Gli anni

Le mattine dei nostri anni perduti,
i tavolini nell’ombra soleggiata dell’autunno,
i compagni che andavano e tornavano, i compagni
che non tornarono più, ho pensato ad essi lietamente.
Perchè questo giorno di settembre splende
così incantevole nelle vetrine in ore
simili a quelle d’allora, quelle d’allora
scorrono ormai in un pacifico tempo,
la folla è uguale sui marciapiedi dorati,
solo il grigio e il lilla
si mutano in verde e rosso per la moda,
il passo è quello lento e gaio della provincia.
Attilio Bertolucci

Quando mi coglie il buio

Quando mi coglie il buio
una soffocata luna
dietro il cancello
solleva misteriosi grovigli
e sul sagrato d’abissi
mi fiacca l’anima

Maria Allo

Ultimi posti… oggi a Roma con l’Allegra Compagnia Degli Assurdi

Roba da matti: prendete uno psichiatra molto più matto dei suoi pazienti, una schizofrenica fissata con gli uccelli, un passeggino impertinente e un libro misterioso che produce strani effetti su chi lo legge; mescolateli – per circa un’ora – sul palco della Sala Romateatri insieme ad altri ingredienti di pura follia ed otterrete uno spettacolo dalla comicità dirompente, quasi sempre allucinante: Roba da matti, scritto e diretto da Lodovico Bellè e interpretato da Lorenzo Lustri, Gabriele Ottaviani, Manuele Pacifici, Luigi Piccinni e Alessandra Vagnoli. Il divertimento è garantito dalla potenza comica del non senso inserito nelle situazioni più comuni della vita quotidiana, che finiscono per essere stravolte e diventano completamente imprevedibili. Lo spettacolo – che nasce dalla feconda collaborazione tra l’Allegra Compagnia Degli Assurdi e l’ Associazione Culturale Creativa…Mente – si presenta come un’evoluzione dei precedenti Assurdialoghi (da cui prende le mosse) in direzione di una vera e propria commedia assurdialogica. Vi aspettiamo a teatro!

Ore 18,00
Sala Roma Teatri
Via Gina Mazza 15

LOCANDINA Roba da matti

 

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Molta pazzia è divino buon senso

Molta pazzia è divino buon senso –
per un occhio avvertito –
molto buon senso – pura pazzia –
è la maggioranza
in questo, come in tutto, a prevalere –
Di’ sì – e sei sano –
ribellati – subito sei pericoloso –
e ti trattano con catene –

