Cercare se stessi

Non cercarti fuori di te”.

Persio

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18 Risposte

  1. Solo quando ho intrapreso quel viaggio dentro me, ho cominciato a capire chi ero, cosa mi nascondevo, cosa provavo. Ancora oggi navigo nei mari della mia anima, so chi ero oggi, chi sono lo scopro solo vivendo gli attimi…e’ duro conoscerci perche’ spesso non eravamo come ci immagonavamo! Solo conoscendomi, posso tentare di entrare in contatto con l’altro che incontro nel mio cammino e cercare di capirlo…anche se capire chibamiamo, malgrado gli sforzi e l’impegno, e’ qualcosa di assai difficile. Amare e’ anche tentare questa impresa…non sempre ci riusciamo, ma penso che bisogna sempre provarci. Del resto l’altro modo per conoscerci, necessario quanto quello appena enunciato da Persio, e’ quello di specchiarsi negli occhi di chi amiamo. Entrambi sono necessari per conoscere chi siamo veramente

  2. Sei tu
    di P. Coelho

    Mi spingi oltre i miei limiti
    e sento di vivere appieno la mia stessa vita,
    in te ho incontrato me stesso
    e ho guardato oltre,
    oltre ogni inimmaginabile limite.
    Ho guardato nel profondo dei tuoi occhi
    cercando di comprenderti
    ma, ho visto tutto quello che di me
    mai avrei voluto vedere.
    Ho visto la mia fragilità e la mia insicurezza
    i miei sensi di colpa e i miei complessi
    le mie paure e la mia insofferenza
    ho visto le mie tenebre e i miei demoni
    allora, ho guardato ancora oltre
    e nel profondo del mio cuore, un mare in tempesta,
    un oceano immenso dove tuffarsi e perdersi
    e lì nel profondo della mia anima ho compreso!
    Ho provato piacere e orgoglio
    nel capire quello che oggi provo
    nel sapere chi oggi sono veramente
    adesso so che amo le cose belle
    so che amo tutto quello che la vita mi offre
    e una di quelle sei tu.

