L’arca

La tempesta di primavera ha sconvolto
l’ombrello del salice,
al turbine d’aprile
s’è impigliato nell’orto il vello d’oro
che nasconde i miei morti,
i miei cani fidati, le mie vecchie
serve – quanti da allora
(quando il salce era biondo e io ne stroncavo
le anella con la fionda) son calati,
vivi, nel trabocchetto. La tempesta
certo li riunirà sotto quel tetto
di prima, ma lontano, più lontano
di questa terra folgorata dove
bollono calce e sangue nell’impronta
del piede umano. Fuma il ramaiolo
in cucina, un suo tondo di riflessi
accentra i volti ossuti, i musi aguzzi
e li protegge in fondo la magnolia
se un soffio ve la getta. La tempesta
primaverile scuote d’un latrato
di fedeltà la mia arca, o perduti.

Eugenio Montale

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Una Risposta

  1. Parafrasando con J. Lacan, il commento…

    L’obiettivo del “cecchino di ricordi” è la de-siderazione.
    La libido è rivolta al passato (i fantasmi cadono come in una trappola nel raggio visivo del ricordo: tra inconscio e conscio, Anima è salice e magnolia, è l’arca nella quale si rifugiano e dalla quale con prepotenza il cecchino, il desiderio, impone loro di risorgere per animare il suo mondo, per il quale chiede il riconoscimento assoluto.

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