Non recidere, forbice, quel volto

Non recidere, forbice, quel volto,
solo nella memoria che si sfolla,
non far del grande suo viso in ascolto
la mia nebbia di sempre.

Un freddo cala…
Duro il colpo svetta.
E l’acacia ferita da sé scrolla
il guscio di cicala
nella prima belletta di Novembre.

Eugenio Montale

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3 Risposte

  1. E’ l’uomo sul limite.
    Lì sperimenta la crisi dell’idea che si era fatta sulla realtà, su Dio… E’ a rischio la sua identità, i cui aspetti sente vanificare, svanire in Ombra, come tutto ciò che aveva costruito. Sul limite non sa cosa altro possa accadere, sperimenta l’incertezza dovuta ad un cedere del senso … (quel “volto in ascolto”, che svanisce e con esso la possibilità di una risposta, l’altro capo della domanda che è fondamentale per restare in contatto con la realtà! Gli occhi della “madre”.) Ed è successo proprio a lui. Nella preghiera, una richiesta di intercessione e l’affidarsi che è più connaturato alla libertà di giudizio dell’uomo mentre “annoda” i capi del filo del dialogo che si era interrotto con (il) Sè… Si vedrà un “nodo” e lo chiameranno “grumo”, ma era “soltanto” una rinascita (E l’acacia ferita da sé scrolla il guscio di cicala).
    Ecco: che all’uomo del nostro tempo davvero manchi la capacità di rischiare tutto se stesso nell’assumersi il rischio di rispondere alla chiamata? E se dovesse scoprire che proprio lui è stato scelto ed amato senza dover niente in cambio se non tutto di sé?
    Così, ricordavo qualche esercizio… e Montale.

    Credo che questa lirica di Montale si colleghi a questa altra sua:

    “Ho tanta fede in te
    che durerà
    (è la sciocchezza che ti dissi un giorno)
    finché un lampo d’oltremondo distrugga
    quell’immenso cascame in cui viviamo.
    Ci troveremo allora in non so che punto
    se ha un senso dire punto dove non è spazio
    a discutere qualche verso controverso
    del divino poema.
    So che oltre il visibile e il tangibile
    non è vita possibile ma l’oltrevita
    è forse l’altra faccia della morte
    che portammo rinchiusa in noi per anni e anni.
    Ho tanta fede in me
    e l’hai riaccesa tu senza volerlo
    senza saperlo perché in ogni rottame
    della vita di qui è un trabocchetto
    di cui nulla sappiamo ed era forse
    in attesa di noi spersi e incapaci
    di dargli un senso.
    Ho tanta fede che mi brucia; certo
    chi mi vedrà dirà è un uomo di cenere
    senz’accorgersi ch’era una rinascita.”

  2. Montale! La grandezza lapidaria fatta striame d’oro di poesia. Vero. Si muore sfregiati ma con un volto per finestra. Bianca 2007

  3. C’ è da dire che, la lirica è una nobile metafora, attraversata dal dolore per la perdita della donna amata, da parte di Montale. In questa opera la tristezza è la vera dimensione, dell’ animo del poeta.

    Montale, implora la forbice, che sarebbe il tempo, di non tagliare, il volto, di non far dimenticare la memoria della sua donna. Viso luminoso e casto, che vince, nell’ oscurità delle sue nebbie. ( per lui le donne erano sacre )

    Nella seconda quartina,… ” Duro il colpo svetta ” fa intuire che la forbice, tempo, taglia il volto e la memoria. Il pensiero del premio Nobel, si associa, nel senso metaforico, all’ albero dell’ acacia ” violentato “, muore la memoria, la gioia, nella stessa misura si scrolla il guscio della cicala.

    Per il poeta tutto finisce, in un freddo gelido.

    Questa è una mia interpretazione, però Montale è un genio della letteratura, pertanto, ognuno può cambiare l’ analisi, della lirica, proprio per il grande animo e il grande pensiero che aveva il poeta.

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