Cinema da non perdere: “Leviathan”

Leviathan_(film_2014)Uno dei film più potenti e più riusciti in circolazione in questo momento è “Leviathan”, scritto e diretto dal russo Andrey Zvyagintsev. Palma d’oro al Festival del Cinema di Cannes dell’anno scorso,premiato con il Golden Globe come miglior film straniero e candidato all’Oscar per la Russia, il film, ambientato in un villaggio vicino al mare di Barents, ha come protagonista Kolia (Alexey Serebryakov), proprietario di un’officina dove ripara macchine. Vive nella vecchia casa dove è nato, ha un figlio adolescente, Roman (Sergey Pokhodaev), nato da un matrimonio precedente, e una giovane moglie, Lilya (Elena Lyadova). Kolia ama la sua terra, la sua casa. la sua famiglia con tutto se stesso e non rinuncerebbe a loro per niente al mondo. Ma il destino gli è avverso. Il sindaco corrotto del villaggio Shelevyat, appoggiato dal sacerdote locale, gli offre seicentomila rubli per comprare tutto con l’intenzione di costruire una chiesa sul suo terreno. Kolia ovviamente non è d’accordo, cerca di opporsi in ogni modo, anche facendosi aiutare da un suo vecchio amico avvocato da anni residente a Mosca.  Il sindaco allora diventa sempre più aggressivo e decide di usare metodi poco ortodossi per far cambiare idea a quell’uomo tanto ostinato.  In un crescendo di minacce e disavventure, Kolia sarà costretto a soccombere alle mire dello Stato leviatano. Il film, che fa riferimento all’opera del filosofo Thomas Hobbes “Leviathan” (1651), con la sua atmosfera dostoevskiana della vita, è la storia del conflitto universale tra individuo e autorità, degli umili soli e perdenti nei confronti di un potere istituzionalizzato e forte. Una sceneggiatura possente, i dialoghi serrati, gli attori straordinari e i paesaggi mozzafiato fanno di “Leviathan” un capolavoro. Da non perdere.

Clara Martinelli

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CAMBIAMO LE PAROLE PER CAMBIARE LE COSE. Auspici preliminari per una terapia pragmatica della cultura e del linguaggio

“Il mio mestiere è scrivere. Tutto qui. Sentir parlare dei miei libri non mi interessa. Dopotutto il linguaggio non serve più a niente in questo mondo.. serve agli interrogatori di polizia” (Lo scrittore Onoff -J. Depardieu- nel film “Una pura formalità” di Giuseppe Tornatore, 1994)

Premessa: la Jihād

All’epoca in cui lavoravo come Consultant (Primario) al Royal Free Hospital di Londra fu ricoverato in regime coatto (Section 2 MHA nella legislazione anglosassone, l’equivalente del Trattamento sanitario obbligatorio in Italia) un giovane studente musulmano, affetto da quella che la nosologia definirebbe una grave forma di schizofrenia ebefrenica. La forma ebefrenica o psicosi della giovinezza è tipicamente caratterizzata da comportamenti e discorsi confusionali e incoerenti. Eppure durante uno dei nostri lunghi colloqui ebbe a spiegarmi che “Jihād, parola araba (ab)usata dai media che significa “esercitare il massimo sforzo connota un ampio spettro di significati, il cui principale sarebbe la lotta interiore spirituale per l’integrazione degli aspetti ombra della personalità piuttosto che ad una violenta guerra santa. E che in qualche modo – mi fece capire – un simile conflitto si stava combattendo nella sua psiche fatta di angoscia e frammentazione”.

La corrida

Quello stesso anno mi capitò di assistere ad una corrida, a Malaga, un tipo di tauromachia inutilmente brutale secondo le associazioni animaliste. Mi sono chiesto se l’origine di questa pratica non sia da ricercare nel mitraismo o mithraismo, un’antica religione ellenistica, basata sul culto di un dio chiamato Meithras che apparentemente deriva dal dio persiano Mitra e da altre divinità dello zoroastrismo. In ogni tempio mitraico, il posto d’onore era occupato da una rappresentazione del dio Mitra, in genere raffigurato nell’atto di uccidere un toro sacro, (tauroctonia): questa scena rappresenterebbe un episodio mitologico, più che un sacrificio animale. Anche nelle antiche comunità con riti Dionisiaci si sacrificava un toro facendolo a pezzi e mangiando le sue carni e bevendo il suo sangue.

