Miti e disturbi del mondo liquido

  • Il termine borderline deriva da un ampliamento della classificazione psicoanalitica classica dei disturbi mentali, raggruppati in nevrosi e psicosi, e significa letteralmente “linea di confine”. L’idea originaria era riferita a pazienti con personalità che funzionano “al limite” della psicosi pur non giungendo agli estremi delle vere psicosi (come ad esempio la schizofrenia). Questa definizione è oggi considerata più appropriata al concetto teorico di “Organizzazione Borderline”, che è comune ad altri disturbi di personalità, mentre il disturbo borderline è un quadro particolare. Le formulazioni del manuale DSM IV e le versioni successive, come pure le classificazioni più moderne internazionali (ICD-10) hanno ristretto la denominazione di disturbo borderline fino a indicare, più precisamente, quella patologia i cui sintomi sono la disregolazione emozionale e l’instabilità del soggetto. È stato proposto perciò anche un cambio di nome del disturbo. Il disturbo borderline di personalità è definito oggi come disturbo caratterizzato da vissuto emozionale eccessivo e variabile, e da instabilità riguardanti l’identità dell’individuo. Uno dei sintomi più tipici di questo disturbo è la paura dell’abbandono. I soggetti borderline tendono a soffrire di crolli della fiducia in se stessi e dell’umore, ed allora cadere in comportamenti autodistruttivi e distruttivi delle loro relazioni interpersonali. Alcuni soggetti possono soffrire di momenti depressivi acuti anche estremamente brevi, ad esempio pochissime ore, ed alternare comportamenti normali. Si osserva talvolta in questi pazienti la tendenza all’oscillazione del giudizio tra polarità opposte, un pensiero cioè in “bianco o nero”, oppure alla “separazione” cognitiva (“sentire” o credere che una cosa o una situazione si debba classificare solo tra possibilità opposte; ad esempio la classificazione “amico” o “nemico”, “amore” o “odio”, etc.). Questa separazione non è pensata bensì è immediatamente percepita da una struttura di personalità che mantiene e amplifica certi meccanismi primitivi di difesa. La caratteristica del disturbo borderline è, inoltre, una generale instabilità esistenziale, caratterizzata da relazioni affettive intense e turbolente che terminano bruscamente, provocando “crolli” nella vita lavorativa e di relazione dell’individuo. Il disturbo compare nell’adolescenza e concettualmente ha aspetti in comune con le comuni crisi di identità e di umore che caratterizzano il passaggio all’età adulta, ma avviene su una scala maggiore, estesa e prolungata determinando un funzionamento che interessa totalmente anche la personalità adulta dell’individuo. Diagnosi secondo il DSM IV-TR Il disturbo di personalità borderline è un disturbo delle aree affettivo, cognitivo e comportamentale. Le caratteristiche essenziali di questo disturbo sono una modalità pervasiva di instabilità delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé e dell’umore e una marcata impulsività comparse nella prima età adulta e presenti in vari contesti, come indicato da cinque (o più) dei seguenti elementi: 1. sforzi disperati di evitare un reale o immaginario abbandono; 2. un quadro di relazioni interpersonali instabili e intense, caratterizzate dall’alternanza tra gli estremi di iperidealizzazione e svalutazione; 3. alterazione dell’identità: immagine di sé e percezione di sé marcatamente e persistentemente instabili; 4. impulsività in almeno due aree che sono potenzialmente dannose per il soggetto (quali spendere oltre misura, sessualità promiscua, abuso di sostanze, guida spericolata, abbuffate etc.); 5. ricorrenti minacce, gesti, comportamenti suicidari o comportamento automutilante; 6. instabilità affettiva dovuta a una marcata reattività dell’umore (es. episodica intensa disforia o irritabilità e ansia, che di solito durano poche ore e, soltanto più raramente più di pochi giorni); 7. sentimenti cronici di vuoto; 8. rabbia immotivata ed intensa o difficoltà a controllare la rabbia (es. frequenti accessi di ira o rabbia costante, ricorrenti scontri fisici etc.); 9. ideazione paranoide o gravi sintomi dissociativi transitori, legati allo stress.

    Nel nostro mondo fuggevole, fatto di cambiamenti imprevisti e talora insensate, quei sommi obiettivi dell’educazione tradizionale quali le consuetudini radicate e le scale stabili di valori diventano degli ostacoli. ogni valore si presenta agli occhi dell’individuo come affermante difficolta’ d’agire all’interno di una societa’ in cui vige uno stato riconducibile al caos, ovvero allo stato uroborico in cui non v’e’ differenziazione tra il singolo e il collettivo. i valori vengono presentati dal mercato della conoscenza come veicolo che, denotando l’individuo come attore principale del suo destino, mostrano come la lealtà, i vincoli indistruttibili e impegni a lungo termine siano considerati (come ogni merce, in ogni mercato) anathema, e visti come altrettanti impedimenti da eliminare. ci siamo spostati in un libero mercato in cui tutto può accadere in qualunque momento, e tuttavia nulla si può fare una volta per tutte. A tal riguardo quanto avviene nella societa’ si presta ad una lettura avente come meta il raggiungimento di un soggiogamento dell’azione stessa dell’individuo, che incastrato in una dinamica in cui la mancanza di punti di riferimento diviene paura dell’abbandono, che a sua voltasi manifesta nella esacerbazione di agiti che confinano l’uomo al di la’ del limite, causa di reazioni incontrollate e di fatti delittuosi e pervasivi del sentire dell’opinione pubblica.

