“E quindi uscimmo a riveder le stelle”

Inferno_Canto_34,_Gustave_Dorè_3(Gustave Doré, Divina Commedia, 1861-1868)

Carissimi,

che il 2015 sia per voi anno di pace e serenità. Con affetto,

Gabriele

Allegria di naufragi

E subito riprende

Il viaggio

Come

Dopo il naufragio

Un superstite

Lupo di mare

Giuseppe Ungaretti

 

 

Cinema: l’amicizia improbabile tra un bambino e un burbero pensionato nel film “St. Vincent”

  •  L’amicizia improbabile tra un bambino e un burbero pensionato nel film “St. Vincent” La trama. Maggie (Melissa McCarthy), una madre single, si trasferisce a Brooklyn insieme al figlio dodicenne Oliver (Jaeden Lieberher). Obbligata a lavorare fino a tardi, affida suo malgrado Oliver alle cure del loro nuovo vicino di casa, Vincent (Bill Murray), un pensionato eccentrico con un tropismo peculiare per l’alcool e le scommesse. Tra i due si sviluppa presto un’autentica amicizia e, insieme a una spogliarellista incinta di nome Daka (Naomi Watts), frequentano tutti i luoghi amati dall’improvvisato babysitter, luoghi “non proprio adatti ad un bambino”. Al di là delle apparenze Oliver comincia a vedere in Vincent qualcosa che nessun altro è in grado di riconoscere: un uomo sottovalutato e insospettabilmente pieno di anima. Bill Murray, dopo un periodo trascorso tra un cameo e l’altro in film peraltro anche rilevanti, ha trovato per se il ruolo da protagonista in questo film di nicchia, minimalista ma pieno di belle trovate.

    Massimo Lanzaro

Vento

Come il lupo è il vento
Che cala dai monti al piano.
Corica nei campi il grano
Ovunque passa è sgomento.
Fischia nei mattini chiari
Illuminando case e orizzonti
Sconvolge l’acqua nelle fonti
Caccia gli uomini ai ripari.
Poi, stanco s’addormenta
e uno stupore prende le cose.

Attilio Bertolucci

Nel giusto tempo umano

Giace nel vento di profonda luce,
l’amata del tempo delle colombe.
Di me di acqua e di foglie,
sola fra i vivi, o diletta,
ragioni; e la nuda notte
la tua voce consola
di lucenti ardori e letizie.

Ci deluse bellezza, e il dileguare
d’ogni forma e memoria,
il labile moto svelato agli affetti
a specchio degli interni fulgori.

Ma dal profondo tuo sangue,
nel giusto tempo umano,
rinasceremo senza dolore.

Salvatore Quasimodo

Buon Natale a tutti!

c_norman_rockwell_santa_with_elves_1922

Ventaglio

Quasi usando per sua parola
Null’altro che un battito al cielo,
Il futuro verso s’invola
Dall’avorio che in sé lo cela.
Ala piano corra all’orecchio
Questo ventaglio se esso è
Quello per cui qualche specchio
Risplendette dietro di te
Chiaro (dove ritorna a scendere
Inseguita in ogni frammento
Un po’ d’invisibile cenere
Unica a rendermi lamento)
Ed appaia uguale domani
Tra quelle tue agili mani.

Stéphane Mallarmè

Stasera con me su Radio Vaticana

Amici carissimi,
stasera sarò in onda alle ore 21:00 su Radio Vaticana (105 mhz) intervistato dalla giornalista Laura De Luca sui temi dell’amore e della pace.
Spero di “trovarvi” numerosi.

“Un’unica forza, l’Amore, unisce infiniti mondi e li rende vivi”

Natale

Non ho voglia di tuffarmi
in un gomitolo di strade
Ho tanta stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi così
come una cosa posata
in un angolo
e dimenticata

Qui non si sente altro
che il caldo buono

Sto con le quattro capriole
di fumo del focolare.

Giuseppe Ungaretti

Oggi sarò a Saluzzo per presentare “Il mistero di Dante”

Carissimi,

vi ricordo che oggi alle ore 16:00, nell’ambito di AUTUNNO MUSICALE – SETTIMA EDIZIONE presso la Scuola APM, con l’organizzazione dell’ACCADEMIA FILARMONICA DI SALUZZO, via dell’Annunziata 1 B (Telefono 0175 248859), presenterò il film del mio caro amico Luois Nero “IL MISTERO DI DANTE”.
Vi aspetto numerosi; l’ingresso è libero ma la prenotazione è abbligatoria.

