Un cuore in inverno

Una pellicola che racconta “perfettamente” la rinuncia ai propri sentimenti

Se nel racconto esiste la perfezione, l’armonica proporzione delle sue componenti, questo è un film perfetto.

Claude Sautet vinse con “Un cuore in inverno” il Leone d’argento al Festival di Venezia 1992. Ispirato alla novella “La principessina Mary” (in Un eroe del nostro tempo, 1840) di Michail J. Lermontov questo è un film delicato ed elegante, una riflessione sull’amore, o meglio un apologo sul suo mistero, i cui raffinati dialoghi sono una sorgente di frasi da incorniciare.

(da qui possibili spoilers)

Il tema del film sembra facilmente identificabile. Stéphane (Daniel Auteuil), un liutaio, non è (apparentemente) in grado di vivere ed esprimere i suoi sentimenti ed emozioni. Eppure tutto sembra, nel suo comportamento precedente, alludere ad una sua attrazione profonda per Camille (Emmanuelle Béart: divina). Quando la donna suonava sembrava che gli occhi di Stéphane vibrassero della stessa armonia che proveniva dal suono della musicista. Sembrava che solo il legame tra lei e l’amico Maxime potesse essere l’ostacolo ad un incontro ormai annunciato con Stéphane. Contro ogni logica (apparentemente) l’uomo rimane imperturbabile, non solo di fronte alla passione amorosa, ma anche alla violenza.

Qualcuno ha scritto che Stéphane è simbolo chiaro di un’organizzazione di personalità che isola o al limite elimina gli affetti perché teme il possibile dolore ad essi associato.

In psicoterapia è un tema che ricorre frequentemente e che non sorprende né come fenomeno né come dinamica profonda: molte persone possono sviluppare una capacità razionale e operativa dotata di grande pregio e pur tuttavia essere molto spaventati quando si sviluppa una qualsiasi relazione emotiva profonda nel rapporto personale; gli affetti vengono allora isolati e rinchiusi in un mondo pressoché impenetrabile, così che una persona può vivere senza però vivere veramente la propria vita con la densità dei propri affetti.

A proposito di Stéphane il regista sembra tuttavia dare una traccia di dubbio, così psicoanaliticamente significativa, da far sorgere l’interrogativo se tale traccia sia stata fornita intenzionalmente, o sia stata indicata inconsciamente, senza avvertirne del tutto l’importanza.

Mi riferisco ad una sequenza narrativa: quando Stéphane rifiuta sorprendentemente l’amore di Camille, la scena termina e cambia. Ci si ritrova con Stéphane che si dirige verso la casa del maestro e della donna che lo accudisce. Qui assiste non visto ad una scena altamente sgradevole. La donna cerca di convincere il vecchio ad accettare le cure per i suoi malanni, ma egli, come un bambino ossessionato dalle cure materne, la scaccia in maniera offensiva (anche lei risulta alquanto soffocante). Stéphane assiste alla scena come un bambino che guarda dal buco della serratura ciò che avviene nella stanza dei genitori. Ed è una scena dove il “padre” lotta per non essere infantilizzato da una “madre” che lo tratta come un bambino. Se poniamo questa scena come lo sfondo della problematica che Stéphane vive nel rapporto con le donne, possiamo trarre qualche lume significativo (semplificando: “se il maestro è finito così, quale destino diverso potrà avere il suo modesto seppur zelante allievo?”). L’immagine della scena primaria, che vive nell’inconscio individuale, quando assume aspetti così profondamente spiacevoli, può causare l’evitamento delle possibilità di sviluppo affettivo nel rapporto con l’altro sesso, quando tale rapporto è troppo associato ad essa, dicono gli autori di orientamento psicodinamico. Camille si propone a Stéphane come un farmaco curativo dei suoi affetti bloccati, lo vuol curare col suo amore, ma egli teme di ridursi come un bambino castrato dalle cure materne. Forse.

In realtà la freddezza affettiva non riguarda (solo?) Stéphane, ma anche (e forse maggiormente) gli altri personaggi significativi: Maxime (patinato e immerso nel suo business), Régine l’agente assistente di Camille (fredda e cinica per lo più), e paradossalmente anche Camille stessa. Di chi è innamorata? Del suo violino e della musica senz’altro. Il violino può anche non funzionare secondo i suoi desideri. Ma allora lo ripara e lo riprende. Quando invece Stéphane tenta una riparazione (“mi sono accorto di aver dentro di me qualcosa di distruttivo”) la sua risposta è: “ormai mi sono svuotata”.  Si accende di passione, ma non tollera che la risposta dell’altro richieda tempi diversi da quelli che da lei sono stati previsti e decisi. Colpisce come in tutto il film manchino spazi per la crescita e l’elaborazione degli affetti che appaiono e scompaiono in modo rapido senza che le voci interiori si esprimano e diano un senso ai comportamenti dei diversi personaggi, ma così viene magistralmente lasciato allo spettatore il compito di intuirli e pensarli in maniera più umana e significativa.