  3. L’Occidente allo specchio…: riuscirà a trovare lo straniero che alberga in lui e ad andargli incontro?…!

    Da “L’Impero dei segni” di Roland Barthes:
    MILIONI DI CORPI

    Un francese (salvo se si trova all’estero) non può classificare i volti francesi; senza dubbio percepisce delle forme famigliari, ma gli sfugge l’astrazione di questi volti ripetuti (alla cui classe lui stesso appartiene). Il corpo dei suoi compatrioti, indistinguibile in una situazione quotidiana, rappresenta una lingua che egli non può riferire a nessun codice; il déjà vu dei volti non ha per lui alcun valore intellettuale; la bellezza, quand’egli l’incontra, non rappresenta mai, per lui, un’essenza, il vertice o il compimento di una ricerca, il frutto di una maturazione intelligibile della specie, ma semmai soltanto un accidente, un’eccezione dell’insulsaggine, uno scarto nella ripetizione.
    Contrariamente, questo stesso francese, se intravede un giapponese a Parigi, lo percepisce sotto la pura astrazione della sua razza (sempre ch’egli non individui in lui, semplicemente, un asiatico); nel complesso di questi rari esempi di corpi giapponesi egli non ha la capacità di introdurre alcuna differenza; anzi, dopo aver unificato la razza giapponese sotto la categoria d’un unico tipo, egli confronta abusivamente questo tipo all’immagine culturale ch’egli ha dell’uomo giapponese, quale lo ha costruito a partire, non tanto dai film (perchè questi film non gli hanno proposto che dei personaggi anacronistici, contadini o samurai, che appartengono più al sistema “film giapponese”, che non al Giappone) ma da alcune fotografie di giornale, da qualche documento d’attualità. E questo giapponese archetipo è abbastanza deludente: un essere minuto, con gli occhiali, senza età, abbigliamento compito e incolore, piccolo impiegato di un paese gregario.
    In Giappone tutto ciò cambia: l’inesistenza o l’eccesso di codice esotico, ai quali è condannato in patria un francese in preda allo straniero (e che non riesce a trasformare in strano) si assorbe in una nuova dialettica della parola e della lingua, della serie e dell’individuo, del corpo e della razza ( si può parlare letteralmente di dialettica, perchè ciò che vi si disvela all’arrivo in Giappone, d’un solo e ampio colpo d’occhio, è proprio la trasformazione della qualità con la quantità, del piccolo funzionario in esuberante diversità). La scoperta è miracolosa: le strade, i negozi, i bar, i cinematografi, i treni dispiegano l’immenso vocabolario dei volti e dei profili, in cui ciascun corpo (ciascuna parola) non significa che se stessa e rinvia purtuttavia ad una classe; così si prova ad un tempo la voluttà d’un incontro (con la fragilità, l’individualità) e l’illuminazione di una tipologia (il felino, il paesano, il tondo come una mela rossa, il selvaggio, il lappone, l’intellettuale, il tonto, il lunare, il raggiante, il pensieroso), fonte d’una felicità intellettuale, poichè finalmente quello che sembrava inclassificabile trova la sua classificazione. Immersi in questa popolazione di cento milioni di corpi (si preferirà questo computo, piuttosto che non quello delle “anime”), si sfugge così alla doppia insulsaggine della differenza assoluta, che non è alla fin fine che ripetizione pura (è il caso del francese al cospetto dei suoi compatrioti) e della classe unica, privata di ogni differenza (è il caso del giapponese, piccolo funzionario come si crede di concepirlo in Europa).
    Tuttavia, qui come in altri sistemi semantici, il sistema ha un valore proprio grazie ai suoi punti di fuga: una tipologia s’impone e nondimeno i suoi individui non si trovano mai l’uno accanto all’altro; ad ogni popolazione che il luogo pubblico vi svela, analogo in ciò alla frase, voi afferrate dei segni individuali ma conosciuti, dei corpi nuovi ma virtualmente ripetuti; in una simile scena, non si tratta mai , nello stesso tempo, di due tonti o di due raggianti, eppure sia l’uno che l’altro si ricongiungono ad una stessa cognizione: lo stereotipo è eluso, ma viene preservato l’intelligibile. O ancora – altra fuga del codice – si scoprono combinazioni inattese: il selvaggio e il femmineo coincidono, come il liscio e lo scarmigliato, il dandy e lo studente eccetera, producendo, nella serie, delle distinzioni nuove, delle ramificazioni ad un tempo chiare ed interminabili. Si direbbe che il Giappone impone la stessa dialettica sia ai corpi che ai suoi oggetti: guardate ad esempio il reparto dei fazzoletti in un grande magazzino: innumerevoli, ognuno dissimile dall’altro eppure non producono nessuna intolleranza alla serie, nessuna sovversione all’ordine costituito. Oppure ancora gli Haiku: quanti sono gli haiku, nella storia del Giappone? Ripetono tutti la stessa cosa: la stagione, la vegetazione, il mare, il villaggio, le sagome, eppure ciascuno a modo suo rappresenta un avvenimento irriducibile. O ancora i segni ideografici: logicamente inclassificabili, poichè sfuggono ad un ordine fonetico arbitrario ma limitato, dunque memorabile (l’alfabeto) eppure classificati nei dizionari, dove rappresentano – ammirevole presenza del corpo nella scrittura e nella classificazione – il numero e l’ordine dei gesti necessari alla traccia dell’ideogramma che determinano la tipologia dei segni.
    Così i corpi: dal momento che i giapponesi (non gli asiatici) formano un corpo generale (ma non glòobale, come si crede di lontano), tuttavia una vasta tribù di corpi differenti, in cui ciascuno si riferisce a una classe, che sfugge, senza disordine, verso un ordine interminabile; in una parola: aperti, all’ultimo momento, come un sistema logico.
    Il risultato – o la messa in gioco – di questa dialettica è il seguente: il corpo giapponese si spinge fino all’estremo della propria individualità (come il maestro zen, quando inventa una risposta stramba e sviante alla domanda seriosa e banale del suo discepolo), ma questa individualità non può essere compresa nel senso occidentale: essa è depurata di ogni isteria, non cerca di fare dell’individuo un corpo originale, distinto dagli altri corpi, vinto da questa febbre promozionale che investe tutto l’Occidente.
    L’individualità non è qui chiusura, teatro, superamento, vittoria; essa è semplicemente differenza, rifratta, senza privilegi, di corpo in corpo. E’ per questo che la bellezza non si definisce qui, alla maniera occidentale, come una singolarità inaccessibile: essa è ripresa qui e là, corre di differenza in differenza, distribuita nel grande sintagma dei corpi.