    Sostanzialmente, Bauman ritiene che l’uomo di oggi non abbia più certezze né punti di riferimento stabili. È diventato tutto più fluido, liquido appunto. Il settore in cui è più evidente questa trasformazione è quello lavorativo: «In un’epoca in cui […] i luoghi di lavoro scompaiono con poco o punto preavviso e il corso della vita è suddiviso in una serie di progetti una tantum sempre più a breve termine, le prospettive di vita appaiono sempre più […] accidentali.» Il lavoro, ritenuto imprescindibile volano per l’indipendenza, diviene il grande assente configurante il vissuto abbandonico che denota la caratura borderline della societa’: essendo la societa’ stessa apportante la precarieta’ delle relazione interpersonali, l’individuo non fa altro che adeguarsi ad uno status ove l’elemento coadiuvante l’unita’ di intenti tende ad appiattirsi verso il basso, ovvero l’instabilita’ dei sentimenti e la conseguente ricerca di una soddisfazione degli istinti in cui la natura diviene strumento di coercizione dell’altro, inteso come attore di una societa’ apertamente liquida e afferente al non luogo caro a Marc Auge’. Da questa ottica anche il senso di comunita’ diviene mero attirbuto di una tendenza disposizionale che avvilisce l’individuo fino a relegarlo in uno stato di labilita’ emotiva che aumenta la percezione del pericolo e la successiva percezione – abnorme – di accerchiamento. si pensi ad esempio a vissuti paranoici rispetto al diverso per religione, razza o estrazione sociale. vengono in mente, in riferimento all’ultimo pensiero scritto, gli studi effettuati negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso negli states in cui si evinceva come la percezione del pericolo aumentasse in relazione all’errata valutazione del contesto posto in essere da chi avrebbe dovuto garantire sicuerezza. Ma la liquidità è riscontrabile anche nelle relazioni sentimentali, ed è proprio questo è il tema centrale del suo saggio Amore liquido. In particolare, le riflessioni in esso contenute riguardano l’uomo senza legami fissi, ovvero l’abitante della società liquido-moderna. Mentre fino a poco tempo fa le relazioni a lungo termine erano considerate “istinti naturali”, oggi vengono percepite come oppressive: «L’impegno verso un’altra persona […] in particolare un impegno incondizionato e di certo un tipo di impegno, assomiglia sempre più ad un qualcosa da scansare a ogni costo.» Insomma le difficoltà nei rapporti interpersonali e nel lavoro e un’estrema vulnerabilità alle esperienze negative con conseguenti vissuti di paura, vergogna, solitudine e abbandono (Adler, 1985; Kohut, 1971)

    Anche l’acting out non è “visto di buon occhio” dalla psicoanalisi e dalla psichiatria, tuttavia pochi hanno riflettuto sull’attrazione esercitata dalla sua capacità di spingere l’intera personalità ad agire all’unisono. In questa “falsa totalità” non c’è divisione fra pensieri, sentimenti e azioni, che diventano tutt’uno, e l’azione fluisce. Il che somiglia drammaticamente allo scopo perseguito da molte pratiche spirituali, che attraverso molti anni di duro e disciplinato allenamento aspirano a raggiungere dei momenti, o uno stato dell’essere, in cui l’azione fluisce e le divisioni interne sono abolite. Con questo non si vuol dire che la meditazione Zen e gli atti impulsivi (sovente di distruttività) siano la stessa cosa, ma è necessario rendersi conto che presentano alcune sorprendenti analogie.

    MASSIMO LANZARO & ALFREDO VERNACOTOLA

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3 Risposte

  1. “Il disturbo compare nell’adolescenza e concettualmente ha aspetti in comune con le comuni crisi di identità e di umore che caratterizzano il passaggio all’età adulta…”

    Mi chiedevo quanto possa aver influito, sull’adolescente che manifesti i sintomi del disturbo borderline, la mancanza di irraggiungibili punti di riferimento dal momento in cui le figure genitoriali hanno perso i connotati del mito e si sono manifesti finalmente sotto sembianze umane, nello splendore di tutti i loro difetti e somiglianze nelle quali specchiarsi (… con esse imparare a viverci, per mezzo delle stesse ritrovarsi).

  2. Ho come la sensazione che la domanda di Valeria contenga la risposta.

  3. Voglio dire che l’elaborazione del “lutto” è la fase di crescita che l’uomo di oggi cerca di eludere. (Accudire il proprio genitore è quel rito che riconcila con se stessi, la rimembranza…) E’ l’unica differenza con “l’uomo del passato”.

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