“Un viaggio dalla circonferenza verso il centro. Dall’esteriore all’interiore. Un misterioso linguaggio, antico come il mondo. Viaggiatori trasformati in pionieri esploratori di nuovi mondi. Una reminiscenza del meraviglioso mondo dantesco: da un’analisi esteriore alla scoperta della verità celata “sotto ‘l velame de li versi strani“. Un’indagine poliziesca negli innumerevoli cunicoli d’interpretazione dell’opera del più grande genio italiano del 1300: Dante Alighieri. Un viaggio, alla fine del quale, forse, lo spettatore avrà a disposizione gli strumenti per farsi una propria opinione su cosa stia dietro a questo misterioso autore. Guide virgiliane di questo pellegrinaggio saranno eminenti studiosi che cercheranno di accendere qualche luce nell’intricato groviglio di interpretazioni simboliche che si sono succedute nel tempo. L’obbiettivo di tutti, anche se in apparenza divergente, sarà quello di suggerire nuovi percorsi che porteranno a nuove strade più illuminate. Un dubbio nasce spontaneo: esiste ancora, anche sotto diverso nome, quel gruppo iniziatico del 1300 che andava sotto il nome de “I Fedeli D’Amore”? Siamo stati contattati da alcuni di loro. Ecco il racconto di questa ricerca”.

Vi aspetto.

Gabriele

Infelicità degli esseri umani

Ho scoperto che tutta l’infelicità degli esseri umani deriva da una sola cosa, e cioé da non saper restarsene tranquilli in una stanza.”

Blaise Pascal

Ai poeti giovani

Noi dunque conosciamo che la rosa è una rosa,
la parola una cosa, il dolore un discorso,
che la voce più sola accorda molte grida,
che ogni cuore ricorda quante anime ha percorso.

Ma stretti all’ignoranza, al pianto e alla vendetta
impotente crediamo che il male in bene torni…
Il vero è altrove: e aspetta d’essere amato, viene
e va, come il mattino che per noi prega il giorno.

Franco Fortini

Emil Cioran e “L’agonia dell’occidente”

Per i tipi della casa editrice Bietti è recentemente uscito il libro di Emil Cioran, L’agonia dell’occidente – lettere a Wolfgang Kraus (1971-1990), un carteggio intercorso tra lo scrittore rumeno e il critico ed editore austriaco Wolfgang Kraus, con l’aggiunta, in appendice, di altre due lettere scritte dalla compagna di Cioran, Simone Boué, ed estratti del diario di Kraus che vertono sulla figura stessa di Cioran – la scoperta e la conseguente trascrizione di questo carteggio si deve a George Gutu, avvenuta in maniera casuale durante lavori di ricerca presso l’Archivio Letterario della Biblioteca Nazionale di Vienna.

Con questa pubblicazione, curata da Massimo Carloni che ne scrive una intensa e pregnante introduzione, veniamo a conoscere da vicino il pensiero dello scrittore rumeno, che ci viene reso nella sua piena umanità ed attività di intellettuale, grazie anche all’imponente apparato di note che sono un supporto ulteriore per accedere alla collocazione storico-biografica delle lettere stesse.

Cioran incontrò Kraus in occasione della traduzione tedesca del Mauvais démiurge per l’editrice Europa di Vienna, presso cui Kraus lavorava nel 1971 – ma probabilmente si erano già riconosciuti in precedenza. Si delineano subito le differenti personalità dei due intellettuali: Cioran con il suo pessimismo che lo fa volutamente restare ai margini del mondo culturale e per cui la produzione artistica si nutre necessariamente di una buona dose di ascetismo; Kraus, invece, che interpreta il suo ruolo di intellettuale come un’alacre attività di mediazione tra l’Est e Occidente, con un vero e proprio impegno emotivo, ed etico nel senso hegeliano del termine, che lo spinge ad invitare in Austria alcuni scrittori dei paesi del blocco sovietico; ma entrambi impegnati nel cantare l’Elegia del finis Austriae, nazione che per essi è archetipo della decadenza dell’Occidente.