Da questo punto di vista Stéphane appare dal mio punto di vista umanamente più convincente, perché al termine di un tormento interiore così dignitoso da non essere mai rivelato, dopo mesi di sofferenza e introspezione, riconosce la radice della sua difficoltà quando afferma che c’è qualcosa di distruttivo in lui, nel suo modo di rapportarsi alla donna: distrugge per non sentirsi distruttivo e per non dover fare i conti con i molteplici volti dell’attrazione amorosa. Ed è anche l’unico che ha il coraggio di fare quello che il suo maestro voleva: aprire la finestra della sua stanza verso la libertà, il silenzio e la luce.

Massimo Lanzaro

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29 Risposte

  1. …Distrugge per non sentirsi distruttivo…
    Dottor Lanzaro, penso che Stephane, “aprendo la finestra verso la libertà, il silenzio e la luce”, abbia voluto rinunciare anche alla responsabilità verso l’eredità psichica che gli proveniva dal “padre”, nel quale si identifica: se ho capito bene, Stephane distrugge se stesso per non sentirsi distruttivo verso la “madre”, l’unica donna dalla quale lui abbia mai voluto ricevere “cure”?
    E’ come se il passato gettasse la sua ombra sul futuro: allo stesso modo, così come distrugge per non sentirsi distruttivo, intende coscientemente risolvere il complesso di… Orfeo.
    Camille sembra rimanga sullo sfondo come l’ombra di Euridice, che sa di essere svuotata, morta.

  2. Camille ama in primo luogo se stessa e la sua vera passione la musica. Stephane, in una scala gerarchica, viene dopo. Penso che se lo avesse amato veramente in primo luogo avrebbe atteso i suoi tempi, ma soprattutto avrebbe colto la sua unica ‘apertura’ per scaldargli il cuore e fargli capire che lei era li per comprenderlo, comprendere i suoi silenzi, cercare di leggere tra il non detto. Insomma se lo amava sul serio gli avrebbe dovuto dare quell’amore che lui non chiedeva, ma di cui aveva tremendamente bisogno in tutti i modi che erano possibili.
    Quanto a Stephane, penso un uomo cosi’ nasconda una sensibilita’ superiore. Per lui aprire il cuore e’ quasi impossibile, ma sono certa che questo suo modo di essere lo fa soffrire perche’, sia pure per autodifesa, tuttavia si priva della cosa che piu’ desidera: amare. Incintrare un uomo cosi’ ed innamorarsene richiede pazienza e attesa dei suoi tempi, se esiste la possibikuta’ di una corrispondenza. Camille non ha saputo-voluto attendere: lei non lo amava, mentre lui con quell’unica profonda apertura voleva dirgli che la amava..lei non l’ha capito o non le interessava capure! .la risposta di Camille non ha fatto che aumentare la chiusura di Stephane dal mondo.

  3. …”È una musa che ci invita
    a sfiorarla con le dita
    atraverso un pianoforte
    la morte è lontana
    io vivo per lei”… (Da “angolo testi” , Io vivo per lei, una canzone di Gatto Panceri)

    Spontaneamente “spezzo una lancia” in favore di Camille: si accorge di non essere in grado di amare Stephane di un’amore che non sia benedetto dalla Musa, lontano dal quale si sente svuotata. Mi dispiace che Stephane non abbia spettato Camille, che come lui realizza di avere bisogno di amore. Sono convinta che l’amore degli amanti possa trasformare il mondo intero:ma per i nostri protagonisti, invece, succede che uno dei due toglie a se stesso e all’altro la possibilità di crescere insieme: dall’Immagine della scena primaria, infatti, non c’è un poi condiviso. E siccome la libertà di scegliersi è ossigeno vitale per l’amore, Stephane fa una scelta… Che non può essere la stessa di Camille.
    Chi si rivede in Camille e Stephane, giura che preferirebbe osservare questi amanti dal buco della serratura, come qualcosa distante da sé, piuttosto che fondersi come loro riescono a fare per mezzo della musica. Il dolore del disincanto è troppo forte per chiunque. Se non c’è un aiuto esterno.

  4. Pardon, mi correggo:
    …”Mi dispiace che Stephane non abbia aspettato Camille,…”

  5. Cara Valeria, il concetto di “distruttività” nella realtà dovrebbe essere visto anche come scevro da quei fondamenti (naturali o sociali) che le principali scuole psicologiche contemporanee ritengono assoluti, mostrando così, invece, come siano fatti culturali, convenzionali, politici e più genericamente storico-sociali a condizionarne le declinazioni. Sembra comunque che il personaggio di Stephane eviti per non distruggere (precluda a se stesso per non dover gestire le pulsioni distruttive, cosa di cui però giunge ad avere consapevolezza). Ed in effetti c’è in lui anche una latente ma inveterata e paralizzante preoccupazione per il futuro. Come dice Beatrice, sembra che dal canto suo Camille non sia capace di dare margini di tempo, silenzio e pazienza a questo processo di crescita. Il che forse impedisce anche a lei un percorso parallelo (di attesa, introspezione, e sofferenza, insomma tutte cose apparentemente poco funzionali ad una “carriera”) e le consente alfine, tornando con Maxime, “di barattare un po’ di felicità per un po’ di sicurezza”.

