I doni dell’amore: cosa ne pensate?

Carissimi,

cosa ne pensate?

[…] Ma per accedere ai doni dell’amore dobbiamo in qualche modo mettere da parte il nostro io e la nostra abituale visione del mondo, perché l’altra parte di noi stessi possa emergere, sorprenderci e sconvolgerci. Amore infatti non è una cosa tranquilla, delicata, gentile, comprensiva, rispettosa, e tanto meno suggello di fede eterna, che è un desiderio troppo rassicurante per il lavoro che amore compie quando, bruscamente, ci sveglia dalla consuetudine monotona della nostra esistenza, dall’immagine ben strutturata della nostra identità, dai nostri desideri che cercavano appagamento quando invece amore è sconvolgimento. Solo se comprendiamo queste cose ci portiamo all’altezza dell’amore che una cosa sola vuole: che la nostra vita non prosegua più sul binario stanco sul quale le nostre difese, e allo stesso modo, le nostre attese lo avevano incanalato, sotto il regime del nostro io che si difendeva dall’altra parte di noi stessi che pure invocava di vivere”.

Umberto Galimberti da D la Repubblica.

Siete d’accordo? Fatemi sapere le vostre opinioni.

Gabriele

 

 

Agonia

Morire come le allodole assetate
sul miraggio

O come la quaglia
passato il mare
nei primi cespugli
perché di volare
non ha più voglia

Ma non vivere di lamento
come un cardellino accecato.

Giuseppe Ungaretti

Segni

“Tutte le cose sono piene di segni, ed è un  uomo saggio chi riesce ad  imparare una cosa da un’altra.”

Plotino

Non recidere, forbice, quel volto

Non recidere, forbice, quel volto,
solo nella memoria che si sfolla,
non far del grande suo viso in ascolto
la mia nebbia di sempre.

Un freddo cala…
Duro il colpo svetta.
E l’acacia ferita da sé scrolla
il guscio di cicala
nella prima belletta di Novembre.

Eugenio Montale

Uomo del mio tempo

Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
– t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero,
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
quando il fratello disse all’altro fratello:
“Andiamo ai campi”. E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

Salvatore Quasimodo

L’idea di Eduardo

Se un’idea non ha significato e utilità sociale non m’interessa lavorarci sopra.»

Eduardo De Filippo

Forse un mattino andando in un’aria di vetro

Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.

Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi case colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

Eugenio Montale

Forse il cuore

Sprofonderà l’odore acre dei tigli
nella notte di pioggia. Sarà vano
il tempo della gioia, la sua furia,
quel suo morso di fulmine che schianta.
Rimane appena aperta l’indolenza,
il ricordo di un gesto, d’una sillaba,
ma come d’un volo lento d’uccelli
fra vapori di nebbia. E ancora attendi,
non so che cosa, mia sperduta; forse
un’ora che decida, che richiami
il principio o la fine: uguale sorte,
ormai. Qui nero il fumo degli incendi
secca ancora la gola. Se lo puoi,
dimentica quel sapore di zolfo
e la paura. Le parole ci stancano,
risalgono da un’acqua lapidata;
forse il cuore ci resta, forse il cuore.

Salvatore Quasimodo

Se non dovessi tornare

Se non dovessi tornare,
sappiate che non sono mai
partito.

Il mio viaggiare
è stato tutto un restare
qua, dove non fui mai.

Giorgio Caproni

La Lucrezia di Dario Fo – Nel suo ultimo libro “La figlia del Papa” dedicato alla più famosa dei Borgia, nell’ambito della politica del ‘500 (così simile a quella di oggi)

Madame Bovary c’est moi! Questa famosa esclamazione di Gustave Flaubert, davanti al suo romanzo capolavoro, potrebbe valere per molte altre opere. Sicuramente vale per l’ultimo lavoro  di Dario Fo, La figlia del papa (Chiarelettere, 2014) in cui sembra ci sia una forte adesione tra l’autore e il suo personaggioPer l’ennesima volta, si ripercorre la vita di Lucrezia Borgia, tante volte raccontata in modi diversi, come dai romanzieri dell’Ottocento ad esempio, che disegnarono una figura quasi infernale, una manipolatrice di situazioni e di uomini, addirittura esperta di veleni che usava contro i nemici e chiunque ostacolasse i suoi piani, tesi al potere. Questo perché i romanzieri dell’Ottocento volevano screditare il papato, che a quel tempo reputavano corrotto.

Maria Bellonci, invece, con il suo Lucrezia Borgia del 1939 ha riabilitato in pieno questa figura, penetrando nella sua interiorita’ pur appoggiandosi fedelmente alla realta’ storica. Più recentemente, l’editoria commerciale, nonche’ la filmografia, hanno puntato di nuovo su aspetti  erotico-scandalistici con prodotti volti a solleticare il gusto del grande pubblico.Invece Dario Fo e’ sempre Dario Fo, e allora anche Lucrezia un po’ gli somiglia, anche perché la figura di Lucrezia che emerge in questo romanzo è del tutto utopistica, e dove c’e’ utopia c’e’ Dario Fo.Lucrezia si muove nel suo ambiente di luci ed ombre, ma rimane sempre nella sua luminosa alterità, ripudiando ciò che corrompe e contamina l’essere umano, la brama del potere. Lei stessa è una pedina usata dal padre, il papa Alessandro VI, e dal fratello Cesare, il famoso duca Valentino, manipolata per accrescere o conservare la posizione dei due e saziare la loro sete di potere.Eppure Lucrezia riesce a maturare un’aura di saggezza che le permette di allontanarsi, distaccarsi da tutto cio’ che le accade, condannando perfino le sopraffazioni e le violenze per restare nella sua mandorla di innocenza, con una presa di coscienza degna di eroine ben più moderne.Nel corso degli avvenimenti, la figlia del papa sviluppa un pensiero quasi utopistico, spera in una società piu’ giusta, perché il suo animo è stanco di agguati, delitti, tradimenti e vorrebbe pace e giustizia intorno a sé; tutto ciò è affine al pensiero politico e umano di Dario Fo.

 Certamente, questa è una ricostruzione che l’autore ha fatto del personaggio, seguendo un percorso  e portandolo avanti coerentemente, ma per fare questo ha dovuto minimizzare certi fatti o enfatizzarne altri. Quello che emerge è comunque una condanna di quei tempi (e per riflesso di questi) in cui ogni inganno, meschinità o corruzione vale solo se tira l’acqua al proprio mulino.Probabilmente Lucrezia Borgia non è stasta come la descrive Fo, né poteva esserlo del resto, ma ha combattuto con le armi che aveva una donna di quell’epoca: la duttilità per adattarsi alle situazioni, la dolcezza e l’obbedienza per favorirsi le simpatie degli uomini, ma anche una grande intelligenza che ogni storico le riconosce.Le parti migliori del romanzo di Fo sono quelle in cui l’autore, da meraviglioso affabulatore qual è, apre spiragli di comicità per lanciare qualche sberleffo ai potenti del tempo, identici a quelli di oggi, come nell’episodio in cui il papa Alessandro intende cambiare radicalmente il Vaticano, la Curia e tutto il sistema di potere di Roma; ma l’intento si sbriciola ben presto in un niente di fatto per lo spavento che il pontefice prova riflettendo sulle conseguenze che potrebbe provocare.E allora, sembra dirci Dario Fo, nel Cinquecento come oggi, cambia tutto (o si finge di cambiare tutto) ma rimane sempre tutto uguale. Tanto gli uomini, come dice Machiavelli in una sua frase riportata ad inizio libro, sono sempre pronti a farsi infinocchiare dal nuovo venuto che promette miracoli.

Mario Sammarone

La sottile ironia di Jarmusch: vampiri buoni e uomini cattivi in “Solo gli amanti sopravvivono”

Ecco Jarmusch, con la sua ironia, il minimalismo vintage, l’eleganza, i dettagli, la citazione. Ed i movimenti a spirale della cinepresa come della puntina sui vinili di Solo gli amanti sopravvivono. Quella puntina (o la cinepresa o entrambe) mi hanno ipnotizzato. Ho cercato di non farmi distrarre dal ricordo di cose varie ma in più di due ore di proiezione non sempre ci sono riuscito.

Quindi ho pensato di trascriverle a parte*.

