La vita di Lutetia

La vita di Lutetia

 di Mario Sammarone

Lucio Quinto Giuliano incarnava l’esempio di uomo dotato di quelle virtù così decantate dai filosofi. Nominato senatore di Roma da Alessandro Severo, ricoprì in seguito per dieci anni la carica di proconsole della Gallia Lugdunense. Terminato il suo compito, si ritirò dalla vita pubblica e trascorse l’autunno della sua esistenza nella confortevole villa di famiglia, nella città di Lutetia. In molti rimpiansero la perdita del suo governo: egli infatti non solo venne ammirato per l’eccellente carriera che aveva ricoperto nello stato Romano, ma fu visto come un governante saggio e un modello di virtù perduta. Lucio Giuliano svolse le sue funzioni di governatore della provincia in maniera integerrima, al punto che fu uno dei pochi magistrati che arrivato in quella posizione con un patrimonio di oltre quaranta milioni, ne uscì con meno di trenta.
Durante il suo proconsolato fu onesto e generoso verso i suoi concittadini, impegnandosi per migliorarne le condizioni di vita e per mettere a loro disposizione opere pubbliche degne. Non di rado attinse alle sue personali risorse, per lo meno quando le procedure imperiali, presidiate da sonnacchiosi e ignavi funzionari, rischiavano di bloccare uno dei suoi progetti. Ciò gli valse la riconoscenza e la gratitudine degli abitanti della provincia e molti cittadini pensarono allora che il grande Adriano fosse tornato dagli Inferi per donare alle Gallie un proconsole interessato più al benessere della gente che al rinfoltimento del peculio e della sua schiera di schiavi. Allo stesso modo la maniera di amministrare la cosa pubblica regalò all’anziano senatore una dubbia reputazione presso parecchi suoi colleghi, uomini eminenti della città di Roma – la sua città, la sua corrotta città, come confidava ai più intimi. L’opinione di costoro era che Lucio Giuliano fosse persona troppo responsabile verso i provinciali, troppo buona e accondiscendente per tacere delle critiche più colorite che circolavano tra i membri della Curia a quel tempo. Ma al vecchio senatore ciò non importava: egli vedeva nel suo proconsolato una missione, l’occasione tanto cercata per mettere in pratica i precetti dei filosofi che lo avevano affascinato nel corso della sua vita. Quando terminò il mandato, e con esso le preoccupazioni e gli affanni del governo, Lucio Giuliano si ritagliò una gradevole e più serena esistenza allietata dall’amicizia dei notabili locali e del consiglio di un paio di filosofi stoici, in disarmo come l’antica scuola di cui facevano parte. Nei giorni sereni ma non privi di malinconia della propria vecchiaia, il quesito che si imponeva all’attenzione del senatore e di quelli che lo circondavano era: ”Il saggio non deve avvicinarsi alla politica, a meno che forze oscure non lo stanino dalla sua vita ritirata”, oppure, al contrario:”Il saggio ha il dovere di fare politica, a meno che ciò che ha intorno non sia così marcio e meschino da riportarlo alla sua solitudine, beata e priva di preoccupazioni”. Questo dibattito, vetusto e superato come coloro che vi si intrattenevano, animava quelle fredde ma intense giornate del nord: sembrava che tutta l’esistenza degli uomini potesse essere raccolta da questi due schemi. E quanti pomeriggi perduti in congetture, ipotesi, nella non perduta voglia di un vecchio di rassegnarsi all’inesorabile declino di un mondo.
I possedimenti e le ricchezze ereditate dagli antenati consentivano al vecchio Lucio un’esistenza agiata, sebbene le sue abitudini spartane non gli facessero consumare neanche un decimo della rendita. La terra, gli affitti degli appartamenti che possedeva in Italia e in Gallia, i canoni dei mezzadri, assegnati a prezzi contenuti per quel tempo, gli rendevano circa due o tre milioni l’anno, a seconda dell’andamento del raccolto dell’avena o dell’uva. Possedeva inoltre quasi trecento schiavi solo in Gallia, quasi altrettanti curavano i suoi possedimenti in Campania e nel resto di Italia. La rendita veniva comunque dissipata. Flavio Quinto Giuliano, nipote di Lucio Giuliano, era un giovane brillante, ben noto in tutta Lutetia per il suo stile di vita appariscente e sopra le righe, per il gusto fine nel vestire e per l’estrema facilità con cui conquistava le donne.  Suo padre, Rudiano Giuliano, era stato un alto ufficiale delle legioni in Mesia e aveva portato molto onore alla famiglia, ma era rimasto ucciso durante un’operazione militare quando Flavio aveva dodici anni. Così il nonno, Lucio Giuliano, si prese cura di lui e della sua educazione allevandolo con tutti i privilegi della posizione e come l’erede di una famiglia patrizia. Flavio rimase plasmato da quella formazione aristocratica e frequentò i migliori maestri che a quel tempo vivevano in Gallia. Lucio Giuliano fece venire appositamente per lui recettori anche da Roma e dall’Asia Minore, nonché dalla Grecia – e proprio a quella terra, alla terra di Apollo, andavano gli interessi maggiori del giovane. Fin da piccolo, infatti, Flavio fu attratto dalla lettura dei classici e di quegli scritti che quattro secoli prima aveva diffuso a Roma Scipione Emiliano sollevando il biasimo dei conservatori. La Cosmogonia di Esiodo e le tragedie ateniesi erano la matrice di cui si nutriva il suo spirito, le poesie di Saffo e di Anacreonte erano il linguaggio della sua anima, la fiera e più austera erudizione di Teognide il modello di vita, senza dimenticare i più recenti autori alessandrini come Posidonio e Plutarco. Ad ogni modo, da vero nobile Romano, Flavio non trascurava di dissipare tempo, gioventù e le fortune di suo nonno in tutto ciò che poteva procurargli divertimento: corse di bighe e cavalli, in cui eccelleva al punto di essere conosciuto in tutta la provincia; convegni amorosi con donne lascive e attraenti, lasciate con troppa imprudenza sole dai propri mariti; cene e feste con compagni sprofondati più di lui nell’ozio e che spesso approfittavano della liberalità e dei larghi fondi della sua borsa. A quanta gente Flavio dava aiuto e amicizia, e in quanti usavano il suo nome illustre per godere del massimo credito presso il mondo e ottenere i fini che si erano proposti. Però a Flavio ciò non importava, lui che se ne andava per le vie di Lutetia fiero di sé, o per