Emily Dickinson

I dieci comandamenti. Primo: non guardare dove mirano i riflettori

“Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al contrario, l’adesione ai modelli imposti dal Centro, è tale e incondizionata. Attraverso due rivoluzioni, interne all’organizzazione borghese: la rivoluzione delle infrastrutture e la rivoluzione del sistema d’informazioni. Le strade, la motorizzazione ecc. hanno oramai strettamente unito la periferia al Centro, abolendo ogni distanza materiale. Ma la rivoluzione del sistema d’informazioni è stata ancora più radicale e decisiva. Per mezzo della televisione, il Centro ha assimilato a sé l’intero paese che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Gli italiani hanno accettato con entusiasmo questo nuovo modello che la televisione impone loro secondo le norme della Produzione creatrice di benessere (o, meglio, di salvezza dalla miseria)”.
(Pierpaolo Pasolini, “Corriere della Sera”, 9 dicembre 1973)
Quando durante la conferenza stampa di presentazione di questo viaggio fuori dal comune nella città di Napoli Domenico Iannacone cita i Comizi d’amore (celebre film-documentario del 1965 diretto da Pier Paolo Pasolini) la staffa, l’incudine e il martello, ma anche i coni e i bastoncelli di una persona sempre suo malgrado selettiva quando si parla di televisione (il sottoscritto) cominciano a risvegliarsi dallo strascico di letargico tepore settembrino.Apprendo dunque che per la serie de “I Dieci Comandamenti”, il 26 settembre su Rai3 in prima serata andrà in onda lo speciale “Spaccanapoli”, presentato in anteprima al Prix Italia in corso a Torino. Ad aiutare Iannacone nei suoi personali comizi troviamo vari “personaggi guida”: Gaetano Di Vaio, ad esempio, una vita da giovane delinquente e tossicodipendente alle spalle ed ora produttore cinematografico (“Sotto la stessa luna”, il suo primo film, racconta dei rom; ha prodotto, tra l’altro, anche “Napoli Napoli Napoli” di Abel Ferrara), attore e scrittore: riuscireste ad immaginare outcomes riabilitativi migliori? Poi c’è Oreste Pipolo, fotografo di matrimoni dal temperamento vulcanico ed istrionico (non perdetevi le sue geniali operazioni, tra eros e tanatos, di velamento e svelamento: sarebbero di certo piaciute a Marcel Duchamp).Giunto alla terza stagione, “I Dieci Comandamenti” prosegue il 3 ottobre con quattro appuntamenti settimanali in seconda serata. La prima puntata dopo lo speciale sarà un’appendice di “Spaccanapoli”. “Racconto ‘l’altro mare’ – dice Iannacone -, una sorta di microcosmo, ispirato ad un vecchissimo lavoro di Sergio Citti ‘Casotto’. Quel mare di Napoli sembrava scomparso, invece “i tre scalini”, la discesa di Posillipo, attaccato a Mergellina, il lido ‘mappatella’, è lì ed è un pezzo di società intera. Mi sono accorto che conteneva tutti i luoghi e tutte le persone, dal contrabbando di sigarette alla vendita di granita in maniera illegale, il rapinatore… è stata tutta una giornata particolare. Un pezzo di città, un’altra città”.Ma tutto sommato, perchè la curiosità di uno psichiatra?Ecco. Iannacone ama intercettare “personaggi strani, persone che apparentemente non dicono nulla”. E lo fa “alla Rogers”: con empatia, calore non possessivo, ascolto partecipe e riflessivo, garbo ricco anche di silenzi se opportuno.Vicino Roma – dice – ho incontrato un ‘mattarello’, che ha costruito il suo museo di oggetti che trova, ma “non ha la sindrome di Diogene (disposofobia?). Lo fa con cognizione (sic)”. Raccoglie e accumula opere (anche) d’arte. Dice: ‘Io sono come Noè, voglio salvare la distruzione degli oggetti’. Ha materiali del ‘500, opere veneziane del ‘400. E sotto casa sua sta costruendo delle nicchie dove mura gli oggetti. Nella puntata si vedrà mentre con lui muro con la calce alcuni oggetti, li imprigioniamo. Lui ha la speranza che tra circa 50 anni, quando non ci sarà più, qualcuno li scoprirà”.In questo viaggio Iannacone si è imbattuto poi in un pugliese che a quanto pare è convinto (in maniera delirante cronica?) di essere Freddie Mercury. “È il suo sosia – afferma Iannacone -. Ne è il ritratto spiazzante. E riscuote anche un certo successo”.Insomma trovo molto interessante l’idea di “andare sempre dove apparentemente non c’è la notizia a svelare universi insospettati”, anche intrisi di un pizzico di follia (costruttiva o distruttiva). Quella follia che però sfiora il DSM-V, senza quasi mai toccarlo. Tra confini geografici e psicopatologie di confine non è (sempre) vero che bisogna guardare dove mirano i riflettori, perché il centro (o il nord o il sud) che vale di più (talora) è altrove. E chi vede questo riesce a raccontare l’anima dei luoghi.Con Pasolini Iannacone ripete (e a momenti mi convince): in tv tutti raccontano allo stesso modo. In tv è tutto replicato, spalleggiato. Io non voglio rendere seriali le emozioni”…..

Maasimo Lanzaro

Giochi ogni giorno…

Giochi ogni giorno con la luce dell’universo.
Sottile visitstrice, giungi nel fiore e nell’acqua.
Sei più di questa bianca testina che stringo
come un grapolo tra le mie mani ogni giorno.

A nessuno rassomigli da che ti amo.
Lasciami stenderti tra le ghirlande gialle.
chi scrive il tuo nome a lettere di fumo tra le stelle del sud?
Ah lascia che ricordi come eri allora, quando ancora non esistevi.

Improvvisamente il vento ulula e sbatte la mia finestra chiusa.
Il cielo è una rete colma di pesci cupi.
Qui vengono a finire i venti, tutti.
La pioggia si denuda.