Cominciamo dalla trama (spoilers): Adam,ex ghost writer, tra punk metal rock alloggia a Detroit e periodicamente si reca in ospedale da un medico corrotto per avere le sue sacche di 0 negativo, facendosi chiamare “Doctor Faust” ma apostrofato anche – a caso? – come Dottor Caligari e Dottor Stranamore.

A Tangeri vive Eve, che si procaccia sangue pregiato grazie al venerando Christopher Marlowe nel caffè “Le mille e una notte”. Gli esseri umani sono zombie “che capiscono sempre troppo tardi”. Nel mondo troppe cose sono contaminate (“han terminato di far guerre per il petrolio per cominciare quelle per l’acqua”).

Jarmusch ci ha regalato questo affresco dalla cadenza lenta, (ennesimo elemento controcorrente), permeato di una critica sociale dissacrante, ironica e originale. Non c’è più un equilibro da salvaguardare, non c’è la meta del viaggio, non c’è battaglia, non c’è la svolta inaspettata, l’impresa da compiere. Non più. Al limite la sfida è ritagliarsi una nicchia di sopravvivenza, accettazione e contemplazione all’interno di un contesto decaduto. Tra l’essere ombroso e glaciale di Adam e il controllato romanticismo di Eve si situa la musica, l’ingrediente eterno. E una fotografia perfetta, avvolgente, sontuosa (anche grazie alle scelte della costumista Bina Daigeler).

Merito infine anche al mysterium coniunctionis creatosi tra Tilda Swinton e Tom Hiddleston: una coppia senza precedenti, lei androgina e sempre più brava, lui misterioso e alchemicamente efebico.

Un film in cui ci si ciba d’amore, che trabocca sapere (da quello letterario con Shakespeare, Byron, Faust, Shelley, Mary Woolstonecraft a quello scientifico con Fibonacci, Tesla, Einstein) e sensualità, in cui i vampiri prendono l’aereo indossando dei Ray Ban, usano Skype, non amano YouTube e succhiando sangue su uno stecco come fosse un ghiacciolo. Davvero “cool”!

*Pensieri sparsi registrati durante la visione

(…) Sovviene Burnt Norton di Eliot, una profonda meditazione sul significato del tempo e sulla sua relazione con gli esseri umani. I versi d’inizio introducono il concetto che riassume tutta l’opera: “Il tempo presente e il tempo passato / sono forse entrambi presenti nel tempo futuro, / e il tempo futuro è contenuto nel tempo passato. / Se tutto il tempo è eternamente presente / tutto il tempo è irredimibile”.

(…) Sì, questa è anche una trasposizione filmica del “Diario di Adamo ed Eva” di Mark Twain.

(…) Nel suo trattato del 1931 On the Nightmare, lo psicoanalista gallese Ernest Jones scrisse che i vampiri sono il simbolo di numerosi meccanismi di difesa inconsci. Jones suppose che l’originale desiderio di un (ri)avvicinamento si fosse tramutato drasticamente in paura; l’amore è sostituito dal sadismo. Nel film vediamo l’amore dei protagonisti ed un cenno al sadismo degli esseri umani, riflesso del loro timore di essere veramente vicini, di amare.

(…) La reinvenzione del mito del vampiro nell’era moderna non esclude anche sfumature politiche.

(…) L’aristocratico Conte Dracula, solo nel suo castello fatta eccezione di alcuni servitori bizzarri, apparendo solo di notte per nutrirsi dei suoi compaesani, simboleggia il parassitico ancien régime. Nel film Nosferatu, il principe della notte di Werner Herzog, il giovane agente immobiliare protagonista del film diventa vampiro lui stesso, portando il capitalismo borghese a essere la nuova classe parassita (la sorella di Eve).

(…) Già Voltaire d’altronde aveva notato, riportandolo nella voce “Vampiri” all’interno del suo “Dizionario filosofico” (1764), come la fine del diciottesimo secolo avesse coinciso con l’indebolimento della credenza folclorica nel vampiro come creatura magica ma non con la fine dello sfruttamento e del parassitismo sociale che erano da considerare alla base di quella credenza. Ora “ci sono finanzieri, faccendieri e uomini d’affari che succhiano il sangue del popolo in pieno giorno; ma non sono morti, anche se corrotti. Questi parassiti non vivono in cimiteri, ma in confortevoli palazzi”.

(…) Lo diceva già Sting (in Englishman in New York, famoso singolo tratto dal suo album del 1987 Nothing Like the Sun): “at night a candle is brighter than the sun”. Gli sprazzi di bellezza brillano proprio perché si distinguono da un contesto abbruttito. La luce, il sole, il buio, i vampiri e questo film: un sapiente gioco di luci ed ombre (anche psicologiche) elegantemente architettato e diretto.

(…) Secondo James Hillman le nostre nevrosi e la nostra cultura sono inseparabili. Dopo le fumisterie verbali della politica, i gergalismi e il pentagonese, dopo lo scientismo sociologico ed economico, l’abuso mediatico della parola e tutte le altre violenze inflitte al linguaggio si son prosciugate le parole del loro sangue (sic!) e chi lavora nel campo della psicologia ha smarrito la fede nella potenza della parola.

Massimo Lanzaro

 

Io contro me

Contro tutti i miei pensieri affilati,

i desideri impotenti,

i sentimenti falliti,

gli incubi puntuali,

gli amori sputati,

i ricordi al veleno,

gli stati d’animo deliranti,

i grovigli della mia mente,

le velleità delle mie emozioni,

i miei percorsi senza fine,

i miei non ce la farò mai.

Contro di me:

un dipinto con sfumature insolite,

una melodia sconosciuta alla noia,

uno scrigno di saperi rari,

un nome ripudiato da Eco.

Barbara Maria Scavo

Il metodo della consapevolezza per alleviare disagi quotidiani e prestare attenzione al presente: mindfulness

 

Affonda le sue radici nella meditazione orientale, ma non ha niente a che vedere con la religione. Non è una psicoterapia né una tecnica di rilassamento, anzi stimola la concentrazione e la percezione di ciò che accade nel presente. La sua diffusione nel mondo occidentale si deve a Jon Kabat-Zinn, medico statunitense e che ha sdoganato questo metodo partendo dal sistema sanitario pubblico prima americano quindi inglese. Il termine è difficilmente traducibile in italiano (quello che gli si avvicina di più è ‘consapevolezza’), una tecnica che sta trovando applicazione in diversi settori: luoghi di lavoro, promozione della salute, vita di relazione, carceri, scuola, vita privata. Una filosofia di vita, una dimensione spirituale laica.

Il concetto di Mindfulness deriva dagli insegnamenti del Buddismo (Meditazione Vipassana), dello Zen e dalle pratiche di meditazione Yoga, ma solo nel corso degli ultimi due decenni questo modello è stato utilizzato come paradigma autonomo in alcune discipline psicoterapeutiche occidentali, in particolare in quella cognitivo-comportamentale che se ne avvale con approccio integrato. La meditazione e delle prospettive basate sulla Mindfulness, in setting individuali o di gruppo, ambulatoriali o in pazienti ospedalizzati, trovano applicazioni cliniche nella prevenzione e la cura di problemi legati allo stress e alle malattie psicosomatiche, nei disturbi d’ansia, nel disturbo ossessivo-compulsivo, la depressione cronica, l’abuso di sostanze, i disturbi alimentari, le tendenze suicidarie e il disturbo borderline, i deliri psicotici, come pure nel caso di disturbi di tipo medico (oncologia, psoriasi, dolore cronico) permettendo lo sviluppo di protocolli e modelli terapeutici validati di provata efficacia tra i quali la Mindfulness-Based Stress Reduction, la Mindfulness-Based Cognitive Therapy, la Dialectical Behaviour Therapy, l’Acceptance and Commitment Therapy e la Compassion Focused Therapy.

La Mbsr (Mindfulness based stress reduction) ad esempio è volta a ridurre l’impatto dello stress quotidiano tramite la pratica della consapevolezza. Si parte riattivando la capacità di mettersi in ascolto, non di qualcuno o qualcosa, ma di se stessi e del proprio corpo, delle sensazioni che ci manda, gradevoli o sgradevoli, imponenti o insignificanti: caldo, freddo, prurito, pressione. E se la mente si distrae, perdendosi in pensieri, ricordi o progetti, con pazienza la si riporta sulla parte del corpo che si sta “ascoltando”. Poi si passa all’osservazione del respiro. Si passa poi ad esplorare altri gesti quotidiani e “scontati”, come camminare, mangiare o guidare la macchina, attività che solitamente svolgiamo automaticamente. Infine si passa al pensiero, all’ascolto consapevole del suo flusso incessante, e a tutte le sensazioni che arrivano dall’esterno.