  6. (…La bambina che è in me, e che scorge in quella traccia il mito di Pinocchio, si astiene dal commentare la scena (primaria) in cui Pinocchio rifiuta di prendere la medicina dalla Fata.)

  7. …Gia’, l’amore ci fa conoscere all’altro, ma soprattutto attraverso l’altro conosciamo noi stessi. Come scrive Bousquet
    “Ed io non sono che il lato oscuro di una vita in cui la luce e’ coscienza del mio amore”. Se questo vale per ogni tipo di relazione a due, penso – mi permetto una umile considerazone personale – ancora maggiormente nel caso in cui si incontri uno Stephane. Confontrarsi con lui, se ha desiderio e coraggio, apre strade interiori inaspettate, sconosciute portandoci in isole di Anima che non conoscevamo. Si intraprende un viaggio interiore duro, di cui non si conosce l’esito. Cmq vada penso che sia un percorso che, makgrado le sofferenze, se ci si riesce vada portato avanti perche’ ci permette di giungere negli abissi di anima. E’ un amore che porta ad una profonda introspezione, anche perche’ se non proviamo a conoscetci e capirci, non potremmo mai tentare di conoscere e capire l’altro fuori di noi…per quanto e’ umanamente possibile.
    Camille trivava se stessa nella musica, non in Stephane.
    Valeria, penso che e’ difficile capire le mille sfacciettature psicologico-emotive di un rapporto come questo. Quello che mi viene da dire e’ che non sempre si sta dietro il buco della serratura, non si sceglie a volte da che parte stare: ti ci trovi e basta…ed allora, come e’ evidente, e’ tutta un’altra storia.

  8. scriveva Camus ” Nel profondo dell’inverno finalmente ho scoperto dentro di me un’invincibile estate”

  9. “Evita per non distruggere” (preclude a se stesso per non dover gestire le pulsioni distruttive, cosa di cui però giunge ad avere consapevolezza) implica secondo me un percorso di comprensione diverso rispetto a “Distrugge per non sentirsi distruttivo e per non dover fare i conti con i molteplici volti dell’attrazione amorosa”.
    La preoccupazione per il futuro proviene da un condizionamento, prima incoscio e poi consapevole per Stephane, ma che è in effetti, in qualsiasi modo lo si voglia declinare, il motivo per cui decide di “aprire la finestra della sua stanza verso la libertà, il silenzio e la luce”, proprio come voleva il suo maestro. Tutto questo per dirle, dottore, che, per non aver viisto il film, ho capito ora cosa ha visto lei. E rimango per lo stesso motivo dalla parte di Camille, anche se non mi è stato richiesto di schierarmi con chi ammette con se stesso di sentirsi svuotato; forse non è capace di un amore che salva? In fondo nemmeno Stephane voleva un amore così, e nemmeno lui avrebbe potuto rendere felice Camille. Forse. Il forse è sempre d’obbligo, quando è necessario un disimpegno nel “declinare”.
    Grazie, dottore.

  10. Grazie a lei Valeria, per i suoi commenti così arguti e precisi, per aver fornito un nuovo punto di vista e “per essersi schierata”! Mi rendo conto che può sembrare che mi sia invece “schierato” dalla parte di Stephane, eppure sento che non è così. Il mio intento era quello di esprimere un personale dubbio, che rimane tale: ammesso che esista “un cuore in inverno”, come dice il titolo, a chi appartiene dunque?
    A volte la vita è una serie di appuntamenti mancati, e forse bisogna saper accettare anche questo. A volte scrivere e riflettere di qualcosa genera più domande che risposte. E forse va bene così.
    Chi cerca verità assolute non legga noi (o me).
    E a proposito di domande, eccone altre: quante persone come questi personaggi fittizi abbiamo conosciuto nella realtà? Se si trattasse invece (anche) di archetipi? E se chi oggi preclude a se stesso (evita le situazioni) per non dover gestire le pulsioni distruttive, lo fa perché in passato ha già “distrutto per non sentirsi distruttivo”?
    La ringrazio di nuovo e mi auguro che veda il film, che si può reperire in rete lecitamente e facilmente.

