UN PO’ DI CHIAREZZA SULLE PROFESSIONI CHE DOVREBBERO CURARE LA NOSTRA ANIMA

La psiche è un termine con cui tradizionalmente si usa individuare l’insieme di quelle funzioni cerebrali, emotive, affettive e relazionali dell’individuo. Psyché (ψυχή) è un termine greco che indica una delle nozioni portanti dell’intero mondo classico. La resa del termine in lingua italiana, come in qualsiasi altra lingua moderna, risulta piuttosto difficoltosa in quanto non riuscirebbe a coprirne l’intera area semantica. Genericamente il lemma moderno meno inadeguato può essere quello di “anima”.

Le caratteristiche o funzioni psichiche variano da individuo a individuo determinando la sua personalità, che a sua volta determina il comportamento di adattamento cioè il proprio modo di reagire/interagire con l’ambiente.

Questo articolo è ispirato da particolari scaturiti da numerose chiacchierate con amici e conoscenti, alcune delle quali mi hanno davvero lasciato perplesso. E dalla conseguente consapevolezza che quello che ad uno specialista del settore sembra ovvio (riguardo alla propria specialità), per gli altri non lo è.

Perché è importante che le persone abbiamo le idee chiare? Perché quando si rivolgono alle figure professionali che diventano responsabili del proprio benessere psicofisico dovrebbero avere un minimo di cognizione di causa.

Chi sono dunque e che cosa “possono fare” lo psichiatra, lo psicologo, lo psicoterapeuta, il counsellor etc.? Ecco una piccola “guida” per orientarsi almeno un po’ tra le varie “psico-professioni” (il suggerimento è sempre ove possibile quello di chiedere ulteriori indicazioni al medico di medicina generale, che dovrebbe essere il “centro di smistamento” delle richieste di vario genere).

Lo psichiatra è un medico, laureato in Medicina (6 anni), che successivamente ha conseguito ulteriore specializzazione in Psichiatria (4 anni) ed è abilitato alla somministrazione e prescrizione di farmaci. Qualora poi, oltre alla specializzazione in Psichiatria, abbia per vocazione o professione conseguito un’ulteriore specializzazione quadriennale in Psicoterapia, oltre alla somministrazione di farmaci è abilitato ad effettuare psicoterapia.

La psicoterapia e’ un tentativo di guarigione dalla malattia mentale. Prevede una definizione della normalita’, ovvero della fisiologia, con riferimento alla quale viene identificata l’eventuale circoscritta alterazione del soggetto. Si applica quindi una cura a tale specifico processo altrettanto specifico, finalizzato alla restitutio ad integrum di tale anormalità’.

Conformemente ai principi costitutivi della terapia medica, che e’ necessariamente “precisa” (per funzionare efficacemente), deve potersi realizzare in termini ben chiari e quanto piu’ possible oggettivi, la sequenza: identificazione del quadro di riferimento definibile come stato di normalita’, diagnosi (chiara definizione del meccanismo agente di alterazione rispetto a tale norma), cura (modi di intervento su tale processo causale), guarigione (ritorno alla condizione fisiologica normale); con i suoi corollary dell’anamnesi (identificazione della evoluzione patognomonica precedente la cura) e della prognosi (esatta previsione degli esiti successivi alla cura).

Lo psicologo è un professionista della salute mentale e comportamentale, che ha conseguito una laurea in Psicologia, con successivo esame di stato che lo abilita all’iscrizione all’Albo degli psicologi e conseguentemente alla pratica professionale. Lo psicologo che, successivamente alla laurea ed al conseguimento dell’abilitazione al proprio Albo professionale di appartenenza, ha conseguito specializzazione quadriennale in Psicoterapia, può esercitare la psicoterapia.

