Alba …..

Buongiorno cari, senza aggiungere altre parole perché, spesso, non servono, vi lascio parte di un testo teatrale di uno spettacolo che ho visto ieri e nel quale mi sono ritrovato, perso e riconosciuto.
STORIE DI DONNE di Gabriele Ottaviani. In scena c’era Alessandra Vagnoli. Regia Lorenzo Lustri

(…) io non sono per niente certa di essere sempre capita, o di esserlo sempre stata.

Che poi io credo che le persone spesso capiscano in realtà solo quello che vogliono capire, non sentono le cose che gli altri dicono come effettivamente gli altri le hanno dette, ma le interpretano a modo loro, come gli conviene, come gli fa più comodo, o forse come davvero gli è sembrato che gli siano state dette, perché magari chi parla non si spiega, anche se pensa di sì.

Comunque cominciano a cambiare prima le parole, poi i toni, i gesti, gli sguardi, e alla fine è tutto diverso. Cambiano le lettere, e cambiano pure le persone. Ci sono tre tipi di persone secondo me: quelle che ascoltano, quelle che vorrebbero parlare e quelle che sanno sempre cosa dire, anche quando non dicono niente.
E invece certe volte le parole io ce le ho precise in testa: belle, chiare … ho delle risposte così pronte certe volte in testa che mi stupisco da sola … però al momento di pronunciarle, quelle parole lì, così belle, così precise, così chiare, ci pensa sempre prima qualcun altro più veloce, e più bravo, e a me non resta altro da fare che annuire. Con la bocca quasi aperta, per giunta.

(…) Mi viene bene annuire, lo faccio sempre convinta quando lo faccio, perché quando lo faccio vuol dire che lo sono, anche se un po’ mi dispiace che quasi mai annuiscano a me, e mi viene bene anche ascoltare, mi piace tanto ascoltare, lo faccio per davvero, mica solo con le orecchie. È per questo che mi accorgo quasi sempre quando gli altri non lo fanno.
È per questo che certe volte mi sento sola. Come nel silenzio.
Ma non quello del bosco, o delle chiese, che ti abbraccia caldo e sicuro, e ti protegge, ti fa sentire a casa. No, non è quel silenzio lì che mi fa sentire sola.

(…) Passano i giorni e non te ne accorgi, e poi invece quando te ne accorgi ormai sono passati. Passati e basta. E non ritornano.
È l’acqua sempre uguale, che scorre sempre diversa e non si ferma, e come può dissetarti, può anche tirar giù un ponte come fosse un castello di carte. Anche se per far cadere quello, in fondo, può bastare anche solo uno starnuto.
Sono i lucchetti senza chiave, le pigne bruciate nel camino, le attese infinite alla stazione, o davanti a scuola.
E ti accorgi che hai sprecato tempo, e che non li hai apprezzati quanto avresti dovuto, quei giorni, quei momenti, quei ricordi, quegli attimi, quei pensieri, quegli amori. Ma va bene così. Li hai avuti, quei luccicanti frammenti di felicità, è già molto più di quanto a tanti sia concesso di sperare in tutta una vita intera.
Ricordatelo, quando hai voglia di piangerti addosso.
Non hanno colpa quando partono, non possono fare altro. E ringraziali di esserci stati.
E va bene anche non parlare, qualche volta. Parliamo tutti troppo, e diciamo troppo poco.

La mia testa è piena di parole, di frasi a effetto, di canzoni meravigliose che se canto senza voce non stono, di discorsi bellissimi.
Io lo so.
È che ogni tanto mi piacerebbe che lo sapessero anche gli altri, che non mi dessero così tanto per scontata. Perché a volte è così che mi sento, data per scontata.

Gabriele Ottaviani

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Una Risposta

  1. “Ma non quello [il silenzio] del bosco, o delle chiese, che ti abbraccia caldo e sicuro, e ti protegge, ti fa sentire a casa.”

    Sottolineo questi righi che sento come incipit dei miei pensieri, che si agitano confusi nella testa, ma ormai sono in movimento, e vado in giardino a fare di un fascio le potature degli agrumi… Quando ritorno qui è tutto chiaro, forse, ma l’opportunità di rimetterli in ordine, i miei pensieri, senza l’obbligo di un botta e risposta circoscritto nel tempo, mi ha reso quella serenità nell’esporli che non avrei avuto in tempo reale. Agli errori penserò dopo; rileggermi mi aiuterà a prendere coscienza di quello che ho detto e a farlo mio accettandone i limiti, anche quelli che mi verranno da qualcun altro che avrà la pazienza di leggerli… Dunque…

    Sento un’ansia da prestazione che si riflette sul Femminile da quando è dovuto entrare in competizione con l’Immagine della Madre, che è Parola creatrice, per affermare la propria autonomia da essa e tentare un senso autonomo di perfezione. E’ l’idea di perfezione di quell’ Immagine che è scontata, se si pretende da se stessi sempre e comunque di saper cogliere e di ridare un attimo perfetto.
    (Personalmente mi sono sempre sentita me stessa e a mio agio con chi accetta i miei silenzi e in silenzio sa stare al mio fianco. Va a finire sempre che non riusciamo più a smettere di parlare. Questi sono i silenzi ad effetto!)

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