  4. “ Vivere è un’opera d’arte.
    Al termine di un ritiro in California un artista mi chiese:
    -Qual è il modo più utile di guardare un fiore ai fini della mia arte? – Risposi: – Con questo atteggiamento non sarai mai in contatto con il fiore. Abbandona tutti i tuoi progetti, e resta con il fiore senza alcuna intenzione di sfruttarlo o di ricavarne qualcosa -.
    La stessa persona mi disse:
    – Vorrei trarre profitto dalla compagnia di un amico -.
    Naturalmente è possibile trarre profitto da un amico, ma un amico è qualcosa di più che una fonte di profitto. Essere con un amico senza pensare di chiedere appoggio, aiuto o consiglio, è un’arte.
    Guardare alle cose con l’intenzione di ricavarne un utile è considerato normale. E’ il cosiddetto pragmatismo, per cui si dice che la verità paga. Meditare per raggiungere la verità ci sembra un buon investimento.
    In meditazione ci fermiamo, e guardiamo in profondità. Ci fermiamo semplicemente per esserci, per essere con noi stessi e col mondo.
    La capacità di fermarsi permette di vedere, e vedere aiuta a capire. Pace e felicità sono il frutto che ne deriva.
    Per poter essere veramente con un amico e con un fiore bisogna padroneggiare l’arte di fermarsi.
    Come si può portare la pace in una società che è dedita alla ricerca del profitto? Come fare del nostro sorriso una fonte di gioia, più che una semplice manovra diplomatica?
    Quando ci rivolgiamo un sorriso, quel sorriso non è diplomazia; è la prova che siamo autentici, che siamo pienamente padroni di noi stessi. Possiamo scrivere una poesia che parli di fermarsi, di “senza scopo”. Di lasciarsi essere. Possiamo dipingere un quadro su questo tema? Tutto ciò che facciamo è poesia o pittura, se lo facciamo con la consapevolezza. Coltivare lattuga è poesia. Andare al supermercato può diventare un quadro.
    Quando non ci preoccupiamo di stabilire se una certa cosa è o non è un’opera d’arte, se semplicemente agiamo attimo per attimo con calma e consapevolezza, ogni istante della nostra vita è un’opera d’arte. Anche quando non dipingiamo e non scriviamo, stiamo sempre creando. Dentro di noi c’è bellezza, gioia e pace, e stiamo rendendo più bella la vita di molte persone.
    A volte per parlare d’arte è meglio non chiamarla Arte. Se agiamo con coscienza e integrità, la nostra arte fiorirà, e non ci sarà bisogno di parlarne.
    Quando sappiamo “essere” pace, scopriamo che l’arte è un mezzo splendido per condividerla. L’espressione arriverà, in un modo o nell’altro, ma ciò che conta è essere.
    Quindi dobbiamo tornare a noi stessi, e quando dentro di noi ci saranno gioia e pace, le nostre creazioni saranno del tutto spontanee e daranno al mondo un contributo positivo”.

    (Thich Nhat Hanh)

  5. Perle dagli amici del blog:

    Ha detto il Ghéron (il monaco Paisios del monte Athos) : – Quando la discussione è spirituale non mi stanca. Il problema comincia quando si fanno tante domande senza senso. Se gli uomini che le fanno fossero illetterati, allora si giustificherebbero. Si tratta però di scienziati che mi chiedono, ad esempio, qual’è il rapporto tra lo spazio ultraterreno e la coscienza dell’uomo. Tira tu le conclusioni! A questi uomini di solito dico: “Ho il caffè pronto e due scatole di aspirine. Sedetevi all’ombra e a poco a poco risolveremo il problema”. In questi casi occorre sia il caffè che le aspirine… Al contrario, una volta sono rimasto sveglio per tre notti di seguito: eppure non mi sono stancato. Ma quando capita qualche discussione con uomini di cultura solo esteriore, senza profondità e interessi spirituali, allora essi mi provocano il mal di testa con le loro domande. Questo è ciò che mi stanca –