In Gran Bretagna è nato un gruppo interparlamentare a supporto di questa disciplina. Quando qualche anno fa ero Primario Psichiatra al Royal Free Hospital di Londra (quindi nell’ambito del Sistema Sanitario Nazionale) offrivo le sedute di mindfulness come opzione terapeutica accessoria abituale nei casi indicati, con ottimi risultati. La medicina ufficiale italiana, con un po’ di ritardo, come sovente accade, ne sta oggi lentamente riconoscendo l’efficacia ed utilità.

Massimo Lanzaro

 

Ogni giorno

” Ogni giorno è un’opportunità.
Immagina la fortuna che hai ogni volta che al mattino ti alzi.
Ogni giorno, puoi investire il tempo per te, per il tuo lavoro,
puoi scegliere, tra tutte le scelte disponibili, di lamentarti e non agire
trasformare ogni secondo in un’opportunità per te e per gli altri.
La scelta è solo tua, hai tra le mani la più grande opportunità
del tempo da investire per gli altri e per te stesso,
tocca a te fare questo investimento.
Sii grande, sii folle! Sii te stesso! ”

Stephen Littleword

Sono in te

” Mutano i cieli sotto i quali ti trovi, ma non la tua situazione interiore, poiché sono con te le cose da cui cerchi di fuggire. ”

Seneca

Ci servono

“ Ci servono quattro abbracci al giorno per sopravvivere.
Ci servono otto abbracci al giorno per mantenerci in salute.
Ci servono dodici abbracci al giorno per crescere. ”

Virginia Satir, psicologa statunitense

Nulla accade per caso

 

Nulla succede per caso. Le coincidenze che cambiano la nostra vita

nulla_succede_per_caso

Robert H. Hopcke esplora l’universo delle coincidenze, di ciò che sembra avvenire per “puro caso” e ha la forza di modificare la nostra esistenza, cambiando l’immagine di noi stessi e il nostro modo di vedere il mondo, aprendoci nuove prospettive. L’autore individua il ruolo di questi eventi in campo affettivo e professionale, nella realtà e nel mondo dei sogni, negli aspetti materiali e in quelli spirituali della vita; e, attraverso una serie di racconti di esperienze vissute, ci mostra come questi accadimenti riflettano in realtà il nostro stato d’animo interiore e riescano spesso a scuoterci, indicandoci la direzione per noi migliore.

Strade

Se una cosa la vuoi, una strada la trovi.
Se una cosa non la vuoi, una scusa la trovi.


(Proverbio Africano)

Io sono una pagina per la tua penna

Io sono una pagina per la tua penna.
Tutto ricevo. Sono una pagina bianca.
Io sono la custode del tuo bene:
lo crescerò e lo ridarò centuplicato.

Io sono la campagna, la terra nera.
Tu per me sei il raggio e l’umida spiaggia.
Tu sei il mio Dio e Signore, e io
Sono terra nera e carta bianca.

Marina Cvetaeva

Il tema della resilienza: “Alla ricerca della felicità”

Didier Pieux, direttore dell’Istituto francese di terapia cognitiva a Lione ha recentemente parlato della sindrome di Mosè: il rifiuto del reale al punto di esigere che una strada cittadina ci si aprisse davanti come il Mar Rosso per permettere di sottrarsi rapidamente al traffico.

In effetti la società della soddisfazione immediata sembra aver accresciuto la fragilità dell’essere umano che diventa sempre meno capace in genere di sopportare le frustrazioni. Il contrario (più o meno) viene chiamato oggi dagli psicologi: resilienza.

Resilienza è un termine derivato dalla scienza dei materiali e indica la proprietà che alcuni materiali hanno di conservare la propria struttura o di riacquistare la forma originaria dopo essere stati sottoposti a schiacciamento o deformazione.

In psicologia connota proprio la capacità delle persone di far fronte agli eventi stressanti o traumatici e di riorganizzare in maniera positiva la propria vita dinanzi alle difficoltà, di saper trasformare un evento critico potenzialmente destabilizzante in un motore di ricerca personale che consente di riorganizzare positivamente l’esistenza grazie all’avvio di un progetto di vita capace di integrare le luci con le ombre, la sofferenza con la forza. Implica la possibilità di trasformare un evento doloroso o più semplicemente stressante in un processo di apprendimento e di crescita.

La letteratura psicologica sulla resilienza a partire dai primi lavori pionieristici di Emmy Werner ha quindi cercato con di individuare cosa caratterizza gli esseri umani resilienti, quali sono i fattori protettivi e i percorsi che permettono l’avvio di processi positivi quando si incontrano condizioni di vita eccezionalmente critiche.

La ricerca della felicità (The Pursuit of Happyness) è un film del 2006 diretto da Gabriele Muccino. È basato su una storia realmente accaduta a Chris Gardner. Nelle didascalie finali del film viene raccontato che dopo l’ottimo inizio carriera, nel 1987 ha fondato l’azienda di investimenti Gardner Rich. Nel 2006 ha venduto il suo pacchetto azionario dell’azienda Dean Witter nel corso di un affare multimilionario. Nella scena finale, compare il vero Chris Gardner, in giacca e cravatta.

Analizziamo i fattori psicologici coinvolti nella storia di Gardner basandoci sulla narrazione filmica. Nel 1981 a San Francisco, Chris Gardner (Will Smith) cerca di sbarcare il lunario vendendo una partita di scanner per rilevare la densità ossea acquistata con i risparmi di una vita. Le vendite tuttavia latitano: molti medici ritengono il macchinario eccessivamente costoso o inutile. La situazione economica si fa sempre più disperata per Chris e la sua famiglia, composta dalla moglie Linda (Thandie Newton) e dal figlio Christopher (Jaden Smith, figlio di Will Smith anche nella realtà).

Avere un alto livello di resilienza non significa affatto non sperimentare le difficoltà o gli stress della vita ed è il caso del nostro protagonista, le cui difficoltà se possibile continuano ad aumentare. Un giorno Chris vede un broker arrivare al posto di lavoro con la sua Ferrari e decide di provare a diventare anche lui consulente finanziario per la medesima azienda. La moglie, esasperata dalle privazioni, lo lascia.

Di nuovo, avere un alto livello di resilienza non significa essere infallibili ma disposti al cambiamento, alla rinuncia, all’accettazione quando necessario; disposti anche a pensare di poter sbagliare, ma anche di poter correggere la rotta. Infatti Chris conserva una visione positiva di sé ed una buona consapevolezza sia delle abilità possedute che dei punti di forza del proprio carattere. La capacità di porsi nuovi traguardi e di pianificare passi graduali per il loro raggiungimento lo porta ad entrare come stagista alla Dean Witter, dove però non gli viene fornito alcuno stipendio: deve affrontare un corso non pagato della durata di sei mesi alla fine del quale solo un aspirante broker dei venti partecipanti verrà assunto.

Compito degli stagisti è contattare quanti più clienti possibile e “chiudere” il maggior numero di contratti. Chris viene sfrattato da casa perché non paga l’affitto; allo stesso modo, gli viene confiscata l’automobile per una serie di multe non pagate. Si trasferisce in un motel poco distante, ma il proprietario dopo settimane di inutili richieste di pagamento gli farà trovare la serratura cambiata e i suoi averi fuori dalla porta.

Chris non si perde d’animo, mantiene adeguate capacità comunicative e di “problem solving” e continua imperterrito a cercare ogni giorno assieme a Christopher i soldi per mangiare e dormire, passando molte notti nei dormitori per senzatetto e addirittura nel bagno della metropolitana.

Nonostante tutto persiste in lui una buona capacità di controllo degli impulsi e delle emozioni. Si divide tra la vendita degli ultimi due, tre scanner rimastigli, il lavoro in azienda e la cura del figlio. Alla fine del corso semestrale, gli verrà comunicato che è proprio lui il candidato scelto per l’assunzione. La sua gioia sarà incontenibile e potrà tornare ad avere una casa e una vita dignitosa, ovvero ciò che tanto desiderava.