  11. Dottore, ho da poco finito di vedere il film… O almeno credo di aver visto lo stesso film, che commenterò servendomi di brani tratti dai dialoghi tra i personaggi più significativi, tutti più che “vivi e vegeti”, secondo me, caratterizzati e accompagnati per tutta la “finzione” cinematografica dalle rispettive passioni. Delle quali Stephane, invece, è lo spettatore, preoccupato più delle conseguenze che tali esternazioni di sentimenti possano avere sul loro futuro… Dunque su di lui si apprende che …

    E’ un artigiano, preciso, solitario, purista del suono. Ha smesso di studiare al conservatorio perchè non gli piacevano i suoni che emetteva: secondo lui è sintomo di mancanza di talento. E’ un solitario, ma non per scelta, e non gli piace parlare di sé perchè non bara con le parole: le parole sono soltanto parole e non si può dare loro troppa importanza. Vuole apparire peggiore di come sembra, perchè sente di non meritare dalla vita troppa attenzione…
    Ma lo smentisce quella che lui mette nello svolgere il proprio lavoro, nel dare “il timbro” giusto all’unico mezzo con cui Camille riesce a rilassarsi e ad esprimere le proprie emozioni con chiarezza…

    E Camille, non riesce ad esprimersi con chiareza con chiunque: la musica l’aiuta in questo, altrimenti sarebbe rimasta nell’ombra. E’ Regine, la sua manager e amica, che l’ha sottratta all’ombra…(ma chi ha detto che è “fredda”?) e dalla quale ora vuole diventare indipendente, proprio adesso che sta per incidere un disco e la tensione si fa sentire…Anche se l’insicurezza, che può apparire severità e determinazione nel conseguire la perfezione nella musica, sono un ostacolo tra lei e il mondo là fuori. Sembra una conseguenza del suo nuovo stato psichico, del quale è spettatore e protagonista per la prima volta Stephane: Camille non è contenta di sé, non le convince quel sol… Camille non riesce a dire bugie. Ed è attratta da come la fa sentire Stephane. Crede di comprendere il perchè dei suoi silenzi: il codice tra i due e unilateralmente verbale…

    Stephane… Stephane… Stephane è disorientato nel senso letterale del termine. Magari potesse restarsene zitto in disparte ad ascoltare i pareri di tutti, perchè tutti sono validi, così “tutto si annulla e non si deve parlare di niente”… Non si rischia niente, stando zitti… Azzittendo le emozioni, la gelosia per Maxime, l’amore per Camille…

    “Volevi creare il caos, volevi il piacere della dissacrazione? Non si possono dissacrare i sentimenti, nessuno può avere tanta presunzione, forse non ti ritieni degno di lei…” dice il maestro a Stephane, che ha umiliato Camille dicendole che quello che lei pensava di aver visto in lui non è amore , ma semplice rivincita sull’amico. Il vincente, il leale, il comprensivo, il positivo Maxime.

    Sul calmo snodarsi e solenne dell’ “esprit de geometric” di Ravel, concludo con le parole del disorientato Stephane, che finalmente ammette troppo tardi: – Ho continuato a concedermi delle proroghe. Ho fallito, distruggo me stesso, non gli altri. –

    Le previsioni prevedevano pioggia. Il vento invece è girato. Per tutti i personaggi, tranne che per Stephane.

    P.S. I love you, Camille!!! 🙂

  12. …”il codice tra i due e unilateralmente verbale…” : il codice è unilateralmente verbale.

    ————————————–

    “Le previsioni prevedevano pioggia. Il vento invece è girato”: lo dice la moglie del maestro, sopravvissuto grazie al suo intervento all’ennesima “crisi”, l’ultima prima di morire, alla quale Stephane assiste apparentemente “imperturbabile”. Dirò che è l’unico che poteva mettere in pratica il desiderio del maestro di “non più soffrire”. E’ così che finiscono anche le pene insondabili e dighitose di Stephane.

  13. Acc… alla folgore!
    “pene insondabili e dighitose”: sta per “pene insondabili e dignitose”

  14. Sautet fu critico musicale per il quotidiano “Combat” (1947-1949): forse da qui la scelta del Ravel più impervio. E la sagacia con cui nel film la musica diventa non contenuto o oggetto, ma contenitore o addirittura culla della psiche di ciascun personaggio..

  15. Dopo aver smaltito l’adrenalina, provocata dall’ entusiasmo di lavorare su un “pezzo” del genere, tenterò una risposta sobria alle domande del dottore. I miei tempi refrattari, ritenuti biblici dagli Impulsivi, sono purtroppo questi, ma non reputo la lucidità di chi è stato testimone in prima persona sinonimo di freddezza affettiva: la libertà deve poter avere quegli occhi e quelle ferite, deve poter avere un senso che abbracci il tutto, dall’esterno, e che ne faccia parte, dall’interno, altrimenti resta soltanto una rispettabilissima opinione, un’illusione, “il sogno”, come definisce Stephane l’archetipo dell’amore.

    Dunque, l’incapacità di Stephane (e molti altri come lui) di reagire ed intervenire nella propria vita come in quella degli altri: crede di essere una nota stonata? Qualcuno glielo ha fatto notare con disprezzo in passato? E se sì, chi è stato a rigettarlo nella solitudine? Non gli piace il suono che “fa” la gelosia, l’indignazione, la frustrazione? Ha imparato a riconoscere quella “nota” negli altri e come evitare che crei confusione, tendendo o allentando le corde… E comunque tirandosene fuori.
    Camille, e come lei tanti altri, è lo specchio al quale Stephane non è più abituato. Il riflesso è impietoso, non pietoso: il suono cambia, in effetti. La “risposta adottiva” è un Anti-Dorian Grey che preferisce invecchiare.

