Portami con te

Portami con te nel mattino vivace
le reni rotte l’occhio sveglio appoggiato
al tuo fianco di donna che cammina
come fa l’amore,
sono gli ultimi giorni dell’inverno
a bagnarci le mani e i camini
fumano più del necessario in una
stagione così tiepida,
ma lascia che vadano in malora
economia e sobrietà,
si consumino le scorte
della città e della nazione
se il cielo offuscandosi, e poi
schiarendo per un sole più forte,
ci saremo trovati
là dove vita e morte hanno una sosta,
sfavilla il mezzogiorno, lamiera
che è azzurra ormai
senza residui e sopra
calmi uccelli camminano non volano.

Attilio Bertolucci

Soffio della Luce

… studiate il germe: educate voi stessi a pescare nel mare ignoto del vostro spirito il soffio che deve compiere la trasformazione – e la Luce vi appare”.

Giuliano Kremmerz, Introduzione alla scienza ermetica

Jove decadent

Jove_decadent(Ramon Casas, Jove Decadent, 1899)

Ramon Casas (1866 – 1932) fu uno dei protagonisti della vita culturale di Barcellona alla fin du siècle. Era solito dipingere ritratti, caricature e scene di vita quotidiana della buona società della città. Divenne famoso anche per i suoi quadri sulle rivolte sociali. Questo dipinto rispecchia pienamente lo spirito del tempo, quello del Decadentismo, la stanchezza di un’epoca che stava finendo e la noia di certi salotti ormai superati.

I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi

I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
che tu venga all'ospedale o in prigione
nei tuoi occhi porti sempre il sole.
I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
questa fine di maggio, dalle parti d'Antalya,
sono così, le spighe, di primo mattino;
i tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
quante volte hanno pianto davanti a me
son rimasti tutti nudi, i tuoi occhi,
nudi e immensi come gli occhi di un bimbo
ma non un giorno han perso il loro sole;
i tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
che s'illanguidiscano un poco, i tuoi occhi
gioiosi, immensamente intelligenti, perfetti:
allora saprò far echeggiare il mondo
del mio amore.
I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
così sono d'autunno i castagneti di Bursa
le foglie dopo la pioggia
e in ogni stagione e ad ogni ora, Istanbul.
I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
verrà un giorno, mia rosa, verrà un giorno
che gli uomini si guarderanno l'un l'altro
fraternamente
con i tuoi occhi, amor mio,
si guarderanno con i tuoi occhi.

Nazim Hikmet

CAMBIAMO LE PAROLE PER CAMBIARE LE COSE. Auspici preliminari per una terapia pragmatica della cultura e del linguaggio

(Seconda e ultima parte)

Il sacrificio invece del fare sacro

Spesso nell’antichità classica il rito sacrificale comportava l’uccisione di un animale: ciò ben poteva simbolizzare la scomparsa di un aspetto «inferiore» della personalità. Alcune parti della vittima, cotte, costituivano la base del successivo banchetto, mentre altre parti erano bruciate in offerta al Dio. Come dire che l’animale ucciso, dopo aver subito una trasformazione col fuoco che lo rendesse commestibile, veniva incorporato dai partecipanti (integrazione di parti dell’ombra) a un rito, il cui fine era quello di stabilire un contatto col divino (il sol niger, il divino oscuro).. Oggi si parla di sacrificio in maniera distorta. Invece di rendere omaggio agli dei (interiori, quelli che secondo Hillman se non onorati, riconosciuti, diventano sintomi), si intende “sopportare, sottomettersi” ai nuovi dei: la crisi, il denaro, la prepotenza, il sopruso etc. Cosa ha a che vedere la forzata rinuncia imposta dalle circostanze avverse con il compiere azioni sacre? La successiva evoluzione del simbolo del sacrificio in epoca cristiana vede la scomparsa dell’animale come presenza concreta e della sua fisica uccisione sull’altare. Nella messa cattolica, la vittima è lo stesso «Figlio dell’Uomo», realmente presente ad ogni ripetizione del cosiddetto sacrificio nel pane e nel vino. Il che, travisato, produce un alibi a chiunque crede di fare sacro agendo per così dire, da vittima. Il pane e il vino nello stato borghese (e cattolico) sono farmaci tranquillanti con letali effetti collaterali.

Buoni propositi

Il nostro scopo iniziale come terapeuti potrebbe dunque essere: 1. Utilizzare la psicologia alchemica e archetipica come terapia della cultura, analizzandone il linguaggio e i concetti che, come dice Hillman sono scomparsi dalla comunicazione di massa; 2. Spiegare le nevrosi e le psicosi individuali in termini di psicologia alchemica e psicologia archetipica e postulare una mediazione tra l’attuale positivismo scientifico/nosografico categoriale e l’approccio hillmaniano; 3. Tentare di comprendere quando nei confronti del mondo interno di un individuo o di una collettività vi è un’inversione dei normali rapporti fra conscio e inconscio.

Epilogo

Termino con una citazione da “Frammenti di un insegnamento sconosciuto”, la testimonianza di otto anni di lavoro di Pëtr Dem’janovič Uspenskij, filosofo russo, come discepolo del mistico armeno Georges Ivanovič Gurdjieff: ogni ramo della scienza cerca di elaborare e stabilire un linguaggio esatto per se stesso. Non vi è però un linguaggio universale. Per una comprensione esatta è necessario un linguaggio esatto. Questo nuovo linguaggio si basa sul principio della relatività; vale a dire che introduce la relatività in tutti i concetti e perciò rende possibile un’accurata determinazione dell’angolatura di pensiero – rendendo possibile stabilire immediatamente ciò che si sta dicendo, da quale punto di vista ed in relazione a che cosa. In questo nuovo linguaggio, tutte le idee sono concentrate attorno ad una sola idea. Quest’idea centrale è l’idea di evoluzione…. e l’evoluzione dell’uomo è l’evoluzione della sua coscienza.

Massimo Lanzaro

Bibliografia e note 1. James Hillman, Psicologia Alchemica, Adelphi, 2013 2. Paolo Francesco Pieri, Dizionario junghiano, Bollati Boringhieri, Torino, 1998 3. Piotr Demianovich Ouspensky, Frammenti di un insegnamento sconosciuto, Astrolabio, 1978 4. The Mental Health Act 1983 (c.20), UK Parliament 5. Joseph Campbell, Il potere del mito, 1 ed., TEA, 1994 6. Jolande Jacobi, Symbols in an Individual Analysis, in C. G. Jung ed, Man and his Symbols (1978 [1964]) Part 5

 

Cinema da non perdere: “Leviathan”