Massimo Lanzaro

 

Sguardo

” La bellezza delle cose esiste nella mente di chi le osserva ”

D. Hume

Sono un viandante

Sono un viandante.

nessuno mi fermerà.

Illusione sono le gioie e i dolori.

Senza casa sempre camminerò;
la zavorra che mi trae in basso
cadrà dispersa in terra.

Sono un viandante.

Per la strada canto a piena voce,
a cuore aperto,
libero dalle catene dei desideri;
attraverso il bene e il male
camminerò tra gli uomini.

Sono un viandante.

Svanirà ogni fatica.

Un canto sconosciuto
dal cielo lontano mi chiama;
una soave voce di flauto
mattina e sera incanta l’Anima.

Sono un viandante
un mattino sono uscito ch’era ancor buoio,
 Sono un viandante

ancor prima del canto degli uccelli.

Sopra l’oscurità, immobile
vegliava una pupilla.

Sono un viandante.

Una sera arriverò
dove brillano nuove stelle,
dove olezza un nuovo profumo;
dove due occhi sempre
mi guardano dolcemente

Tagore

Le persone migliori

“Le persone migliori possiedono sensibilità per la bellezza, il coraggio di rischiare, il rigore di dire la verità, la capacità di sacrificio.
Ironia della sorte, le loro virtù le rendono vulnerabili; sono spesso ferite, talvolta distrutte.” 


(Ernest Hemingway)

Era una ragazza così dolce…

Era una ragazza così dolce. Quello che mi è sempre piaciuto di lei era il suo silenzio;
non era un silenzio qualsiasi, era un silenzio pieno di contrasti e piccoli silenzi concentrici, come onde in uno stagno.
Lei non cercava di capirmi, sapeva che era stupido pretenderlo.
Tra noi due non c’era bisogno di capire: io avevo il mio dolore pieno di parole e lei il suo silenzio.

(Efraim Medina Reyes, C’era una volta l’amore ma ho dovuto ammazzarlo)

La divisione in cielo e terra

Da qui si doveva cominciare: il cielo.
Finestra senza davanzale, telaio, vetri.
Un’apertura e nulla più,
ma spalancata.
Non devo attendere una notte serena,
né alzare la testa,
per osservare il cielo.
L’ho dietro di me, sottomano e sulle palpebre.
Il cielo mi avvolge ermeticamente
e mi solleva dal basso.
[…]
Friabili, fluenti, rocciose,
infuocate ed aeree
distese di cielo, briciole di cielo,
folate e cumuli di cielo.
Il cielo è onnipresente
perfino nel buio sotto la pelle.
[…]
Sono una trappola in trappola,
un abitante abitato,
un abbraccio abbracciato,
una domanda in risposta a una domanda.
La divisione in cielo e terra
non è il modo appropriato
di pensare a quella totalità.
Permette solo di sopravvivere
a un indirizzo più esatto,
più facile da trovare,
se dovessero cercarmi.
Miei segni particolari:
incanto e disperazione.


(Wislawa Szymborska, “Il cielo”, tratta da “Vista con granello di sabbia”)

Intensità

“Il valore delle cose non sta nel tempo in cui esse durano ma nell’intensità con cui vengono vissute.
Per questo esistono momenti indimenticabili, cose inspiegabili e persone incomparabili.”

Fernando Pessoa

La mente del Don Giovanni e il teatro dell’assurdo (gli amici folli, hanno sempre il benvenuto…)

 

Locandina Don giovanni

 “La mente di Don Giovanni”

Come suggerisce il titolo stesso, il protagonista di questa commedia, messa in scena  da L’Allegra Compagnia Degli Assurdi, non è Don Giovanni, bensì la sua mente; che nella fattispecie è incarnata dal suo astutissimo servo, Stringichiappa: un vero ingegnere della truffa e della burla, in grado di ordire diaboliche trame ed architettare complessi inganni con estrema facilità.
Don Giovanni si serve di lui e delle sue trovate geniali per riuscire a soddisfare le proprie smanie di donnaiolo e seduttore instancabile.

L’introduzione di questa singolare “promozione del servo” contribuisce a rendere gli intrecci molto più avvincenti, complessi e vivaci rispetto a quelli messi in scena nelle molteplici “reincarnazioni” del libertino spagnolo, susseguitesi nel corso dei secoli (pur nel rispetto di tutti gli altri elementi fondamentali del filone in cui si inserisce: il famoso elenco delle donne conquistate da Don Giovanni, la sua “condanna” a perpetrare in eterno il ciclo “seduzione-abbandono” e la sua punizione per mano del celebre convitato di pietra).
Come nei più illustri precedenti (Tirso de Molina, Molière, Da Ponte/Mozart), anche qui i personaggi – ad eccezione di Stringichiappa – sono tipologici ed estremamente schematici, privi di una minima individualità o complessità psicologica (troppo creduloni o condizionabili per essere reali); ciò conferisce alla commedia un’atmosfera di voluta “leggerezza” e divertente superficialità.

 

Note di regia… ovviamente assurde

Se fosse un animale, questo Don Giovanni che animale sarebbe?

Proboscidato?

L’epoca di ambientazione è in linea con quella delle più illustri opere?

Non so a quali “più illustri opere” fa riferimento… Questa domanda è palesemente provocatoria. Dal punto di vista dell’illustrismo apparteniamo decisamente al futuro, dal punto di vista del lustrismo al presente, se ci riferiamo a un ambito più prettamente storicistico, poiché viviamo in epoca post-storica, possiamo fare riferimento soltanto al passato. A me personalmente piace l’epoca di Tutmosis Terzo, ma se lei preferisce i Babilonesi o i Protoincaici possimo scrivere così.

Se invece de “La mente” del Don Giovanni, ne fosse il lamento? Ammesso che abbia motivo di lamentarsi…

In effetti, la mente di Don Giovanni non è Don Giovanni, per cui a lamentarsi non è lui, ma al limite la mente altra da lui. Don Giovanni infatti non ha motivo ma neanche modo di lamentarsi. Essendo puro ente desiderante e destinato per questo all’eterna insoddisfazione, pena la scomparsa come tale entità-identità, Don Giovanni potrebbe forse in un movimento introiettivo di autocoscienza lamentarsi di questa insoddisfazione, ma per questa coscienza dovrebbe avere una mente che non può avere (de facto usa quella del servo che infatti rompe sempre l’anima coi lamenti)

Se è per questo c’è anche la menta di Don Giovanni, ma non piaceva il verde per cui meglio la mente. E poi la menta è decisamente in calo di ascolti. Al limite il chinotto

Don Giovanni per scelta o per scelta d’altri?

Non lo so in quel momento ero in bagno

Quali personaggi ruotano intorno a questa figura? Ne abbiamo mai sentito parlare?

Se vuole insinuare un parallelismo tra Don Giovanni e il Motore Immobile faccia pure, comunque è tutto sulle pagine gialle

Scelte del cast, sviluppi in corso d’opera, il manichino ed il lavoro svolto con lui insieme a Claudia, la nonna e la nipote … questi del punto 7 più che domande sono spunti per eventuali elementi/argomenti da sviluppare nelle note di regia

Ritenta sarai più fortunato

Chi siamo noi e chi sono i personaggi coinvolti nella messa in scena?

Non sono autorizzato a rivelare l’identità dei personaggi coinvolti in questo vero e proprio atto criminale contro il teatro. E poi le grandi domande chi siamo dove andiamo che cosa ci facciamo qui presuppongono l’abuso di sostanze illecite.

Le domande senza risposta

– Perchè? – Ma ne è sicuro?- E’ consapevole che sta buttando nel cesso la sua reputazione?- Di che colore sono i capelli biondi di Don Giovanni?- Se la mente di Don Giovanni è Stringichiappa, le chiappe che stringe Don Giovanni di chi sono?- Se fosse foco?- Se fosse poco?- Se fosse oco?- Un ultimo desiderio?

L’abbiamo vista spesso in teatro (e non solo) nelle vesti d’attore. Ora assistiamo per la prima volta a una sua regia. In che ruolo si riconosce meglio? Ha già fatto altre regie in passato? E com’è stato assumere il ruolo di regista? Cosa pensa del rapporto regista- attore?