Passano fuggendo gli uccelli.
Il vento. Il vento.
Io posso lottare solamente contro la forza degli uomini.
Il temporale solleva in turbine foglie oscure
e scioglie tutte le barche che iersera s’ancorarono al cielo.

Tu sei qui. Ah tu non fuggi.
Tu mi risponderai fino all’ulitmo grido.
Raggomitolati al mio fianco come se avessi paura.
Tuttavia qualche volta corse un’ombra strana nei tuoi occhi.

Ora, anche ora, piccola mi rechi caprifogli,
ed hai persino i seni profumati.
Mentre il vento triste galoppa uccidendo farfalle
io ti amo, e la mia gioia morde la tua bocca di susina.

Quanto ti sarà costato abituarti a me,
alla mia anima sola e selvaggia, al mio nome che tutti allontanano.
Abbiamo visto ardere tante volte l’astro baciandoci gli occhi
e sulle nostre teste ergersi i crepuscoli in ventagli giranti.

Le mie parole piovvero su di te accarezzandoti.
Ho amato da tempo il tuo corpo di madreperla soleggiata.
Ti credo persino padrona dell’universo.
Ti porterò dalle montagne fiori allegri,copihues,
nocciole oscure, e ceste silvestri di baci.
Voglio fare con te
ciò che la primavera fa con i ciliegi.

Tre volte

Tre volte – ci separammo – il respiro- e io-
tre volte – non volle andare –
ma cercò di smuovere il ventaglio spento
che le acque – cercavano di arrestare.

Tre volte – le onde mi gettarono a galla –
poi mi presero – come una palla –
poi mostrarono facce blu alla mia faccia –
e spinsero via una vela

che strisciava lontana – e mi piaceva vedere –
che bello guardare una cosa
con sopra – visi umani –

Le onde si assopirono – il respiro – no –
i venti – come bambini – si quietarono –
poi l’alba baciò la mia crisalide –
e io mi alzai – e vissi –

Emily Dickinson

 

AL CINEMA “LUCY”, IL NUOVO FILM DI LUC BESSON

  •  Si dice che Einstein avrebbe lasciato scritto, in alcuni appunti personali, che l’individuo medio usa solo il 10% del cervello (trascurando di alludere all’anima). Un’affermazione che i media avrebbero più volte riproposto nel tempo facendo assurgere il racconto a un dato di fatto. Luc Besson “ne ha approfittato” per “rispolverarsi” e dirigere Scarlett Johansson in Lucy, un thriller d’azione che uscirà nelle sale italiane il 25 settembre.

    La trama

    Lucy ha 24 anni, studia a Taipei, e un giorno un suo recente partner la obbliga a consegnare una valigetta in sua vece. Al momento della consegna il ragazzo viene ucciso e Lucy viene rapita da un gruppo di malavitosi. Obbligata a lavorare come corriere, viene operata chirurgicamente e nel suo stomaco viene inserita una sacca contenente la droga. A seguito di un violento pestaggio a cui viene sottoposta da uno dei gangster, il pacchetto che trasporta si lacera, e il contenuto si riversa all’interno del suo corpo. Le sostanze vengono assorbite dal suo organismo, e Lucy acquista straordinarie capacità fisiche e mentali, aumentando a dismisura la capacità di sfruttamento del proprio cervello.

    L’ennesima eroina armata di semiautomatiche scarrellanti, sex appeal e superpoteri ha come co-protagonista il Professor Samuel Norman (Morgan Freeman), che interrompe a cadenza regolare le frenetiche scene d’azione per intrattenerci con una sorta di carosello/pausa di divulgazione pseudoscientifica, insomma una sorta di Piero Angela.

    Purtroppo sembra si sia esaurita (dopo l’inizio promettente del film) la vena di Nikita e de “il Quinto Elemento”; quella solidità è ormai difficile da trovare anche altrove del resto. E poi un buon blockbuster che non può permettersi di fallire deve contare anche su una dose di superficialità, su buchi narrativi e su assiomi sensazionalistici passati per scientifici. L’effetto passaparola farà il resto, perché il blockbuster deve incassare.