L’Austria, che Cioran sente essere la sua vera patria, al punto di definirsi un tardo cittadino di Kakania, la terra immaginaria e pure reale creata da Musil, oppure sentendo su di sé le stigmate ideali di un soldato austroungarico, nato com’era ai confini orientali di quel grande Impero, prima che quelle terre diventassero dominio del caos balcanico. E tuttavia quell’anima orientale è rimasta, come una sorta di fatalismo, a comporre la complessa personalità di Cioran, quasi suo malgrado, insieme alla prediletta componente austro-germanica, e alla Francia terra d’adozione che gli dà ospitalità e lingua. Cioran rinuncia infatti all’idioma rumeno con un gesto di abiura che è un rifiuto totale della “rumenità” con il suo carico di maledizione individuale e nazionale, un auto-sradicamento consapevole portato alle estreme conseguenze.

La decadenza della potenza austroungarica è sentita visceralmente da Cioran come pericolo incombente sull’intera Europa, avendo aperto la via al pericolo della dittatura comunista che egli paventa possa dilagare in Occidente. Anche en France Cioran non si sente assolutamente a suo agio, essendo preponderante tra gli intellettuali il pensiero marxista, allora egemone con le grandi figure di Sartre, Althusser, Baudrillard, per lui incomprensibili con la loro adesione a una dittatura disumana. Ancora una volta, Cioran è sradicato, anche nel mondo della cultura. Per lui l’uomo occidentale è come Tantalo, il re mitico che sedeva al desco degli dei ma che non sapeva godere della propria ricchezza, colui che ha tutto ma che vuole votarsi a un inspiegabile pauperismo comunista: paradosso.

Nelle lettere a Kraus, Cioran rivela tutto il suo preoccupato stupore nel vedere la gioventù francese, non contenta della libertà di cui dispone, reclamarla a gran voce in cortei e proteste, per consegnarsi, eventualmente, attraverso una agognata rivoluzione, all’incubo della tirannide sovietica. La sua lontananza da quella ideologia lo porterà, pur frequentando lo stesso caffè di Sartre, Le Flor nel quartiere latino, ad ignorarlo per anni senza rivolgergli mai la parola.

Il sentirsi “straniero” di Cioran è in sintonia con l’amata figura di Sissi, l’imperatrice moglie di Francesco Giuseppe, angelo del disinganno, ombrosa al punto tale da rifuggire ogni contatto pubblico, vero atto di diserzione sociale che gliela rende sorella. Come Sissi si celava dietro le sue velette, Cioran vorrebbe una vita solitaria, più nascosta, non sottoposta alla schiavitù delle visite, degli incontri serali, delle conversazioni futili e sfinenti, degli spossanti e difficili rapporti con editori e traduttori.

E tuttavia, al di là di questa apparente misantropia, nelle epistole a Kraus emerge la figura di un uomo buono, educato, rispettoso, il quale suscita la perplessità del critico viennese che si chiede, nei suoi appunti di diario, come possa Cioran essere l’uomo civile e generoso che è, ed elaborare al contempo il suo pensiero così aridamente gnostico e ostile ad ogni manifestazione materica. Kraus azzarda delle ipotesi, quasi una diagnosi: perché il suo pessimismo? Da dove deriva? Una delusione? Un eccessivo idealismo tradito? Questione di salute? O l’insonnia forse, l’antica tiranna giovanile di Cioran, di cui soffriva già in Romania con la madre, atterrita dal malessere del figlio, che ordinava la celebrazione di messe – insonnia combattuta poi, una volta trasferitosi a Parigi, con la terapia della bicicletta e di passeggiate salutari nei giardini del Luxembourg. La mancanza di sonno, per Cioran, è assenza di rinascita mattutina, mancanza di risveglio, e non permette quel minimo di ottimismo e di progettualità connessi a un inizio.

Per Kraus, in Cioran c’è anche sofferenza, sebbene del tutto volontaria, dell’intrappolamento in una lingua straniera e così freddamente grammaticale come il francese: una specie di “camicia di forza” in cui il temperamento mistico di Cioran deve piegarsi. Ci sono poi il rifiuto della mondanità, del successo, poiché Cioran teme ogni superficialità che ne possa derivare. Gli sembrerebbe uno svilimento. Arriva perfino a rifiutare premi letterari corredati di denaro. Rifugge anche da un eccesso di scrittura, che ritiene inutile. Eppure, Cioran, pur sapendo dell’inconsistenza della vita, non ne rimane fulminato, procede.