Jacobi

Dice la Jacobi: “Le più astratte relazioni, situazioni o idee di natura archetipica e mitologica sono visualizzate dalla psiche come immagini, forme, figure… È stata questa capacità umana di formare immagini che ha dato all’archetipo del conflitto fra luce e tenebre o bene e male, la forma della lotta dell’eroe contro il drago (o il toro nel nostro caso), o ha tradotto l’archetipo della morte e rinascita in immagini della vita dell’eroe o nel simbolo del labirinto e in genere ha creato lo sconfinato regno dei miti, dei racconti, delle fiabe, dei poemi epici, delle ballate, dei drammi…”

Campbell

Per ciò che riguarda il mito scrive Joseph Campbell: “La mitologia è stata interpretata come uno sforzo primitivo e maldestro di spiegare il mondo della natura, come un prodotto della fantasia poetica, dei tempi preistorici, come una raccolta di insegnamenti allegorici per uniformare l’individuo al suo gruppo, come un sogno collettivo sintomatico delle aspirazioni archetipiche delle profondità della psiche.

Jung

Jung presuppone l’irriducibilità del simbolo a segno e quindi si può affermare che, nella schizofrenia, si assiste a un ipersimbolismo. Si potrebbe anche dire che, nella schizofrenia, l’attivazione di un archetipo determina la tendenza ad attribuire un certo significato anche nei casi, in cui una coscienza normale riconoscerebbe puramente un segno e che, parallelamente, vi è una perdita della capacità di usare i simboli comuni e sociali. Nel mondo schizofrenico si osserva un’abnorme diffusione del simbolismo, ma il paziente non comprende il simbolo, che resta dissociato dal suo lo e agisce come corpo estraneo, come frammento autonomo, che si manifesta come idea delirante, allucinazione, etc.

E’ dunque possibile postulare alla luce di queste considerazioni che (ad esempio) la corrida sia un fenomeno di psicosi collettiva che nasce dalla mancata simbolizzazione di un archetipo?

Come nel caso del drago in ultima analisi, qualunque realtà sia all’origine del mito, ai più apparirà senza dubbio più realistico dire che il mito si basa sempre su un’istanza umana, una necessità non cruenta di produzione della mente.

Jodorowsky

Nel suo “Psicomagia” durante una intervista Alejandro Jodorowsky dice: “il linguaggio è prima di tutto una attività del corpo, è in consonanza con la natura del sistema nervoso. Dal mio punto di vista, dobbiamo essere in grado di produrre un linguaggio bello e poetico. Un linguaggio sano. Le cosiddette malattie mentali, come quelle fisiche, si riverberano nel modo di parlare. Ci sono parole dementi, malate, tubercolotiche o tumorali; parole che non sono naturali, ma violente e criminali. La malattia e il linguaggio malato si influenzano reciprocamente e risultano distruttivi. Attraverso il linguaggio, inoltre, ci trasmettiamo malattie a vicenda e raggiungiamo livelli di coscienza inferiori. I livelli di coscienza del linguaggio coincidono con quelli dell’essere umano. Come il corpo umano è andato trasformandosi, così ha fatto la lingua. Se facciamo uso di un vocabolario malato che non è il nostro, ci logorerà a poco a poco”. Jodorowsky si spinge al punto di fare alcuni esempi di espressioni che dovrebbero essere cambiate per essere intellettualmente “corrette”:

Mai con assai poche volte. Sempre con spesso. Infinito con estensione sconosciuta. Eterno con dal termine impensabile. Dammi con permettimi di prendere. Il mio con ciò che adesso possiedo. Mia moglie con la persona con la quale giorno per giorno condivido la vita. Morire con cambiare forma. E suggerisce definizioni che rompono con quelle esistenti: Felicità è essere ogni giorno meno angosciato. Decisione è essere ogni giorno meno confuso. Intelligenza è essere sempre meno stupido. Coraggio è essere ogni giorno meno codardo. E continua: “stiamo pensando male, ecco perché dobbiamo sostituire il nostro linguaggio”: Inizio con continuazione di. Bella giornata con oggi mi sento bene. Fallire con cambiare attività. Sono colpevole con sono responsabile.

