Ho paura

Ho paura. Lo ripeto a me stesso invano.
Questa non è poesia né testamento.

Ho paura di morire.
Di fronte a questo
che vale cercare le parole per dirlo meglio.
La paura resta, lo stesso.

Ho paura. Paura di Morire.
Paura
di non scriverlo perché dopo,
il dopo
è più orrendo e instabile del resto.
Dover prendere atto di questo:
che si è corpo e si muore.

Dario Bellezza

Ricerca

La grandezza dell’uomo si misura in base a quel che cerca e all’insistenza con cui egli resta alla ricerca.

Heidegger

Torre

Torre. Mi portano Lontano
dal mondo le campane
del vespro.
Ma le umane trite cose?
La mano
di quell’uomo al lavoro
su la spiaggia lontana
che già s’abbuia …
umana tenerezza nel coro.

Sandro Penna

Il mistero di Dante. Voto al film 10

Il mistero di Dante – Incontro con Louis Nero, F. Murray Abraham, Valerio Massimo Manfredi, Gabriele la Porta e Franco Nero

Questa Mattina presso la Casa del Cinema di Roma, il regista torinese Louis Nero ha presentato il suo sesto lungometraggio. ‘Un’indagine poliziesca negli innumerevoli cunicoli d’interpretazione dell’opera del più grande genio italiano del Trecento’. In uscita il 14 febbraio in 30 copie

i misteri di danteQuesta Mattina presso la Casa del Cinema di Tooma, il regista torinese Louis Nero ha presentato il suo sesto lungometraggio Il mistero di Dante.

Il film è un viaggio alla ricerca del contenuto esoterico dell’opera del sommo poeta Dante. ‘Un’indagine poliziesca negli innumerevoli cunicoli d’interpretazione dell’opera del più grande genio italiano del Trecento’, come ha dichirato il regista nel pressbook.

Presenti in sala, oltre al regista, alcune delle ‘guide virgiliane’, esperti studiosi che hanno cercato di aiutare lo spettatore a muoversi all’interno del groviglio delle interpretazioni simboliche della Divina Commedia che si sono succedute nel tempo, Valerio Massimo Manfredi e Gabriele La Porta. In più, ospite d’onore, F. Murray Abraham (Premio Oscar nel 1985 per Amedeus di Forman) che interpreta il poeta, e Franco Nero produttore del film.

L’uscita del film in occasione della festa di San Valentino è una scelta dell’autore in omaggio al gruppo iniziatico fiorentino ‘I fedeli dell’amore‘ di cui lo stesso Dante faceva parte.

Quale è stato il tuo approccio a Dante?

Louis Nero: Io volevo trasporre in forma cinematografica il mio viaggio all’interno del mondo di Dante. Quando ho iniziato ad affrontare Dante non conoscevo bene questo aspetto della simbologia, volevo provare ad attuare il messaggio cercando di cambiare i miei stessi punti di vista. Conoscendo le persone questa idea si è capovolta. Ognuno deve partire dalle idee che ha, per poi distruggerle e trasformarle. Io ho portato la testimonianza di persone che sono riuscite a cambiare idea.

Com’è stato coinvolto in questo progetto, quanto conosce Dante?

F. Murray Abraham: La questione non è tanto come Dante ci parla oggi ma penso che bisogna esaminare il perchè sia ancora e sempre un classico e cosa lo rende universale. Siamo sopravvissuti come civiltà alla peste nera che è stata l’esperienza più brutta per l’umanità. Oggi possiamo distruggere tutto con le armi nucleari e allora la domanda è: dove si trova la speranza? Noi siamo stati lì e siamo sopravvissuti. Com’è possibile che il frutto di un lavoro come la Divina Commedia continua a esistere e influenzare? Cos’è la magia di questo uomo? Lui e Shakespeare in particolare hanno cambiato il linguaggio e il pensiero. Ci fanno ricordare della nostra umanità in comune. A proposito dell’idea che le religioni possano coabitare, quanti pensano che è davvero possibile? Ci sono conflitti tra gli stessi cristiani. Cosa ci vuole per cambiare? Questo film comincia a esaminarlo in modo serio. Il mistero è come Louis abbia fatto a riuscirci, come abbia raggiunto questo punto di coscienza. Non è un produttore famoso con molti soldi e se fai un buon film senza soldi hai coraggio e passione.

Prossimamente farò un musical tratto da Bertolt Brecht, il mio ruolo è la voce di Brecht stesso. Una delle canzoni che canterò l’ha cantata davvero lui, si chiama ‘la canzone inutile’ e le parole dicono: “e all’inizio non riesci devi provare ancora e ancora e se non hai successo, ancora. Ma se è inutile, è inutile”. La nostra vita è troppo dura. È inutile, provare non vi basta. Sono affermazioni molto ciniche ma se fosse stato veramente cinico non avrebbe scritto la canzone. Accetta il mondo e cerca di cambiario. Il cuore a un certo punto si unisce con l’intelletto. Dante ha visto il purgatorio e l’inferno e ha deciso che c’è un modo di uscirne. In questo momento storico serve questo tipo di immaginazione. Un esempio di oggi è quello di Papa Francesco.

i misteri di danteQual è il vostro rapporto con la cultura esoterica?

Valerio Massimo Manfredi: L’esoterismo è sempre esistito, nel mondo classico c’erano i misteri per gli iniziati ed era così rigorosa la custodia del segreto che violare o profanare comportava la pena di morte. In ogni società coloro che ritenevano di aver raggiunto gradi di conoscenza superiore non volevano inquinarla. Non l’ingresso in una nuova era ma l’uscita da un era difficile è sempre segnata da uno di questi grandi uomini. Per esempio l’Epopea di Gilgamesh è l’uscita del genere umano dal neolitico e ha manifestazioni così alte e vertiginose che lasciano senza fiato. Ciò significa che c’era un gruppo di persone che coltivava quella forza e capacità di andare oltre. Un verso di quest’opera dice: “la vita dell’uomo è come la libellula che vola sulla superficie del fiume. Per un attimo leva gli occhi verso la luce del sole e poi non è più nulla”. Il verso “Ed è subito sera” della nostra letteratura è la stessa cosa. Omero a sua volta è l’uscita dall’età del bronzo, età di massacro che termina con cataclismi, ma l’uscita è Omero che non è altro che la punta di un iceberg di cui fanno parte migliaia di cantori di strada che hanno prodotto il ciclo troiano, 120 mila versi. Dante è l’uscita dalla peste, dalla fame e dalla guerra e rappresenta  l’ingresso nel Rinascimento. Ma prima di lui, prima di morire Roma aveva prodotto uomini come Seneca che andavano oltre. Ogni volta c’è sempre un uomo più avanzato e sofisticato, spirituale e intenso, capace di guidare i fratelli verso la speranza. Attorno a questi uomini c’è sempre un gruppo. Il pericolo è pensare che questi gruppi di uomini generosi e colmi di speranza siano delle sette di piccoli uomini gelosi dei loro piccoli segreti.
F. Murray Abraham: Calvino è cosciente di essere esoterico, anche lui era molto interessato a raccogliere le fiabe folcloristiche italiane. Il mio lavoro come attore è interpretare l’esoterismo di questo grande poeta, a livello umano semplice. Non voglio dire che la gente è stupida ma è il modo di comunicare la verità in sé.

Il film fa venire voglia di rileggere la Divina Commedia.

Gabriele La Porta: Ogni volta che studio dei testi quando ci ritorno non c’è mai fine, scopri sempre un nuovo tesoro. Quest’opera serve non solo per i giovani ma per tutti, il linguaggio visivo è fantastico. Avrei solo aggiunto il personaggio di Cunizza da Romano, sorella di uno dei peggiori mercenari, che ha passato tutta la vita a fare l’amore, ha attraversato tutti i tipi di sessualità e la cosa bella è che Dante non la mette per questo all’Inferno ma in Paradiso perchè ha tanto amato.

i misteri di danteIl film utilizza la classica forma del documentario, con varie  interviste, ad eccezione della parte iniziale in cui è un mockumentary a tutti gli effetti? Come mai questa scelta?