Nel corso di queste lettere, scritte nell’arco di un ventennio, viene gettata luce sulla vita di questo scrittore, in una prosa sempre elegante e controllata, che ci informa dei suoi progetti, delle sue letture e anche del declinare della salute e della forza vitale con l’avvicinarsi della vecchiaia, stagione aborrita per la perdita di libertà che ne deriva. E poi sullo sfondo Parigi, fatale Parigi, oppressiva, tutta un chiacchiericcio, mentre Cioran anela a una patria fredda di clima e di rapporti umani.

Le sue innumerevoli letture, un “vizio” di cui non può fare a meno, lo portano a crearsi un suo personalepantheon di figure che gli sono più affini, come Erwin Chargaff, stimatissimo scienziato e pensatore, e poi Jünger per cui nutre un’ammirazione vitalistica e con il quale condivide un aristocratico pessimismo, e ancora Joseph de Maistre, pensatore della controrivoluzione, Rudolf Otto, Meister Eckhart – “il più sublime” –, madame du Deffand, la grande scrittrice di epistole che fece della conversazione un’opera d’arte, cosciente e lucida in maniera esasperata e quindi troppo civilizzata e così, per forza, fragile e declinante. E soprattutto, il maestro della coscienza, il suo maggiore conoscitore, Dostoevskij, che vide in essa una malattia per l’uomo.

Anche il nichilismo offende Cioran quando non è abbastanza puro, come nei russi che avevano una finalità storica ben precisa e quindi una meta – perfino nel buddismo Madhyamika c’è il fine ultimo della liberazione, cioè ancora una meta. Pieno di un vero furore gnostico, se fosse stato credente Cioran sarebbe stato un cataro, con il suo rifiuto di avere figli poiché pensa che la famiglia non meriti di perpetuarsi. La sola pace possibile la trova nei piccoli lavoretti di falegnameria, quando si reca in vacanza a Dieppe, manifestando quasi una propensione alla mistica zen, oppure rivelando un insospettabile slancio estetico quando invita uno scrittore amico ad adottare una certa frivolezza formale. Cioran, che affronta tutto con una scrupolosa serietà, pare incapace di prendere atto che l’uomo sia ciò che è; lo desidera quasi simile a un dio e gli si scaglia contro perché così non è. Cioran è un mistero.

In ogni caso, o attraverso le letture, o nella sua vita reale, vediamo come egli sia capace di avere un rapporto autentico solo con persone che hanno smesso di essere entusiaste. Preferisce quelle messe a nudo, non rivestite dalla protervia di un’illusione.

Sono questi scritti uno squarcio su una vita e su un periodo di storia estremamente puntuali, che si leggono con piacere, ma con alcune singolarità che, in quell’apparente scorrere fluido della scrittura, emergono folgoranti. Aforismi, che quel semplice racconto riscattano, nella freddezza marmorea della parola che cela un’apertura di verità possibili. Gemme che ci folgorano.

Ma alla fine, unica parola che Cioran dice che gli rimanga è Umsonst, invano, che, come un cartiglio in un’iscrizione araldica, egli potrebbe porre a suggello della propria vita: per questo feroce nichilista, la grazia di un significato non esiste.

Mario Sammarone (pubblicato su Nazione Indiana)