    A proposito: lo sfruttamento del 10% del cervello è una credenza, assai diffusa, secondo la quale le capacità intellettuali degli umani non sarebbero sfruttate a pieno: gran parte del cervello umano non sarebbe utilizzata; se utilizzata, consentirebbe all’individuo di godere di capacità straordinarie. Alcuni arrivano a sostenere che nell’ipotetico 90% di massa inutilizzata si nasconderebbero importanti capacità psicocinetiche e psichiche in generale, oltre alla possibilità di sviluppare percezioni extrasensoriali.

    Sebbene le capacità intellettive del singolo individuo possano crescere nel corso degli anni tramite l’istruzione, percorsi lavorativi e processi di vita quotidiana, la credenza che nella vita si utilizzi sostanzialmente solo il 10% del potenziale effettivo è priva di fondamento scientifico e contraddetta dalle conoscenze in merito; pur se taluni aspetti del cervello umano rimangono sconosciuti, tuttavia si conosce ogni singola parte del cervello e le funzioni associate a ciascuna.

    La teoria della mente

    Se volessimo affrontare invece “seriamente” le tematiche filosofiche e l’epilogo del film dovremmo ricordare che negli ultimi due decenni il concetto di mente è andato definendosi in tre posizioni principali:

    • La mente si caratterizza con proprietà del tutto proprie e il “mentale” deve esser indagato in quanto tale, in sé, senza riduzionismi di sorta alla neurofisiologia

    • La mente sarebbe il prodotto o l’attività del cervello e ad esso riducibile, dimostrabile col fatto che la “mente senza cervello non può esistere”. Quindi anche la mente sarebbe oggetto d’indagine della neurofisiologia usando le moderne tecniche d’indagine medico-scientifica che si occupano o degli effetti di lesioni cerebrali localizzate o dell’attivazione differenziale (afflusso di sangue) in regioni specifiche.

    • La mente, in quanto cervello, è una macchina sostanzialmente computazionale, quindi analoga ai computer. Ne nasce un rapporto molto stretto con la intelligenza artificiale e alimenta gli studi per creare macchine sempre più simili al cervello umano.

    Ma la mente, secondo il parere di illustri neurofisiologi come Gerald Edelman, opera in maniera complessa ed ogni riduzionismo porta fuori strada (e l’anima, tra l’altro?). Scrive infatti Edelman:

    «L’analogia tra mente e calcolatore cade in difetto per molte ragioni. Il cervello si forma secondo principi che ne garantiscono la varietà e anche la degenerazione; a differenza di un calcolatore non ha una memoria replicativa; ha una storia ed è guidato dai valori; forma categorie in base a criteri interni e a vincoli che agiscono su molte scale diverse, non mediante un programma costruito secondo una sintassi.»

    (G.Edelman, Sulla materia della mente, Milano, Adelphi 1993, pag.236)

    Un altro prestigioso neurofisiologo come Joseph LeDoux sottolinea come la mente umana non sia assolutamente concepibile come una macchina perché esprime dei sentimenti:

    «La mente descritta dalla scienza cognitiva è in grado, per esempio, di giocare perfettamente a scacchi, e può persino essere programmata per barare. Ma non è afflitta dal senso di colpa quando bara, o distratta dall’amore, dalla rabbia o dalla paura. Né è automotivata da una vena competitiva oppure dall’invidia e dalla compassione.»

    (J.Le Doux, Il sé sinaptico, Milano, RaffaelloCortina 2002, pag.34)

    Particolari curiosi

    Molte scene (mi sbaglierò) sembravano copiate da “Samsara”, bellissimo film documentario del 2011 di Ron Fricke (le danzatrici Legong balinesi, le riprese aeree di Pagan in Burma, Kaaba a la Mecca, la Monument Valley in Arizona, i templi di un gruppo shaolin di kung fu fino alla enumerazione in time-lapse delle aberrazioni odierne dell’uomo, ad esempio quelle del traffico fittissimo di auto e della sovrappopolazione).

    Ulteriore particolare curioso (mega spoiler e forse è un’altra suggestione del sottoscritto): l’analogia taoista dell’epilogo, che ricorda “Lei” di Spike Jonze, dove la voce di Scarlett Johansson si dissolve nella pura essenza, senza nome, senza forma, in un fenomeno reale ubiquitario e senza tempo. In questo film non è esattamente così che va, ma…

    Massimo Lanzaro

Vita interiore

“Che cosa vede la vita interiore? Bisogna abituare l’anima stessa a vedere anzitutto le belle occupazioni, poi le belle azioni, non quelle che le arti eseguono, ma quelle degli uomini che diciamo virtuosi, e in seguito l’anima di coloro che compiono queste belle azioni.”