Louis Nero: Il film è a metà tra documentario e fiction, il simbolismo è superiore alla realtà. Ho voluto ripercorrere il viaggio Dante, dall’inferno alla luce. Prima di aprire gli occhi bisogna eliminare i preconcetti, noi siamo ciechi. La sensazione di confusione è come quella che ha la protagonista nella parte iniziale. La confusione persiste finchè non ci mettiamo in discussione.

Qual è il ruolo della musica nel film? Ci sono atmosfere (soprattutto percussioni) che si ripetono.

Louis Nero: Il suono, non tanto musica, è importante quanto l’immagine. È il primo elemento con cui si attrae lo spettatore. Gli autori delle musiche Steven Mercurio e Ryland Angel avevano una visione precisa, hanno contribuito. La percussione iniziale che sembra ripetersi è tamburo sciamanico che porta chi ascolta in uno stato rem, ha un ritmo crescente e quando si va verso lo svelamento arriva a coinvolgere tutti i sensi. Nel film ritorna canzone di Barberino che ci ha dato tante informazioni sul simbolismo di quel periodo.

Nel film sono presenti delle animazioni di vari cerchi e gironi della Commedia. Ti sei ispirato a qualcuno?

Louis Nero: Certo, mi sono ispirato al lavoro Gustave Doré che aveva realizzato in immagini esattamente ciò che Dante dice in parole. Io ho aggiunto il movimento alle persone e agli ambienti, niente di più.

In quanto tempo è stato girato il film e in quante copie sarà distribuito?

Louis Nero: Le riprese sono durate tanto tempo, 2 anni, perché sono stati coinvolti tantissimi attori che avevano impegni vari.
Sarà distribuito in 30 copie.

Cosa l’ha spinta a produrre un progetto così?

Franco Nero: Abbiamo già fatto 4 lavori insieme è continueremo, c’è un certo feeling.

Fonte: Sentieriselvaggi.it

Una negoziazione tra il simbolico ed il sublime. L’arte di Caroline Le Méhauté a Bologna Arte Fiera 2014

Il curatore Alberto Mattia Martini ha detto: “Caroline Le Méhauté, pur non potendo essere annoverata tra gli artisti della Land Art sia per una questione anagrafica che per una contestualizzazione dell’oggetto artistico non solamente finalizzato al naturale, interpreta perfettamente il senso del sublime naturale.”

RISVOLTI PSICOLOGICI

In psicoanalisi (Freud), la sublimazione è un meccanismo che sposta una pulsione sessuale o aggressiva verso una meta non sessuale o non aggressiva. Questo consentirebbe una valorizzazione a livello sociale delle pulsioni sessuali o aggressive nell’ambito della ricerca, delle professioni o dell’attività artistica. “La macchina psicologica che trasforma l’energia è il simbolo” diceva invece Jung nel 1928.

In una piccola opera dal titolo “Energetica Psichica” affrontò il tema in termini evolutivi rispetto all’opera di Freud, sostenendo che la libido subisce in gran parte una trasformazione naturale (metabolica), ma che in piccola parte può essere dirottata per produrre altre forme. Dal corso naturale delle cose, possiamo sottrarre “energia eccedente” con cui fare un lavoro, produrre cioè oggetti e attività di valore individuale e collettivo.

L’energia vitale espressa da una cascata ad esempio – dice Jung – acquisisce un valore funzionale e non solo estetico, nel momento in cui viene convogliata in una diga e dunque in una centrale idroelettrica. L’energia naturale acquisisce valore nel mondo degli uomini quando, ricondotta in un sistema dotato di senso, viene spinta a fare un lavoro. Lo strumento che Jung suggerisce per distogliere energia dal corso naturale (ovvero per la sublimazione) è il simbolo. Il simbolo è un segno ricco di possibilità interpretative in parte individuali, in parte archetipiche. Il simbolo spinge l’uomo a “dare senso”, deviando il corso naturale dell’accadere psichico.

RISVOLTI FILOSOFICI

Nel 1790, Immanuel Kant, muovendo da una contrapposizione tra estetica del bello ed estetica del sublime, torna su quest’ultimo concetto nella Critica del Giudizio, ampliandolo e distinguendo tra sublime dinamico (espressione della potenza annientatrice della natura, di fronte alla quale l’uomo prende coscienza del limite) e sublime matematico (che nasce dalla contemplazione della natura immobile e fuori dal tempo). Al primo tipo appartengono fenomeni spaventosi quali gli uragani o le grandi cascate, al secondo tipo gli spazi a perdita d’occhio del deserto, dell’oceano e del cielo.

CAROLINE

Ora mi soffermerò su qualche pensiero ispirato da una mia conversazione con la stessa Caroline Le Méhauté, artista francese – vive e lavora tra Marsiglia e Bruxelles – che già vanta numerose esposizioni artistiche internazionali.

La galleria Spazio Testoni di Bologna inaugura la sua prima personale in Italia, che si concentra prevalentemente su un nucleo preciso di opere che in una dimensione di “silenzio”, accentuano una comune matrice e sintesi tematica, che indaga la correlazione che intercorre tra “natura, umano, aria, spazio e terra”.

La stessa Caroline mi spiega che “Négociation rappresenta un peculiare dialogo aperto ad esempio tra fruitore e artista, tra natura e uomo, da cui però traspaiono congiunture politiche profonde”.

A supporto della sua poetica, fatta di levità, concorrono anche i molteplici materiali di cui si avvale nella sua ricerca come: torba, fibra di noce di cocco, metallo, chine, acquerelli, paraffina, pigmenti ed elementi naturali di vario genere, dalle quali prorompe sempre un’energia creativa unica.

Négociation è il titolo che la Le Méhauté assegna praticamente a tutti i suoi lavori: Négociation più un numero, che identifica nello specifico a quale opera si sta facendo riferimento. Il termine Négociation che vede la sua traduzione letterale in italiano con negoziazione o trattativa implica e desidera interazione e reciprocità.

Le decisioni presuppongono sempre una rinuncia o comunque una scelta (anche non scegliere implica una scelta), comportando innanzitutto un dialogo/conoscenza/ascolto con il sé, un’introspezione. Questa dinamica intrapsichica è il punto di partenza della installazione Négociation 59, “décisions sourdes”. Una stanza, una lampada, una sedia e un tavolo interamente ricoperti da torba di cocco. Sullo scrittoio si intravede uno specchio. Chiaramente il simbolismo rimanda ai dialoghi intersoggettivi e successivamente tangibile è l’allusione alla morfogenesi della politica se non della società. Mentre la fibra della natura contempla guardingamente la presenza/assenza dell’uomo.

CONCLUSIONE

La nostra psiche è costituita in armonia con la struttura dell’universo, e ciò che accade nel macrocosmo accade egualmente negli infinitesimi e più soggettivi recessi dell’anima, individuale e collettiva. La sordità, l’incapacità di vedere e ascoltare se stessi, gli uomini e la natura, il tumulto che è solo rumore di fondo, creano  disintegrazione, interiore ed esteriore. E Caroline, con la sua arte, sublima tutto questo nell’hic et nunc, ma in silenzio.

Massimo Lanzaro

http://www.ilquorum.it/una-negoziazione-tra-il-simbolico-ed-il-sublime/

Far bene

Si dovrebbe pensare più a far bene che a stare bene: e così si finirebbe anche a star meglio.

Alessandro Manzoni

Preghiera

Fammi uguale, Signore, a quelle foglie
moribonde, che vedo oggi nel sole
tremar dell’olmo sul piu alto ramo.
Tremano, si, ma non di pena: è tanto
limpido il sole e dolce il distaccarsi
dal ramo, per ricongiungersi alla terra.
S’accendono alla luce ultima, cuori
pronti all’offerta; e l’agonia, per esse,
ha la clemenza d’una mite aurora.
Fa’ ch’io mi stacchi dal piu alto ramo
di mia vita cosi, senza lamento,
penetrata di Te, come del sole.