In effetti mi sembra di ricordare la sua faccia, lei era in teatro gli stessi giorni nel ruolo di Attore, ma anche a volte di Spettatore… Sì il personaggo dell’Attore mi piace molto, però a fare sempre lo stesso personaggio ci si annoia. Comunque mi hanno incastrato in questa cosa mentre ero ubriaco, una vera truffa, mi dicevano “dai, l’hai fatto tante volte.. e poi in questo spettacolo è pieno di donne” lì per lì dicevo “boh? ma quando mai?” e io dopo per eccesso di delicatezza ho fatto finto di nulla. Sul rapporto tra R. e A. non mi pronuncio, mi faccio gli affari miei. Comunque sono per la libertà. Ah per inciso le donne ho scoperto che erano dipinte. Facciamo un salto indietro: ci potrebbe dire come è partito questo progetto? La scelta dei ruoli? Lo sviluppo delle prove?

Senta lei non può dire “facciamo un salto indietro” e poi salto da solo, mi sono quasi spaccato la schiena! Che scherzi del cavolo.. come le dicevo mi hanno messo immezzo, il cast era già deciso, come il testo e il resto. A me avevano detto che era un musical su Ionesco con le musiche degli Electric Light Orchestra… Invece è la solita cosa assurda di Lodovico Bellè.

Questo Don Giovanni cosa ha di diverso? Cosa dovrebbe spingere la gente a vederlo?

Non saprei che ha di diverso, sicuramente non è verde. Riguardo la seconda domanda, penso che un buon bastone sia un argomento più che convincente.

Rapporto autore- regista? Testo- Regia? Cosa pensa in merito?

Non amo il gossip, comunque non mi piacciono le ammucchiate.

Un gruppo di persone provenienti da percorsi di vita diversi, formazioni artistiche differenti, uniti e accomunati dal filone assurdialogico a cui abbiamo potuto assistere in tutti i luoghi anche i più disparati e non convenzionali teatri… Ma cos’è che in voi fa la differenza? Siete davvero così assurdi o è solo apparenza?

Direi che la cosa veramente assurda è che ancora riusciamo a lavorare gratis senza sputarci in faccia.

Abbiamo notato la new entry nei panni di Luca… E qualche volto in meno che ci aspettavamo di vedere…. C’è un ricambio continuo nella vostra compagnia?

Ah l’ha notato? Io per capire che un attore era un manichino ci ho messo un mese… pensavo che non rispondeva perché era stronzo.

Qual’è il messaggio di questo spettacolo? Voglio dire.. Perché raccontare questa storia?

No si sbaglia non era un “messaggio”, era un “massaggio”, era una idea pubblicitaria da paura abbinare un buono per il centro estetico cinese al biglietto dello spettacolo. Poi il centro estetico l’hanno chiuso con la solita scusa dello sfruttamento. Per me è razzismo. Non lo so perché Lodovico Bellè dopo aver scritto questa commedia ha sentito il bisogno di divulgarla anziché darla alle fiamme… Forse perché ogni autentica mente criminale sente il narcisistico irresistibile bisogno di far conoscere le proprie gesta, con la recondita speranza di farsi scoprire.

La scelta del manichino, delle canzoni, delle coreografie..Erano elementi presenti già nella scrittura del testo?

Guardi, sarò sincero, ero totalmente a corto di idee, e ho riciclato il materiale di un altro spettacolo. Infatti non c’entrano una sega.

Cosa pensa del sistema che regola i grandi teatri, le compagnie stabili e delle condizioni in cui si muovono le piccole compagnie?

Credo che il Turkmenistan sia ancora un bel posto per le produzioni artistiche indipendenti.

$In voi tutto è molto artigianale non avendo alle spalle grandi produzioni. Il risultato artistico ne è valorizzato? Valorizzato ‘sto cefalo! Datemi tre milioni di euro e poi vedi! Riguardo le produzioni alle spalle, più sono grosse più fanno male…

Perché fa teatro? Ha una missione o ambizione in questo ambito?

Che ne so, soldi, donne… macché è tutto un equivoco, io facevo il piastrellista a Civitavecchia, mi avevano detto “vieni a lavorare in teatro” e mi credevo che si trattasse di smontare dei pannelli di cartongesso. Invece guarda dove siamo andati a finire.

Progetti futuri?

Aprire uno smorzo in Turkmenistan.

ARRIVEDORCI

Olive dorci

L’Allegra Compagnia Degli Assurdi porterà in scena “La mente di Don Giovanni” di Lodovico Bellè, il 24 maggio (ore 21,00) e il 25 maggio (ore 18,00 e ore 21,00) al Teatro Abarico, in via dei Sabelli 116, Roma.

L’Allegra Compagnia Degli Assurdi è un gruppo teatrale romano, nato ufficialmente con la rappresentazione degli Assurdialoghi di Lodovico Bellè al teatro Manhattan di Roma, il 13 gennaio 2012… e da allora non si è più fermato!!

 

L’umorismo

L’umorismo è un fenomeno di sdoppiamento nell’atto della concezione; è come un’erma bifronte, che ride per una faccia del pianto della faccia opposta”.

Luigi Pirandello

Lezioni di vita

È un peccato che noi teniamo conto delle lezioni della vita soltanto quando non ci servono più a niente”.

Carl Gustav Jung

La storia

La storia non si snoda
come una catena
di anelli ininterrotta.
In ogni caso
molti anelli non tengono.
La storia non contiene
il prima e il dopo,
nulla che in lei borbottia lento fuoco.
La storia non è prodotta
da chi la pensa e neppure
da chi l’ignora. La storia
non si fa strada, si ostina,
detesta il poco a poco, non procede
né recede, si sposta di binario
e la sua direzione
non è nell’orario.
La storia non giustifica
e non deplora,
la storia non è intrinseca
perché è fuori.
La storia non somministra carezze o colpi di frusta.
La storia non è magistra
di niente che ci riguardi. Accorgersene non serve
a farla più vera e più giusta.

La storia non è poi
la devastante ruspa che si dice.
Lascia sottopassaggi, cripte, buche
e nascondigli. C’è chi sopravvive.
La storia è anche benevola: distrugge
quanto più può: se esagerasse, certo
sarebbe meglio, ma la storia è a corto
di notizie, non compie tutte le sue vendette.

La storia gratta il fondo
come una rete a strascico
con qualche strappo e più di un pesce sfugge.
Qualche volta s’incontra l’ectoplasma
d’uno scampato e non sembra particolarmente felice.
Ignora di essere fuori, nessuno glie n’ha parlato.
Gli altri, nel sacco, si credono
più liberi di lui.

Eugenio Montale

L’individualismo debole che svuota le persone

La sterminata opera di Franco Ferrarotti offre all’analisi sociale molteplici spunti di riflessione. La condizione umana è dominata oggi da un egocentrismo e un individualismo solipsista mai emersi prima, un individualismo però debole in cui la persona si svuota della sua dimensione più umana, quella dei sentimenti, dell’esperienza e dell’incontro con l’altro.

Nel nostro tempo questo svuotamento è prodotto dall’eccesso di informazioni a cui siamo sottoposti ogni giorno, che produce un chiasso interiore privando la persona della sua sfera creativa, della capacità di progettare e in particolare dell’immaginazione. E così, le vecchie categorie di passato, presente e avvenire sono completamente saltate in nome di una eternizzazione insignificante dell’immediato.

A questo proposito Ferrarotti vede due logiche contrapposte nel nostro tempo e che si affrontano, forse anche inconsapevolmente, nello stesso individuo – a dire la verità, una di esse ha preso già il sopravvento. La prima è la logica della lettura, “una parola dopo l’altra, una riga dopo l’altra”, che induce al ragionamento e alla meditazione riflessiva; presume uno sforzo mentale e avviene nel momento in cui ci si raccoglie in se stessi, per citare sant’Agostino, in quella cittadella interiore che non dovremmo permettere mai a nessuno di espugnare, nemmeno in mezzo al chiasso della vita moderna.