  6. “.. un giorno il venerabile Malunkyaputta rivolse una lunga serie di domande al Buddha come: “Il mondo è eterno o non eterno? La vita e il corpo sono la stessa cosa o due cose diverse? Il Perfetto esiste o non esiste dopo la porte?”.
    Il Buddha rispose; “O Malunkyaputta, è come quando un uomo viene colpito da una freccia avvelenata. I suoi amici chiamano un medico, ma il ferito dice: ‘Non mi farò togliere questa freccia finchè non saprò il nome e la famiglia dell’arciere, se è di statura alta o bassa, se ha la pelle di colore nero, scuro o dorato, dove abita, come sono fatti arco e corda, di che materia è esattamente la freccia e con le penne di quale uccello è fatta’. Quest’uomo, Malunkyaputta, morirebbe prima di venire a sapere tutto questo”.

  7. ..correzione..

    “… Il Perfetto esiste o non esiste dopo la morte?”….

  8. Forse, Valeria, dimentichiamo troppo spesso che tutto e’ relativo. Magari cio’ per non ha senso, per chi scrive o per altri un senso lo ha! Magari si e’ sintonizzati su frequenze diverse!

  9. …e poi nessuno deve giudicare nessun altro. Nessuno ha in se la perfezione assoluta e l’onniscienza. Ognuno ha il proprio modo di Fare Anima, e questo va assolutamente rispettato, mai giudicato…punto e basta!

  10. Mi chiedo, cercare se stessi, cosa vuol dire ? Stare bene, avere successo, non aver problemi ? Oppure significa un’ altra cosa ?

    IL PROBLEMA DELL’ UOMO E DELLA VITA E’ CIO’ CHE HA SCRITTO, PERSIO.

    QUALCUNO, NELLA STORIA, HA TROVATO SE STESSO ?

  11. … Mah, sto riflettendo…
    Io, prima di togliere la freccia, farei una rapida auto-analisi balistica per escludere che “abbia colpito da lontano” o che ” abbia colpito lontano”… Nel caso non provenga da Artemide (hekaté), né da Apollo (hékatos), sarà stata certamente colpa di Ecate, “la madre spirituale”, che intendeva spronarmi. Cerebrale come sono, in questi casi, mai sospetterei che quella freccia potrebbe essere una benedizione di Eros e che “M’ha fatto schiavo una ragazza vile assai, ciò che nessuno dei nemici mai potè”. ( 🙂 )

  12. Caro Inno, ognuno fa una sua personale ricerca. Per quanto mi riguarda, cercare se stessi è un lavoro interiore continuo, significa non tradire i propri principi e perseguire quello che la nostra vera natura ci invita a fare. Un abbraccio.

  13. …E questa… questa sulla Conoscenza che è soggetta al flusso del divenire:

    Un tempo il Buddha dimorava in un villaggio dei Kuru di nome Kammassadhamma. Il venerabile Ananda lo raggiunse e gli sedette accanto. Quindi gli disse:
    “Signore, è straordinariamente difficile capire l’origine da cause precedenti. Eppure a me riesce facile”.

    ” Non dire così, Ananda. Poichè è molto difficile. Senza la comprensione e l’approfondimento di questa dottrina, non si può sfuggire al ciclo delle generazioni, al flusso doloroso delle nascite, che sono come una matassa aggrovigliata.
    C’è una causa della morte e della vecchiaia? C’è, Ananda. Ed è la nascita. E da cosa è causata la nascita? Dall’esistenza. E qual è il presupposto dell’esistenza? E’ l’attaccamento, Ananda. E da cosa è causato l’attaccamento? Dalla sete. E la sete? Dalla sensazione. E la sensazione? Dal contatto. E il contatto, a sua volta, è causato da nome e forma, e nome e forma si originano dalla vinnana, la normale coscienza. E la normale coscienza nasce da nome e forma.
    Ecco, Ananda: come nome e forma causano la coscienza elementare, ed essa causa nome e forma, e di qui si originano in una catena contatto, sensazione, sete, attaccamento, esistenza, nascita, vecchiaia e morte. E quindi angoscia, lamento, sofferenza e tutto il complesso del dolore.
    Se non vi fosse più nascita, Ananda, se non nascessero più gli dei dei cieli, né i Ghandhabba e gli Yakka nei lòoro regni (dei di rango inferiore), né gli spiriti nè gli uomini né i quadrupedi nei lòoro regni, né gli uccelli e i serpenti o questi e quegli esseri, Ananda; se ovunque non vi fosse più nascita, si sperimenterebbero ancora la vecchiaia e la morte?”