Il counseling (o anche counselling secondo l’inglese britannico o formazione personale secondo alcuni) indica un’attività professionale che tende ad orientare, sostenere e sviluppare le potenzialità del cliente, promuovendone atteggiamenti attivi, propositivi e stimolando le capacità di scelta. Si occupa di problemi non specifici (prendere decisioni, miglioramento delle relazioni interpersonali) e contestualmente circoscritti (famiglia, scuola, lavoro).

La formazione personale non si occupa di “estirpare” una malattia o un agente patogeno, ma riguarda il dare forma alla persona ovvero alla personalita’. Consiste nel rendere attuale (ovvero realizzare) la possibilita’ per ognuno di esprimersi in quanto persona: nelle sue parti e nel suo carattere profondo, ovvero di dipanare la propria storia come soggetto. Si tratta per cosi’ dire di una spinta naturale alla realizzazione del se’.

La consulenza filosofica in quanto tale invece non deve essere confusa con le psicoterapie, o con forme di consulenza psicologica e formazione personale; tale rischio è a volte presente, anche a causa della commistione con il counseling che è stata operata in ambito anglosassone.

Diversamente da ogni forma di psicoterapia o consulenza psicologica, la consulenza filosofica non può e non si deve occupare di psicopatologia, e non può fare riferimento a nessun tipo di “strumento” (psicologico, comunicativo, di ascolto, terapeutico) per operare consulenza, sostegno, diagnosi o intervento di tipo psicologico, né tantomeno una “guarigione” nel consultante.

Caratteristico della consulenza filosofica è il fatto che il consulente prende parte alla ricerca alla pari del consultante, ovvero egli stesso, nel dialogo, mette alla prova le sue idee, le sue teorie, la sua visione del mondo e pertanto non ha nulla da “insegnare” al consultante, che si limita ad accompagnare nell’esplorazione della sua visione del mondo. Il consulente filosofico è un filosofo che, dopo la sua formazione superiore in filosofia e la sua pratica della ricerca filosofica anche in ambito teoretico, abbia anche conseguito una formazione specifica nell’ambito della pratica filosofica, che lo abbia reso capace di affrontare con atteggiamento filosofico anche dialoghi vertenti su problemi concreti e quotidiani, ed in presenza di dialoganti non esperti di filosofia. L’attività attualmente non è regolamentata e non è riconosciuta in alcun modo dallo Stato.

Massimo Lanzaro

 

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11 Risposte

  1. E’ oltremodo arrogante se mi permetto di aggiungere altre due figure all’elenco di cui sopra? Spero di no. Comunque aggiungerei :

    – Il prete della parrocchia in cui si è inseriti che volente o nolente per chi frequenta la chiesa è dispensatore di parole per ‘anima’;

    – e un amico di lunga conoscenza con cui si è trascorso parte della propria vita, e si è cresciuti insieme (quello che probabilmente costa solo una sbicchierata al bar).

    Notte

  2. Anche ai poeti è vietato di operare “guarigioni”. Eppure accade lo stesso che qualcuno di loro riesca a far riemergere dagli abissi autistici “anime destrutturate” in cerca di identificazione… ,ovvero di affetto autentico che metta di nuovo in contatto il corpo con il mondo per dare un senso a ciò che normalmente è sottinteso come “guarigione”. Forse il vero problema non sta nella formazione personale degli addetti ai lavori e nemmeno nell’uso appropriato dei termini, che vengono superati e svuotati sistematicamente dalle intenzioni, e dalle censure, che nascondono, quanto nella mancanza di vocazione di chi accompagna nel viaggio e di chi è accompagnato: per poter accompagnare se stessi non è necessario saper navigare nel vocabolario. Occorre, secondo me, sapersi ascoltare. E ricordare.
    Quale medico è ad oggi tenuto a “prestare” cura al tempo, semmai ne fosse in grado, che pure un “paziente” è tenuto a pagare?
    Un caro saluto.