Plotino

La riflessione

Pensare è molto difficile. Per questo la maggior parte della gente giudica.
La riflessione richiede tempo, perciò chi riflette già per questo non ha modo di esprimere continuamente giudizi.”

Carl Gustav Jung

Nessuno

Io sono solo
il fiume è grande e canta
Chi c’è di là?
Pesto gramigne bruciacchiate.
Tutte le ore sono uguali
per chi cammina
senza perché
presso l’acqua che canta.
Non una barca
solca i flutti grigi
che come giganti placati
passano davanti ai miei occhi
cantando.
Nessuno.

Attilio Bertolucci

Spesso il male di vivere ho incontrato

Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi; fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

Eugenio Montale

Cinema: “Colpa delle stelle”

 Colpa delle stelle (The Fault in Our Stars) è un film del 2014 diretto da Josh Boone, tratto dall’omonimo romanzo di John Green. È tratto da una storia vera ed ha per protagonisti Shailene Woodley e Ansel Elgort. Notizie in sintesi sulla trama La giovane Hazel Grace Lancaster (Shailene Woodley) è sopravvissuta ad un tumore grazie all’assunzione di un farmaco sperimentale e frequenta un gruppo di supporto per sopravvissuti al cancro, dove incontra Augustus “Gus” Waters (Ansel Elgort), un ex giocatore di basket. I due ragazzi iniziano ad intrecciare una tenera amicizia e Hazel rivela ad Augustus che le piacerebbe incontrare l’autore del suo libro preferito. Gus si ingegna più che può per esaudire questo desiderio. Pensieri sparsi “Tutti hanno due mestieri, il loro e quello di critici cinematografici”, scriveva Truffaut nel 1975 e aggiungeva “un regista oggi deve accettare l’idea che il suo lavoro potrà essere giudicato anche da qualcuno che non avrà mai visto un film di Murnau”. Proprio di un film come “Colpa delle stelle” potrebbe parlare a iosa, semplicemente sulla base dell’emotività, non solo chi non ha mai visto Murnau, ma anche chi non sa chi sia Robert Altman. Costui (o costei) vi racconterebbe di quante strazianti lacrime e commozione questo tragico, romantico melodramma dal calore naturale abbia evocato. Così facendo potrebbe parlare molto a lungo e sorvolare sulla alchimia tra i due talentuosi protagonisti, sulla cautela del regista, su una fotografia davvero ispirata e su una colonna sonora quasi sempre riuscita (incluso l’hip-hop svedese). Per non parlare dei dialoghi, che sono (a dir poco) alla giusta distanza dalla retorica di genere quando non addirittura sorprendenti. Inutile girarci troppo intorno: ora che ho accennato a tutto quello che verosimilmente troverete anche altrove, cerco di condividere con onestà impetosa le piccole onde di dubbio che ancora mi riverberano dentro (il film l’ho visto qualche giorno fa). Secondo la moderna psiconcologia compito dello psicologo è quello di comprendere i bisogni del paziente ed intervenire in tutte le diverse fasi cronologiche della progressione del cancro. Orbene, a parte gli improbabili gruppi cui partecipano, la naturale presa di coscienza dei protagonisti sulla natura della malattia (angosce di morte incluse) è così matura, sarcastica, dolce, reattiva e disincantata da suggerire che nessuno avrebbe potuto essere migliore terapeuta per l’uno che l’altro e viceversa. Si dice che i meccanismi difensivi messi in atto dal paziente oncologico sono finalizzati all’elaborazione dei vissuti e delle emozioni suscitati dalla malattia: è fondamentale che il paziente riesca, alla fine di questo percorso adattivo, ad orientare diversamente la propria progettualità esistenziale. Ma quali progetti può avere (la carriera? la felicità? vincere lo scudetto?) una persona che sa di poter vivere al massimo una settimana, un mese od un anno? La risposta dei due nostri piccoli eroi sembra essere: una modalità di prestare attenzione, coltivare, momento per momento, intenzionalmente e in modo appassionato, non giudicante, non competitivo, quel frammento di amore eterno, infinito, che sta germogliando tra due anime pure.