(continua)

Massimo Lanzaro

 

 

Alba …..

Buongiorno cari, senza aggiungere altre parole perché, spesso, non servono, vi lascio parte di un testo teatrale di uno spettacolo che ho visto ieri e nel quale mi sono ritrovato, perso e riconosciuto.
STORIE DI DONNE di Gabriele Ottaviani. In scena c’era Alessandra Vagnoli. Regia Lorenzo Lustri

(…) io non sono per niente certa di essere sempre capita, o di esserlo sempre stata.

Che poi io credo che le persone spesso capiscano in realtà solo quello che vogliono capire, non sentono le cose che gli altri dicono come effettivamente gli altri le hanno dette, ma le interpretano a modo loro, come gli conviene, come gli fa più comodo, o forse come davvero gli è sembrato che gli siano state dette, perché magari chi parla non si spiega, anche se pensa di sì.

Comunque cominciano a cambiare prima le parole, poi i toni, i gesti, gli sguardi, e alla fine è tutto diverso. Cambiano le lettere, e cambiano pure le persone. Ci sono tre tipi di persone secondo me: quelle che ascoltano, quelle che vorrebbero parlare e quelle che sanno sempre cosa dire, anche quando non dicono niente.
E invece certe volte le parole io ce le ho precise in testa: belle, chiare … ho delle risposte così pronte certe volte in testa che mi stupisco da sola … però al momento di pronunciarle, quelle parole lì, così belle, così precise, così chiare, ci pensa sempre prima qualcun altro più veloce, e più bravo, e a me non resta altro da fare che annuire. Con la bocca quasi aperta, per giunta.

(…) Mi viene bene annuire, lo faccio sempre convinta quando lo faccio, perché quando lo faccio vuol dire che lo sono, anche se un po’ mi dispiace che quasi mai annuiscano a me, e mi viene bene anche ascoltare, mi piace tanto ascoltare, lo faccio per davvero, mica solo con le orecchie. È per questo che mi accorgo quasi sempre quando gli altri non lo fanno.
È per questo che certe volte mi sento sola. Come nel silenzio.
Ma non quello del bosco, o delle chiese, che ti abbraccia caldo e sicuro, e ti protegge, ti fa sentire a casa. No, non è quel silenzio lì che mi fa sentire sola.

(…) Passano i giorni e non te ne accorgi, e poi invece quando te ne accorgi ormai sono passati. Passati e basta. E non ritornano.
È l’acqua sempre uguale, che scorre sempre diversa e non si ferma, e come può dissetarti, può anche tirar giù un ponte come fosse un castello di carte. Anche se per far cadere quello, in fondo, può bastare anche solo uno starnuto.
Sono i lucchetti senza chiave, le pigne bruciate nel camino, le attese infinite alla stazione, o davanti a scuola.
E ti accorgi che hai sprecato tempo, e che non li hai apprezzati quanto avresti dovuto, quei giorni, quei momenti, quei ricordi, quegli attimi, quei pensieri, quegli amori. Ma va bene così. Li hai avuti, quei luccicanti frammenti di felicità, è già molto più di quanto a tanti sia concesso di sperare in tutta una vita intera.
Ricordatelo, quando hai voglia di piangerti addosso.
Non hanno colpa quando partono, non possono fare altro. E ringraziali di esserci stati.
E va bene anche non parlare, qualche volta. Parliamo tutti troppo, e diciamo troppo poco.

La mia testa è piena di parole, di frasi a effetto, di canzoni meravigliose che se canto senza voce non stono, di discorsi bellissimi.
Io lo so.
È che ogni tanto mi piacerebbe che lo sapessero anche gli altri, che non mi dessero così tanto per scontata. Perché a volte è così che mi sento, data per scontata.

Gabriele Ottaviani