Ada Negri

Cercare se stessi

Non cercarti fuori di te”.

Persio

I giardini nascosti

Amo la libertà de’ tuoi romiti
vicoli e delle tue piazze deserte,
rossa Pavia, città della mia pace.
Le fontanelle cantano ai crocicchi
con chioccolìo sommesso: alte le torri
sbarran gli sfondi, e, se pesante ho il cuore,
me l’avventano su verso le nubi.
Guizzan, svelti, i tuoi vicoli, e s’intrecciano
a labirinto; ed ai muretti pendono
glicini e madreselve; e vi s’affacciano
alberi di gran fronda, dai giardini
nascosti. Viene da quel verde un fresco
pispigliare d’uccelli, una fragranza
di fiori e frutti, un senso di rifugio
inviolato, ove la vita ignara
sia di pianto e di morte. Assai più belli
i bei giardini, se nascosti: tutto
mi pare più bello, se lo vedo in sogno.
E a me basta passar lungo i muretti
caldi di sole; e perdermi ne’ tuoi
vicoli che serpeggian come bisce
fra verzure d’occulti orti da fiaba,
rossa Pavia, città della mia pace.

Ada Negri

Già la pioggia è con noi

Già la pioggia è con noi,
scuote l’aria silenziosa.
Le rondini sfiorano le acque spente
presso i laghetti lombardi,
volano come gabbiani sui piccoli pesci;
il fieno odora oltre i recinti degli orti.

Ancora un anno è bruciato,
senza un lamento, senza un grido
levato a vincere d’improvviso un giorno.

Salvatore Quasimodo

Finestra

Finestra. E’ caduta ogni pena.
Adesso piove
tranquillamente sull’eterna vita.
Là sotto la rimessa, al suo motore,
è – di lontano – un piccolo operaio.

Dal chiuso libro adesso approdo a quella
vita lontana. Ma qual è la vera
non so.
E non lo dice il nuovo sole.

Sandro Penna

Un’esistenza comune

Nulla è più stupefacente di un’esistenza comune, di un cuore semplice”.

Carlo Cassola

La Malinconia

Malinconia
la vita mia
struggi terribilmente;
e non v’è al mondo, non c’è al mondo niente
che mi divaghi.
 
Niente, o una sola
casa. Figliola,
quella per me saresti.
S’apre una porta; in tue succinte vesti
entri, e mi smaghi.
 
Piccola tanto,
fugace incanto
di primavera. I biondi
riccioli molti nel berretto ascondi,
altri ne ostenti.
 
Ma giovinezza,
torbida ebbrezza,
passa, passa l’amore.
Restan sì tristi nel dolente cuore,
presentimenti.
 
Malinconia,
la vita mia
amò lieta una cosa,
sempre: la Morte. Or quasi è dolorosa,
ch’altro non spero.
 
Quando non s’ama
più, non si chiama
lei la liberatrice;
e nel dolore non fa più felice
il suo pensiero.
 
Io non sapevo
questo; ora bevo
l’ultimo sorso amaro
dell’esperienza. Oh quanto è mai più caro
il pensier della morte,
 
al giovanetto,
che a un primo affetto
cangia colore e trema.
Non ama il vecchio la tomba: suprema
crudeltà della sorte.
 
Umberto Saba

Forza

La forza che difende il cuore dalle ferite è la stessa che gli impedisce di dilatarsi alla sua massima grandezza
Kahlil Gibran

La depressione: un tentativo di trovare spiragli di luce nel male oscuro (Parte I)

Una premessa, qualche definizione e tre equivoci sulle sindromi depressive

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) la depressione è la prima causa di disfunzionalità nei soggetti tra i 14 e i 44 anni di età. Sembra colpisca nel mondo circa 350 milioni di persone, deteriorandone (tra le altre cose) la capacità di lavoro e di relazione. Nella sua forma più grave può portare al suicidio e sarebbe responsabile di quasi un milione morti ogni anno.

Quello della depressione è un tema che negli ultimi anni è diventato assai popolare, ma sul quale esistono molta confusione e diversi equivoci; l’esperienza mi suggerisce che anche se non esistono affatto ipersoluzioni, un buon punto di partenza dovrebbe sempre essere la corretta definizione del problema o, se appropriato, un globale inquadramento diagnostico con l’aiuto di uno specialista. Vorrei dunque cominciare questa serie di brevi scritti descrivendo alcuni dei suddetti elementi confusivi.

Il primo equivoco consiste nel confondere la condizione clinica chiamata depressione con la tristezza normale o con la demoralizzazione. Secondo me sono ancora validissime le parole di Arieti, che nel 1978 diceva della tristezza e della demoralizzazione: “sono il comune dolore che coglie l’essere umano quando un avvenimento avverso colpisce la sua esistenza precaria, o quando la discrepanza tra la vita com’è e come potrebbe essere diventata il centro della sua fervida riflessione”, mentre “è meno comune, ma abbastanza frequente da costituire uno dei principali problemi psichiatrici, il dolore che non si attenua col passare del tempo, che sembra esagerato in rapporto al presunto evento precipitante, o inappropriato, o non collegato ad alcuna causa evidente”. Questa è la depressione, che a sua volta può essere graduata su un continuum di severità (di nuovo, compito che spetterebbe ad un professionista della salute mentale) e fa  parte dei disturbi dell’umore, insieme ad altre patologie come la mania e il disturbo bipolare. Essa può assumere la forma di un singolo episodio transitorio (si parlerà quindi di episodio depressivo) oppure di un vero e proprio disturbo (si parlerà quindi di disturbo depressivo). Quando i sintomi sono tali da compromettere l’adattamento sociale si parlerà di disturbo depressivo maggiore, in modo da distinguerlo da depressioni minori che non hanno gravi conseguenze e spesso sono normali reazioni ad eventi della vita.

Secondo la versione più recente del DSM (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) l’episodio depressivo maggiore è caratterizzato da sintomi che durano almeno due settimane causando una compromissione significativa del funzionamento sociale, lavorativo o di altre aree importanti.

Fra i principali sintomi vengono elencati i seguenti:
– Umore depresso (es. tristezza, melanconia accentuate) per la maggior parte del giorno, quasi ogni giorno.
– Marcata diminuzione o perdita di interesse o piacere per tutte, o quasi tutte, le attività per la maggior parte del giorno, quasi ogni giorno (anedonia o apatia).
– Agitazione o rallentamento psicomotorio quasi ogni giorno.
– Affaticabilità, perdita o mancanza di energia o slancio vitale quasi ogni giorno (astenia).
– Disturbi d’ansia (es. attacchi di panico).
– Insonnia o ipersonnia quasi ogni giorno.
– Significativa perdita di peso, in assenza di una dieta, o significativo aumento di peso, oppure diminuzione o aumento dell’appetito quasi ogni giorno.
– Diminuzione o perdita di motivazioni personali, capacità di pensare, concentrarsi, risolvere problemi, prendere iniziative, decisioni, agire (inerzia, svogliatezza o abulia) e pianificare il proprio futuro quasi ogni giorno.
– Tendenza all’isolamento, alla solitudine e alla sedentarietà con diminuzione dei rapporti sociali e affettivi.
– Tendenza alla sfiducia e al pessimismo o negativismo marcato sulla realtà e i problemi di vita.
– Sentimenti di impotenza, autosvalutazione (es. diminuzione di autostima) fino a senso di sconforto o disperazione oppure sentimenti eccessivi o inappropriati di colpa, risentimento e rimurginazioni eccessive quasi ogni giorno (fino a casi limite di angoscia e deliri con distacco dalla realtà).
– Ricorrenti pensieri di morte, ricorrente ideazione suicida senza elaborazione di piani specifici, l’elaborazione di un piano specifico per commetterlo oppure un tentativo di metterlo in atto.