La logica della lettura è una logica difficile perché disinteressata, contemplativa, inutile. E invece “la cultura occidentale ha bisogno di uno scopo, di un profitto, di una giustificazione. È utilitaria fin nel midollo”. Non può aspettare, vuole tutto e subito. Soprattutto i giovani le sono diventati estranei, pochi di loro conservano ancora un libro sul comodino – leggere costa fatica – e così si affidano, o meglio, si consegnano a internet e alla comunicazione di massa “elettronicamente assistita”.

“Non si scrive” afferma Franco Ferrarotti nel suo ultimo libro, La parola e l’immagine (ed. Solfanelli, 2014), “si assembla. Non si compone. Si clicca”. Oggi la gente sarebbe munita di una “quantità di aggeggi elettronici che informano e comunicano tutto a tutto in tempo reale, e su tutto il pianeta, senza però che abbiano più niente di importante da dire”. Sembra una nuova formulazione del motto cartesiano: io comunico, dunque sono. Io chatto, dunque esisto. Se non sono connesso, non sono nessuno.

È il trionfo dell’audiovisivo, la logica che ha conquistato il predominio del nostro tempo. Si tratta di una logica rapida, che colpisce con l’immagine e certamente più facile della lettura perché viene offerta all’individuo che non deve sforzarsi di comprenderla; ma siccome l’immagine è preconfezionata, si tratta di “un’offerta avvelenata, danaica”, perché priva l’uomo della capacità di costruire la sua immagine, svuotandolo della capacità artistica e dunque creativa – poiesis, dal greco, vuol dire creazione.

Questa privazione della capacità immaginativa ha portato Ferrarotti a teorizzare un vero e proprio cambiamento antropologico nella società attuale: dall’homo sapiens socratico staremmo passando all’homo sentiens e all’homo televisivus, “una sorta di sedentario nomade” che può fare il giro del mondo cambiando canale e sintonizzandosi sui network dei paesi esteri, senza abbandonare mai la poltrona di casa. È il delirio del solipsismo, che porta a una realtà dove non conta più il vissuto, ma tutto si vive nella falsa speranza indotta dai mezzi di comunicazione.

Anche David Riesman, negli anni 50’, aveva teorizzato l’uomo etero-diretto, una sorta di manichino manovrato, stimolato e orientato dall’esterno. Il sociologo americano osservava l’emergere di un nuovo tipo di individuo che rinuncia a ragionare secondo le categorie logiche tradizionali e che vive nell’immediatezza dell’informazione offerta.

L’homo sentiens di Ferrarotti è invece ancora più pericoloso, perché è colui che ha perduto la capacità di concentrarsi, di fissare l’attenzione sulle cose. Il suo interesse si modifica nella stessa maniera in cui cambia canale. Non legge, o legge poco, perché “seguire dei segni neri pagina per pagina lo fa sentire in prigione e gli sembra scandaloso”. Ma il deficit più alto di questo nuovo tipo umano, alla ribalta nella società della tecnica, è l’indebolimento della memoria.

Cos’è un uomo senza memoria? La fiducia di avere tutta la conoscenza dentro dei giganteschi server, su queste enciclopedie elettroniche via web, è solo un’illusione. La cultura si costruisce giorno per giorno, con volontà e fatica, non si richiama da uno schermo con un click del mouse. Arriverà il giorno in cui saremo così assuefatti a cercare le notizie sulla rete che la nostra memoria sarà talmente indebolita, e forse dimenticheremo che internet e le enciclopedie elettroniche esistono, e quindi, ahimè, tutta la conoscenza.

La tanto bistrattata memoria era tuttavia per gli antichi la facoltà che più avvicinava gli uomini al dio. Secondo l’orfismo, l’antica religione greca misterica, l’uomo viveva nell’oblio di sé, ma poteva recuperare la sua antica natura ricordando ciò che era al principio di tutte le ere; la più stretta alleata in questo viaggio verso il ritorno, verso il superamento delle illusioni molteplici, era Mnemosyne appunto, la memoria.

Tornando al presente, oggi ci troviamo di fronte al tramonto della lettura. Se inchiostro e calamaio appartengono a un’era passata e riportano in mente certe atmosfere di film come Barry Lindon, anche il tempo delle “moderne” penne a sfera si sta compiendo, con la tecnologia touch screen ormai capillarmente diffusa. La vecchia penna degli scrittori è diventata un mezzo anacronistico, quasi una stranezza per chi è assuefatto ai moderni dispositivi elettronici.

Un tempo esistevano gli icònoclasti, che ripudiavano ogni forma di rappresentazione visiva, oggi invece siamo giunti alla società degli “iconoduli”, gli schiavi dell’immagine che hanno dimenticato il vero potere della parola: il suo significato. Nella società veloce, il pensiero involontario viene completamente bandito, estromesso dalla casa dell’uomo. Già Hedegger teorizzava, oltre mezzo secolo fa, il trionfo del pensiero calcolante, il pensiero che tutto misura e assimila alle logiche dell’utile, a dispetto del più contemplativo pensiero meditante.

La società iper-tecnologica è diventata dunque una società in cui la parola tace e l’immagine vince. Il nostro è il mondo delle tonnellate di foto sparse nei server elettronici o postate su face book, delle miriadi di figure che ci passano davanti in tv e nei cartelloni pubblicitari sparsi per le città; è la società delle figure spente, opache, al più visivamente policrome, che appaiono davanti ai nostri occhi e un attimo dopo scompaiono, lasciandosi dietro il nulla da cui sono state e-vocate.

Mario Sammarone (tratto da Prospettive)

Listener

La Pieve e la sua gente

Smacchia-800

L’importanza della memoria…

La Pieve e la sua gente è un racconto appassionato di un uomo che guarda al mondo della sua infanzia e adolescenza, trascorsa in una famiglia contadina di una ridente valle delle Marche, con gli occhi di chi è in “esilio”. “Fuggito” infatti da lì a vent’anni sbattendo la porta, per cercare fortuna in città, come spesso accade, in seguito non potrà tornare, perché frenato da nuovi lacci e laccioli. Quel mondo riprende quindi forma nei ricordi e questi, sedimentati , assumono quell’aura di poesia, senza mai scadere nel sentimentalismo .
C’è in questo racconto qualcosa di molto diverso dalla nostalgia. C’è la volontà di non perdere la memoria, anzi di tramandarla anche a chi di quegli anni e soprattutto di quel tipo di vita ha solo sentito parlare e nemmeno poi tanto. Infatti gli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso, sono segnati da una grande rivoluzione sociale: i vantaggi economici del lavoro in fabbrica o negli uffici fanno premio sulle fatiche e sulle incertezze del coltivare la terra, spesso le grandi città del Nord diventano un polo di attrazione per i figli della campagna e il mondo della secolare civiltà contadina in pochi anni scompare. Si può guardare a queste trasformazioni con la prospettiva degli storici o dei sociologi, ma è altrettanto interessante riscoprire le storie personali, leggere la storia con gli occhi di chi l’ha vissuta. “La Pieve e la sua gente”, racconta tutto questo ed altro.

Nino Smacchia

 

Ed. Luoghi Interiori , pagg. 126, € 13)

Onda per onda batte sullo scoglio

Onda per onda batte sullo scoglio
– passan le vele bianche all’orizzonte;
monta rimonta, or dolce or tempestosa
l’agitata marea senza riposo.
Ma onda e sole e vento e vele e scogli,
questa è la terra, quello l’orizzonte
del mar lontano, il mar senza confini.
Non è il libero mare senza sponde,
il mare dove l’onda non arriva,
il mare che da sé genera il vento,
manda la luce e in seno la riprende,
il mar che di sua vita mille vite
suscita e cresce in una sola vita.

Ahi, non c’è mare cui presso o lontano
varia sponda non gravi, e vario vento
non tolga dalla solitaria pace,
mare non è che non sia un dei mari.
Anche il mare è un deserto senza vita,
arido triste fermo affaticato.
Ed il giro dei giorni e delle lune,
il variar dei venti e delle coste,
il vario giogo sì lo lega e preme
– il mar che non è mare s’anche è mare.
Ritrova il vento l’onda affaticata,
e la mia chiglia solca il vecchio solco.
E se fra il vento e il mare la mia mano
regge il timone e dirizza la vela,
non è più la mia mano che la mano
di quel vento e quell’onda che non posa…
Ché senza posa come batte l’onda
ché senza posa come vola il nembo,
sì la travaglia l’anima solitaria
a varcar nuove onde, e senza fine
nuovi confini sotto nuove stelle
fingere all’occhio fisso all’orizzonte,
dove per tramontar pur sorga il sole.
Al mio sole, al mio mar per queste strade
della terra o del mar mi volgo invano,
vana è la pena e vana la speranza,
tutta è la vita arida e deserta,
finché in un punto si raccolga in porto,
di sé stessa in un punto faccia fiamma.

