Anoressia, problemi di coppia e separazione: nessuno si salva da solo

  • Nessuno si salva da solo è un film del 2015, diretto da Sergio Castellitto. Il film è basato sull’omonimo romanzo di Margaret Mazzantini. Trama: Delia e Gaetano (Gae) sono stati sposati e hanno due figli, Cosmo e Nico. Da poco tempo vivono separati, lei ha tenuto la casa con i bambini, lui vive in un residence. Delia (Jasmine Trinca), che in passato ha sofferto di anoressia, è una biologa nutrizionista, Gaetano (Riccardo Scamarcio) è uno sceneggiatore per programmi televisivi. Si incontrano per una cena in un ristorante, durante la quale discuteranno di come far trascorrere l’estate ai bambini. Di litigi, eventi scatenanti, emotività altamente espressa ce n’è. C’è poi il rifiuto del cibo, la carie marcia, il vomito autoindotto, l’alimentazione compulsiva. Ma non è che in questo film “viene affrontato il tema dell’anoressia” (come piace dire a molti). Sarebbe come dire anche che l’altro “tema” è quello legato ai problemi di coppia o alla separazione (frutto di traumi, frutto di altre separazioni e via così percorrendo quei sentieri diacronici là). Ci sono malesseri che durano nel tempo e restano, nonostante il desiderio di cambiamento, la consapevolezza e i tentativi di risolvere i problemi. Ci sono i ricordi, le attese, i dubbi, la tenerezza e le idiosincrasie. Ma vivaddio non ci sono regole per il mantenimento della buona salute della coppia o della psiche dei figli. Non c’è nessuna teoria neonormativa e nessuna etichetta. E non si svolge nessun tema (men che meno sul tramonto della paternità o sulla donna post-patriarcale). Non si arriva da nessuna parte, al massimo ad una piroetta e ad un sorriso di sobbalzo. In questa pellicola però si compie un piccolo miracolo, che è il seguente: sfiorando dei frutti non si può ottenere una buona centrifuga, una roba che contenga la polpa nutriente, l’essenza. Bisogna, appunto, affondare le lame, lasciare che girino a fondo. Sfiorando la vita con la penna o con la macchina da presa, invece, a quanto pare, si può arrivare a coglierne l’essenza senza scavare, senza spingere, senza usare gli artigli, bensì l’immane invisibile forza dirompente della grazia artistica. Il simulacro è immaginario (illusione) mentre l’apparenza è simbolica (finzione). Quando la dimensione specifica dell’apparenza simbolica comincia a dissolversi, l’immaginario ed il reale divengono sempre più indistinguibili. E, fateci caso, gli attori sono così bravi da andare oltre: resta infatti anche un pò l’illusione che forse in questo momento Delia e Gaetano siano ancora là, da qualche parte, a fare anima o a fare l’amore.

    Massimo Lanzaro

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