I sintomi non son necessariamente tutti presenti, ma per parlare di episodio depressivo maggiore è importante sottolineare che è necessaria la presenza contemporanea di almeno cinque dei sintomi sopra elencati.

Mario Maj recentemente ha scritto: “come mai la distinzione tra depressione e demoralizzazione non viene chiarita quando si parla alla gente? A volte per ignoranza. Altre volte per malafede, perché indubbiamente quanto più si rinforza il messaggio che la depressione è una condizione a cui tutti prima o poi andiamo incontro, tanto più ampia è l’audience di cui si richiama l’interesse. Le conseguenze di questa confusione tra depressione e demoralizzazione possono essere molto serie. Accade abbastanza frequentemente, ad esempio, che personaggi pubblici raccontino la loro storia alla televisione o su una rivista dichiarando di essere stati colpiti dalla depressione e di esserne usciti grazie alla propria forza di volontà o al calore dei familiari o degli amici, e invitando le persone depresse a diffidare dei farmaci e di qualsiasi altro intervento specialistico”.

Nella quasi totalità dei casi si tratta di persone che non hanno sofferto di una vera depressione, ma hanno soltanto attraversato un periodo di demoralizzazione, e il loro messaggio può essere dannoso per le persone veramente depresse e per i loro familiari, che possono essere indotti a non iniziare o a interrompere una terapia che sarebbe stata efficace.

Il secondo equivoco fondamentale nasce dal fatto che la depressione viene spesso considerata una condizione unitaria e omogenea, che si manifesta sempre allo stesso modo, che ha sempre la stessa origine e che si cura sempre allo stesso modo, mentre in realtà non esiste la depressione, ma esistono le depressioni, cioè una gamma di condizioni depressive che si manifestano in maniera differente, nella cui genesi i fattori biologici, psicologici e sociali intervengono in misura differente, e che si curano in modo differente.

Il terzo equivoco, che abbiamo forse tacitamente mutuato dalla belligerante cultura anglosassone è che la depressione sia “un male che si deve combattere”: attingendo all’arsenale farmacologico, con le tecniche di psicoterapia più alla moda (inclusa quella cognitivo-comportamentale) o con una combinazione di varie strategie. Di nuovo, non voglio agitare la bacchetta magica o ipersemplificare, ma se c’è una cosa che una persona realmente depressa dovrebbe fare, in un certo senso, è proprio il contrario: smettere di combattere, almeno per un po’. La depressione – diceva Jung -è una signora in nero, quando appare non bisogna scacciarla ma invitarla alla nostra tavola per ascoltarla.

Massimo Lanzaro

http://www.ilquorum.it/la-depressione-un-tentativo-di-trovare-spiragli-di-luce-nel-male-oscuro-parte/

 

Il mistero di Eraclito nell’ambito del Monnalisa Museum

Violenza sulle donne e uomini cattivi

 

Ricordi e riflessioni ispirati da una pellicola di Chabrol del lontano 1993

Lo spunto per questo scritto, viene dalla recentissima giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Nel mondo c’è una vera e propria “epidemia”: una donna su tre ha subito, a livello mondiale, abusi almeno una volta nella vita (dati OMS) e il 30 per cento di questi atti viene inflitto da un partner intimo. Anche in Italia, dove i casi sono aumentati da 84 nel 2005 a 124 nel 2012. E nel primo semestre del 2013 i casi di violenza sono stati 65. Molte di queste vittime riportano lesioni gravissime, qualcuna viene uccisa, le altre subiscono violenze di tipo persecutorio da cui escono segnate nel corpo e nell’animo.

In genere le cronache e le convinzioni popolari tendono ad applicare agli omicidi di donne lo schema del delitto passionale, commesso magari durante un “raptus” (termine ormai non più accettato dalla comunità scientifica) o sotto la spinta di una “temporanea follia” (definizione altrettanto molto discutibile). Questo modo di ragionare perpetua di solito due gravi malintesi: che siano delitti normalmente inevitabili, in quanto difficili da prevedere, oppure che si tratti di tragedie familiari e perciò appartenenti alla sfera privata, slegati da ogni contesto sociale più ampio e non privo di responsabilità.

Il fenomeno non ha né tempo né confini e non risparmia nessuna nazione, sia essa industrializzata o in via di sviluppo, in pratica una fragilità del sistema che si nutre di valori condivisi. Non conosce nemmeno differenze socio-culturali, perché vittime e aggressori appartengono a tutte le classi sociali e perché, al di là di quello che ci viene mostrato dai media, i rischi maggiori vengono da familiari, mariti, fidanzati o padri che siano, seguiti da amici, vicini di casa e colleghi di lavoro.

Ma cosa c’è dunque dietro gli uomini “cattivi”? Non credo di essere nel contesto appropriato per dare una risposta esaustiva o sistematica, c’è una vastissima letteratura in merito, e questa è una rubrica dove si parla di cinema. Tuttavia oggi rispolvero un film che parla proprio di violenza sulle donne: “L’inferno”, diretto da Claude Chabrol, che mi sento sinceramente di suggerire (a chi non lo abbia visto). Perché? Forse perché prova a descrivere una delle possibili risposte alla domanda precedente, ovvero: in alcuni casi, dietro (e dentro) gli uomini “cattivi” c’è una sindrome psichiatrica che si manifesta in modo subdolo e che può avere conseguenze anche terribili.

La narrazione descrive il percorso di un giovane uomo, Paul, proprietario di un albergo in riva ad un lago sui Pirenei, acquistato a costo di grossi sacrifici economici. Raggiunto lo scopo della sua vita, Paul si mette alla ricerca di una donna e conquista la “bella del paese”: l’esuberante e procace Nelly, che ben presto lo rende padre di un bel bambino.

L’albergo è accogliente e ben frequentato e costringe Paul a sottoporsi ad un lavoro di gestione continuo e stressante, a cui si aggiungono le frequenti bevute in compagnia degli ospiti, che lo rendono nervoso e insonne, tanto che si ritrova costretto a far (ab)uso di ipnoinducenti. Nelly, sua moglie, cerca di rendersi utile, aiutandolo nel lavoro e intrattenendo affabilmente gli ospiti. Ma tutto ciò non è visto di buon occhio dal marito. La donna cerca più volte di sdrammatizzare la situazione, ride della gelosia del marito, crede si tratti di un eccesso di amore, pensa si tratti di normalità. Purtroppo si intuisce che date le circostanze e gli sviluppi quella forse non era “la cosa giusta da fare”.

In psichiatria, il disturbo delirante è una forma di delirio cronico basato su un sistema di credenze illusorie che il paziente prende per vere e che ne alterano la percezione della realtà. Queste credenze sono in genere di tipo verosimile, come la convinzione di essere traditi dal proprio partner. Escludendo l’incapacità di valutare oggettivamente il sistema di credenze illusorie che danno origine al delirio, il paziente mantiene le proprie facoltà razionali e in genere le sue capacità di relazione sociale non sono inizialmente compromesse. Alcune forme di disturbo delirante venivano  tradizionalmente indicate come casi di paranoia, termine che oggi è in disuso nella comunità scientifica internazionale.

Come nel film la nascita del disturbo può non avere sintomi rilevanti dal punto di vista delle capacità dell’individuo di vivere una vita sociale relativamente normale, ma la sua degenerazione può insidiosamente modificare questa situazione. Inciso: purtroppo, senza alcun intervento adeguato, senza una identificazione precoce da parte di un professionista a volte questi uomini possono isolarsi progressivamente, diventare violenti e “cattivi”.

Tornando al film: lontano dal lirismo di un Bergman o dalle nevrosi intellettuali di un Allen, Chabrol segue la storia con l’occhio di uno scienziato, attenendosi al fatto reale e al dato psicologico. Ed è forse il motivo per cui a mio avviso è un autentico capolavoro.

