La Pieve e la sua gente

Smacchia-800

L’importanza della memoria…

La Pieve e la sua gente è un racconto appassionato di un uomo che guarda al mondo della sua infanzia e adolescenza, trascorsa in una famiglia contadina di una ridente valle delle Marche, con gli occhi di chi è in “esilio”. “Fuggito” infatti da lì a vent’anni sbattendo la porta, per cercare fortuna in città, come spesso accade, in seguito non potrà tornare, perché frenato da nuovi lacci e laccioli. Quel mondo riprende quindi forma nei ricordi e questi, sedimentati , assumono quell’aura di poesia, senza mai scadere nel sentimentalismo .
C’è in questo racconto qualcosa di molto diverso dalla nostalgia. C’è la volontà di non perdere la memoria, anzi di tramandarla anche a chi di quegli anni e soprattutto di quel tipo di vita ha solo sentito parlare e nemmeno poi tanto. Infatti gli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso, sono segnati da una grande rivoluzione sociale: i vantaggi economici del lavoro in fabbrica o negli uffici fanno premio sulle fatiche e sulle incertezze del coltivare la terra, spesso le grandi città del Nord diventano un polo di attrazione per i figli della campagna e il mondo della secolare civiltà contadina in pochi anni scompare. Si può guardare a queste trasformazioni con la prospettiva degli storici o dei sociologi, ma è altrettanto interessante riscoprire le storie personali, leggere la storia con gli occhi di chi l’ha vissuta. “La Pieve e la sua gente”, racconta tutto questo ed altro.

Nino Smacchia

 

Ed. Luoghi Interiori , pagg. 126, € 13)

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Onda per onda batte sullo scoglio

Onda per onda batte sullo scoglio
– passan le vele bianche all’orizzonte;
monta rimonta, or dolce or tempestosa
l’agitata marea senza riposo.
Ma onda e sole e vento e vele e scogli,
questa è la terra, quello l’orizzonte
del mar lontano, il mar senza confini.
Non è il libero mare senza sponde,
il mare dove l’onda non arriva,
il mare che da sé genera il vento,
manda la luce e in seno la riprende,
il mar che di sua vita mille vite
suscita e cresce in una sola vita.

Ahi, non c’è mare cui presso o lontano
varia sponda non gravi, e vario vento
non tolga dalla solitaria pace,
mare non è che non sia un dei mari.
Anche il mare è un deserto senza vita,
arido triste fermo affaticato.
Ed il giro dei giorni e delle lune,
il variar dei venti e delle coste,
il vario giogo sì lo lega e preme
– il mar che non è mare s’anche è mare.
Ritrova il vento l’onda affaticata,
e la mia chiglia solca il vecchio solco.
E se fra il vento e il mare la mia mano
regge il timone e dirizza la vela,
non è più la mia mano che la mano
di quel vento e quell’onda che non posa…
Ché senza posa come batte l’onda
ché senza posa come vola il nembo,
sì la travaglia l’anima solitaria
a varcar nuove onde, e senza fine
nuovi confini sotto nuove stelle
fingere all’occhio fisso all’orizzonte,
dove per tramontar pur sorga il sole.
Al mio sole, al mio mar per queste strade
della terra o del mar mi volgo invano,
vana è la pena e vana la speranza,
tutta è la vita arida e deserta,
finché in un punto si raccolga in porto,
di sé stessa in un punto faccia fiamma.

Carlo Michelstaedter