  16. Caro dott. Lanzaro,
    Purtroppo non ho ancora avuto modo di vedere il film, ma i vostri commenti mi hanno aiutato ad avere una visione d’insieme un po’ piu’ completa della storia in questione e delle dinamiche psicologiche in questione.
    Le domande che lei, generalizzando il “caso Stephane”, ha posto in realta’ me le ero posta anche io. Se mi chiede quali risposte mi ero data sinceramente le rispondo che, dopo aver tanto riflettuto, alla fine ho ribaltato la questione e mi sono fatta una domanda nuova: e se in realta’ lo Stephane di turno ch “distrugge per non sentirsi distruttivo”, in realta’ non voglia invece essere distruttivo scientemente per distruggere, distruttivo in ogni rapporto interpersonale che ha intendo. Magari in questa distruttivita’ canalizza vendetta e rabbia, chissa’ derivate da mancanza di amore materno o ferite sentimentali o entrambi. E magari egli tende a voler essere tanto piu’ distruttivo nei suoivrapporti tanto piu’ si specchia nel suo interlocutore di turno. Perche’ specchiandosi vede se stesso, e non si piace…egli sa come e’ o, forse, come la vita lo ha fatto diventare, ma trovare qualcuno in cui specchiarsi significa aver trovato qualcuno che per lui prova dei sentimenti di affetto. Questo per lui non va bene perche’ la sete di vendetta non da margini di perdono, di se stesso in primis. Per cui la rabbia lo possiede sempre di piu’. Tutto sta,forse, nel fatta che i rapporti affettivi che hanno caratterizzato la vita di quest’uomo siano in realta’ stati anaffettivi e proprio la mancanza d’affetto ed il bisogno di riceverne lo hanno reso un lupo solitario. Da cui la totale chiusura a dare affetto a chichesia: del resto chi non ha ricevuto affetto, o e’ statovtradito dagli affetti primari non e’ vero che si porta traumi devastanti?
    Dottore, queste sono solo umili riflessioni…di chi ha conosciuto qualche persona cosi’ e…ha letto nei occhi di costoro la tremenda solitudine in cui vivono e il bisigno d’amore che hanno ma che rifiutano divdare e di ricevere.e per questo stanno tremendamente male dentro.
    Un caro saluto

  17. “quante persone come questi personaggi fittizi abbiamo conosciuto nella realtà? “..
    Infatti direi che da come si consumano i rapporti nel film siano proprio personaggi ‘ideal-tipo’.. Camille passa da una scenata del bar che la vede al quanto scossa a una imperturbabile immersione nella sua carriera di musicista ..e Maxime dal litigio con Stephane alla (presunta?) riappacificazione con l’amico.. come si passa una domenica pomeriggio di brutto tempo a pescare sul lago..

  18. Hillman direbbe che Stephane ha letteralizzato “il sogno” : ha colto l’esteriorità, il suono, e non ha preso in considerazione “la verità simbolica dell’emozione che il sogno ha attivato” perchè lo ha disorientato, immobilizzato. La trasformazione alchemica non è avvenuta perchè ha ucciso il drago invece di attraversare il suo ventre…

    Considero Immagini archetipali le scene in cui sono protagonisti il maestro e sua moglie: Stephane sembra essere il figlio che si è “auto-adottato” (mi si perdoni il neologismo)… Introduco allora un brano tratto dal Seminario “PRENDERSI CURA DELL’ANIMA ATTRAVERSO LE IMMAGINI E L’IMMAGINAZIONE: IL CONTRIBUTO DELLA PSICOLOGIA ARCHETIPICA ALLA PSICOTERAPIA.” (MASSIMO BUTTARINI , RELATORE: ELENA LIOTTA):

    […] Hillman attacca la fantasia eroica della psicoanalisi ortodossa e di tante altre di psicoterapia estremamente attuali per cercare di restituire alla psicologia un Io immaginale che sappia guardare in trasparenza oltre i vari letteralismi che tendono a sottrarre la psiche dalle sue profondità per ridurla ad un mero concetto coincidente molto spesso con la coscienza egoica e unilaterale. Nella sua opera di re-visione della prassi psicoterapeutica, Hillman ritiene che sia indispensabile curare la psicoterapia e la psicologia dal loro complesso materno e che per fare ciò bisogna domandarsi se è davvero l’eroe che libera da tale complesso o se, paradossalmente, non sia l’eroe stesso schiavo della madre tanto che continuamente deve sfuggire dalle sue grinfie intrappolanti. Hillman ritiene che per uscire da questa impasse bisogna superare l’antagonismo tra il figlio-eroe e la madre negativa separando la fenomenologia del puer dal materno e ricollegandolo invece al senex. A riguardo F. Donfrancesco ci ricorda un passo di Hillman nel quale il fondatore della psicologia archetipica scrive che “ il puer è quella dominante archetipica che personifica o è in relazione speciale con le forze spirituali trascendenti dell’inconscio collettivo.