Massimo Lanzaro

http://www.ilquorum.it/violenza-sulle-donne-e-uomini-cattivi/

 

Fusiametà

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(…) di giorno sono nottedi notte sono giorno

di Miranda Galati, Massimo Paudice

Cosa succede all’amore se si realizza quella simbiosi che da sempre strugge gli amanti, quell’unità arcaica di un sentire uniforme che fa sentire realizzato il mito platonico dell’affinità elettiva?
Fusiametà, la raccolta di poesie di Massimo Paudice e Miranda Galati, nasce su questa premessa, è un originale tracciato a volte a voce unica, a volte a due voci, che riflette da vari punti di vista i “frammenti del discorso amoroso”, il senso del sentire condiviso, i luoghi comuni della relazione, le frasi e i fraintendimenti, i sogni e gli accadimenti in un continuo fluire sulla rotta delle parole.
Perché la pagina scritta possa diventare luogo vivo di incontro nel qui e ora, e non semplice racconto.

http://www.homoscrivens.it/Catalogo/rapidcart/index.html

Carissimi, con piacere, annuncio l’uscita del libro di poesie di Miranda Galati e di Massimo Paudice.
Miaranda, già più volte, è stata nostra ospite, qui nel blog.
Poetessa sublime….

Gabriele

 

 