Cinema: l’anima mundi in “Trash”, impeccabile film di Stephen Daldry

 In questi giorni è nelle sale “Trash”, un film che ha come protagonisti tre ragazzini delle favelas di Rio de Janeiro e due attori statunitensi: Rooney Mara e Martin Sheen. La trama: a Rio tre minorenni poveri passano il tempo a lavorare o rovistare tra la spazzatura di una discarica. Finché uno di loro trova fra l’immondizia il portafoglio di un uomo scomparso in circostanze poco chiare. Il rinvenimento suscita vivo interesse nelle autorità locali, e così i ragazzini si trovano loro malgrado coinvolti in un’articolato ed enorme intrigo politico-poliziesco. Perché mi è piaciuto molto: sembra una sorta di romanzo di formazione che invece di promuovere l’integrazione sociale del protagonista o raccontarne emozioni, sentimenti, progetti, affonda direttamente gli artigli nell’anima mundi, delle cui istanze i piccoli protagonisti si fanno magnifici interpreti. E’ un tipo di eroismo particolare il loro, in cui convivono aspetti senex (l’essere disciplinato, controllato, responsabile, razionale e ordinato) congiunto all’esser dominati dalla passione impetuosa che solo il puer può infondere. Come di recente si diceva in una discussione alcuni ritengono, a mio modesto avviso erroneamente, che l’Ombra del Puer sia il Senex. Invece il lato negativo del Puer è notoriamente quello dell’uomo-bambino che si rifiuta di crescere, di affrontare le sfide che la vita gli richiede e che invece di risolvere i problemi rimane in attesa. Puer e Senex convivono in ciascuno di noi, ciascuno con i suoi indispensabili tratti (forse uno dei più bei volumi su questo argomento è stato scritto da Hillman: “La forza del carattere”). Analogamente l’Ombra dell’archetipo del Senex è quella che, inflazionata appunto da idee di onnipotenza finisce addirittura per distruggere, scotomizzando di conseguenza la dimensione “antropopoietica” (cit. ) e quella di “stare insieme” alle giovani generazioni. Fan riflettere in questo senso le costellazioni archetipiche dei vari protagonisti e le implicazioni psicosociali di questo piccolo gioiello d’immaginario cinematografico. Non aggiungo altro per evitare spoilers, ma la forza del carattere dei tre piccoli grandi attori dovrebbe essere di esempio. E la pellicola è analogamente esempio di “un vero film di Natale”.

Massimo Lanzaro

Positivo e negativo

 

Il positivo entra ed esce dalla testa. Il negativo lascia un dubbio strisciante, un’inquietudine sorda; perché la paura è in fondo della condiziona umana.

Tiziano Terzani

Un chiaro fuoco

Un chiaro fuoco m’abita e vedo freddamente
la violenta vita, illuminata tutta…
io non posso più amare oramai che dormendo
i suoi graziosi atti mescolati di luce.

I giorni miei, la notte, mi riportano sguardi
dopo i primi momenti di un infelice sonno,
quando sparsa nel buio è la sventura stessa,
tornano a farmi vivere, mi danno ancora occhi.

Se erompe quella gioia, un’eco che mi sveglia
ributta solo un morto, alla mia riva di carne.
E al mio orecchio sospende, il mio riso straniero

come alla vuota conchiglia un sussurro di mare,
il dubbio – sul bordo di un’estrema meraviglia,
se io sono, se fui; se dormo oppure veglio…

Paul Valéry

I gabbiani

Non avevo mai visto gab­biani sulle rive del Tevere
can­gianti in que­sta fine d’inverno le penne e le acque.

Mi sono appog­giato al gra­nito come fanno quelli
che vegliano sulla pro­pria vita o morte usando

un’intenta pazienza ma i miei occhi distratti
segui­vano le pla­nate rapi­nose degli uccelli plumbeoargentei

sino a che furono sazi i ven­tri affu­so­lati i becchi
già risplen­dendo su altri flutti a un sole diverso

per il pro­ce­dere ine­vi­ta­bile del tempo le mie
pupille stan­che e ancora voraci ormai volte

sull’emporio mobile delle vie popo­lose di Roma
alla cerca dispe­rata nell’ora dell’ipoglicemia

d’un ali­mento improv­viso sol­tanto a me noto
in una rive­la­zione gio­iosa e ste­rile nell’ombra-luce

san­gui­gna da attici e cor­ni­cioni meridiani
fumi­gando sui colli i rami verdi della potatura

sino a ottenebrare il cielo pietoso del ritorno.

Attilio Bertolucci

Cinema: le enantiodromie da Oscar di “Gone Girl”

David Fincher, Ben Affleck e Rosamund Pike già in odore di Oscar a mio modesto avviso per “Gone Girl”, film il cui titolo è stato tradotto in italiano in maniera incomprensibile e su cui pertanto non mi soffermo. Gone Girl (tratto dal romanzo omonimo di Gillian Flynn) riprende la storia di Nick e di Amy Dunne e del loro matrimonio che vacilla quando Nick perde il suo lavoro come giornalista a causa della crisi economica e decide di trasferire se stesso e sua moglie da New York City per la sua piccola città natale di Nord Carthage, Missouri. Lì apre un bar utilizzando l’ultimo fondo fiduciario di sua moglie, e lo gestisce insieme a sua sorella gemella Margo. Il bar offre una vita decente per i tre Dunnes, ma il matrimonio sembra diventare sempre più disfunzionale. Il giorno del loro quinto anniversario di matrimonio, Amy scompare. Nick diventerà il primo sospettato della sua scomparsa per vari motivi.