Massimo Lanzaro

Canzone di viaggio

Sole, brilla adesso dentro al cuore,
vento, porta via da me fatiche e cure!
Gioia più profonda non conosco sulla terra,
che l’essere per via nell’ampia vastità.

Verso la pianura inizio il mio cammino,
sole mi fiammeggi, acqua mi rinfreschi;
per sentire la vita della nostra terra
apro tutti i sensi in festa.

Mi mostrerà ogni giorno nuovo,
fratelli nuovi e nuovi amici,
finché senza dolore ogni forza loderò,
e di ogni stella sarò ospite e amico.

Hermann Hesse

Imitazione della gioia

Dove gli alberi ancora
abbandonata più fanno la sera,
come indolente
è svanito l’ultimo tuo passo
che appare appena il fiore
sui tigli e insiste alla sua sorte.

Una ragione cerchi agli affetti,
provi il silenzio nella tua vita.
Altra ventura a me rivela
il tempo specchiato. Addolora
come la morte, bellezza ormai
in altri volti fulminea.
Perduto ho ogni cosa innocente,
anche in questa voce, superstite
a imitare la gioia.

Salvatore Quasimodo

A te

Straniero, se tu passando mi incontri e desideri parlare con me, perché non dovresti parlarmi?
E perché io non dovrei parlare con te?

Walt Whitman

Fine d’estate

Come  agosto finisce, la mattina
dopo una notte di pioggia si sente
(il cielo è più profondo ) che l’autunno
sta per venire; ci si guarda intorno
e non si sa che fare: tutto
è fresco, rinnovato da uno smalto
malinconico di perplessità!
Allora si gironzola, si sta zitti,
sappiamo che c’è tempo, ma che pure
l’anno dovrà morire, ed il bel cielo,
il verde verniciato delle piante,
il rosso delle ruote ad asciugare,
l’incudine che suona di lontano,
lento cuore  del giorno, tutto parla
d’una partenza prossima, un addio.
La memoria è una strada che si perde
e si ritrova dopo un’ansia breve,
tranquilla: già nel sole di settembre
scottante sulla schiena è un’altra estate,
che le vespe ronzando sulle ceste
dell’uva bianca indorano, e si mischia
al loro volo il rumore nascosto
e perenne del grano che ventila
un vecchio attento e polveroso.

Attilio Bertolucci

Limiti

“Forse in ogni uomo c’è un primordiale istintivo bisogno, ogni tanto, di imporsi dei limiti, di scommettere con delle difficoltà, per poi sentire di essersi meritato qualcosa di desiderato”.

Tiziano Terzani

TeveRetrò: festival vintage a Roma

teveretròEleganti atmosfere degli anni ‘40 e ’50 all’ombra del Cupolone. Da oggi e fino al 6 settembre  presso il Lungotevere di Roma prende vita la prima edizione del TeveRetrò, Festival di Musica e Cultura vintage, organizzato da La Bottega degli Artisti e dall’Associazione Culturale Le Souffle. In programma tre serate gratuite con spettacoli imprendibili: ad aprire il festival, il contagioso rock&roll di Marco Liotti and Fifty Fifty. Domani sarà poi la volta del trio Ladyvette e del Burlesque. Sabato invece da ballare, con vinyl set e ritmi di una volta. Dall’orario dell’aperitivo fino all’inizio dello spettacolo serale inoltre si susseguiranno workshop di burlesque, make up e swing. La manifestazione si svolgerà interamente all’aperto e prevede un “campo base” presso gli spazi offerti dalla cooperativa sociale XIII, più tanti punti dislocati lungo le sponde del Tevere. Preludio al Festival sono stati tre spettacoli di Burlesque e varietà che hanno riscosso un notevolissimo successo di pubblico.