La vita di Lutetia

La vita di Lutetia

 di Mario Sammarone

Lucio Quinto Giuliano incarnava l’esempio di uomo dotato di quelle virtù così decantate dai filosofi. Nominato senatore di Roma da Alessandro Severo, ricoprì in seguito per dieci anni la carica di proconsole della Gallia Lugdunense. Terminato il suo compito, si ritirò dalla vita pubblica e trascorse l’autunno della sua esistenza nella confortevole villa di famiglia, nella città di Lutetia. In molti rimpiansero la perdita del suo governo: egli infatti non solo venne ammirato per l’eccellente carriera che aveva ricoperto nello stato Romano, ma fu visto come un governante saggio e un modello di virtù perduta. Lucio Giuliano svolse le sue funzioni di governatore della provincia in maniera integerrima, al punto che fu uno dei pochi magistrati che arrivato in quella posizione con un patrimonio di oltre quaranta milioni, ne uscì con meno di trenta.
Durante il suo proconsolato fu onesto e generoso verso i suoi concittadini, impegnandosi per migliorarne le condizioni di vita e per mettere a loro disposizione opere pubbliche degne. Non di rado attinse alle sue personali risorse, per lo meno quando le procedure imperiali, presidiate da sonnacchiosi e ignavi funzionari, rischiavano di bloccare uno dei suoi progetti. Ciò gli valse la riconoscenza e la gratitudine degli abitanti della provincia e molti cittadini pensarono allora che il grande Adriano fosse tornato dagli Inferi per donare alle Gallie un proconsole interessato più al benessere della gente che al rinfoltimento del peculio e della sua schiera di schiavi. Allo stesso modo la maniera di amministrare la cosa pubblica regalò all’anziano senatore una dubbia reputazione presso parecchi suoi colleghi, uomini eminenti della città di Roma – la sua città, la sua corrotta città, come confidava ai più intimi. L’opinione di costoro era che Lucio Giuliano fosse persona troppo responsabile verso i provinciali, troppo buona e accondiscendente per tacere delle critiche più colorite che circolavano tra i membri della Curia a quel tempo. Ma al vecchio senatore ciò non importava: egli vedeva nel suo proconsolato una missione, l’occasione tanto cercata per mettere in pratica i precetti dei filosofi che lo avevano affascinato nel corso della sua vita. Quando terminò il mandato, e con esso le preoccupazioni e gli affanni del governo, Lucio Giuliano si ritagliò una gradevole e più serena esistenza allietata dall’amicizia dei notabili locali e del consiglio di un paio di filosofi stoici, in disarmo come l’antica scuola di cui facevano parte. Nei giorni sereni ma non privi di malinconia della propria vecchiaia, il quesito che si imponeva all’attenzione del senatore e di quelli che lo circondavano era: ”Il saggio non deve avvicinarsi alla politica, a meno che forze oscure non lo stanino dalla sua vita ritirata”, oppure, al contrario:”Il saggio ha il dovere di fare politica, a meno che ciò che ha intorno non sia così marcio e meschino da riportarlo alla sua solitudine, beata e priva di preoccupazioni”. Questo dibattito, vetusto e superato come coloro che vi si intrattenevano, animava quelle fredde ma intense giornate del nord: sembrava che tutta l’esistenza degli uomini potesse essere raccolta da questi due schemi. E quanti pomeriggi perduti in congetture, ipotesi, nella non perduta voglia di un vecchio di rassegnarsi all’inesorabile declino di un mondo.
I possedimenti e le ricchezze ereditate dagli antenati consentivano al vecchio Lucio un’esistenza agiata, sebbene le sue abitudini spartane non gli facessero consumare neanche un decimo della rendita. La terra, gli affitti degli appartamenti che possedeva in Italia e in Gallia, i canoni dei mezzadri, assegnati a prezzi contenuti per quel tempo, gli rendevano circa due o tre milioni l’anno, a seconda dell’andamento del raccolto dell’avena o dell’uva. Possedeva inoltre quasi trecento schiavi solo in Gallia, quasi altrettanti curavano i suoi possedimenti in Campania e nel resto di Italia. La rendita veniva comunque dissipata. Flavio Quinto Giuliano, nipote di Lucio Giuliano, era un giovane brillante, ben noto in tutta Lutetia per il suo stile di vita appariscente e sopra le righe, per il gusto fine nel vestire e per l’estrema facilità con cui conquistava le donne.  Suo padre, Rudiano Giuliano, era stato un alto ufficiale delle legioni in Mesia e aveva portato molto onore alla famiglia, ma era rimasto ucciso durante un’operazione militare quando Flavio aveva dodici anni. Così il nonno, Lucio Giuliano, si prese cura di lui e della sua educazione allevandolo con tutti i privilegi della posizione e come l’erede di una famiglia patrizia. Flavio rimase plasmato da quella formazione aristocratica e frequentò i migliori maestri che a quel tempo vivevano in Gallia. Lucio Giuliano fece venire appositamente per lui recettori anche da Roma e dall’Asia Minore, nonché dalla Grecia – e proprio a quella terra, alla terra di Apollo, andavano gli interessi maggiori del giovane. Fin da piccolo, infatti, Flavio fu attratto dalla lettura dei classici e di quegli scritti che quattro secoli prima aveva diffuso a Roma Scipione Emiliano sollevando il biasimo dei conservatori. La Cosmogonia di Esiodo e le tragedie ateniesi erano la matrice di cui si nutriva il suo spirito, le poesie di Saffo e di Anacreonte erano il linguaggio della sua anima, la fiera e più austera erudizione di Teognide il modello di vita, senza dimenticare i più recenti autori alessandrini come Posidonio e Plutarco. Ad ogni modo, da vero nobile Romano, Flavio non trascurava di dissipare tempo, gioventù e le fortune di suo nonno in tutto ciò che poteva procurargli divertimento: corse di bighe e cavalli, in cui eccelleva al punto di essere conosciuto in tutta la provincia; convegni amorosi con donne lascive e attraenti, lasciate con troppa imprudenza sole dai propri mariti; cene e feste con compagni sprofondati più di lui nell’ozio e che spesso approfittavano della liberalità e dei larghi fondi della sua borsa. A quanta gente Flavio dava aiuto e amicizia, e in quanti usavano il suo nome illustre per godere del massimo credito presso il mondo e ottenere i fini che si erano proposti. Però a Flavio ciò non importava, lui che se ne andava per le vie di Lutetia fiero di sé, o per meglio dire, fiero di essere il nipote di Lucio Giuliano. Sopra uno dei suoi cavalli o appiedato, solitario o in compagnia degli amici, i raggi mandati da Apollo risplendevano ogni volta sulla sua chioma dorata, che unita al fisico asciutto e ad un portamento elegante, rendevano questo personaggio come la replica di un eroe uscito dalle saghe di Omero. Il senatore Lucio Giuliano vide passare il nipote attraverso le diverse stagioni dell’infanzia, dell’adolescenza e della prima gioventù. Provava grande affetto per lui, forse per il fatto che gli ricordava molto se stesso quando era giovane, o forse perché era il lascito più importante che gli era rimasto di suo figlio, Rudiano, o forse ancora perché sarebbe stato l’eredità più importante che lui avrebbe lasciato al mondo. “Mio nipote è avventato e non ha nessun senso della misura” soleva ripetere a Cleone, un liberto molto affezionato. Ma ogni volta aggiungeva:”Però è un gran bravo ragazzo. Vedo in lui tutte le virtù della nostra famiglia”. E così il tempo passava in questa specie di idillio nella villa di Lutetia, interrotto però dal giungere di notizie più cupe dal resto dell’Impero. Erano anni quelli, infatti, di crescente agitazione politica e tensione economica. Mai come allora sembrava che il potere di Roma fosse in pericolo: le ripetute invasioni barbariche lungo le frontiere occidentali, la rapida svalutazione della moneta e il degrado della disciplina delle legioni, unite all’instabilità politica – dovuta alle continue assunzioni di personaggi volgari al rango di Augusto – erano fonte di preoccupazione per ogni buon cittadino. Una sera di mezza estate, mentre tutto ciò andava accadendo, Lucio Giuliano offrì una cena per il ventiduesimo compleanno del nipote. Per festeggiare fu invitata mezza città. Al culmine della sera, davanti agli ospiti raccolti, l’anziano senatore brindò alla fortuna del nipote, poi i due Giuliani si abbracciarono ed il vecchio Lucio sussurrò queste parole dal suono profetico:”È giunto il tempo del tuo destino, Flavio”. Ma il giovane patrizio non ebbe il tempo di rispondere perché i suoi amici lo trascinarono via. A notte inoltrata però, quando gli ospiti abbandonarono la villa, Flavio rimase ad allungarsi sopra il lettino sul terrazzo di fuori, come era solito fare la sera d’estate. Indugiava con lo sguardo rivolto alle stelle, a quella volta che anima sogni e pensieri di gloria, mentre la sua mente tornava all’enigmatica frase del nonno. D’improvviso un’ombra si fece vicina. Illuminato dalla fioca luce, Flavio vide apparire Lucio Giuliano. “Nonno!” esclamò. Il cicalio dei grilli risuonava intorno alla casa e giungeva fino alle prime fronde del bosco, oltre cui non penetrava. Il vecchio Lucio si reggeva sopra il suo bastone di frassino e attese qualche istante prima di parlare:“Flavio, hai compiuto ventidue anni oggi. Di certo non sei ancora un uomo, o per lo meno io non sono ancora pronto per vederti tale, ma sei maturo abbastanza per prendere in mano le redini della tua vita”. ”Intendi dire la mia partenza per Roma?” rispose Flavio. Lucio emise un sorriso pregno di bonomia:”In verità pensavo di lasciarti rimanere qui a Lutetia ancora per un po’. Sei ancora troppo giovane per lasciare le tue abitudini, i tuoi amici e pure le tue amanti…” Flavio sorrise divertito, stava ad ascoltare. Non diceva però che nell’eventualità di lasciare la Gallia, l’evento più tragico sarebbe stato quello di abbandonare proprio lui, suo nonno.
Il senatore riprese più grave: “Oscuri presagi mi hanno fatto cambiare idea, caro nipote”. “È perché l’Impero sta morendo?” rispose Flavio con un sussurro. “Per Giove, ragazzo, tu sei un Giuliano! E perciò un Romano prima di tutto! Il tuo posto non è a marcire qui come un vecchio dimenticato, ma è nella città dei tuoi antenati. Io sono fuori dal gioco della vita ormai, che ho vissuto abbastanza, ma tu devi costruire il tuo futuro. È il nome che porti ad imporlo! Andrai a Roma e troverai là il tuo destino”. “Sai bene che ho sempre desiderato andare a Roma, nonno. Ma non voglio lasciarti”. “Non è possibile fare altrimenti, hai ventidue anni e non puoi gettare la tua giovinezza quaggiù. Devi andare nel centro, a Roma, e non c’è tempo da perdere. La situazione politica è grave, la Gallia è sull’orlo della scissione, le vie con l’Italia presto verranno interrotte”. Poi, quasi parlando tra sé e sé, aggiunse:”Un oscuro disegno sta per mettersi all’opera”. Flavio non capì il senso di quelle parole. Continuava a scrutare gli astri sulla volta in silenzio. Infine disse:“Sai, nonno, sapevo che sarebbe giunto il momento di partire…” Lucio Giuliano fece una smorfia:”Hai avuto di nuovo uno dei tuoi sogni, non è vero?” ”Si, ho avuto dei sogni negli ultimi tempi” rispose. Poi abbassò il capo e domandò:”Ma perché un dio malvagio si diverte con me?” Lucio Giuliano disse paziente:”Vedi, Flavio, gli dei riservano agli uomini un destino imperscrutabile. A noi non rimane che sopportare la loro volontà. Eppure non credo che nessun dio malvagio si diverta con te”. Mentre un ricordo affiorava la testa di Flavio pulsò di dolore. Lucio Giuliano si accorse del turbamento del nipote e aggiunse:”So bene quanto sia stato doloroso per te quell’evento… ma non devi temere il potere che ti è stato donato. Devi ringraziare Apollo piuttosto. Vuoi dirmi cosa hai sognato stavolta”. Flavio parve meditare attentamente sulle parole:“È un sogno ricorrente, un sogno che mi tormenta. Mi trovo a navigare in un mare piatto e caldo sopra una zattera. Vapori si alzano dalle acque e si allungano fino all’orizzonte, incollandosi sulla mia pelle e facendola trasudare di una sostanza grigiastra. Poi arriva una nave nera; arriva sempre. La nave tenta di abbordarmi, e quando l’ansia diventa insopportabile ecco che i remi si alzano. Il mio sguardo li segue fino al sole, ma allora la luce di Apollo mi acceca e io mi risveglio”. “Che strano sogno” si fece pensieroso Lucio Giuliano. “Quale sarà il suo significato?” domandò Flavio. L’anziano senatore si riscosse e sorrise:”Tieni sgombra la mente, caro nipote, e rimani nella luce del dio. Solo allora il destino si svelerà davanti ai tuoi occhi”. Flavio annuì silenzioso. Poi i due volsero gli occhi in alto verso le antiche costellazioni, verso i cieli del sud.

Ero per la città tra le viuzze

Ero per la città, fra le viuzze
dell’amato sobborgo. E m’imbattevo

in cari visi sconosciuti… E poi,
nella portineria dov’ero andato
a cercare una camera, ho trovato…
Ho trovato una cosa gentile.

La madre mi parlava dell’affitto.
lo ero ad altra riva. Il mio alloggio
era ormai in paradiso. Il paradiso
altissimo e confuso, che ci porta
a bere la cicuta…
Ma torniamo
alla portineria, a quei sinceri
modi dell’una, a quel vivo rossore…

Ma supremo fra tutto era l’odore
casto e gentile della povertà.

Sandro Penna

Modernità

Angel Boligan Corbo non è solo un fumettista, ma anche uno dei più grandi pessimisti che l’isola di Cuba abbia mai sfornato. AcidCow ha raccolto 22 delle sue vignette più famose. Sono disegni molto intelligenti, ma anche estremamente inquietanti. Insomma, non regalate un album di Boligan Corbo al vostro nipotino per Natale.
E non provate neppure a contattare l’autore. Il suo sito risulta al momento fuori uso.
Chissà, forse anche lui sarà stato colpito dalle ansie che i suoi disegni provocano.

http://cervellonudo.imboscati.com/2013/12/28/22-inquietanti-vignette-che-vi-faranno-aprire-gli-occhi-sulla-modernita/

 

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Buona domenica!