  3. Cara Valeria sono d’accordo con quanto hai scritto… mancanza di vocazione, o meglio : la sola vocazione dei soldi, accompagnata alla formazione certo, in ambito di ‘anima’ credo che non sia sufficiente per essere un buon guaritore… 😉

  4. Vi ringrazio davvero per le vostre osservazioni, tutte pertinenti. Il mio intento era molto più umile e basilare, ad esempio specificare che uno psicologo non può prescrivere farmaci.
    Le osservazioni sulla poesia che guarisce mi fanno pensare a quando James Hillman dice che le nostre nevrosi e la nostra cultura sono inseparabili. E a quanto sia importante la parola. Dopo le fumisterie verbali della politica, i gergalismi e il pentagonese, dopo lo scientismo sociologico ed economico, l’abuso mediatico e tutte le altre violenze inflitte al linguaggio si son prosciugate le parole del loro sangue e chi lavora nel nostro campo può smarrire la fede nella potenza della parola. Per “guarire” il nostro linguaggio bisogna perorare il ritorno alla parola piena di senso e di materia, come appunto nella poesia o nell’alchimia.
    Quando invece ci si riferisce al disturbo mentale dell’individuo Hillman concorda con Thomas Szasz: esso può essere prevenuto con una semplice ed importante misura: sbarazziamoci di coloro che trasformano la follia in infermità mentale secondo il paradigma medico della letteralizzazione, spiegando cioè in termini clinici e positivistici ciò che avviene all’anima.
    Il nostro scopo come medici dovrebbe essere dunque: spiegare le nevrosi e le psicosi individuali in termini di psicologia alchemica e psicologia archetipica e postulare una mediazione tra l’attuale positivismo scientifico/nosografico categoriale e l’approccio hillmaniano. E riuscire a comprende cosa occorre (inclusi i farmaci a volte) per aiutare una persona (quella specifica persona) ad aiutare se stessa. Non è facile. Lo so. Senza contare quanto nei servizi pubblici la burocrazia remi contro. Ma so anche che non tutti hanno sufficienti risorse per “sapersi ascoltare”.

  5. Spesso per ignoranza si va dal neurologo (non neuropsichiatra) anzichè dallo psichiatra (e talvolta il neurologo non rifiuta tali pazienti…).
    Credo, per il bene della gente, che gioverebbe indicare anche qui la differenza.

  6. Vero. Grazie Ettore, davvero. Una precisazione indispensabile. Il neuropsichiatra non esiste più e il neurologo si occupa delle patologie organiche del sistema nervoso centrale (cervello, cervelletto, tronco encefalico e midollo spinale); del sistema periferico somatico (radici e gangli spinali, plessi e tronchi nervosi) e del sistema nervoso periferico autonomo (gangli simpatici e parasimpatici, plessi extraviscerali e intraviscerali). Il neurologo non si occupa di depressione, psicosi, anoressia, ansia etc.

    Fino agli anni settanta in Italia la trattazione delle malattie del sistema nervoso includeva in un unico “corpus” sia le patologie della mente sia le patologie “organiche”, per cui la disciplina allora professata era definita “neuropsichiatria”.

    Per completezza dico anche che esiste la neuropsichiatria infantile. Tradizionalmente in Italia il neuropsichiatra infantile è il referente per lo sviluppo psicomotorio e le sue difficoltà, e contribuisce alle valutazioni ed interventi nelle condizioni di disabilità neuropsichiatrica in età evolutiva. Nata nel secondo dopoguerra come subspecializzazione della neuropsichiatria in Italia è rimasta unificata, mentre altrove ha seguito le vicende del settore adulti, che come detto negli anni ’70 ha iniziato a suddividersi in psichiatria e neurologia.