Leviathan_(film_2014)Uno dei film più potenti e più riusciti in circolazione in questo momento è “Leviathan”, scritto e diretto dal russo Andrey Zvyagintsev. Palma d’oro al Festival del Cinema di Cannes dell’anno scorso,premiato con il Golden Globe come miglior film straniero e candidato all’Oscar per la Russia, il film, ambientato in un villaggio vicino al mare di Barents, ha come protagonista Kolia (Alexey Serebryakov), proprietario di un’officina dove ripara macchine. Vive nella vecchia casa dove è nato, ha un figlio adolescente, Roman (Sergey Pokhodaev), nato da un matrimonio precedente, e una giovane moglie, Lilya (Elena Lyadova). Kolia ama la sua terra, la sua casa. la sua famiglia con tutto se stesso e non rinuncerebbe a loro per niente al mondo. Ma il destino gli è avverso. Il sindaco corrotto del villaggio Shelevyat, appoggiato dal sacerdote locale, gli offre seicentomila rubli per comprare tutto con l’intenzione di costruire una chiesa sul suo terreno. Kolia ovviamente non è d’accordo, cerca di opporsi in ogni modo, anche facendosi aiutare da un suo vecchio amico avvocato da anni residente a Mosca.  Il sindaco allora diventa sempre più aggressivo e decide di usare metodi poco ortodossi per far cambiare idea a quell’uomo tanto ostinato.  In un crescendo di minacce e disavventure, Kolia sarà costretto a soccombere alle mire dello Stato leviatano. Il film, che fa riferimento all’opera del filosofo Thomas Hobbes “Leviathan” (1651), con la sua atmosfera dostoevskiana della vita, è la storia del conflitto universale tra individuo e autorità, degli umili soli e perdenti nei confronti di un potere istituzionalizzato e forte. Una sceneggiatura possente, i dialoghi serrati, gli attori straordinari e i paesaggi mozzafiato fanno di “Leviathan” un capolavoro. Da non perdere.

Clara Martinelli

CAMBIAMO LE PAROLE PER CAMBIARE LE COSE. Auspici preliminari per una terapia pragmatica della cultura e del linguaggio

“Il mio mestiere è scrivere. Tutto qui. Sentir parlare dei miei libri non mi interessa. Dopotutto il linguaggio non serve più a niente in questo mondo.. serve agli interrogatori di polizia” (Lo scrittore Onoff -J. Depardieu- nel film “Una pura formalità” di Giuseppe Tornatore, 1994)

Premessa: la Jihād

All’epoca in cui lavoravo come Consultant (Primario) al Royal Free Hospital di Londra fu ricoverato in regime coatto (Section 2 MHA nella legislazione anglosassone, l’equivalente del Trattamento sanitario obbligatorio in Italia) un giovane studente musulmano, affetto da quella che la nosologia definirebbe una grave forma di schizofrenia ebefrenica. La forma ebefrenica o psicosi della giovinezza è tipicamente caratterizzata da comportamenti e discorsi confusionali e incoerenti. Eppure durante uno dei nostri lunghi colloqui ebbe a spiegarmi che “Jihād, parola araba (ab)usata dai media che significa “esercitare il massimo sforzo connota un ampio spettro di significati, il cui principale sarebbe la lotta interiore spirituale per l’integrazione degli aspetti ombra della personalità piuttosto che ad una violenta guerra santa. E che in qualche modo – mi fece capire – un simile conflitto si stava combattendo nella sua psiche fatta di angoscia e frammentazione”.

La corrida

Quello stesso anno mi capitò di assistere ad una corrida, a Malaga, un tipo di tauromachia inutilmente brutale secondo le associazioni animaliste. Mi sono chiesto se l’origine di questa pratica non sia da ricercare nel mitraismo o mithraismo, un’antica religione ellenistica, basata sul culto di un dio chiamato Meithras che apparentemente deriva dal dio persiano Mitra e da altre divinità dello zoroastrismo. In ogni tempio mitraico, il posto d’onore era occupato da una rappresentazione del dio Mitra, in genere raffigurato nell’atto di uccidere un toro sacro, (tauroctonia): questa scena rappresenterebbe un episodio mitologico, più che un sacrificio animale. Anche nelle antiche comunità con riti Dionisiaci si sacrificava un toro facendolo a pezzi e mangiando le sue carni e bevendo il suo sangue.

Jacobi

Dice la Jacobi: “Le più astratte relazioni, situazioni o idee di natura archetipica e mitologica sono visualizzate dalla psiche come immagini, forme, figure… È stata questa capacità umana di formare immagini che ha dato all’archetipo del conflitto fra luce e tenebre o bene e male, la forma della lotta dell’eroe contro il drago (o il toro nel nostro caso), o ha tradotto l’archetipo della morte e rinascita in immagini della vita dell’eroe o nel simbolo del labirinto e in genere ha creato lo sconfinato regno dei miti, dei racconti, delle fiabe, dei poemi epici, delle ballate, dei drammi…”

Campbell

Per ciò che riguarda il mito scrive Joseph Campbell: “La mitologia è stata interpretata come uno sforzo primitivo e maldestro di spiegare il mondo della natura, come un prodotto della fantasia poetica, dei tempi preistorici, come una raccolta di insegnamenti allegorici per uniformare l’individuo al suo gruppo, come un sogno collettivo sintomatico delle aspirazioni archetipiche delle profondità della psiche.

Jung

Jung presuppone l’irriducibilità del simbolo a segno e quindi si può affermare che, nella schizofrenia, si assiste a un ipersimbolismo. Si potrebbe anche dire che, nella schizofrenia, l’attivazione di un archetipo determina la tendenza ad attribuire un certo significato anche nei casi, in cui una coscienza normale riconoscerebbe puramente un segno e che, parallelamente, vi è una perdita della capacità di usare i simboli comuni e sociali. Nel mondo schizofrenico si osserva un’abnorme diffusione del simbolismo, ma il paziente non comprende il simbolo, che resta dissociato dal suo lo e agisce come corpo estraneo, come frammento autonomo, che si manifesta come idea delirante, allucinazione, etc.

E’ dunque possibile postulare alla luce di queste considerazioni che (ad esempio) la corrida sia un fenomeno di psicosi collettiva che nasce dalla mancata simbolizzazione di un archetipo?

Come nel caso del drago in ultima analisi, qualunque realtà sia all’origine del mito, ai più apparirà senza dubbio più realistico dire che il mito si basa sempre su un’istanza umana, una necessità non cruenta di produzione della mente.

Jodorowsky

Nel suo “Psicomagia” durante una intervista Alejandro Jodorowsky dice: “il linguaggio è prima di tutto una attività del corpo, è in consonanza con la natura del sistema nervoso. Dal mio punto di vista, dobbiamo essere in grado di produrre un linguaggio bello e poetico. Un linguaggio sano. Le cosiddette malattie mentali, come quelle fisiche, si riverberano nel modo di parlare. Ci sono parole dementi, malate, tubercolotiche o tumorali; parole che non sono naturali, ma violente e criminali. La malattia e il linguaggio malato si influenzano reciprocamente e risultano distruttivi. Attraverso il linguaggio, inoltre, ci trasmettiamo malattie a vicenda e raggiungiamo livelli di coscienza inferiori. I livelli di coscienza del linguaggio coincidono con quelli dell’essere umano. Come il corpo umano è andato trasformandosi, così ha fatto la lingua. Se facciamo uso di un vocabolario malato che non è il nostro, ci logorerà a poco a poco”. Jodorowsky si spinge al punto di fare alcuni esempi di espressioni che dovrebbero essere cambiate per essere intellettualmente “corrette”:

Mai con assai poche volte. Sempre con spesso. Infinito con estensione sconosciuta. Eterno con dal termine impensabile. Dammi con permettimi di prendere. Il mio con ciò che adesso possiedo. Mia moglie con la persona con la quale giorno per giorno condivido la vita. Morire con cambiare forma. E suggerisce definizioni che rompono con quelle esistenti: Felicità è essere ogni giorno meno angosciato. Decisione è essere ogni giorno meno confuso. Intelligenza è essere sempre meno stupido. Coraggio è essere ogni giorno meno codardo. E continua: “stiamo pensando male, ecco perché dobbiamo sostituire il nostro linguaggio”: Inizio con continuazione di. Bella giornata con oggi mi sento bene. Fallire con cambiare attività. Sono colpevole con sono responsabile.