    “Certamente no, signore”.

    “Perchè la nascita, Ananda, è alla radice di vecchiaia e di morte. ma la nascita, a sua volta, è causata dall’esistenza. Se ovunque non vi fosse più esistenza, se cessasse l’esistenza passionale (quella degli uomini e degli animali), e l’esistenza formale (quella degli inferiori a Brahma), avremmo ancora la nascita?”

    “Certamente no, signore”.

    “Ma la causa dell’esistenza è l’attaccamento. Se non vi fosse più attaccamento: attaccamento alla passione, ai rituali, alle opinioni, all’affermazione di sé. Ecco, se l’attaccamento sparisse, avremmo ancora l’esistenza?

    “No di certo, signore”.

    “La causa dell’attaccamento, però, è la seta, Ananda. Ecco: se anche la sete sparisse? La sete di forme, intendo, e di suoni, di odori e di sapori; la sete di cose e di pensieri, avremmo ancora l’attaccamento?”

    “Certamente no, o signore”.

    “Ma, come sai, è la sensazione a causare la sete. Se nessuno provasse più sensazioni: quella dell’occhio e dell’orecchio, quella della lingua e del naso, quella del corpo e della mente, proveremmo forse ancora la sete?”

    “Certamente no, signore”.

    “Così, Ananda, la sensazione è origine della sete, che causa la ricerca e la ricerca l’assunzione compiaciuta di beni, e l’assunzione compiaciuta di beni il gradimento, e il gradimento il desiderio turbante, e via via la catena del possesso, della proprietà, dell’avarizia, dell’accumulare tesori, dell’armarsi di mazza, di spada e di guerra per conquistarli, e della conquista, del litigio, della calunnia, della menzogna e di molte cose torbide. ma se nessuno volesse più accunulare tesori, Ananda, vi sarebbero forse armi, guerre, litigi, calunnie e nolte altre cose torbide?”

    “Certamente no, signore”.
    (…)
    “Così, Ananda, queste due dottrine sono entrambe ricondotte alla sensazione. Ma la sensazione è originata dal contatto. Ecco, se ovunque non vi fosse più contatto: quello dell’occhio, cioè, e dell’orecchio, quello del naso, della lingua, del corpo e della mente, avremmo ancora la sensazione?”

    “No di certo, signore”.

    “Ma, come sappiamo, nome e forma sono il presupposto del contatto. E la facoltà di nome e forma viene da certi attributi, da certi organi, da certi fenomeni e da certe espressioni. Ma se questi attributi, organi ed espressioni cessassero di agire, sperimenteremmo ancora il contatto?”

    “Certamente no, signore”.

    “Il presupposto di nome e forma, però, è vinnana, la coscienza elementare. Se vinnana non si introducesse nell’utero della madre, avremmo ancora nome e forma?”

    “No di certo, signore”.

    “Ma a sua volta vinnana, la coscienza elementare si origina da nome e forma; se vinnana non trovasse supporto in nome e forma, avremmo forse il futuro, la nascita, la vecchiaia, la morte, il dolore, l’angoscia, l’esistenza?”

    “Certamente no, signore”.

    “Proprio così, Ananda. Si nasce, si invecchia, si muore, si trapassa, si risorge. E in conseguenza di questo si sviluppa l’interpretazione, la logica, il processo delle idee e della conoscenza. Proprio così anche la conoscenza è soggetta al flusso del divenire”.

  14. Beatrice, non capisco a quale mio post ti stia riferendo. Premetto che a me piace “citare” le opinioni con le quali non sono in sintonia, per fare una pausa da me stessa e dalla mia intermittente logorrea psichica.