Carlo Michelstaedter

Coincidenze

«Non certo la necessità, bensì il caso è pieno di magia. Se l’amore deve essere indimenticabile, fin dal primo istante devono posarsi su di esso le coincidenze, come uccelli sulle spalle di Francesco d’Assisi»

Milan Kundera, “L’insostenibile leggerezza dell’essere”

Il Bene

La colpa non esiste se non nella misura in cui noi stessi l’abbiamo creata.
Siamo noi, perciò, che dobbiamo distruggerla. Se scegliamo di fare il male, il male esiste
finché noi stessi non lo distruggiamo. Il bene non possiamo farlo, perché è il respiro stesso dell’universo:
ma possiamo scegliere di respirare e vivere in esso e con esso.
Gibran

Dentro di te

Religione?
Cos’è? Io conosco solo la vita.
Vita significa il campo,
il vigneto e il telaio…
La Chiesa è dentro di te.
Tu stesso sei il suo sacerdote.

Gibran

“Zeroper”: un documentario sulla dipendenza dal gioco d’azzardo al Festival del Cinema Europeo

 La sezione “Cinema & Realtà” si confronta con la tematica della dipendenza dal gioco d’azzardo Il Festival del Cinema Europeo vuole rendersi intermediario di visibilità di temi sociali e culturali di rilievo attraverso il cinema, proponendo anche quest’anno una occasione di riflessione e di approfondimento su temi sociali, legati ad avvenimenti realmente accaduti. Mi è sembrato meritevole tra gli altri il lavoro dedicato al tortuoso percorso di liberazione dal gioco d’azzardo patologico. Ci viene mostrato attraverso dati e interviste a giocatori, familiari ed esperti, si intitola Zeroper ed è un documentario realizzato dal regista e autore palermitano, Francesco Russo. Premessa. Il DSM pone il Gioco d’Azzardo Patologico (GAP) nella categoria dei disturbi del controllo degli impulsi non altrove classificati. Le caratteristiche essenziali del GAP sono: l’incapacità di resistere all’impulso, all’urgenza di giocare; il costante assorbimento in pensieri inerenti il gioco (passate esperienze, strategie, statistiche, modo di procurarsi il denaro); la necessità nel tempo di giocare somme maggiori per continuare a mantenere un’eccitazione significativa; i ripetuti fallimenti dei tentativi di smettere di giocare a causa di una tensione ed un’irritabilità incontrollabile; il gioco come “sollievo” ad un umore disforico; la compromissione del funzionamento personale, familiare, finanziario e legale. L’industria dell’azzardo continua, pare, a prosperare: i giocatori in Italia sarebbero circa 15 milioni, di cui 1.250.000 ragazzi tra i 15 e i 19 anni (200.000 di questi adolescenti già con profili di gioco patologici). E si contano cinquecento-ottocentomila persone con problemi di dipendenza, (oltre il 25/30% sono donne) e quelle a rischio si avvicinano ai due milioni. “L’idea del mio documentario – racconta Russo – prende le mosse dai dati sconfortanti riguardanti il triste fenomeno della dipendenza patologica da gioco d’azzardo. Ho deciso di concentrare la mia attenzione in particolare su una delle tante esperienze significative, ancorché periferiche, di prevenzione e cura del gioco d’azzardo patologico, in grado di rimediare autonomamente e in modo efficace alle assenze istituzionali, mira a liberare per sempre la vita dei giocatori patologici dalla loro schiavitù”. Ovunque esistono ormai centri specializzati che hanno lo scopo di aiutare i malati dell’azzardo. Se lo spettacolo è elemento ineliminabile del processo educativo e ciò che spinge il fruitore è il bisogno di accrescere il proprio bagaglio di conoscenze, questo documentario ne è una prova lampante. Un caso in cui si può partire dal cinema per provare a trovare ispirazione e percorrere la strada della guarigione.

Massimo Lanzaro

IL PICCOLO PRINCIPE – Il dialogo tra la volpe e il piccolo principe

Emergency Exit: un documentario itinerante sui “cervelli in fuga” dall’Italia

L’Italia, così piena di bellezze culturali, spirituali, storiche e artistiche, eppure così in crisi. Una crisi a causa della quale, un’intera generazione – quella tra i 25 e i 40 anni – sta letteralmente ‘sanguinando fuori’ dai nostri confini.Un numero sempre maggiore di giovani Italiani è costretto per forza di cose a lasciare l’Italia. Non per spirito cosmopolita o per ambizioni di successo, ma semplicemente per avere l’opportunità di un futuro migliore (o quantomeno dignitoso). Un futuro che, nonostante sacrifici, anni di studio ed impegno, in Italia sembra difficile da immaginare, oggi. E un Paese senza giovani è anche un Paese che, alcuni dicono, non ha futuro.Il tema del lavoro nella stringente attualità si è insidiato nel lavoro della giovane regista pugliese Brunella Filì: Emergency Exit è un documentario itinerante che osserva e parla con giovani studenti o ex studenti italiani emigrati all’estero (Europa e America – le città coinvolte sono Bergen, Wien, Londra, Parigi, Tènerife, New York), purtroppo sempre più unica effettiva fonte di lavoro – che in più valorizzi e che sia affine a ciò che si è studiato.Il documentario, che è partito quasi come un gioco e che poi si è trovato coinvolto in un chiacchierio mediatico (la BBC se n’è interessata) e quindi in una reale produzione, trova il suo punto di forza in quello che avrebbe potuto essere anche il suo limite più grande: la stretta vicinanza della regista all’argomento e la netta partecipazione emotiva che tuttavia si fa razionale e attenta, osservatrice in modo particolare dei dettagli, tutti i piccoli gesti e gli oggetti che più di tante parole possono trasmettere dei messaggi.Secondo le ultime statistiche sulle migrazioni, in Italia il numero degli emigranti – il cui 70% sono giovani laureati – ha superato quello degli immigrati da Paesi meno industrializzati del nostro. Dal 2010 ad oggi sono oltre 70.000 all’anno i giovani italiani che, a malincuore, fanno le valigie per l’estero. Non solo ‘cervelli’ o ricercatori, ma anche ragazzi laureati e professionalmente qualificati che desiderano un’esistenza normale, un lavoro, uno stipendio, la possibilità di crearsi una famiglia e una vita indipendente non precaria.Da queste motivazioni – racconta la regista – è partito anche il nostro viaggio attraverso l’Europa: Parigi, Vienna, Londra e molte altre città. Poli d’attrazione dove ricomporre i pezzi di una realtà affettiva, professionale, culturale e nazionale in conflitto con le proprie aspirazioni, ideali, meriti; giovani esistenze alla ricerca di un’identità generazionale smarrita, frammentata fra i problemi di un paese meraviglioso, ma economicamente e politicamente fermo da oltre un decennio.“In questo docu-trip ho deciso di incontrarli di persona, per raccontare attraverso la telecamera le loro storie, i loro sogni, le loro paure, le loro speranze, ma anche la loro quotidianità. Lontani da casa, sradicati, per cercare un futuro migliore, un’uscita d’emergenza”.Sei storie di ‘ordinaria separazione’, un’unica incombente domanda finale: è ancora possibile immaginare un futuro in Italia? Una domanda che ha verosimilmente senso porsi.

Massimo Lanzaro

P.s.: su www.emergencyexit.it è possibile accedere a tutte le informazioni sul progetto, oltre che lasciare i propri commenti e le proprie storie.