Con un po’ do fortuna, imparerete anche voi a tenere la rotta orientandovi con le stelle”.

Raymond Carver

Yemen: l’avvocato che aiuta le spose-bambine a ritrovare la libertà

Shada Nasser è una professionista yemenita che in qualità di avvocato si oppone alla pratica, molto diffusa, di far sposare bambine di 8-10 anni a uomini molto più anziani, soprattutto nelle aree più povere dello Yemen. A differenza delle sue connazionali, Shada Nasser ha avuto la fortuna di nascere in una famiglia borghese e di avere un padre giornalista, difensore dei diritti umani. Ha studiato all’estero ed è diventata una delle prime donne avvocato del paese, specializzandosi nella difesa dei diritti di donne e bambini.

Shada si batte da sempre affinché i genitori non facciano sposare le figlie in tenera età, ma solo nel 2008 ha avuto la possibilità di fare qualcosa di concreto per fermare questa pratica, perfettamente legale. Come tutte le mattine, Shada Nasser si era recata in tribunale per discutere una causa, quando le hanno detto che che una bambina era arrivata senza essere accompagnata dal padre o da fratelli, chiedendo di poter parlare con un avvocato.

La piccola, che si chiamava Nojoud (con lei nella foto sotto) e che all’epoca aveva solo 10 anni, si mise a piangere e disse a Shada che era disperata: il padre l’aveva costretta, a suon di botte, a sposare con un 30enne che la picchiava e la violentava regolarmente. Nojoud voleva il divorzio a tutti i costi e, piuttosto di tornare a casa, si sarebbe tolta la vita. “Quando parlavo con lei, era come se parlassi a mia figlia”, ha raccontato Shada,“l’ho abbracciata e le ho detto: non avere paura, ti aiuterò e riuscirai ad ottenere il divorzio”.

Shada2 150x150 Yemen: lavvocato che aiuta le spose bambine a ritrovare la libertàSembrava una “causa persa” in partenza, poiché legislazione yemenita vieta ad una bambina di chiedere la separazione dal marito prima dei 15 anni, ma, grazie ai suoi contatti internazionali, Shada ha fatto in modo che il processo di Nojoud fosse seguito da giornalisti stranieri e che il mondo conoscesse il problema delle spose-bambine diffuso in tutti i paesi mediorientali. Il processo si è concluso con l’annullamento del matrimonio, anche se il giudice ha imposto a Nojoud di “risarcire i danni” al marito, quantificati in 200 dollari e raccolti grazie a donazioni.

Da allora, altre spose-bambine hanno cominciato a rivolgersi con fiducia a Shada Nasser. Tra le altre, anche Sally che aveva la stessa età di Nojoud e che ogni sera veniva drogata e violentata dal marito. “Preferisco morire che tornare da lui”, aveva detto Sally piangendo, perché quando ha chiesto aiuto al padre, quest’ultimo non poteva restituire al genero la dote di 1.000 dollari e riscattare la figlia e, quindi, l’ha picchiata a sangue e drogata a sua volta per farla restare col marito.

Io non lo chiamo matrimonio. Lo chiamo stupro“, ha dichiarato Shada Nasser. “Nello Yemen, la legge sul matrimonio stabilisce che una ragazza non dovrebbe “dormire” con il marito fino a 15 anni. Ma questa legge non viene applicata. E molti giudici hanno forti pregiudizi sulle donne”.

Le spose-bambine che le chiedono aiuto sono in costante aumento, ma la strada è ancora lunga: si tratta di una piaga difficile da estirpare, poiché sono proprio i genitori che vivono nelle aree più povere a combinare i matrimoni delle figlie con uomini molto più anziani, in cambio di denaro che serve a sostenere il resto della famiglia.

Shada Nasser si batte per innalzare ad almeno 18 anni l’età legale per contrarre matrimonio e si impegna affinché, a livello nazionale, l’opinione pubblica non chiuda gli occhi e il dibattito non si fermi. “Il primo caso, il caso di Nojoud, ha cambiato molte cose e migliorato la vita a centinaia di ragazze che vivono nelle campagne. Questi matrimoni precoci derubano le bambine del loro diritto ad avere un’infanzia normale e un’istruzione. Credo profondamente nella professione di avvocato”, ha concluso, “Credo che serva a questo: ad aiutare gli altri”.

Laura Pavesi

http://www.buonenotizie.it/in-evidenza/2014/01/08/yemen-lavvocato-che-aiuta-le-spose-bambine-ritrovare-la-liberta/

Sensibilità

Non disprezzate la sensibilità di nessuno. La sensibilità di ognuno è il suo genio.

Charles Baudelaire

L’infinito

Sempre caro mi fu quest’ermo colle
E questa siepe che, da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando:  e mi sovvien l’eterno,
E le morti stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.

Giacomo Leopardi

Il vero viaggio

Il vero viaggio non è cercare nuove terre, ma avere nuovi occhi.

Marcel Proust

Appuntamento con lo scrittore Mario Sammarone

Venerdì 10 Gennaio 2014, presso il caffè letterario “Mangiaparole” a Roma (via Manlio Capitolino n. 7, zona Furio Camillo), Mario Sammarone presenterà alcuni suoi scritti di narrativa. Il reading inizierà alle ore 21:00 e sarà un’occasione per conoscere il giovane scrittore abruzzese. Protagonisti della serata saranno Fabrizia Scopinaro, giovane attrice, che interpreterà i racconti, insieme a Sacha Marango ed Andrea Paolucci che accompagneranno con chitarre e percussioni, creando un gioco di atmosfere.
Mario Sammarone presenterà racconti già pubblicati e, trovandosi a Roma, la città dove è ambientato il suo romanzo ancora inedito, avrà modo di leggere agli amici e a tutti i presenti estratti del suo libro, un corposo romanzo storico ambientato nella Roma imperiale del III sec. d. C.
Mario Sammarone, giovane scrittore di Lanciano, vive a Roma e ha pubblicato “Purificazione” su Watt (Roma, 2013) e “L’uomo con il vestito violetto” sul nostro blog . Collabora con blog, riviste culturali e con la casa editrice Solfanelli-Tabula Fati. Ha scritto il saggio “Adriano Olivetti: L’Italia migliore” per Antarés (Bietti, Milano).

L’albero

Un albero non diventa solido e robusto se non è continuamente investito dal vento e sono queste raffiche che ne fanno il fusto compatto e ne rinsaldano le radici, che si abbarbicano con maggior forza al terreno; fragili sono invece quegli alberi che crescono in una valle tranquilla.

Lucio Anneo Seneca

Buona Epifania a tutti!

La Befana
Discesi dal lettino
son là presso il camino,
grandi occhi estasiati,
i bimbi affaccendati

a metter la scarpetta
che invita la Vecchietta
a portar chicche e doni
per tutti i bimbi buoni.

Ognun, chiudendo gli occhi,
sogna dolci e balocchi;
e Dori, il più piccino,
accosta il suo visino

alla grande vetrata,
per veder la sfilata
dei Magi, su nel cielo,
nella notte di gelo.

Quelli passano intanto
nel lor gemmato manto,
e li guida una stella
nel cielo, la più bella.

Che visione incantata
nella notte stellata!
E la vedono i bimbi,
come vedono i nimbi

degli angeli festanti
ne’ lor candidi ammanti.
Bambini! Gioia e vita
son la vision sentita

nel loro piccolo cuore
ignaro del dolore.

Guido Gozzano

Zoran, una insolita recensione

Cinema e psicopatologia nell’opera prima di Matteo Oleotto.

Introduzione

Matteo Oleotto prima di diventare regista ha lavorato come telefonista in un call-center, come bagnino, in una ditta di traslochi, in un autolavaggio, come operaio in una ditta di microcomponenti, e tra varie altre cose come assistente notturno di un ospedale psichiatrico. Si è poi diplomato come attore all’Accademia d’Arte Drammatica Nico Pepe di Udine e poi come regista al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma.