(continua)

Massimo Lanzaro

 

 

Alba …..

Buongiorno cari, senza aggiungere altre parole perché, spesso, non servono, vi lascio parte di un testo teatrale di uno spettacolo che ho visto ieri e nel quale mi sono ritrovato, perso e riconosciuto.
STORIE DI DONNE di Gabriele Ottaviani. In scena c’era Alessandra Vagnoli. Regia Lorenzo Lustri

(…) io non sono per niente certa di essere sempre capita, o di esserlo sempre stata.

Che poi io credo che le persone spesso capiscano in realtà solo quello che vogliono capire, non sentono le cose che gli altri dicono come effettivamente gli altri le hanno dette, ma le interpretano a modo loro, come gli conviene, come gli fa più comodo, o forse come davvero gli è sembrato che gli siano state dette, perché magari chi parla non si spiega, anche se pensa di sì.

Comunque cominciano a cambiare prima le parole, poi i toni, i gesti, gli sguardi, e alla fine è tutto diverso. Cambiano le lettere, e cambiano pure le persone. Ci sono tre tipi di persone secondo me: quelle che ascoltano, quelle che vorrebbero parlare e quelle che sanno sempre cosa dire, anche quando non dicono niente.
E invece certe volte le parole io ce le ho precise in testa: belle, chiare … ho delle risposte così pronte certe volte in testa che mi stupisco da sola … però al momento di pronunciarle, quelle parole lì, così belle, così precise, così chiare, ci pensa sempre prima qualcun altro più veloce, e più bravo, e a me non resta altro da fare che annuire. Con la bocca quasi aperta, per giunta.

(…) Mi viene bene annuire, lo faccio sempre convinta quando lo faccio, perché quando lo faccio vuol dire che lo sono, anche se un po’ mi dispiace che quasi mai annuiscano a me, e mi viene bene anche ascoltare, mi piace tanto ascoltare, lo faccio per davvero, mica solo con le orecchie. È per questo che mi accorgo quasi sempre quando gli altri non lo fanno.
È per questo che certe volte mi sento sola. Come nel silenzio.
Ma non quello del bosco, o delle chiese, che ti abbraccia caldo e sicuro, e ti protegge, ti fa sentire a casa. No, non è quel silenzio lì che mi fa sentire sola.

(…) Passano i giorni e non te ne accorgi, e poi invece quando te ne accorgi ormai sono passati. Passati e basta. E non ritornano.
È l’acqua sempre uguale, che scorre sempre diversa e non si ferma, e come può dissetarti, può anche tirar giù un ponte come fosse un castello di carte. Anche se per far cadere quello, in fondo, può bastare anche solo uno starnuto.
Sono i lucchetti senza chiave, le pigne bruciate nel camino, le attese infinite alla stazione, o davanti a scuola.
E ti accorgi che hai sprecato tempo, e che non li hai apprezzati quanto avresti dovuto, quei giorni, quei momenti, quei ricordi, quegli attimi, quei pensieri, quegli amori. Ma va bene così. Li hai avuti, quei luccicanti frammenti di felicità, è già molto più di quanto a tanti sia concesso di sperare in tutta una vita intera.
Ricordatelo, quando hai voglia di piangerti addosso.
Non hanno colpa quando partono, non possono fare altro. E ringraziali di esserci stati.
E va bene anche non parlare, qualche volta. Parliamo tutti troppo, e diciamo troppo poco.

La mia testa è piena di parole, di frasi a effetto, di canzoni meravigliose che se canto senza voce non stono, di discorsi bellissimi.
Io lo so.
È che ogni tanto mi piacerebbe che lo sapessero anche gli altri, che non mi dessero così tanto per scontata. Perché a volte è così che mi sento, data per scontata.

Gabriele Ottaviani

Mi adagio

Mi adagio nel mattino
di primavera. Sento
nascere in me scomposte
aurore. Io non so più
se muoio o se rinasco.