    Donfrancesco continua dicendo che soltanto se l’impulso alla trascendenza è vissuto all’interno del complesso familiare, come tentativo di ridurre i genitori o essere il loro messia, che il puer presenta quel comportamento che gli è abitualmente imputato, perché allora l’aspetto nevrotico oscura il fondo archetipico. Il fine proprio del puer, scrive sempre Donfrancesco, è invece il recupero del Senex e se i fenomeni puer sono interpretati alla luce del complesso materno è appunto il legame del puer con il senex che sarà spezzato e si otterrà proprio quello che più si temeva e si voleva sanare cioè l’ergersi del figlio contro il padre a causa della madre. Inoltre, continua l’autore, se la fragilità e le follie della giovinezza, necessarie in realtà ad ogni impresa al suo esordio, verranno giudicate come un infantilismo derivante dal complesso materno allora verranno distrutte sul nascere le possibilità di trasformazione della nostra psiche e della nostra cultura che, conclude sempre Donfrancesco, rimarranno in balia di un vecchio re senza erede. […]

    un caro saluto

  19. …Dopo aver letto le considerazione fatte da Valeria, mi sono tornati alla mente i centinai di flash-back in cui io stessa ho cercato nei manuali un possibile indizio, una strada che mi illuminasse in modo da potermi sintinizzare sulla stessa frequenza di un qualche Stephane. Devo ammettere che le letture (io, appassionata della materia, ma non addetta ai lavori per essere poi più precisi), mi hanno aiutatto ad avere un quadro d’insieme più chiaro di una certa dinamica psicologica, quella in questione, ma alla fin fine questa era teoria…e nella pratica, le cose non erano proprio allo stesso modo: la cosa era molto più ingarbugliata e complicata. Così ho fatto una sola cosa: ho cercato di capire le sue necessità, i suoi silenzi e rispettare il suo modo di essere ed i suoi silenzi, che poi erano silenzi urlanti di parole. Nel momento in cui ho “umanizzato” le dinamiche psicologiche ho visto qualche altra cosa: ho compreso che uqesti Sthephane, che si ritirano sulla loro torrre d’avorio, che fanno gli eremiti e dicono che vogliono stare soli, in realtà queste sono scelte che si impongono per paura di contatti umani, qualsivoglia contatto affettivo. Preferiscono allontanarsi dal mondo perchè si snetono inadeguati o, forse, la vita – le persone che hanno incontrato li hanno fatti snetire inadeguati. Invece di reagire a queste ferire, essi hanno costruito un muro intorno allla loro persona e chiuso a doppia mandata il loro cuore. Sono interiormente distrutti perchè da una parte si chiudono al mondo ed al futuro, ma dall’altra invece quello che più vorrebbero è proiprio un futuro. Così si cristallizzano in questo “non essere” o “paura di essere” e non vanno ne avanti ne indietro. Penso, e quedta è una mia opinione, che la sofferenza che provano dentro è quanto mai grande, perchè sognano un futuro, ma sono bloccati nella loro gabbia. Pochi solo gli slanci o aperture, che chiamar si voglia, hanno, ma quando le hanno – come Stephane del resto – e proprio queste aperture sporadiche fanno capire quanta invece è grande la lor voglia di vivere…e qui che leggi nei loro occhi la segrete speranza che qualcuno sappia leggere quell’apertura o quei silenzi e in qualche modo li aiuti a scendere dalla torrre d’avorio…anche se poi sono come i gamberi: la paura li assale e spesso tornano indietro. Ci vuole pazienza….e malgrado a volte queste persone non lo dicano o dicano il contrario, quando sentono di essere trattate da esseri umani da qualcuno o di essere amate dentro si accendo una scintilla…di speranza.

  20. Ricercando ho scoperto che alcuni di questi possibili Stephane scendono dalla torre d’avorio soltanto quando hanno la matematica certezza che non dovranno rendere niente in cambio di tanto amore gratuito, che li fa sentire schiavi e che molto probabilmente è il motivo per cui abitano su quella torre. Più tranquillizzanti per loro sono i rapporti stabili con “amiche” occasionali, oppure con “amiche” che non abbiano la pretesa di condividere un sogno, ma soltanto le esigenze della carne. E’ un po’ quello che accade a Camille, che scopre Stephane in compagnia dell’amica bibliotecaria, gli chiede infuriata il perchè si sente a proprio agio con lei e lui le risponde che “con lei è diverso”. Quello che prova per Camille lo immobilizza. Che futuro immagini per loro? Due cuori e un cesto di lumache.

