tutte le persone che un giorno hanno deciso di condividere la loro esistenza, perché ciascuno dei due aveva incontrato un “altro” che l’aveva affascinato per la semplice ragione che esprimeva ciò che mancava alla propria personalità. E solo rispettando questa alterità l’altro può continuare a incuriosirmi e affascinarmi, mentre se dell’altro vedo solo ciò che risponde alle mie esigenze  ripiombo nella solitudine della mia individualità.
La noia che connota molte relazioni di coppia è dovuta proprio a questa soppressione dell’alterità dell’altro, alla sua riduzione a qualcosa di “mio”, che più non mi consente di incuriosirmi dei pensieri, dei sentimenti, delle sensazioni, dei vissuti che non coincidono con i miei. La conseguenza è la svalutazione, la disattenzione, il disinteresse per tutto ciò che l’altro esprime di diverso di quel che penso e sento io, e il progressivo irrigidimento nelle proprie convinzioni che servono solo a erigere dei muri d’incomprensione.
[…]
Questa mancanza di rispetto dell’alterità dell’altro spesso si esercita anche nei confronti dei figli, a causa di un fraintendimento radicale del concetto di educazione, che non significa condurre i figli ad assecondare le nostre aspettative, ma accompagnarli nella scoperta della loro natura che, per il fatto che sono nati da noi, non significa che coincida con la nostra […]”.

Umberto Galimberti, D la Repubblica

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7 Risposte

  1. Non si sta parlando, è vero?, di quel sentimento di impotenza che molti genitori nutrono per non sapere gestire il “talento” di un figlio e per non avere sufficienti risorse materiali per affidarlo a chi, invece, riuscirebbe a trarre il meglio dalla sua natura…
    E’ vero che essere genitori comporta il riconoscimento di un limite, e questo dovrebbe acchetare l’ansia da straripamento nella vita di un altro dal quale si apprende a congedare con serenità dai sentimenti il rimpianto, poichè certi errori nella vita sono inevitabili per crescere. E se da un lato, attraverso il figlio, si prende coscienza che quella virgola, nel libro della vita, non poteva che essere messa lì, dall’altro si è messi di fronte a quella parte di sè più vera, più spontanea, che ha fede e che è nell’altro, al quale si è ceduta per fare economia, compensando così le energie del sistema-famiglia, altrimenti in perdita Insomma, è un discorso complicato quando ci si assomiglia, perchè vivere in una piccola comunità comporta questo: non è sicuramente una cessione in comodato d’uso di geni che entrano in gioco in un circuito virtuoso, la famiglia. Ma che uno speri la felicità dell’altro non sempre comporta che si ottenga il bene esclusivo dell’altro soltanto. La felicità si somma. Così come a volte la felicità dei genitori non sempre si riflette sui figli. Non deve. Perchè il rispetto, sono d’accordo, quello sì, è necessario anche nei confronti della debolezza dei genitori, che è diversa dalla forza dei figli.

  2. “..nessuno è felice se la fortuna non lo mette al suo posto”… Penso si riferisca alla Vocazione dell’altro…

  3. A volte è difficile capire quale sia, il suo posto, e quale il posto dell’altro, se vivono in simbiosi, interscambiandosi sulla scena della vita. E’ una fortuna avere la stessa vocazione, forse non lo è avere lo stesso nome. A volte capitaaddirittura di condividere lo stesso corpo. Avere un posto tutto proprio potrebbe, quindi, essere l’inizio di due storie differenti e distinte che in seguito si intrecceranno, probabilmente. Non di una storia soltanto. Ed è questo è il bello per chi ama la lettura. 🙂

  4. Chi ama la lettura, come diceva qualcuno, è in buone mani :-)…
    Notte

  5. .. Anche io .non avevo dubbi sul fatto che chi ama la lettura sia in buone mani. Anche chi (ti) scrive. 🙂

  6. …Sì, certo, in buone mani, nonostante lacci, lacciuoli, nodi, refusi, sviste “stigmatiche” e lapsus, sintomo di un certa animosità e laboriosità inconscia. Ma ci si deve fidare sempre di ciò che viene in superficie.

  7. Direi sopratutto – nodi, lacciuoli si sciolgono (analysis) anche per issare le vele; sviste, refusi.. per aggiustare “la rotta”. 🙂

    Buonagiornata Valeria

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