  7. sapersi spiegare per simboli, non per forza quelli che sembrano archetipali, se pur spesso lo si fa al di la di una acquisizione culturale.Ossia un apprendimento dei simboli via testi o quanto altro trasmesso ! La capacità di spiegare raccontarsi attraverso a quelle immagini che più ci sembrano sintetizzare in modo chiaro, ciò che si vive, che ci succede nei momenti dolorosi dovute alla depressione! quello che manca, oltre le risorse linguistiche, secondo me ancora più vergognoso, è sempre più la mancanza di sensibilità da parte di chi fa questo “lavoro” già il chiamarlo lavoro riporta automaticamente al guadagno, e come già scritto a un’assenza di sensibilità di senso quasi missionario, compassionevole da parte di chi esercita tale Professione, sia Psicologo psichiatra! Vi è ormai un servizio sanitario pubblico inesistente, si assiste sempre più a tentativi di attirare i vari pazienti, dopo la prima visita, incontro, verso i propri studi privati! Purtroppo dove il poveretto, non puà sostenere le spese allora si trova spesso a dover inseguire i vari specialisti, non sempre riuscendoci, e quando ci si riesce si avverte un approccio, un comportamento quasi, e senza quasi di una presenza assenza da parte del Psicologo o medico! Oppure si viene rimandati a giovincelli di poca pratica, esperienza. Pur capendo che, è giusto che questi giovani faccino esperienza, spesso vengono usati, da parte dei come definirli? “Guru” dei luminari, come contenitori ai quali scaricare, quei pazienti che non si è riusciti a condurli al proprio studio privato, dove le visite vengono ben retribuite! Perdonate se vado di pancia! ma, è una questione che credo sia nota a tutti, e che è dolorosa per vari aspetti, dover constatare!! Riservo il mio più grande rispetto a quegli specialisti, che operano nel pubblico, con serietà professionale sensibilità e compassione! Buona serata a tutti!

  8. Chiedo scusa se per mancanza di tempo sono costretta a postare i miei appunti, i miei “flash” più che elaborarli, ma la discussione merita il sangue fresco delle sensazioni che affiorano nel mentre leggo… E credo di aver spiegato cosa voglio dire con “sapersi ascoltare” per poter comunicare con il mondo. Che il mondo sia il mio analista, il mio paziente, il mio amico o il mio farmacista, la differenza sta nel luogo, secondo me. Se riduco ad una battuta, ad un aneddoto, quindi non me ne vogliate: proprio questa mattina, accompagnando un familiare dal “medico”, mi son ritrovata a fare da interprete tra i due. Ho pensato che ci vuole un interprete per coloro che non “sanno ascoltarsi”, ma poi ho pensato anche che ci vuole coraggio a prescrivere delle medicine e somministrarle come fa la mamma con la pappa, ma almeno lei racconta la favoletta per distrarlo, tanto l’importante è nutrirlo e che la fiducia sia legata a quel filo sottile e “saporito” di coccole che avvolge tutti i sensi. Sto parlando di un altro mondo, naturalmente, non pertinente ma parallelo a questo. E che mi ispira. So che c’è.
    A presto. 🙂

  9. Inerente al tema.. è da un po’ che poi, viste le frequenti notizie di cronaca riguardo ai centri di cura vari – pardon centri di pugilato, palestre di maltrattamenti.. matrigne di karate – mi piacerebbe seriamente capire, considerata la mia ignoranza, che tipo di vocazione hanno quel genere di operatori che vi operano… e perchè hanno scelto quel genere di professione..

  10. Mi sono informata sulla preparazione professionale delle matrigne di karate. Per intraprendere quel genere di professione devono aver fatto di necessità virtù, tanto per cominciare. Non occorre conseguire il master in sprezzo del pericolo, perchè è lui che le va a cercare e predispone la traiettoria da seguire a ritroso fino al bersaglio o meta. E pensare che può cominciare tutto con il lancio terapeutico di una giaculatoria per ritrovarsi ad insegnare lancio della ciabatta con lo scopo di produrre ferite ben dritte, ma tanto dritte da sembrarti incisioni fatte con il bisturi, da un punto ad un altro ben precisi e non ad orecchium come quelle che sono soliti produrre i logorroici della ciabatta.

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