Sandro Penna

“Il racconto dei racconti”, il valore alchemico del film di Garrone

IL-RACCONTO-DEI-RACCONTI-garrone-770x498Per andare a vedere “Il racconto dei racconti” , il film diretto e adattato da Matteo Garrone con Edoardo Albinati, Ugo Chiti e Massimo Gaudioso, in concorso al festival del cinema di Cannes e attualmente nelle sale, bisogna prepararsi ad entrare in un mondo fantastico. Un universo che ci ricorda quello dell’infanzia, quando i nostri genitori ci raccontavano delle favole prima di andare a dormire. Orchi, fate, streghe, castelli, principesse, re e regine popolano lo schermo per tutta la durata del film, reso autentico dai costumi, dalle location e dalle scenografie utilizzate. Quello narrato è il mondo descritto dal napoletano Giambattista Basile agli inizi del Seicento, il quale ha raccolto in un volume cinquanta fiabe dell’antica tradizione orale popolare. Si tratta di “Lo cunto de li cunti ovvero lo trattenemiento de peccerille”, nota anche con il titolo di “Pentamerone”, ed è la più antica del genere fiabesco, anzi diciamo che lo ha proprio creato. Dal capolavoro di Basile hanno attinto autori europei quali Charles Perrault, i fratelli Grimm e Hans Christian Andersen. Favole famosissime come “Cenerentola”, “Il gatto con gli stivali” e “La bella addormentata nel bosco” sono state tratte dal “Cunto de li cunti”, che pubblicato postumo tra il 1634 e il 1636 dalla sorella di Basile, cadde presto nel dimenticatoio. Garrone, che ha il merito di averlo riportato all’attenzione del grande pubblico (prima era appannaggio soltanto di pochi studiosi o di chi era interessato all’argomento) per realizzarlo ha dovuto fare sforzi enormi, sia dal punto di vista economico (ha dovuto chiedere i finanziamenti alle banche estere, perché quelle italiane non glieli hanno concessi), sia da quello narrativo e scenografico.  Non è stato facile per lui e gli sceneggiatori scegliere quali delle cinquanta storie raccontare. Alla fine hanno deciso per tre di esse (La regina, La pulce, Le due vecchie) dove sono protagoniste le donne, colte in tre fasi diverse della vita: una giovane principessa, una madre troppo attaccata a suo figlio, una vecchia povera ed ingenua. Il film  si apre con la storia della regina di Selvascura, interpretata da Salma Hayek, ossessionata dall’idea di voler avere un figlio. Una notte, un negromante suggerisce a lei e al marito di far uccidere un drago marino. Mangiando il cuore della bestia, cotto da una vergine, la regina sarebbe rimasta incinta. E così avviene. Ma anche la sguattera che ha preparato il pasto, aspirando i vapori della pentola, ha lo stesso effetto. Si ritova ad aspettare un bambino che, una volta nato, si scopre essere identico a quello della nobildonna. I due bambini crescono come gemelli molto legati tra loro, ma la regina, gelosa in modo viscerale del figlio, li farà allontanare. L’altra storia parla del lussurioso re di Roccaforte (Vincent Cassel) che, sempre alla ricerca di nuove prede, s’invaghisce di una voce di donna che sente dall’alto del suo castello. Pensando che si tratti di un belllissima ragazza, la va a cercare nella poverissima casa dove l’ha vista entrare. In realtà, non si tratta di una giovane, ma di una vecchia lavandaia che, pensando di approfittare dell’infatuazione del sovrano, escogita un trucco per trarlo in inganno. Una fata l’aiuterà nel suo intento. La terza protagonista del film è Viola (Bebe Cave), la figlia del re di Altomonte (Toby Jones). In età da marito, chiede al padre di farle conoscere un pretendente. Curiosa di conoscere il mondo, vuole sposarsi per lasciare il castello. Il sovrano, che vuole trattenere la figlia al suo fianco, propone ai probabili futuri sposi un’indovinello irrisolvibile. Ed infatti, nessuno riesce ad indovinare il quesito posto, tranne un orco. L’editto del re non ammette deroghe e così Viola, al colmo della disperazione, sarà costretta a partire con il mostro. Il libro di Basile è ambientato in Basilicata e in Campania, Garrone invece ha ambientato il film in location altamente evocative, come Castel del Monte e le gole di Alcantara, utilizzando scenografie dalla vegetazione lussuraggiante, rocce e acqua. I colori usati per i costumi consistono in tutte le variazioni del rosso, del verde e del bianco. Una bellissima e valida trasposizione che apre le porte dell’universo magico e alchemico, al quale Giambattista Basile era probabilmente appartenuto, anche soltanto come messaggero, e la cui opera è pregna. Effettuando una piccola indagine si scopre che l’autore apparteneva all’Accademia degli Oziosi, fondata nientemeno che dal napoletano Giambattista Della Porta, scienziato, filosofo, alchimista, commediografo, già noto per l’aver creato l’Accademia dei Segreti, fatta chiudere dall’Inquisizione perché sospettata di occuparsi di argomenti occulti. Inoltre, i racconti non erano destinati ai bambini, nonostante il titolo li menzionasse, ma era formulato per un pubblico adulto ed era pensato per essere rappresentato nelle corti di quel periodo. I temi dominanti sono la trasformazione anche fisica di tutti i protagonisti e il viaggio che li inserisce in una realtà dinamica e attiva, in continua evoluzione. Un percorso, un’esperienza di crescita o meglio un processo di liberazione spiritualera come trasmutazione alchemica. Tutti, prima del termine di ogni racconto cambiano sempre la propria condizione, il proprio status. Passano dalla povertà alla ricchezza, dalla solitudine al matrimonio, dalla bruttezza alla bellezza. Lo stesso lo ritroviamo nel film di Garrone che, come lui stesso ammette di “aver lasciato intatti i temi e i sentimenti fondamentali del libro”. Il regista ha sempre dimostrato un interesse profondo verso le possibilità di trasformazione dell’essere umano sia fisica che psicologica nei suoi lavori precedenti. Si ricordano “Primo amore”, dove la protagonista diventa anoressica per amore del suo uomo, e “Reality”, nel quale un pescivendolo viene risucchiato dal vortice dell’universo fantastico della sua follia. Garrone, mentre era alle prese con la sceneggiatura di questo film, leggeva le “Metamorfosi” di Ovidio. Coincidenze?

Clara Martinelli

Eraclito

Carpe diem

O Giulio, che a nessuno degli amici
sei secondo, se valgono qualcosa
una lunga fiducia, un patto antico,
ormai t’è presso il sessantesimo anno
e la tua vita tuttavia non conta
che pochi giorni  veri. Non fai bene
a differire ciò che la fortuna
potrebbe poi, lo vedi, rifiutarti;
stima tuo solo quello che hai goduto.
Dolori e affanni senza tregua incalzano;
le gioie non si fermano, ma passano
fuggiasche a volo. Lesto lesto afferrale
con l’una e l’altra mano, al petto stringile
con tutta la tua forza: anche così
sgusciando via leggere si sottraggono
spesso nell’abbraccio più tenace. Credimi:
dire “Vivrò” non è da saggio: vivere
domani è troppo tardi: vivi oggi.

Marco Valerio Marziale

Essenziale onirico

“Forse il punto essenziale è che, notte dopo notte, anno dopo anno, essi (i sogni) preparano l’Io immaginale per la vecchiaia, la morte e il fato immergendolo sempre più profondamente nella memoria. Forse l’essenziale dei sogni ha poco a che fare con le nostre preoccupazioni quotidiane, e il loro scopo è il fare anima dell’Io immaginale”.

James Hillman

Buongiorno con… Philip Glass e la pianista Maki Namekawa

Chi ama non riconosce

Chi ama non riconosce, non ricorda,
trova oscuro ogni pensiero,

è straniero a ogni evento.
Mi sono accorto più tardi
di tutti gli anni che l’aria
sul colle è già più leggera,
l’erba è tiepida di fermenti.
Dovevo arrivare così tardi
a non sentire più spaventi,
pestare aride stoppie, raspare
secche murate, coprire la noia
come uno specchio col fiato.
Sono un uccello prigioniero
in una gabbia d’oro. La selva
variopinta è senza colore per me.
L’anima s’è trovata la sua stanza
intorno a te.

II
Ci piace l’aria sfatta
la derelitta quiete sulla plaga
il volo basso degli uccelli migranti
tra cespi di alghe, lacere
spoglie di velieri.
Oltre il labile
vespero qui sostano gli amanti pellegrini,
dove ogni sera una fioca
speranza li trascina di là
dai ponti a una riva di acquitrini,
passeggeri sospinti senza requie
sulle arene impassibili.