  21. Grazie davvero Beatrice. La riflessione fomenta il mio precedente sospetto che Stephane debba essere trattato in maniera più vicina ad una figura archetipica. Infatti “nella pratica, le cose non erano proprio allo stesso modo: la cosa era molto più ingarbugliata e complicata”. “Nel momento in cui ho “umanizzato” le dinamiche psicologiche ho visto qualche altra cosa: ho compreso che questi Sthephane” (!!)…(..). I modelli di comportamento fondamentali della psiche e le situazioni tipiche della vita non si presentano “allo stato puro”, come nel film, ma “contaminate” dalla storia personale e dai contenuti dell’inconscio personale.

  22. …Chiedo scusa per aver usato l’espressione “cesto di lumache” per indicare la culla della psiche di Stephane, che si riflette sulla testa di Camille come fosse una corona. Certo è che la frustrazione può essere un limite, quel confine che Stephane pone tra sé e l’amore, tra sé e l’altro. Lui lo supera, lo trascende, annichilendo i sentimenti, l’altro ritornando nell’ombra, ritorna in quella “folla cieca, dove la cultura non è privilegio di pochi” : Camille prende forza da qui, perchè dice, “se dentro a quella folla cieca c’è almeno una persona che incontra un’opera che lo emoziona, che forse cambierà la sua vita, è già molto”.

  23. Riflettevo! Penso che tanto amore, gratuito, non renda schiavi i tipi Stephane. Anzi essi si portano le ferite dei non amati, degli incompresi, dei sognatori: per loro essere amati e’ quakcosa a cui sicuramente non sono abituati, che li disorienta pure, ma trovano in quell’amore graruito a cui nulla devono spiegare e che nulla chiede in cambio la loro unica forz. In questo amore donato loro senza se e senza ma, sanno di poter essere se stessi e trovare sempre accoglienza e comprensione. Essi sono schiavi dei loro traumi, della gabbia da cui non riescono o hanno paura di uscire. L’amore che li lascia liberi di essere e li accetta per come sono e’ solo salvifico. Che poi essi non sappiano rucambiare o non lo facciano per paura di soffrire, di nuovo e magari anche di piu’, questo e’ un altro discorso. Probabilmente sono pichi gli Stephane che trovano il coraggio e la forza di scendere dalla torre, e chiaramente se scendono prediligono rapporti superficiali con amichette sempre diverse che non comportano “complicazioni” di alcun tipo. Ma, penso, che loro sanno amare e amino molto piu’ di tante altre persone…solo che nascondono il loro amore a tutti, forse anche a loro stessi…ma sanno amare e vorrebbero amare…e penso che questa loro paura o incapacita’ di esternare sia gonte di altre grandi sofferenze interiori. Purtroppo, la vita o/e le persone che hanno incontrato li hanno resi schiavi delle loro Ombre, ecco il nicciolo del problema. Non sempre e non tutti riescono a combattere le proprie ombre, soprattutto ad ammetterle di averle, riconoscerle conditio sine qua non per affrontarle.
    Mi sia concessa la difesa di questi cuori feriti e sofferenti, di queste anime lacerate, nelle quali – nei pochi momenti di apertura – ho trovato una sensibilita’ ed un altruismo prima sconosciuti, nonche’ una profondita’ straordinaria.

  24. Sì, Beatrice dei non amati, degli incompresi, dei cuori feriti e sofferenti: accettare Stephane per quello che è diventato significa anche non chiedere e accettare i suoi silenzi, come fanno tutte le persone che gli sono amiche. Tranne Camille, di cui lui si innamora. Sì, Beatrice, non tutti gli Stephane si sentono schiavi di insistenti elargizioni d’amore gratuito. Ma prima o poi guarda il film per contestualizzare e dare dei confini a questo Stephane per comprendere anche il personaggio di Camille. Tutti i personaggi del film hanno una profondità straordinaria. Sembrano accoppiati come tono e semitono, luce e ombra: Maxime e Stephane, Camille e Regine, il maestro e la moglie. E’ musica sentirli dialogare tutti tra loro. La “musica” più significativa l’ho sentita nei dialoghi tra il maestro e Stephane, tra il maestro e la moglie, tra Camille e…Camille, anche se stava con Stephane, tra Regine e Maxime, preoccupati di Camille..

  25. Per essere precisi il Film è intitolato: ” L’ inferno dela figlia di Stephane”.

  26. Il film ” Un cuore in inverno “, ho saputo che non finirà la sua storia, nel 1992, ma, ci sarà un proseguimento… . Prof. Lanzaro, non lo sa ?

    In questi giorni stanno girando un nuovo thriller, con un nuovo regista, il film, è sempre fondato sull’ ‘ atmosfera, ” Un cuore in inverno “, però cambierà il contenuto e il titolo, tuttavia la crudeltà sarà sempre il cuore del film.

    il film sarà intitolato : ” L’ INFERNO DELLA FIGLIA DI STEPHANE ” .

    Nel film, ci sarà la presenza di un criminologo, per spiegare, l’ anima indiavolata e posseduta, di questa legittima figlia di Stephane.