PERCHÉ TEVERETRÒ – “Organizzare un festival vintage è diventato di gran moda, ma ci sono due motivi che rendono il TeveRetrò un evento unico”, spiega Francesco Felli, regista cinematografico ed organizzatore dell’evento che nello scorcio d’estate regalerà sulle sponde del Tevere un assaggio della magia che d’inverno si respira a La Bottega degli Artisti (locale capitolino che dirige in Via degli Scipioni 163), uno dei principali ritrovi nazionali per chi voglia assistere a spettacoli di burlesque, varietà e serate di musica vintage. “Per prima cosa perché avere il Tevere per location è come fare un concerto a San Pietro o al Colosseo. Anzi di più. Perché il Tevere ha rappresentato per secoli un luogo d’incontro e di comunicazione, quindi palcoscenico ideale per far riunire arti e generi assolutamente distanti, sia tra loro che dall’epoca in cui viviamo. E poi perché TeveRetrò è il vintage Made in Italy. Quello che molti ignorano, preferendo l’esterofilia a tutti i costi. Eppure dallo swing al rock&roll, dall’avanspettacolo al Burlesque, non c’è nulla che la nostra tradizione non abbia saputo valorizzare. Per questo TeveRetrò sarà anche il racconto di un’Italia distante ed incantevole”.

 

Magnete Divino

Gioia non vidi in entrambi mondi,salvo te,
anima mia,molte meraviglie ho visto,
ma non vidi miracolo simile a te!
Dicono che sorte dei miscredenti è fuoco bruciante:ma privo del fuoco tuo
ho visto solo
Abù Lahab!
Alla finestra del cuore spesso ho accostato
l’orecchio dell’anima,molte parole ho sentito,
ma non ho sentito le labbra.
D’improvviso effondesti il favore tuo
sipra questo tuo servo,ed io non ne vedo ragione
se non la tua grazia infinita.
O eletto coppiere,o gioia degli occhi miei,
a te simigliante nessuno apparve fra gli Arabi,
nè fra i Persiani l’ho visto!
Versami tanto vino ch’io scenda giù da me stesso
perchè nell’io,nell’essere,non ho trovato che pena.
O tu che sei zucchero e latte,o tu che sei
Sole e Luna,o tu che sei madre,sei padre,
non ho parenti che Te!
O indistruttibile amore,o menestrello divino,
sei tu appoggio,sei tu riparo,
non trovo nome a te pari!
Siamo frammenti d’acciaio e
l’amor tuo è calamita,
sei origine d’ogni attrazione,
chè in me attrazione non vedo!
Silenzio, fratello, abbandona scienza e finezza;
finchè tu non parlasti finezza alcuna non vidi.

Mevlana Jalaluddin Rumi

Agnese Monaco (Poesia – Metamorfosi)

Spesso mi chiedo perché quando si parla di poesia , la risultanza appare sempre una raccolta delle stesse, senza troppe connessioni logiche ed evoluzionistiche dei testi. Ancora si crede che le sillogi poetiche siano astratte dal tempo e dallo spazio. A mio parere, scrivere e leggere poesie è il dialogo segreto tra le nostre anime. Tramite esse ricordiamo di entrare in contatto con i nostri lati interiori più intimi. Tutto è evoluzione , come il nostro spirito. Questo viaggio nell’interiorità, può essere condivisibile erga omnes oppure un “condurre” tenendo la mano di chi ha bisogno di riscoprire la propria sopita sensibilità. Non necessariamente per riscoprire l’equilibrio e la serenità bisogna parlare o meglio scrivere d’amore. Spesso oltre alle parole celebrative di circostanze e situazioni è utile la cadenza verbale e l’atmosfera. La poesia unisce nella sua forza evocativa tutti gli esseri viventi, sublimandone gli effetti benefici. Per quanto riguarda tutti i miei scritti, costante è la pratica evoluzionistica e pedagogica dei testi. Tutto muta, si trasforma scorrendo come un fiume, secondo la visione di Eraclito. Panta Rei . Questo non significa banalmente il “cambiare idea”, ma evolversi per raggiungere ciò che intendiamo filosoficamente e moralmente la cosiddetta “retta via”. Tendere al bene e scoprire da esso nuove consapevolezze grazie all’esperienza ed al fruire libero della propria sensibilità. Chi dice che è male in questo mondo mostrare la propria sensibilità, perchè intesa come fragilità, ha ragione , ma allo stesso modo essa può essere sinonimo di diversità e forza interiore se adeguatamente indirizzata. Forse se si lasciasse più spazio alla propria essenza, piuttosto che all’apparenza sterile ,futile e passeggera, si vivrebbe in un mondo migliore. Sine paure di mostrare ciò che realmente siamo , sine corazze e steriotipi senza morale. Quello che ci distingue gli uni dagli altri è la nostra essenza, non i tratti somatici o le eventuali “modifiche plastiche”. Credo che uno dei problemi del nostro tempo sia questa spiccata aridità che man mano ci trasciniamo come un bagaglio verso questa folle corsa, verso il nulla. Forse dovremmo smettere di correre l’uno dietro l’altro, senza sapere il perché, come citava mio padre in una sua splendida poesia in lingua napoletana. Dovremmo capire e gestire le nostre azioni e riscoprire una adeguata educazione alla sensibilità e alla comprensione delle varie arti poetiche ed artistiche. Forse ci sarebbe un bisogno smodato di amore puro. Forse dovremmo solo aprire gli occhi per iniziare a sognare.
Agnese Monaco