Leonardo Sinisgalli

Cinema: “Mia madre” di Nanni Moretti, in concorso a Cannes, affronta il tema della morte

Mia_Madre_-_Moretti
In “Mia madre”, Nanni Moretti affronta, come regista, per la seconda volta il tema della morte. La prima volta lo ha fatto nel 2001 con “La stanza del figlio”, dove un adolescente perdeva la vita in un tragico incidente subacqueo. Il padre, la madre e la sorella del ragazzo passano improvvisamente da un momento di gioia e spensieratezza ad un periodo contrassegnato dalla perdita e dal dolore. Una morte prematura, non prevista, che lascia un vuoto immenso di vita non vissuta, da metabolizzare nel silenzio della stanza non più abitata dal figlio. In “Mia madre”, Moretti, aiutato nella scrittura da Francesco Piccolo e Valia Santelia, cerca di ripercorrere la malattia e la morte di sua madre, la professoressa di latino e greco Agata Apicella, venuta a mancare qualche anno fa. Il regista, nella pellicola,  veste un ruolo secondario, quello di Giovanni, lasciando molto spazio alla vera protagonista del film, Margherita, interpretata da Margherita Buy. Un fratello e una sorella, ormai adulti, che conciliano le visite alla madre durante la degenza in ospedale con gli impegni del lavoro e della famiglia. Lei è una regista nevrotica che sta realizzando un film sui problemi del mondo del lavoro con un attore americano folle (il “fool” che irrompe nei periodi dei cambiamenti esistenziali e che stravolge tutto)  che non ricorda le battute del copione o che le cambia a modo suo.  Molto presa da se stessa e dai suoi schemi interiori si guarda poco intorno, non conosce a fondo neanche la figlia adolescente, e tutto sommato le sfugge anche la sua stessa natura. Glielo fa notare il suo ex compagno, da cui si è separata da poco, durante un appuntamento dove Margherita parla del più e del meno come se nulla fosse successo tra loro, senza tenere in considerazione il  dolore di lui per la fine della loro relazione. Anche Giovanni le dice, all’inizio del film, di rompere almeno uno dei suoi duecento schemi. Lui, invece, è più razionale, prende coscienza prima di lei che la mamma sta morendo e cerca di contenere se stesso e la sorella in un crudo realismo, difficile da accettare. Si mette in aspettativa dal suo lavoro d’ingegnere, forse perché vuole essere presente completamente quando il momento tanto atteso arriverà. E alla fine la morte arriva, lasciando dietro di sé lacrime, ricordi e… oggetti. Margherita  e Giovanni si chiedono cosa se ne faranno dei tanti libri, quasi tutti classici greci e latini, che la madre aveva? Non si preoccupano tanto dei mobili che arredano la casa dove lei viveva, ma si chiedono dove collocare i volumi che la loro mamma aveva sfiorato, letto, chiuso e riposto negli scaffali della libreria dello studio. E nei quali è racchiusa l’anima di chi li possedeva.

Clara Martinelli

Chi sono?

CHI SONO?

son forse un poeta?
no, certo.
non scrive che una parola ben strana
la penna dell’anima mia
follia
son dunque un pittore?
neanche.
non ha che un colore
la tavolozza dell’anima mia
malinconia
un musico allora?
nemmeno.
non c’è che una nota
nella tastiera dell’anima mia
nostalgia
son dunque… che cosa?
io metto una lente
davanti al mio cuore
per farlo vedere alla gente
chi sono?
il saltimbanco dell’anima mia.
(poemi 1909)

Aldo Palazzeschi

Ho vissuto molto o poco?

Ho vissuto molto o poco?
Mi è impossibile dirlo.
Camminando sono caduto col viso a terra
ho perso qualche  cosa nella polvere.
Ero albero, ero mare.
I miei usignoli erano in gabbia, non lo sapevo,
i miei pesci erano nella rete.
E così, mia rosa,
la tristezza, come una pietra bianca che lava la pioggia.
E così, mia rosa,
scrivo quel che mi attraversa
e nessuno legge, nessuno ascolta…

Nazim Hikmet

Libri e promesse: Salone Internazionale del Libro di Torino

Amici carissimi,
siamo noi a scegliere i libri e sono i libri a scegliere noi?
Sono appena partito con Egidio Senatore alla volta della mia amata Torino per lasciarci sorprendere dalle meraviglie del XXVIII Salone del Libro 2015.
Saremo felicemente ospiti dello stand della Gran Loggia d’Italia (Lingotto Fiere, Via Nizza 280 – Padiglione 2 – stand K25 – J 26).
Alle 16:00 terremo il dialogo-conferenza “AMOR OMNIA VINCIT”.
Libero accesso per tutti, soprattutto per i divoratori di testi, quotidiani, periodici ed altre gioiosità a totale profusione. Il nostro motto è sempre lo stesso,”abbracciamoci”!.

(Ridere e sorridere aiuta a vivere, sempre meglio approfondire le tematiche dell’entusiasmo piuttosto del muro invalicabile degli ammusoniti)

Vi segnaliamo: “L’EFFETTO CASIMIR”, IL NUOVO EBOOK DI MASSIMO LANZARO

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Dalla quarta di copertina:
[…] Con la lucidità, l’ironia e la schiettezza di chi non vuol costruire teorie, come di consueto Massimo Lanzaro parte dal presupposto che le nostre nevrosi e la nostra cultura sono inseparabili. E sono legate entrambe da un filo rosso: le parole. Dopo le fumisterie verbali della politica, i gergalismi e il pentagonese, dopo lo scientismo sociologico ed economico, l’abuso mediatico della parola e tutte le altre violenze inflitte al linguaggio, chi lavora nel campo della psicoterapia ha smarrito la fede nella potenza della parola.
Come “guarire” dunque il nostro linguaggio? Cominciando a perorare il ritorno alla parola piena di senso e di materia. Questo è lo spirito (la forma) del volumetto, mentre gli argomenti (il contenuto) sono spesso intuizioni sorprendenti se non spiazzanti: dall’individuo borderline in una società borderline alla diagnosi di Diogene, dai Golem-Super-Io agli archetipi filmici, fino a Leonardo, Duchamp, il surrealismo e gli inediti intrecci tra arte e psiche

Link: https://operauno.wordpress.com/e-book/leffetto-casimir-nuovi-saggi-di-psicologia/

 

 

Orfeo: un mito senza tempo

Orfeo_tavolarotondaORFEO.UN MITO SENZA TEMPO.
Mercoledi 13 maggio ore 15
Universita degli Studi Roma Tre
Aula 18 via Ostiense 234