  15. Caro Luigi,

    trovo naturali i tuoi quesiti…me li sono posta e riposta io stessa un’infinità di volte. Che significa trovare o cercare se stessi?…alla fine la vita, le mie vicende personali e interiori mi hanno portato a darmi una spiegazione simile a aquella di Gabriele.
    Anche per me la cercare me stessa èp un viaggio continuo, a volte sfiancante, altre sorprendente, altre ancora pieno di gioia o di dolore, dio lacrime o preghiere e di un’infinità di tante altre cose….tutte però con un minimo comun denominatore: cercare me stessa significa seguire gli impulsi che vengono dal mio cuore, cercare di agire per la realizzazione dei miei sogni, dare amore quando e come posso a tutti, in particolare a chi mi è caro…..anche per me significa non tradire la mia vera natura e cercare sempre di tenere aperto quel dialogo interiore con la mia Anima senza il quale non saprei chi sono…ed inoltre mi cerco nelle emozioni e nei sentimenti che provo, o nelle pagine bianche che spesso riempo di versi sulle confessioni di quelle parti più segrete di me…che pochi conoscono.
    un abbraccio pieno d’affetto

  16. Di mattina spesso incontro, nello stesso punto di una strada centrale della mia città, un signore di 60 anni circa, che indossa abiti dignitosi ma logori. Egli augura il buon giorno ai passanti, .. senza aggiungere altro.
    Pochi giorni fa, verso sera, incrociai un uomo anziano, ben vestito: sembrava parlasse più con se stesso mentre mormorava a mezza voce “sono una persona per bene … Mi hanno staccato la luce!”. Dopo averlo superato mi guardai attorno, ma non c’erano altre persone oltre a me.
    E’ da un po’ di tempo che all’ingresso della funicolare, un altro anziano attende .. in silenzio .., ma qualche volta accenna anche ad una timida richiesta di aiuto.
    Domenica scorsa è la volta di un signore sotto la settantina, stretto nel suo cappotto scuro, sdrucito, bavero alto, in ginocchio in un angolo di un’altra centralissima strada; lo sguardo piegato verso terra, mani e fronte corrose dai geloni, a tratti malamente coperti con cerotti di fortuna. Sguardo apparentemente perso nel vuoto mentre la pioggia sembra scivolargli addosso senza bagnarlo.
    Potrei continuare …

    In funicolare entra una donna, accento dell’est, con bambina al seguito, di quelle che si vedono in molte città: dichiara con voce squillante di aver bisogno di aiuto economico per i figli, ché la guerra …. Benedice tutti, fa il rituale giro di questua e cambia carrozza.
    Meno di un chilometro e incontro, davanti ad una delle chiese principali, appollaiati sui gradoni, giovani clochards avvolti in sciarpe lunghe che parlottano tra loro; alcuni si riscaldano bevendo birra, altri suonano il flauto, mentre uno di loro in elegante italiano chiede qualche spicciolo ai passanti.
    Prima di rientrare incrocio un ragazzo avvolto in un mantello arancione, testa rasata, movimenti calmi e lenti, qualche tocco di pittura gli colora il centro della fronte e mostrando una scodella, con sguardo sereno. chiede sorridendo l’elemosina.
    Potrei continuare …

    E da un po’, molto, troppo tempo che ogni giorno il quotidiano presenta tre tipi di argomenti: la crisi economica, il nuovo elenco di VIP indagati per corruzione, l’urgenza di una riforma della legge elettorale e le zuffe in Parlamento. Mentre dalle pagine interne, trapela il mutismo di un cultura che timidamente si guarda indietro aggrappata alle proprie radici storiche, ma smarrita nell’analisi di ciò che oggi ci sta accadendo.

    Allora ripenso alla città di Melania, e
    .. preferisco ancora Zora.

  17. Nobilissimo Gabriele, sono d’ accordo con te, la ricerca interiore è continua e senza sosta. Un abbraccio.

  18. Da Tempo volevo riportare questi pensieri meglio ricordi dato che il libro stesso ha per titolo come parecchi di voi conosceranno, per l’appunto ” Ricordi, Sogni Riflessioni”….

    Ricordando quando lo lessi, e ritornandoci a riletture frammentarie, mi piacque,mi colpi nel mio piccolo, “senza voler far paragoni” ritrovandomi in un frammento, dove “Jung”, cosi dice: I miei pazienti e analizzandi mi hanno portato cosi vicino alla realtà della vita umana, che mi hanno costretto ad apprendere cose essenziali. Gli incontri con la gente più varia, e di tanto differenti livelli psicologici, sono sta per me incomparabili più importanti di episodiche conversazioni con celebrità.I Colloqui più belli e più significativi della mia vita furono Anonimi.

    Una Serena Notte a tutti, dal nostro stimato Professore La Porta a tutti i coinquilini di questa, che un tempo fu battezzata “Casa anima” più o meno era cosi?! 😉

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