“Cari Amici del blog, questa sublime riflessione, è tratta dalla prefezione del Libro METAMORFOSI della poetessa Agnese Monaco.
Il libro è di prossima uscita e tornerò a parlarne”.

Vi lascio, ancora, nelle sapienti mani della Monaco…
A presto
Gabriele

 

Metamorfosi nasce dal mio rifacimento ad Ovidio. Nelle Metamorfosi vengono cantate in quindici libri più di duecentocinquanta miti rielaborati. Ogni episodio ha come origine una delle cinque forze motrici del Mondo Antico, ossia l’Amore, l’invidia, l’ira, la paura e la sete di conoscenza. Nella mia versione invece attraverso ossimori, aforismi, haiku, poesie e brevi pensieri racconterò l’origine dell’ego e le sue evoluzioni. Narrerò le mutazioni su un doppio livello, il primo derivante dall’età anagrafica, mentre il secondo ottenuto da influssi che circondano il quotidiano di ogni essere. A contorno di questi due, arriva in soccorso la molteplicità dei generi letterari usati che sottolinea ulteriormente l’evoluzione e la metamorfosi stessa. Di fondo le forze motrici del mondo antico non verranno intaccate, ma saranno enucleate anche in questa versione a base di tutti i testi inclusi.

 

 

 

Volgi a me il tuo sguardo

Volgi a me il tuo sguardo benigno
e ridi
Così ben contento sarò
se mi uccidi.

Poliziano

Io ti chiesi

Io ti chiesi perché i tuoi occhi
si soffermano nei miei
come una casta stella del cielo
in un oscuro flutto.

Mi hai guardato a lungo
come si saggia un bimbo con lo sguardo,
mi hai detto poi, con gentilezza:
ti voglio bene, perché sei tanto triste.

Hermann Hesse

Torrente

Spumeggiante, fredda
fiorita acqua dei torrenti,
un incanto mi dai
che piu bello non conobbi mai;
il tuo rumore mi fa sordo,
nascono echi. nel mio cuore.
Dove sono? Fra grandi massi
arrugginiti, alberi, selve
percorse da ombrosi sentieri?
Il sole mi fa un po’ sudare,
mi dora. Oh, questo rumore tranquillo,
questa solitudine.
E quel mulino che si vede e non si vede
fra i castagni, abbandonato.
Mi sento stanco, felice
come una nuvola o un albero bagnato.

Attilio Bertolucci

L’amore è sconsiderato

L’amore è sconsiderato, non così la ragione.
La ragione cerca il proprio vantaggio.
L’amore è impetuoso, brucia sé stesso, indomito.
Pure in mezzo al dolore,
l’amore avanza come una macina;
dura la sua superficie, procede diritto.
Morto all’egoismo,
rischia tutto senza chiedere niente.
Può giocarsi e perdere ogni dono elargito da Dio.
Senza motivo, Dio ci diede l’essere,
senza motivo rendiglielo.
Mettere in gioco se stessi e perdersi
è al di là di qualcunque religione.
La religione cerca grazie e favori,
ma coloro che li rischiano e li perdono
sono i favoriti di Dio:
non mettono Dio alla prova
né bussano alla porta di guadagno e perdita.
 
Rumi