Prenderà il via il progetto Teatrale sul Mito ORFEO MILLENNIUM realizzato dal Festival dell’Eccellenza al Femminile, Schegge di Mediterraneo, in collaborazione con l’Università degli Studi RomaTre e il Teatro Palladium. I progetto nasce da un programma di ricerca Teatrale sul Mito realizzata anche in campo sociologico e filosofico, che dal 2012 a oggi nell’ambito del Festival dell’Eccellenza al Femminile di Genova, ha visto la partecipazione dei piu importanti studiosi e grecisti europei, come: Eva Cantarella, Claudio Magris, Caterina Barone, Margherita Rubino, Angelo Tonelli, Gabriele La Porta, Nicla Vassallo, coinvolgendo oltre trenta artisti in altrettanti spettacoli. Tra questi: Elisabetta Pozzi, Galatea Ranzi, Amanda Sandrelli, Lunetta Savino, Mariangela D’Abbraccio, Paolo Graziosi, Edoardo Siravo, Umberto Galimberti, Gianni Vattimo.
All’interno di questo programma, ogni anno viene presentata una rassegna teatrale, oltre a una serie di incontri e Tavole Rotonde sul tema: IL MASCHILE E IL FEMMINILE NEL MITO, finalizzati a indagare gli archetipi degli eroi e delle eroine dell’antichità, declinati dal Teatro Classico all’immaginario della Drammaturgia contemporanea.
Dopo lo studio delle grandi figure femminili dell’antichità: Medea, Antigone, Clitennestra, Cassandra, l’indagine ci ha portato a cercare nel Mito una risposta agli interrogativi sui
temi collegati al sentimento dell’Amore, nell’ottica della società contemporanea, approdando così alla riscrittura di: “FEDRA, DIRITTO ALL’AMORE” di Eva Cantarella, e alla messa in scena del testo con l’interpretazione di Galatea Ranzi. Attraverso lo spirito e gli strumenti della ricerca del Teatro Contemporaneo, il Mito è qui il pretesto per interrogarsi sulle contraddizioni dell’Amore nell’epoca moderna.
In questo contesto nasce il progetto teatrale ORFEO MILLENIUM, che prende spunto dai testi di Maricla Boggio, con il proposito di reinterpretare l’Amore attraverso i molteplici significati dell’archetipo di Orfeo, declinandoli nella realtà storica e sociale dei giovani del Terzo Millennio.

Interpretazioni dinamiche, provocatorie di Orfeo, che hanno dato origine allo spettacolo “LO SGUARDO DI ORFEO” che debutterà al Teatro Palladium di Roma il 13 Giugno. Gli episodi-quadri che compongono lo spettacolo sono ambientati nella realtà e nei luoghi simbolo dell’Amore: la coppia, la famiglia, la religione, la ritualità collettiva. Lo spettacolo è stato realizzato con un lungo percorso di lavoro laboratoriale, avvalendosi della regia di 4 diversi registi: Consuelo Barilari, Duccio Camerini, David Gallarello, Marco Avogadro, declinando Orfeo e il tema dell’impossibilita di amare e ricongiungersi con Euridice, in 6 episodi. Passando dal tragico al comico, da Pier Paolo Pasolini a Ovidio, da Euripide a Don Gallo, sino al varietà, 8 giovani attori di grande talento scelti con provini nazionali, si cimentano nella sfida.
La Tavola Rotonda: ORFEO, UN MITO SENZA TEMPO, dà inizio e introduce questa parte del progetto sul Mito dedicata ai giovani e all’Amore, analizzando la molteplicità di significati che la figura di Orfeo offre a una lettura contemporanea.

“Il mito di Orfeo e Euridice, presente nell’iconografia fin dal V secolo a.C., risulta assente nella letteratura greca e latina fino a Virgilio e a Ovidio, due trattazioni poetiche che hanno avuto una straordinaria fortuna nella cultura occidentale. Virgilio e Ovidio raccontano il mito per scene giustapposte, con una tecnica che può essere definita ecfrastica, concentrandosi sulle scene più frequenti nelle arti figurative. Il Medioevo, che conosce il mito attraverso Virgilio e Ovidio, riporta il racconto dalla poesia alle immagini: molti artisti si servono della tecnica della narrazione continua o di quella per scene giustapposte. In questo modo il mito di Orfeo e Euridice compie un percorso che dalle immagini conduce a testi poetici strutturati per scene e da questi di nuovo alle immagini” (Dall’intervento alla Tavola Rotonda del Prof. Roberto Nicolai).
Il Prof. Paolo D’Angelo, Direttore del Dipartimento Studi Filosofici UniRomaTre, il Prof. Roberto Nicolai, grecista dell’ Università La Sapienza, la Prof.ssa Adele Cozzoli, grecista di UniRomaTre, porteranno l’attenzione sulla figura e la vicenda di Orfeo, il suo valore simbolico, il mistero Orfico, il significato di Arte e Poesia nell’ iniziazione all’Amore, nel passaggio tra vita e morte, attraverso Ovidio, Virgilio, e le fonti storico-letterarie che hanno portato il Mito sino a noi.

Gabriele la Porta, filosofo e scrittore, parlerà dell’Orfismo come iniziazione del pensiero antico e moderno, alla ricerca della comprensione del mistero della morte e dell’Amore, che in Orfeo si esprime nell’impossibilità di amare e possedere per sempre Euridice.
Consuelo Barilari, regista e ideatrice del progetto introdurrà e spiegherà i temi dello spettacolo e la teatralizzazione del Mito nei sei mondi e nelle sei epoche diverse, esplorato con differenti allestimenti e stili teatrali.
L’attrice Isabel Russinova, leggerà brani dalle più significative interpretazioni contemporanee di Orfeo, tra queste quelle di Claudio Magris, Rocco Familiari, Carmelo Bene.

Finché si teme la morte

Finché si teme la morte,
non si può veramente amare,
perché sa il vero amante
che la casa dell’amore
è molto
molto lontana

Kabir

ancora sui…. Viaggi d’Amore e d’altre Stelle

http://www.unfoldingroma.com/eventi-in-citta/1015/viaggi-damore-daltre-stelle/

Viaggi D’amore E D’altre Stelle: La recensione di Unfolding Roma

Allestimento da cineforum e atmosfera casalinga, tanto che proprio due persone del pubblico sono salite sul palco per leggere al microfono la famosa poesia di Gibran Madre. Sembra di stare tra i banchi di scuola, invece ci troviamo al Teatro Lo Spazio per la prima di Viaggi d’amore… E d’altre stelle con il Direttore –per gli amanti della filosofia- Professore e egli stesso filosofo Gabriele La Porta, nel giorno del suo 70esimo compleanno.

Un avvio scontato ma atteso: l’etimo della parola filosofia, cui aggiunge il richiamo del suo scopo: alleviare le “pene d’amore” (termine utilizzato, come ci ricorda La Porta, dallo stesso Shakespeare).

Si apre così una serena conversazione con chi, da sempre vicino alla cultura, ne fa buon uso per parlarci del più discusso e controverso sentimento umano: l’amore.

Diversamente da chi ne affronta il bianco e il nero, La Porta ci fa vedere le mille sfumature dell’amore, passando dalle poesie di Jalāl al-Dīn Rūmī e di Eliot a toccanti video, come quello tratto dal film Highlander in cui il protagonista, immortale, vede morire tra le sue braccia l’amore della sua vita, o come il video di un padre devoto al proprio figlio malato.

Ma l’amore, si sa, abbraccia ogni forma d’arte, quindi La Porta ci fa conoscere Flavia Colagioia, giovane cantante lirica di altissimo livello, il musicista Cris Vola e il comico e imitatore Enzo Garramone. È proprio quest’ultimo a regalare leggerezza e risate ai presenti in sala, con la sua veracità napoletana che si sposa perfettamente con la profondità di La Porta. Questi gli ingredienti di un esperimento che di teatrale ha poco, di culturale ben più.

