Grand Budapest Hotel

Dal 10 Aprile al cinema il nuovo capolavoro di Wes Anderson, visionario regista bohemien

Monsieur Gustave è il concierge ma di fatto il direttore del Grand Budapest Hotel collocato nell’immaginaria Zubrowka. Gode soprattutto della confidenza (e per sua ammissione anche di qualcosa di più) delle sue ospiti “senior”. Una di queste, Madame D., gli affida un prezioso quadro. In seguito alla sua morte il figlio Dimitri accusa M. Gustave di averla assassinata. L’uomo finisce in prigione. La stretta complicità che lo lega al suo giovanissimo neoassunto portiere immigrato Zero gli sarà di grande aiuto.

Il film è dedicato a Stefan Zweig, scrittore austriaco tra i più universalmente noti tra gli anni Venti e Trenta. Animato da un convinto pacifismo si vide bruciare nel 1933 ciò che aveva scritto dai nazisti. È alle sue opere (tra cui un solo romanzo) che il regista ha dichiarato di ispirarsi per questo ennesimo viaggio in un mondo tanto immaginario quanto affollato di riferimenti alla realtà.

Ai quasi immancabili Bill Murray ed Owen Williams (chi non li ricorda ne I Tenenbaum?) si aggiungono altri attori che vanno da Ralph Fiennes a Murray Abraham passando per Tony Revolori, eccellente esordiente e coprotagonista che finisce con il rappresentare la persona costantemente nel mirino di tutti i razzismi (grazie anche al suo volto che è quasi un’assemblaggio alchemico di etnie). Si sorride di gusto e tanto delle innumerevoli avventure, il che non cancella, anzi accentua, la riflessione su quelle frontiere che troppo a lungo in Europa hanno costituito punti di non ritorno per decine di migliaia di persone arrestate e fatte sparire e oggi si ripresentano con altre modalità meno tragicamente evidenti ma sempre fondamentalmente ostili.

Questo film però vuole essere anche, fin dal suo tanto astratto quanto acutamente lieve inizio, una riflessione sull’arte del narrare. E forse sull’arte di essere se stessi, conservando (fino all’ilare paradosso o parossismo!) garbo, stile e buone maniere, anche in un mondo turpe e violento, anche quando un rude, spietato e sanguinoso mercenario sta per farci precipitare in un mortale dirupo. Possiamo verosimilmente supporre che sia il film della maturità di Andreson: senza la minima sbavatura, con un ritmo perfetto, dialoghi ficcanti e irresistibili e una matryoshka mandalica di livelli narrativi e di lettura. Per non parlare della fotografia, dei costumi e delle interpretazioni magistrali.

Massimo Lanzaro