La pellicola è stata distribuita nelle sale cinematografiche statunitensi a partire dal 3 ottobre 2014 e sarà in quelle italiane dal 18 dicembre.

Qualcuno ha scritto di questo film che è “diabolico”. Postulando di essere d’accordo non si può non dire che questo film è anche il contrario di diabolico: altamente simbolico. Simbolo è una parola greca: sumballein (o siumballein), che vuol dire mettere assieme, significati, o frammenti di senso, laddove “diabolico” (diaballein) è esattamente il contrario (fare a pezzi, distruggere, dilaniare). Sappiamo quanto Jung (cui rimando) ad esempio tenesse all’importanza di queste parole e a questa distinzione nell’ambito della psicologia analitica, ma non è il caso di dilungarsi a riguardo in questa sede.

Ficher ci prende per mano attraverso una diabolica frammentazione (della psiche e degli eventi) per poi ricomporre lentamente i pezzi del puzzle che finisce per assurgere a simbolo. Simbolo di un mondo alla rovescia (diabolico) in cui, mancanza di scrupoli, di responsabilità, tendenza alla menzogna e alla manipolazione, cinismo, instabilità, comportamenti apertamente devianti, aggressività non controllata sono tratti del carattere di persone “di successo”.

Una ricerca di Belinda Board e Katarina Fritzon, dell’Università del Surrey, ha comparato un gruppo di 39 manager di successo con criminali e pazienti psichiatrici gravi. La loro classificazione finale ha diviso la popolazione esaminata in «psicopatici di successo» e «psicopatici senza successo».

Paradossalmente non è difficile temere gli effetti rovinosi di certi personaggi ai vertici di banche, industrie o altri gangli vitali delle nazioni (occhio ai giornalisti televisivi nel film), se non addirittura leader di intere nazioni. E’ più difficile fare una analisi invece quando le dinamiche antisociali si annidano e si dipanano, ad esempio, all’interno di mura domestiche o nell’ambito di una ristretta rete sociale.

Gone Girl ci traghetta agilmente da un territorio all’altro, dal micro al macro, dalla psiche individuale dei protagonisti a quella collettiva. Dalle contraddizioni (diaboliche) di un mondo in cui la finanza domina l’economia, che domina la politica (mentre della politica dovrebbe essere strumento) che a sua volta domina la ricerca scientifica, la formazione e l’educazione, che da strumenti di critica e consapevolezza, diventano mezzi di propaganda (il ruolo dei media è icastico in questa narrazione). Insomma, quello che dovrebbe servire gli esseri umani, li mette all’ultimo posto. E che quel “posto” di estrema vulnerabilità contribuisca allo sviluppo di una malattia mentale o di una psicopatia (di successo o meno, ma che a volte sembra l’unica via percorribile per sopravvivere) è intuitivamente plausibile. Corollario: la geniale genesi filmica di un mondo fatto di criminali diabolici e matti simbolici, in cui ci si smarrisce tra le infinite sfumature e gamme di grigio.

Dopo questa lunga digressione qualche parola su un film dal ritmo incalzante, complice la struttura narrativa a canone inverso, in cui i due protagonisti dimostrano di essere qualcosa in più che semplicemente “bravi attori”. E che riesce su vari livelli e sottotesti ad essere specchio fedele e attualissimo della realtà.

Per il ruolo di Amy Dunne, andato a Rosamund Pike, sono state prese in considerazione le attrici Reese Witherspoon (produttrice della pellicola), Charlize Theron, Natalie Portman, Emily Blunt, Rooney Mara, Olivia Wilde, Abbie Cornish e Julianne Hough. Ben Affleck dal suo canto ha rinviato le riprese di un suo film pur di lavorare con David Fincher in questo film. Credo di aver capito il perché di entrambe ed altre scelte. Tutte magistrali.

Massimo Lanzaro

Cambiare i bambini

Se c’è qualcosa che desideriamo cambiare nel bambino, dovremmo prima esaminarlo bene e vedere se non è qualcosa che faremmo meglio a cambiare in noi stessi.