Sul palco si citano Gustav Jung, Elizabeth Bishop, Nelson Mandela, man vengono lette anche le poesie scritte dal timido (così definito da Garramone) regista Michele La Porta, figlio di Gabriele.

Si tratta così l’amore per la propria donna, per i propri genitori, per i propri figli e per i propri nonni, perché l’amore è universale e ha diverse forme, anche se spesso lo dimentichiamo.

La serata, accolta benissimo dal pubblico romano che si è commosso di fronte ai forti video proiettati e ha interagito, come precedentemente raccontato, con La Porta e la sua “squadra”, è stata solo la prima di un tour che porterà questo Viaggio d’amore in giro per l’Italia, perché non sia solo Roma a beneficiare degli insegnamenti di grandi filosofi e poeti del passato, approfonditi dal Professore che, come al solito, catalizza l’attenzione e tocca in profondità lo spettatore.

Appena usciti dal teatro, succederà anche a voi di sentirvi parte di qualcosa di più grande. Perché come diceva Gibran “Amare non solo si può, ma si deve”.

Ilaria Battaglia e Lucrezia Leggio

Viaggi d’Amore…e d’altre Stelle

http://www.ilvelino.it/it/article/2015/05/07/teatro-michele-la-porta-autore-e-regista-sensibile-di-viaggi-damore-e-/5b835d91-d7e4-4d40-84b7-1e6928f34d98/

Teatro, Michele La Porta autore e regista sensibile di “Viaggi d’amore e di altre stelle”

Il padre Gabriele un Virgilio di versi intensi e poetici, accompagnato sul palco da Enzo Garramone, Cris Vola e la soprano Flavia Colagioia

Si è rivelato un autore ed un regista intenso e sensibile. Ultimamente le cronache hanno parlato di lui per il sito Barny che ha ideato per sorprendere con idee regalo o come organizzatore di serate a tema con tanto di cene e giochi a premi. Molti del mondo dello spettacolo lo conoscono per essere il figlio di Gabriele, l’uomo delle “notti” Rai. Da martedì 5 maggio per il pubblico romano accorso numeroso al Teatro Lo Spazio è un autore e regista sagace, intelligente, romantico. Ha firmato i testi e la regia di “Viaggi d’amore e di altre stelle”, spettacolo teatrale con suo padre Gabriele nelle vesti di un Virgilio del mondo dei sentimenti declinati da ogni punto di vista, da quello per l’amato a quello per la famiglia, passando a quello per la vita in generale. Il padre Gabriele è stato un fiume in piena che solo le battute del cantante ed attore napoletano Enzo Garramone (accompagnato alla chitarra dal musicista Cris Vola) è riuscito un po’ a contenere. Si è parlato d’amore attraverso contributi video e ricordando poesie ed autori importanti. Due nomi su tutti: Mandela e Jung. Un patrimonio ricco e vario che Gabriele La Porta ha voluto anche rendere terapeutico invitando il pubblico a salire sul palco ed a rileggere versi di incommensurabile bellezza che inneggiavano alla madre natura. Tra un racconto ed un aneddoto, sul palco è entrata come un angelo la ventiseienne soprano Flavia Colagioia, che per il bis si è improvvisata in un brano senza accompagnamento musicale per la gioia della platea. Il 5 maggio per Gabriele La Porta era una data importante, il 70esimo compleanno. Ed il suo augurio per questo anno è quello di rendere questo spettacolo un appuntamento mensile a cui il pubblico potrà partecipare con personali contributi personali sull’amore. A Michele l’augurio di continuare a scrivere spettacoli teatrali di pari intensità.

Ornella Petrucci

Cosa è lo stalking?

Il termine Stalking, dalla parola inglese “to stalk”, indica un insieme di comportamenti tramite i quali un individuo affligge un’altra persona con ingerenze insistenti nella vita quotidiana. Ciò avviene in maniera indiretta, es. pedinando la persona, informandosi sulle sue attività, cercando di contattarla continuativamente tramite sms, chiamate telefoniche, mms, email, social network, o in maniera diretta tramite appostamenti, entrando dentro casa in maniera forzosa, fino a scaturire in atti violenti: insulti, minacce, aggressioni, fino all’omicidio. Tutte queste azioni sono subite dalla vittima in maniera continuativa, a tal punto da provocarle spesso un sentimento di ansia e di angoscia, con conseguenze che portano anche a modificare le proprie abitudini di vita per evitare di trovarsi in tali situazioni.

Lo stalking è una malattia?

No. Ma può essere uno dei sintomi di una malattia mentale come l’erotomania, un tipo di delirio in cui il paziente ha la convinzione infondata, pervasiva e inconfutabile che un’altra persona provi sentimenti amorosi nei suoi confronti. Nella forma più comune di questa patologia, il presunto amante è una persona famosa, o di una classe sociale superiore a quella del paziente. Questa variante viene chiamata sindrome di de Clerambault, dal nome di uno psichiatra francese che nel lontano 1921 pubblicò un trattato sull’argomento. Nel linguaggio comune, il termine “erotomania” viene usato in modo improprio anche per riferirsi a atteggiamenti ossessivi in campo amoroso. Tuttavia lo stalking può essere un sintomo anche di una sindrome ossessivo-compulsiva o di un grave disturbo della personalità oppure ancora di parafilie quali voyeurismo o pedofilia. Sarebbe cruciale, nell’ambito di un intervento psicologico precoce, individuare la corretta diagnosi, se si tratta di un disturbo mentale (e stabilire se non lo è, nel qual caso il fenomeno non è di pertinenza medica). Purtroppo, anche se raramente, diverse malattie organiche (ad esempio una neoplasia cerebrale, un malattia autoimmune) possono produrre sindromi o sintomi psicologici. Queste cose purtroppo si tende troppo spesso a trascurarle, a “dimenticarsene”.

Quando invece dunque non si tratta di una malattia?

Nel caso delle persone che hanno rancori per traumi affettivi ricevuti da altri a loro avviso ingiustamente (tipicamente un ex-partner di una relazione sentimentale), delle persone opprimenti e invadenti principalmente per poca dimestichezza nelle modalità relazionali, oppure dicoloro che vogliono vendicarsi dell’affronto costituito ad esempio dal rifiuto.

Lo stalker si insinua nella vita della vittima gradualmente o dopo un “raptus”?

Il termine raptus è decisamente in disuso sia medicina che in psicologia. Penso ad esempio a “L’amore fatale”, un romanzo dello scrittore inglese Ian McEwan, pubblicato col titolo Enduring Love da cui è stato tratto l’monimo film del 2004, diretto da Roger Michell in cui improvvisamente Joe diventa l’oggetto di una implacabile persecuzione amorosa da parte di Jed. A mio avviso questo non accade sovente nella realtà: in letteratura vengono infatti descirtti peridi di incubazione subdola, di lunga durata, con sfumati cambiamenti di condotta. Notare questi comportamenti insoliti e intervenire in queste fasi sarebbe ideale, specie se all’origine dello stalking c’è una psicosi erotomanica o comunque un disturbo psicolgico.

E’ un fenomeno che riguarda solo le donne?

