La Mitologia Indù e il suo Messaggio

Le edizioni Mediterranee ripropongono un’opera di Jean Herbert (1896-1980) studioso che, a partire dagli anni trenta del secolo scorso, si è interessato e ha divulgato in Occidente lo studio del Buddhismo e delle religioni orientali. In Occidente, da Schopenauer in poi, si è conosciuto anche troppo questo fenomeno di interesse di massa per queste religioni, spesso banalizzandole, come ad esempio nel messaggio del tantra vedantico; leggere un libro di questo genere, che possiamo quasi definire classico, è come attingere ad una fonte di seria e sicura preparazione culturale.

Già il titolo, La Mitologia Indù e il suo Messaggio (pag. 131, euro 12.50), ci indica l’approccio dell’autore: descrivere e prospettarci i complessi miti dell’India, dis-velando e dipanando il messaggio che recano. Il volume raccoglie una serie di conferenze tenute da Herbert a Ginevra nel 1949, pubblicato per la prima volta nel ‘53. L’intenzione è indicare, dietro la grande messe di erudizione raccolta da grandi studiosi di Orientalismo, tra cui sir James Woodroffe, la via dell’Induismo, inteso non come evasione, fuga dal qui e ora, ma come metodo per accostarsi e risolvere i problemi fondamentali delle nostre vite.

La vita moderna dell’era della tecnica ci dà insoddisfazione e delusione per ciò che possediamo, da qui il bisogno di una ricerca di qualcosa che ignoriamo ma che desideriamo, lo spasimo a dissetarci alla sorgente stessa della spiritualità. Inizialmente, l’Induismo viene studiato più come una pratica speculativo-filosofica, non come una vera e propria mistica, al tempo quasi un tabù per noi occidentali presi dallo storicismo e dall’idealismo post-hegeliano. Certo, possiamo negare la mistica, ma i mistici esistono, tanto più che in India non c’è alcuna opposizione tra religione-mistica e scienza-filosofia; ogni aspetto di esse è ugualmente rigoroso nella sua applicazione, quanto la scienza ingegneristica o medica. In India la mitologia è viva, ed offre elementi di realtà pratica oltre che strettamente religioso-spirituale.

La mitologia induista costituisce da millenni la base morale e spirituale di una vasta moltitudine di uomini, che attinge da essa in maniera sempre uguale, esulando da ogni considerazione di tipo evoluzionistico che studiosi occidentali potrebbero avanzare. Perché evoluzione, così come noi la intendiamo, non c’è, né si può cercare nel significato autentico dei Veda, in cui si disvela un altro tipo di evoluzione, del tempo ciclico, l’avvicendarsi delle età con le varie fasi del mondo (Yuga), che si ripetono eternamente.

Herbert prende, ad esempio, il mito solare di Sharanyu, la sposa del sole, e ce lo narra nelle sue molteplici declinazioni, con aggiunte e variazioni che offrono un quadro poetico della realtà cosmica. Il Sole, inteso come illuminazione divina del mondo e dell’anima umana, sposa Sharanyu, personificazione della creazione e della manifestazione delle forme, ma essa, incapace di sopportare l’eccessivo ardore dell’astro diurno, si fa sostituire da Chhaya, l’ombra, anche se alla fine si riunisce al suo sposo che ha accettato di attenuare il suo fulgore. Questo mito, come altri, ha un valore educativo e di esempio quanto possono averlo le storie di Plutarco o Porfirio, e non è detto che non abbiano alcun valore di storicità.

Ognuno deve cercare per sé, trovare il suo Dio. Gli dei vedantici sono manifestazioni definite dell’Indefinibile: da Brahman (l’assoluto), attraverso la creazione, discende il mondo e il mito di Sharanyu lo descrive, allo stesso modo di altri racconti.

Un mito affascinante è quello che narra come il mondo sia poggiato su quattro elefanti che simboleggiano la forza fisica apparente, a loro volta poggianti su quattro tartarughe, la forza fisica segreta, simboleggiata dal fatto che si ritirano nel loro guscio; ancora più nel profondo, le tartarughe poggiano su Brahman, l’Ineffabile.

Quanto si può meditare su questo mito, e quanto ci spiega, ben più di ogni teoria cosmologica, in quanto parla alla nostra intuizione. Ci dice come si è passati dall’Indifferenziato alle molteplici forme del mondo, in un movimento che va dall’indeterminato ad una crescente formalizzazione. Ogni mito poi, come petali di un fiore di loto, si aggiunge ad altri, in modo da comporre, pur nella loro apparente contradditorietà, una spiegazione complementare della creazione. Quale teoria del Big Bang o simile ci può dare conto del mistero dell’origine, quanto e più di questi meravigliosi miti?

Il movimento incessante del rapporto tra gli elementi della Trimurti, cioè le tre divinità inscindibili tra loro, ci riporta, oltre alla Trinità cattolica, al pensiero filosofico della dialettica hegeliana, con tesi-antitesi-sintesi. In effetti si può dire che il pensiero sia stato già tutto pensato nell’Induismo. Anche le recenti scoperte fisiche, con la intima identità tra materia ed energia, descritta nella teoria relativistica, sono nient’altro che la scoperta di ciò che già era noto alla speculazione indiana, millenni fa, con mondo-uomini-dei senza personalità distinte, in quel gioco delle forme che è proprio della religione induista.