Carl Gustav Jung

Ricordo di fanciullezza

Le gaggie della mia fanciullezza
dalle fresche foglie che suonano in bocca..
Si cammina per il Cinghio asciutto,
qualche ramo più lungo ci accarezza
la faccia fervida, e allora, scostando
il ramo dolce e fastidioso, per inconscia vendetta
si spoglia di una manata di tenere foglie.
Se ne sceglie una, si pone lieve
sulle labbra e si suona camminando,
dimentichi dei compagni.
Passano libellule, s’odono le trebbiatrici lontane,
si vive come in un caldo sogno.
Quando più la cicala non s’ode cantare,
e le prime ombre e il silenzio della sera ci colgono,
quasi all’improvviso, una smania prende le gambe
e si corre sino a perdere fiato,
nella fresca sera, paurosi e felici.

Attilio Bertolucci

Cinema: “Un amico molto speciale”

Comincio con una parentesi: la definitiva, meritatissima consacrazione di Jacques Audiard (sceneggiatore e regista francese) arrivò con “Il profeta” (Un prophète, 2009), vincitore del Grand Prix Speciale della Giuria del 62º Festival di Cannes e di nove Premi César, nonché candidato all’Oscar al miglior film straniero. A mio modesto avviso un film da vedere e capisco se non ne avete sentito parlare perché in quel periodo eravate distratti da altro (in fondo il 2009 era l’anno internazionale delle fibre naturali). Ecco. A distanza di un lustro o poco più ritrovo il profeta (Tahar Rahim) che si inerpica sui tetti, impegnato in furti improbabili insieme a un bambino (Victor Cabal, straordinario) nella commedia favolistica “Un amico molto speciale” (Le père Noël) di Alexandre Coffre, nelle sale dal 4 dicembre. “È una commedia che gioca con la simbologia del Natale – spiega nelle note di produzione il regista -. C’è un lato irriverente che riesce a divertire senza però offuscare mai l’immagine del Natale e di Babbo Natale. Ma la modernità scaturisce soprattutto dal percorso che compiono i due protagonisti”. In effetti la pellicola commuove e diverte, è piena di simboliche carezze, scambi affettivi ma anche di situazioni che rasentano la surrealtà eppure non intaccano la delicatezza con cui pian piano si costruisce e matura la relazione tra i due: un bambino adulto e un adulto che ha preservato la sensibilità del suo bambino interiore. Tahar dice di aver trovato rifugio dalla noia di Belfort (città natale) nel cinema, guardando fino a 5 film a settimana durante la sua gioventù, un’abitudine che ha dato vita e alimentato la sua passione per l’arte cinematografica. Bistrattata dal senso comune in chiave esclusivamente “dispregiativa”, la noia può essere evidentemente anche uno stato d’animo “altamente produttivo”, ne deduco. Ho letto che Il regista ha fatto leggere la sceneggiatura allo psichiatra infantile Olivier Tarragano. Quindi per questa volta termino “tirando acqua al mio (e/o al suo) mulino”: si percepisce che in questo film così “inconsueto” c’è lo zampino di un bravo cultore dei percorsi dell’animo umano.

Massimo Lanzaro

Lettera

Questo silenzio fermo nelle strade,
questo vento indolente che ora scivola
basso tra le foglie morte o risale
ai colori delle insegne straniere…
forse l’ansia di dirti una parola
prima che si racchiuda ancora il cielo
sopra un altro giorno, forse l’inerzia,
il nostro male più vile… La vita
non è in questo tremendo, cupo, battere
del cuore, non è pietà, non è più
che un gioco del sangue dove la morte
è in fiore. O mia dolce gazzella,
io ti ricordo quel geranio acceso
su un muro crivellato di mitraglia.
O neppure la morte ora consola
più i vivi, la morte per amore?

Salvatore Quasimodo

Strinsi le mani sotto il velo oscuro…

Strinsi le mani sotto il velo oscuro…
“Perché oggi sei pallida?”
Perché d’agra tristezza
l’ho abbeverato fino ad ubriacarlo.

Come dimenticare? Uscì vacillando,
sulla bocca una smorfia di dolore…
Corsi senza sfiorare la ringhiera,
corsi dietro di lui fino al portone.

Soffocando, gridai: “E’ stato tutto
uno scherzo. Muoio se te ne vai”.
Lui sorrise calmo, crudele
e mi disse: “Non startene al vento.”

Anna Achmatova