Circa la metà delle donne in età 14-65 anni (10 milioni 485 mila, pari al 51,8 per cento) hanno subito nell’arco della loro vita molestie in senso lato come pedinamento, esibizionismo, telefonate oscene, molestie verbali e fisiche (Istat, 2012). Lo Stalking è un fenomeno molto diffuso nel nostro paese, dati della prima e unica indagine nazionale sulla violenza alle donne che l’Istat ha pubblicato invece nel 2006, ha rilevano che quasi il 50% delle donne vittime di violenza fisica o sessuale ha subito comportamenti persecutori, 937 mila donne hanno subito violenza fisica o sessuale e lo stalking, ovvero comportamenti persecutori che le hanno particolarmente spaventate da parte del partner al momento della separazione. A queste vanno aggiunte 1 milione 139 mila donne che hanno subito lo stalking ma non violenze fisiche o sessuali. In totale sono 2 milioni 77 mila le donne vittime dello stalking dall’ex partner, il 18,8% del totale. Il 68,5% dei partner ha cercatoinsistentemente di parlare con la donna contro la sua volontà, il 61,8% ha chiesto ripetutamente appuntamenti per incontrarla, il 57% l’ha aspettata fuori casa o a scuola o al lavoro, il 55,4% ha inviato messaggi, telefonate, e-mail, lettere o regali indesiderati, il 40,8% l’ha seguita o spiata e l’11% ha adottato altre strategie. Tra le donne che hanno subito una violenza fisica o sessuale da ex partner la percentuale di stalking arriva al 48,8%. Lo stalking è più accentuato per le donne che hanno subito violenza fisica o sessuale da parte dell’ex fidanzato (54,1%) rispetto alle donne che hanno subito violenza dall’ex-marito o exconvivente (42,7%). Lo stalking è un fenomeno che può sfociare in femminicidio. Il femminicidio è un’emergenza sociale, in Italia solo nel 2012 sono già oltre 70 le donne uccise in quanto donne per mano di un uomo, da gennaio a luglio. Sono state uccise una donna ogni tre giorni, spesso per mano di un marito, un fidanzato un ex che non accetta la separazione.

Le è mai capitato di avere come paziente uno stalker?

Si. Paradossalmente sono stato costretto trattare in ospedale una donna italiana, recatasi in Inghilterra convinta che un uomo londinese conosciuto durante una vacanza tempo addietro, si fosse innamorato di lei. Questa convinzione non era scalfita minimamente dai fermi rifiuti della persona in oggetto, dalle numerose percosse da lui poi subite, da una ingiunzione di un tribunale che le impediva di avvicinarlo. Continuava incredibilmente ad interpretare tutti questi eventicome “segnali d’amore”.

Ci sono altri aneddoti simili che lei ricordi?

Pochi forse sanno che la perizia psichiatrica disposta per Massimo Tartaglia lo dichiarò incapace di intendere e di volere quando aggredì l’allora premier lanciandogli addosso un souvenir del Duomo di Milano. L’esito della perizia psichiatrica disposta dal gup Luisa Savoia stabilì che il 42enne all’epoca dei fatti era in cura per problemi mentali di natura sostanzialmente erotomanica al Policlinico di Milano. Alcuni giornali riferirono che lo stesso aveva maturato la convinzione assolutamente delirante che Berlusconi avesse una relazione con una sua (diciamo così) “fidanzata immaginaria”. Quindi il suo gesto retrospettivamente è plausibile interpretarlo come un “vendetta di gelosia (seppur patologica)”. Ricordo che molti dissero che “la responsabilità di tutto era dei toni politici troppo accesi” e del “clima televisivo esasperante nei talk show”. La politica, invece, verosimilmente non c’entrava nulla!

Cosa prevede la legge in Italia?

In Italia lo stalking è diventato un reato grazie alla legge n. 38 del 2009 che sancisce, finalmente, la pericolosità di questo tipo di atti. Le donne vengono seguite, pedinate, sommerse da sms e/o mail, molestate con approcci di ogni genere. Anche se non sempre lo stalking si accompagna a comportamenti violenti, le vittime di questi atti persecutori non riescono più a lavorare, ad avere una normale vita sociale, giungendo perfino a subire gravi danni materiali, psicologici e anche fisici. Lo stalker o il molestatore è nella maggioranza dei casi una persona dell’ambito familiare ed affettivo della vittima. Nella maggioranza dei casi si tratta di ex mariti e/o ex fidanzati che non si rassegnano alla rottura della relazione e cercano, mediante comportamenti persecutori, di restaurare un contatto con la vittima, anche in maniera incessante e minacciante. donna in stato di gravidanza o di una persona con disabilità di cui l’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, ovvero con armi o da persona travisata. Il delitto è punito a querela della persona offesa. In base a questa norma, ci si può rivolgere alle autorità di pubblica sicurezza, chiedendo al questore un ammonimento nei confronti dello Stalker(autore della persecuzione) Se il questore dopo aver raccolto le informazioni dai testimoni ne ravvisa la necessità ammonisce verbalmente lo stalker. Se la persecuzione continua, presentata la querela, lo stalker colpevole di atti persecutori contro la stessa vittima vedrà aumentata la pena. Ci si può rivolgere ad un Centro Antiviolenza o al numero verde 1522, gratuito.

Massimo Lanzaro

Viaggi d’Amore…. maneggiare con cura

“Maneggiare con cura”
Avete mai visto un addestratore di elefanti il primo giorno di allenamento far entrare il suo allievo all’interno di un negozio di cristalli? La risposta è ovvia:no. Eppure non sempre è così a volte i pregiudizi esistono per essere contraddetti, e così è stato ieri all’esordio dello spettacolo teatrale “Viaggi d’amore e di altre stelle” scritto e diretto da Michele La Porta, interpretato da Gabriele La Porta con l’ausilio di Enzo Garramone cantante e comico, nonché con la partecipazione della promettente cantante lirica Flavia Colagioia.
Gabriele La Porta parlando dell’Amore,con l’irruenza di un fiume in piena, si è destreggiato nella tela dei sentimenti umani per disquisire dell’amore in tutte le sue forme.
Risultato: ci ha strabiliati tutti!
Con un incantesimo ci ha svelato che bastano tre parole per spiegarci che l’amore è in ogni dove, che l’Amore per la propria partner anche se finito vive sempre ed è stato giusto struggersi per esso in quanto amore.
Stravolgendo un percorso ci ha dimostrato che è possibile commuoversi parlando dell’amore filiale, (suggerisco una rilettura veloce dell’Iliade soprattutto il passo Ettore e Astianatte).
Tutto questo non sarebbe stato possibile se il filo conduttore non fosse stato tessuto dalle abili mani di un autore che dell’amore ha messo in luce le sfumature più vive e reali.
Lo spettacolo ci ha emozionato, fatto ridere ed ha rimesso in moto meccanismi interiori che spesse volte credevamo sepolti.
Un argomento dunque da “maneggiare con cura”.
Buona visione a tutti.
Laura Carta

foto: Massimo Lanzaro