Per un occidentale, con una mente formata dal pensiero razionale di stampo cartesiano, è estremamente difficile penetrare nella natura delle divinità Indù. C’è un’identità profonda tra esse, come se ognuna fosse una manifestazione dello stesso principio, con un nome diverso; ma il devoto non cerca spiegazioni, è solo consapevole che sia così, che ciascun dio è sempre il Dio unico Ishwara, ma che per necessità di culto, e di pratica religiosa, deve ricorrere alle diverse caratterizzazioni, necessarie per ciascun frangente. È come se la divinità fosse inattingibile nella sua totalità, e l’uomo le si possa accostare solo a piccoli sorsi, per non inebriarsi troppo di una relazione così impari.

Dove si situa l’uomo tra tutti questi dei? È anch’egli partecipe alla divinità, poiché non c’è gerarchia, anche se il vero sapiente non anela ad essere Indra, il dio mitico solare. Non ci sono classificazioni, ossessione dell’occidente. La creazione è ancora in atto, con l’uomo che collabora con il Creatore per realizzarla: prima è apparso il piano materiale, in cui si è poi inserita la vita; poi dalla vita si è manifestato il mentale; infine è preconizzato l’avvento di un ultimo piano, il sovra-mentale. Per noi uomini del XXI sec., non si può fare a meno di volgere il pensiero alla Rete, che oggi tutti ci avvolge.

In effetti, dal 1953, anno di pubblicazione di questa opera, ne è passata di acqua sotto i ponti. La nostra attuale società di consumo è ben più adatta alla spiritualità orientale di quanto lo fosse la società più antica degli anni di Herbert, quasi per una legge di contrappasso. Merito dello studioso è comunque di essere stato un pioniere, ed un maestro, in questo campo. L’insegnamento è sottile: tutto, dei, uomini e mondi sono incessantemente in movimento, impegnati nell’eterna danza di Lila, in qualcosa che per la mentalità occidentale, immersa nel suo schema descrittivo, classificatorio e razionalistico, è inconcepibile. Ma la crisi dell’occidente è così avanzata che, se appunto non uscirà da questo schema, rischierà di essere travolto. E l’Oriente è lì, con il suo messaggio, che ci offre delle opportunità; sta a noi cambiare la nostra visione del mondo per accoglierle e, forse, salvarci.

Mario Sammarone

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3 Risposte

  1. Dal canto 1, Cap. 3

    Verso 25:
    “E alla congiunzione delle due ere, quando quasi tutti i governanti della terra saranno diventati dei predoni, il Signore dell’universo apparirà come l’avatara Kalkì, il devoto, il figlio di Visnu Yasa.”

    verso 26:
    “O brahmana, le innumerevoli manifestazioni del Signore (avatara), oceano di virtù, sono come infiniti ruscelli che scorrono da sorgenti inesauribili.”

    Verso 28
    “Tutti questi avatara sono emanazioni plenarie del Signore Supremo, o emanazioni plenarie di queste emanazioni plenarie. Ma Sri Krsna è Dio, il Signore Supremo nella sua forma primordiale. Ogni volta che in qualche luogo dell’universo gli atei seminano la discordia, il Signore appare per proteggere i suoi devoti”

    Verso 30
    “Il concetto della forma universale del Signore, così come appare in questo mondo, è immagnario; esso ha solo lo scopo di permettere agli spiritualisti meofiti, o d’intelligenza inferiore, di abituarsi all’idea che il Signore possiede una forma. Ma in realtà, il Signore non ha forma materiale”

    (Naturalmente, bisognerebbe rispettare gli accenti e i dettami alla lettera, per essere un perfetto Brahma impersonale.)

  2. “ …. Perché evoluzione, così come noi la intendiamo, non c’è, né si può cercare nel significato autentico dei Veda, in cui si disvela un altro tipo di evoluzione, del tempo ciclico, l’avvicendarsi delle età con le varie fasi del mondo (Yuga), che si ripetono eternamente. ….”

    Ma cos’è, per davvero, uno Yuga?

    … c’è un nesso tra la nostra vita, la nostra ANIMA, e lo Yuga in cui viviamo?
    … è importante sapere in quale Yuga siamo?
    … perché le tradizioni millenarie (non solo quella INDU’) si sono preoccupate di parlarne?
    … il tempo è una linea dritta o circolare?

    Cos’è un Kaliyuga:
    .. un biscotto ipercalorico indigesto?
    … un raffreddore della Terra?
    … una favola per sciamani intontiti dal peyote?
    .. o uno starnuto che interrompe d’improvviso il sogno di Brahma?

  3. …Ma soprattutto siamo certi che ciò che compare lì sia la meta del nostro viaggio, un’opportunità alla quale è necessario prepararsi, e non piuttosto tutto ciò che NON è, visto che la forma è dettata dall’esigenza di ogni yuga e che ci tocca vivere nell’età di Kalì ancora altri 427000 anni e quindi bisogna tornare… a noi, per non rompere un equilibrio tra le forze che interagiscono in quel sistema gravitazionale, che rappresenta la forma originale di Sri Krsna, il cui concetto è espresso da Brahma?

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