    Certo, mi dispiace per il prof La Porta, buona sera Prof, raccontare il film, prima che esca, nelle sale cinimatografiche. non è onesto.

    Lo ammetto, però uno strappo si può fare.

    Nel thriller, ci saranno grosse novità… , la verità è sorprendente…, l’ anima di Stefanucccccio, risulta sana rispetto alla cattiveria della figlia… .

    Dott. Lanzaro, lei che sa spiegare, con raffinata onestà, eleganza e profondissima conoscenza il pensiero, l’ intreccio e la turbe psiche dei suoi pazienti, le consiglio, di vedere il nuovo film.

    ” L’ INFERNO DELLA FIGLIA DI STEPHANE ” Grazie dott..

    Tantisssssssimi saluti al Prof. La Porta e alla sua preparatissssssima redazione, MIGLIORE, IN ASSOLUTO, IN TUTTA L’ EUROPA.

    A presto cariiiiiii, amiciiiii, del blog, nessuno escluso.

    Da parte mia non ho nessuna inimicizia, ma scherziamo?

    Questa casa è l’ isola delle vacanze e dei sogni…. . Sai quante donne escono incinte, ogni anno ? Nessuna ! Sono tutte vecchie !

    Gabriele ogni mattina viene all’ isola delle sirene e dei poeti, con l aereo privato e personale. Una volta mi ha dato un passaggio, c’ era anche Rafeluzzzzzu, che parlava al telefonino, con gli abitanti di Saturno, Giove, insomma da quelle parti lì…. .

    Gabriele, si è incazzato, perbacco, aveva ragione, perchè gli aveva detto, di non accendere il telefono sull’ aereo.

    Però poi l’ ha perdonato.

    Il prof La Porta ha un cuore grande e la sua anima è portata a perdonare, anche i nemici, questa è la sua forza, questa è la sua magia, che cela il coraggio, dei grandi uomini della storia.

  27. Concludo con : “Ducunt fata volentem, nolentem trahunt” – Il fato conduce chi lo segue, trascina chi gli resiste; …

    […] E’ universalmente risaputo infatti che ci si può creare l’infelicità anche nel chiuso della propria mente, pur essendo questo assai difficile da capire e attuare veramente. Si può rimproverare al proprio partner la mancanza d’amore, accusare il superiore di malafede e rendere responsabile il tempo del nostro raffreddore, ma come si fa a diventare giorno dopo giorno avversari di noi stessi?…

    […] Quello che ci cagionarono Dio, mondo, destino, natura, cromosomi e ormoni, società, genitori, parenti, polizia, insegnanti, medici, capi o soprattutto amici, è talmente grave che la minima insinuazione circa il poter fdorse fare qualcosa contro tale condizione è già di per sé un’offesa. E inoltre manca di scientificità. Qualsiasi testo di psicologia ci dice quanto la personalità sia determinata dai fatti accaduti nel passato, soprattutto nella prima infanzia. Del resto, ogni bambino sa che ogni cosa accafuta lo è per sempre. Ciò spiega tra l’altro la brutale serietà (e la lunghezza) delle relative indagini psicologiche. Dove si andrebbe a finire se un numero crescente di persone si convincesse che la loro condizione è disperata ma non seria? Si consideri soltanto l’esempio ammonitore dell’Austria, il cui vero inno nazionale, anche se si continua a negarlo, è la simpatica canzone O du lieber Augustin, alles ist hin (O mio caro Agostino, tutto è finito).
    Nei rari casi in cui, senza il nostro intervento, il libero corso delle cose ci ricompensa del trauma subito o del rifiuto del passato, e ciò che desideriamo ci cade gratuitamente tra le braccia, la persona esperta non si perde d’animo. La formula “ora è troppo tardi, ora non lo voglio più” le permette di restarsene inaccessibile nelle isolate stanze della sua indignazione e di impedire che le ferite infertele dal passato giungano a guarigione con delle zelanti leccate.
    Ma il non plus ultra, che indubbiamente presuppone la genialità, consiste nel rendere responsabile il passato anche del bene, a tutto vantaggio della presente infelicità. Esempio ineguagliabile di questa variazione sul tema è la storica frase pronunciata, a quanto pare, da un lavoratore di porto di Venezia, quando gli Asburgo lasciaronoquesta città: “Maledetti gli Austriaci, che ci hanno insegnato a mangiare tre volte al giorno!” […]
    Come Paul Watzlawick insegna.

  28. Caro Inno, grazie per la segnalazione. Tanti saluti anche da parte nostra. Gabriele è appena atterrato e sta scendendo dall’aereo. Ti saluta anche lui. Con affetto.

  29. Spero che nella continuazione del film mantengano intatti i dialoghi tra la madre, custode dei silenzi e dei desideri rimossi, ma tanto rimossi che nessuno, neppure il figlio stesso sa che cosa vuole, e la nuora, che vuole invece forzare quel sepolcro del figlio. In tutti i sensi.

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