meglio dire, fiero di essere il nipote di Lucio Giuliano. Sopra uno dei suoi cavalli o appiedato, solitario o in compagnia degli amici, i raggi mandati da Apollo risplendevano ogni volta sulla sua chioma dorata, che unita al fisico asciutto e ad un portamento elegante, rendevano questo personaggio come la replica di un eroe uscito dalle saghe di Omero. Il senatore Lucio Giuliano vide passare il nipote attraverso le diverse stagioni dell’infanzia, dell’adolescenza e della prima gioventù. Provava grande affetto per lui, forse per il fatto che gli ricordava molto se stesso quando era giovane, o forse perché era il lascito più importante che gli era rimasto di suo figlio, Rudiano, o forse ancora perché sarebbe stato l’eredità più importante che lui avrebbe lasciato al mondo. “Mio nipote è avventato e non ha nessun senso della misura” soleva ripetere a Cleone, un liberto molto affezionato. Ma ogni volta aggiungeva:”Però è un gran bravo ragazzo. Vedo in lui tutte le virtù della nostra famiglia”. E così il tempo passava in questa specie di idillio nella villa di Lutetia, interrotto però dal giungere di notizie più cupe dal resto dell’Impero. Erano anni quelli, infatti, di crescente agitazione politica e tensione economica. Mai come allora sembrava che il potere di Roma fosse in pericolo: le ripetute invasioni barbariche lungo le frontiere occidentali, la rapida svalutazione della moneta e il degrado della disciplina delle legioni, unite all’instabilità politica – dovuta alle continue assunzioni di personaggi volgari al rango di Augusto – erano fonte di preoccupazione per ogni buon cittadino. Una sera di mezza estate, mentre tutto ciò andava accadendo, Lucio Giuliano offrì una cena per il ventiduesimo compleanno del nipote. Per festeggiare fu invitata mezza città. Al culmine della sera, davanti agli ospiti raccolti, l’anziano senatore brindò alla fortuna del nipote, poi i due Giuliani si abbracciarono ed il vecchio Lucio sussurrò queste parole dal suono profetico:”È giunto il tempo del tuo destino, Flavio”. Ma il giovane patrizio non ebbe il tempo di rispondere perché i suoi amici lo trascinarono via. A notte inoltrata però, quando gli ospiti abbandonarono la villa, Flavio rimase ad allungarsi sopra il lettino sul terrazzo di fuori, come era solito fare la sera d’estate. Indugiava con lo sguardo rivolto alle stelle, a quella volta che anima sogni e pensieri di gloria, mentre la sua mente tornava all’enigmatica frase del nonno. D’improvviso un’ombra si fece vicina. Illuminato dalla fioca luce, Flavio vide apparire Lucio Giuliano. “Nonno!” esclamò. Il cicalio dei grilli risuonava intorno alla casa e giungeva fino alle prime fronde del bosco, oltre cui non penetrava. Il vecchio Lucio si reggeva sopra il suo bastone di frassino e attese qualche istante prima di parlare:“Flavio, hai compiuto ventidue anni oggi. Di certo non sei ancora un uomo, o per lo meno io non sono ancora pronto per vederti tale, ma sei maturo abbastanza per prendere in mano le redini della tua vita”. ”Intendi dire la mia partenza per Roma?” rispose Flavio. Lucio emise un sorriso pregno di bonomia:”In verità pensavo di lasciarti rimanere qui a Lutetia ancora per un po’. Sei ancora troppo giovane per lasciare le tue abitudini, i tuoi amici e pure le tue amanti…” Flavio sorrise divertito, stava ad ascoltare. Non diceva però che nell’eventualità di lasciare la Gallia, l’evento più tragico sarebbe stato quello di abbandonare proprio lui, suo nonno.
Il senatore riprese più grave: “Oscuri presagi mi hanno fatto cambiare idea, caro nipote”. “È perché l’Impero sta morendo?” rispose Flavio con un sussurro. “Per Giove, ragazzo, tu sei un Giuliano! E perciò un Romano prima di tutto! Il tuo posto non è a marcire qui come un vecchio dimenticato, ma è nella città dei tuoi antenati. Io sono fuori dal gioco della vita ormai, che ho vissuto abbastanza, ma tu devi costruire il tuo futuro. È il nome che porti ad imporlo! Andrai a Roma e troverai là il tuo destino”. “Sai bene che ho sempre desiderato andare a Roma, nonno. Ma non voglio lasciarti”. “Non è possibile fare altrimenti, hai ventidue anni e non puoi gettare la tua giovinezza quaggiù. Devi andare nel centro, a Roma, e non c’è tempo da perdere. La situazione politica è grave, la Gallia è sull’orlo della scissione, le vie con l’Italia presto verranno interrotte”. Poi, quasi parlando tra sé e sé, aggiunse:”Un oscuro disegno sta per mettersi all’opera”. Flavio non capì il senso di quelle parole. Continuava a scrutare gli astri sulla volta in silenzio. Infine disse:“Sai, nonno, sapevo che sarebbe giunto il momento di partire…” Lucio Giuliano fece una smorfia:”Hai avuto di nuovo uno dei tuoi sogni, non è vero?” ”Si, ho avuto dei sogni negli ultimi tempi” rispose. Poi abbassò il capo e domandò:”Ma perché un dio malvagio si diverte con me?” Lucio Giuliano disse paziente:”Vedi, Flavio, gli dei riservano agli uomini un destino imperscrutabile. A noi non rimane che sopportare la loro volontà. Eppure non credo che nessun dio malvagio si diverta con te”. Mentre un ricordo affiorava la testa di Flavio pulsò di dolore. Lucio Giuliano si accorse del turbamento del nipote e aggiunse:”So bene quanto sia stato doloroso per te quell’evento… ma non devi temere il potere che ti è stato donato. Devi ringraziare Apollo piuttosto. Vuoi dirmi cosa hai sognato stavolta”. Flavio parve meditare attentamente sulle parole:“È un sogno ricorrente, un sogno che mi tormenta. Mi trovo a navigare in un mare piatto e caldo sopra una zattera. Vapori si alzano dalle acque e si allungano fino all’orizzonte, incollandosi sulla mia pelle e facendola trasudare di una sostanza grigiastra. Poi arriva una nave nera; arriva sempre. La nave tenta di abbordarmi, e quando l’ansia diventa insopportabile ecco che i remi si alzano. Il mio sguardo li segue fino al sole, ma allora la luce di Apollo mi acceca e io mi risveglio”. “Che strano sogno” si fece pensieroso Lucio Giuliano. “Quale sarà il suo significato?” domandò Flavio. L’anziano senatore si riscosse e sorrise:”Tieni sgombra la mente, caro nipote, e rimani nella luce del dio. Solo allora il destino si svelerà davanti ai tuoi occhi”. Flavio annuì silenzioso. Poi i due volsero gli occhi in alto verso le antiche costellazioni, verso i cieli del sud.