 

Genitori e prole condividono gli stessi miti

Le generazioni di un tempo
oggi non ci sono più

Per Hegel «la nascita dei figli è la morte dei genitori». Oggi il processo accelera e il progresso avviene nel giro di uno stesso ciclo. Genitori e prole condividono gli stessi miti. Ma si generano scompensi

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Rovesciando il titolo del romanzo di Cormac McCarthy, si potrebbe dire che questo è un Paese per vecchi e per bambini. In apparenza è l’immagine della società attuale, dove l’età adulta si restringe per lasciare spazio agli estremi. Remo Bodei, parlando di Generazioni (Laterza), trova che «i giovani tendono a rimanere più a lungo a casa, i vecchi cercano una seconda giovinezza e restano spesso produttivi dopo il pensionamento». Dello stesso parere è Francesco Cataluccio, quando, riproponendo Immaturità (Einaudi), denuncia il declino dell’età adulta intesa come espressione di una maturità consapevole.

Se però prescindiamo da quest’ultimo parametro, non quantificabile dal punto di vista sociale, ci rendiamo conto invece del contrario: la società attuale è piuttosto formata di adulti (maturi o meno), in quanto i bambini sono spinti a vestire e ad atteggiarsi «da grandi», i vecchi tendono a mantenere inalterate le caratteristiche della mezza età, condividendo valori e comportamenti delle generazioni precedenti. Diventa sempre più difficile tracciare un confine tra le età dell’uomo.

È proprio l’idea di generazione a far discutere. Confusa, allungata, rifiutata, diluita a seconda dei casi, analizzata nelle sue inevitabili contraddizioni, ma fondamentale per comprendere la società attuale, così diversa dal passato da far saltare tutti gli schemi conosciuti.

Coniato per stabilire termini quantitativi dalla sociologia positivista di Auguste Comte, il concetto di generazione doveva servire a misurare il ritmo del progresso, poiché l’obiettivo a cui guardava la modernità era il miglioramento continuo, realizzabile col contributo di più generazioni. Più lentamente si succedono, osservava Comte, e meno il progresso può avanzare, frenato dall’opposizione degli anziani, che tendono a conservare lo status quo. Perché il mondo vada avanti, insomma, è necessario che le generazioni cambino in fretta, durino il meno possibile. Trenta, vent’anni, forse meno. Non è un caso che il mito della giovinezza, della velocità e della riproducibilità si sia radicato allora e abbia fatto sentire i suoi effetti per tutta la prima parte del XX secolo.

Individuare le fasce generazionali fornisce una giustificazione razionale allo scorrere della vita umana. Per questo c’è bisogno di scandire i tempi e fare in modo che ognuno rivesta un preciso ruolo sociale, permettendo di pianificare la vita secondo modelli stabiliti a priori. Si viene così a creare una stratificazione per età, assieme a quella per classe e per genere, dove i ruoli sociali corrispondono più al tempo che alla classe di appartenenza.

A ognuno spettano funzioni specifiche, tanto che tra generazione e classe Karl Mannheim, nell’ambito di una sociologia della conoscenza, ha rinvenuto una certa affinità. Di per sé le generazioni non costituiscono legami sociali — osserva Mannheim in un saggio intitolato per l’appunto Le generazioni (1928) — e non portano alla formazione di «gruppi concreti». Si manifestano in una «collocazione» spazio-temporale (Lagerung) che, a differenza della classe, non è spiegata in termini economico-sociali. Le nuove generazioni accedono ogni volta al patrimonio culturale accumulato dalle precedenti, ma non lo accettano passivamente, lo selezionano: la società sopravvive attraverso questo processo dialettico tra ricordo e oblio.

Si potrebbe dunque dire che sia la generazione, più che l’idea di classe, a definire i ruoli sociali, affidandoli a una logica temporale che governa l’età dell’uomo secondo una funzionalità economicistica. C’è un tempo per l’infanzia e per l’età scolare; un tempo per il servizio di leva e l’ingresso nel mondo del lavoro. Per la donna un tempo per la maternità e la cura della prole. Un momento in cui rinunciare alla vita produttiva, lasciando che la nuova generazione prenda il posto della precedente. Un’idea di circolarità dell’esistenza, in cui i ruoli sono ben definiti dalla scansione del tempo, dall’accettazione sociale, da un abbigliamento consono e da una funzione specifica. Il ricambio generazionale è nella natura delle cose e Bodei ricorda, citando Hegel, che «la nascita dei figli è la morte dei genitori».

Tutto cambia con la fine di quella modernità, che riteneva di poter controllare la vita umana con la ragione, secondo i ritmi dell’età e del lavoro. Più che definirsi in base alla data di nascita, la generazione sembra propriamente raccogliere quanti vivono nello stesso periodo di tempo, pur avendo età diverse. Se ancora si può parlare di progresso, questo avviene all’interno di uno stesso ciclo generazionale, perché la conoscenza si è velocizzata e la vita media si è allungata. Ne consegue una messa in discussione dei ruoli generazionali, sempre più confusi, disconosciuti e disattesi.

I ruoli sociali erano un potente elemento di ordine. La loro assenza provoca incertezza e fa parte della liquidità esistenziale che Zygmunt Bauman ha assegnato al nostro tempo. La perdita di un obiettivo comune, di un’idea collettiva di finalità sociale, anche per effetto della crisi economica, provoca sfiducia nel futuro e rompe la rigida separazione fra una generazione e l’altra. Come se non bastasse, la crisi ha anche vanificato le aspettative di ogni fascia d’età: se i giovani restano troppo a lungo nel ruolo di figli, nella casa dei genitori, è perché non trovano lavoro e spesso entrano in competizione con i cinquantenni che lo hanno perso e faticano a mettere assieme i contributi per la pensione.

Oltre alla fine del progresso e alla smaterializzazione del lavoro, è il consumismo ad aver avvicinato età diverse nell’uso di oggetti e tecnologie. Un’omologazione che consente di condividere non solo cose, ma anche sfondi culturali: musica, cinema, iconografie, mode, valori e miti del passato che i figli possono reinterpretare avvicinandosi alle esperienze dei genitori, scoprendo affinità elettive con una storia che non hanno vissuto.
In questo modo genitori e figli si trovano a vivere lo stesso tempo, mescolando i ruoli e ricercando la loro «utilità sociale» con ansia da performance. La conseguente fragilità, dimostrabile in quelle «carenze nell’attività educativa» di cui ha parlato Paolo Di Stefano su «la Lettura» del 6 aprile (#124) a proposito della responsabilità dei genitori, non dipende forse dalla confusione generazionale, che ha scombussolato attese, compiti e doveri?

Spaesamento, insicurezza, isolamento portano a ricercare l’abbraccio possessivo della comunità perduta, rintracciabile, se non nella rete, nel gruppo o nella tribù, secondo l’analisi ancor valida di Michel Maffesoli.
Si assiste così al recupero dei valori positivi della comunità familiare, a fronte delle delusioni incontrate nella società liquida. Gli adolescenti mostrano una rinnovata fiducia nei genitori, superando i conflitti generazionali, come ha rivelato una recente ricerca Doxa del garante per l’infanzia (ne ha scritto Elvira Serra sul «Corriere» del 9 aprile).

La conseguenza più inquietante dello scardinamento dei ritmi imposti dalla modernità è la difficoltà a riconoscersi nella propria generazione. Capita che i coetanei si ritrovino in condizioni diverse e inconciliabili, sia sul piano personale sia su quello relazionale e lavorativo. Si assiste a uno scompenso, come se le persone, indipendentemente dall’età anagrafica, si muovessero su livelli diversi: l’uno impegnato a progettare il futuro, l’altro volto piuttosto a scrutare il passato.

Scombinare le tappe della vita è un segno di vitalità e la dimostrazione che norme etiche basate sulla scansione temporale non hanno più senso. Ognuno cresce in piena libertà, secondo una propria regola personale che può essere intensificata e rallentata, interrotta e ripresa, ripensata e rivisitata. I ritmi di crescita sono divenuti individuali, hanno perso per strada la scansione ossessiva di una temporalità uguale per tutti, si sono per così dire «liberati» degli obblighi rituali che la modernità ha imposto a una società omologata, resa simile a una macchina che marcia compatta verso il domani.

Per questo i miti dei padri possono essere condivisi dai figli e, anziché rifiutati, rivissuti come innovativi.
Ai vecchi miti, per dirla con Dorfles, si accompagnano i nuovi riti dell’eterna giovinezza, che si rinnova a ogni occasione di cambiamento e a ogni scelta di fronte alle sfide della vita.

Carlo Bordoni (www.corriere.it)
http://lettura.corriere.it/debates/non-ci-sono-piu-le-generazioni-di-una-volta/