Fenomenologia della solitudine

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Borgna e Galimberti: “La solitudine dell’anima”

Una Risposta

  1. Da “I miti del nostro tempo”, di Galimberti, Cap. 9 “Il mito della follia”, paragrafo 2 “La follia e le peripezie delle diagnosi psichiatriche”: le testimonianze concesse alla rivista “aut aut” di un uomo e di una donna che sono incorsi nella diagnosi di schizofrenia dal punto di vista del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (Dsm IV), dell’American Psychiatric Association, il testo di riferimento di tutti gli psichiatri del mondo.
    Si evince che i due famosi schizofrenici sono diversi dalla schizofrenia come è descritta dalla psichiatria, che intende il corpo come anima, e non interviene sulle circostanze sociali che influiscono sulla biochimica di ciascun individuo, per comprendere le espressioni individuali e multiformi dei sintomi descritti.

    L’uomo è il drammaturgo Antonin Artaud:

    Ho passato nove anni in un manicomio. […] i manicomi sono da bruciare come ricettacoli di magia nera e io ho visto troppi orrori. […] I medici dei manicomi sono dei sadici coscienti e premeditati, e a quello che mi dirà: “Antonin Artaud, tu sei pazzo”, io gli risponderò: “tu sei il cinico, e non è da un giorno che ti conosco”. Se non ci fossero stati dei medici non ci sarebbero stati dei malati, perché è dai medici e non dai malati che la società è cominciata. Quelli che vivono, vivono dei morti. E bisogna anche che la morte viva, e non c’è niente come un manicomio per covare dolcemente la morte. E tenere nell’incubatrice dei morti. Ciò è cominciato quattromila anni avanti Gesù Cristo, questa tecnica della morte lenta, e la medicina moderna, complice della più sinistra e abietta magia, passa i suoi morti per l’elettrochoc o per l’insulinoterapia per bene vuotare ogni giorno gli uomini dal loro io, e di presentarli così vuoti, cioè fantasticamente disponibili e vuoti, alle oscene sollecitazioni anatomiche e atomiche dello stato chiamato Bardo, consegna dell’equipaggiamento di vivere alle esigenze del non-io.

    ————————————————————————————-
    La donna è la poetessa Alda Merini, in una sua pagina inedita:

    E’ inutile accantonare certe figure che io ho raccolto durante la mia vita asociale cintata da quelle mura che tutti hanno creduto sterili e senza canto. Ci sono anni, in cui la poesia tace, ed è come se la vita si tirasse indietro e dai polpastrelli scompare l’attitudine al tatto, alla materia, al brivido. Sono anni incolori in cui uno si siede a numerare le piastrelle del suo pavimento che gli sembrano rombi infelici rispetto alla sua grandezza.
    Ti parlo di pancacce di legno e intendo dire che queste panche hanno deriso ma hanno anche rivelato i grandi misteri della vita. Queste panche erano alberi, alberi pieni di suoni e di colori, e bastava un poco di fantasia per dimorare in quella grande stanchezza che genera le albe migliori e i figli… sì, i figli non li avresti dimenticati mentre sorgeva la notte, mentre tante anime erano inoperose. […]
    Alle volte ho riso del mio disfacimento e di quello degli altri, delle calunnie e delle magie occulte. E poi come erano ilari certi confini tra il sogno e la realtà. Il delirio, quel cornicione asciutto su cui ho camminato per anni come una sonnambula con le labbra in avanti, ansiosa di un bacio d’amore.
    Oggi devo sempre giustificarmi delle trattorie, e quando mi chiedono “è sola?” dico che siamo in tre, noi due e l’amica ironia, la beffa del poeta contro la vita.

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