Annunci

4 Risposte

  1. Bello. Il sogno profetico che si rivela solo a “chi può” tenerlo per aiutare chi NON può. Nei sogni profetici vivono vite passate presenti e future, entità vagolanti, l’Universo stesso dentro a verità racchiuse e sottoposte a severissime leggi misteriche, la cui chiave di lettura è scritta proprio in quelle leggi.

    Bianca 2007

  2. La particolare costellazione è rappresentata da tutti i sintomi di “un inesorabile declino di un mondo” che si sta dividendo nelle sue componenti… Si parla molto di marciume, fango come di immoralità, in contrapposizione alla generosità della famiglia dei Giuliani, cellula viva…

    Per scoprire quale destino il dio gli ha riservato, il giovane Giuliano dovrà abbandonare la sua vita beata, senza preoccupazioni, e “andare nel centro, a Roma”. Lì, nel centro del Sè, dove avverrà la consegna, il passaggio di eredità morale da Giuliano il vecchio al giovane Giuliano. Il rinnovamento. Che è fare politica!
    Sembra che questa sia l’atteggiamento giusto che risponda alla domanda: “Il saggio non deve avvicinarsi alla politica, a meno che forze oscure non lo stanino dalla sua vita ritirata.”

  3. …Notavo… Akasha comunica con il vecchio Giuliano attraverso i sogni del nipote.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...