Istruzioni per l’uso di questo breve scritto

A. Dare uno sguardo alle 3 premesse.
B. Se è possibile, cortesemente vedere il film.
C. Se ancora interessa, leggere il resto (e magari rileggere con più attenzione le 3 premesse).
D. Qui sotto c’è spazio per i vostri commenti. Dai… basta compilare il modulo!

Prima Premessa

scémo: agg. e s.m. (f. -a) [der. di scemare, propr. part. pass. senza suffisso; ma col sign. 1, semus è già presente nel lat. mediev. (sec. 13°)]. –

1. aggettivo:
a. Scemato, non pieno, non intero: il fiasco è un po’ scemo; la luna è già scema; m’accorsi che ’l monte era scemo (Dante), incavato a modo di valle; arco scemo, arco a sesto ribassato (v. arco, n. 4). Fig.: investigatore… di chi scemo nella fede sentisse (Boccaccio), non pienamente credente, eretico.
b. ant. o letter. Mancante, privo: Ma Virgilio n’avea lasciati scemi Di sé (Dante); Festi, barbar crudel, del capo scemo Il più ardito garzon (Ariosto); le voglie indegne, E di nervi e di polpe Scemo il valor natio, son vostre colpe? (Leopardi); lunga vita Vivrò scema di affanni (Giusti).

2. più comune:
di persona; scarso d’intelligenza.

Seconda Premessa

Hans Asperger chiamò i suoi pazienti “piccoli professori”, basandosi sull’idea che bambini o persone poco più che adolescenti potevano avere un bagaglio di conoscenze nei loro campi d’interesse (fossero pure il canto o il gioco delle freccette) pari, se non superiori, a quello dei professori universitari. Questo perché gli individui con Sindrome d’Asperger hanno un’intelligenza nella norma se non superiore, a scapito però di una capacità d’interazione sociale nettamente inferiore e ben più problematica. L’alienazione sociale delle persone con la sindrome di Asperger è così intensa fin dall’infanzia che molti si creano amici immaginari per compagnia. Ciò può condurre all’acquisizione di elevatissime capacità (nel campo tecnico-informatico, nella creazione di giochi di ruolo, nelle attività astratte logico-matematiche, nell’intuito musicale).

L’intensa attenzione e la tendenza a cercare di capire logicamente le cose può sì garantire alle persone con Sindrome d’Asperger un alto livello di abilità nei loro campi d’interesse specifico, ma al prezzo di grandi difficoltà nella comunicazione e nel farsi comprendere dal “mondo sociale”.

Gli individui portatori di questa sindrome (la cui eziologia è ignota) presentano quindi una persistente compromissione delle interazioni con gli altri, schemi di comportamento ripetitivi e stereotipati, e hanno un linguaggio buono superficialmente, ma formale/ampolloso/pedante e difficoltà ad afferrare un senso diverso oltre quello letterale. Diversamente dall’autismo classico, non si verificano significativi ritardi nello sviluppo del linguaggio o dello sviluppo cognitivo.

Terza Premessa

Il termine “borderline” ha una lunga storia. A partire dal XVIII secolo, un ristretto numero di medici iniziò a studiare i pazienti ricoverati negli ospedali psichiatrici, scoprendo che alcuni di questi non avevano assolutamente perso la  capacità di ragionare. Seppure in grado di distinguere cosa fosse reale da cose non lo fosse, soffrivano tuttavia terribilmente per tormenti emotivi causati dall’impulsività e dalla rabbia, oltre che per una complessiva difficoltà nella gestione di sé. Sembravano vivere in una zona di confine (“borderline”, appunto) tra la follia e la normalità. Per tutto il secolo successivo questi soggetti, che non erano né folli né sani mentalmente, continuarono a mettere in difficoltà gli psichiatri. Era in questa “zona di confine” che la società e gli psichiatri avevano collocato alcuni criminali, gli etilisti, le persone instabili emotivamente e imprevedibili nel comportamento, allo scopo di separarli da un lato da quelli con patologie psichiatriche chiaramente definite (ad esempio quelli che poi verranno definiti come schizofrenici e maniaco depressivi o con disturbo bipolare), e dall’altro dalle persone “normali”.

Breve Recensione

La storia, molto apprezzata alla settimana della critica a Venezia, si svolge in un piccolo centro vicino Gorizia, nel nord-est italiano al confine con la Slovenia. In questa terra, incrocio di lingue e tradizioni differenti si barcamena Paolo Bressan (Giuseppe Battiston), un quarantenne che lavora di malavoglia in una mensa per anziani e insegue senza successo l’idea di riconquistare la sua ex moglie.

Battiston è impulsivo, collerico ma anche grosso, ingombrante, al punto che si viene talora investiti dalla fisicità di quest’anima in pena che beve senza respirare. Un giorno gli arriva una “eredità” inaspettata da una zia slovena, deceduta nel frattempo a sua insaputa: riceve non denaro, bensì un nipote sedicenne in affidamento, Zoran (Rok Prasnikar), che dovrebbe ospitare per i giorni necessari al suo inserimento in una casa famiglia. Essere zio non lo alletta, ma quando si accorge che il timido e impacciato Zoran è portentosamente bravo nel gioco delle freccette, pensa di farlo  partecipare ai campionati mondiali, che hanno un ricco montepremi.

Questa è una commedia delicata, senza forza d’urto: il vino e l’animo umano devono essere trattati con il garbo necessario.  E’ un film che mira anche a mettere in scena un contesto quasi mai raccontato (la provincia friulana) e i rapporti inconsueti che intrattiene con la limitrofa Slovenia. Ed è un film sui rapporti umani. Tutti questi argomenti Oleotto e gli altri sceneggiatori li conoscono piuttosto bene.

Epilogo

Tra confini geografici e psicopatologie di confine, un sogno la cui realizzazione è a portata di mano, che sembra essere l’elemento distintivo del film, non ne diventa il cardine assoluto. Del resto il triplo 20 vale 60 punti, quindi non è (sempre) vero che bisogna mirare al centro, perché il centro che vale di più (talora) è altrove.

Massimo Lanzaro

http://www.ilquorum.it/zoran-una-insolita-recensione

 

Voglio fare un regalo alla Befana

La Befana, cara vecchietta,
va all’antica, senza fretta.
Non prende mica l’aeroplano
per volare dal monte al piano,

si fida soltanto, la cara vecchina
della sua scopa di saggina:bef
è così che poi succede
che la Befana… non si vede!

Ha fatto tardi fra i nuvoloni,
e molti restano senza doni!

Io quasi, nel mio buon cuore,
vorrei regalarle un micromotore,
perché arrivi dappertutto
col tempo bello o col tempo brutto…

Un po’ di progresso e di velocità
per dare a tutti la felicità!

Gianni Rodari

L’amore per la lettura

Non ho mai avuto tempo di leggere, eppure nulla, mai, ha potuto impedirmi di finire un romanzo che mi piaceva. La lettura non ha niente a che fare con l’organizzazione del tempo sociale. La lettura è, come l’amore, un modo di essere…”

Daniel Pennac

Il caos

Ben venga il caos, perché l’ordine non ha funzionato.

Karl Kraus

Principi? No, principesse!

Principi? No, principesse!

Uno sguardo al nuovo prodotto della Disney, stabilmente in cima al box office

Frozen – Il Regno di Ghiaccio è un film del 2013 diretto da Chris Buck e Jennifer Lee. È un film animato al computer, prodotto dalla Walt Disney Animation Studios e distribuito dalla Walt Disney Pictures. È vagamente ispirato alla fiaba di Hans Christian Andersen “La regina delle nevi”. Diciamo invero che entrambe le storie hanno in comune la neve e nulla più: “La regina delle nevi” è una delle fiabe più belle e lunghe di Andersen, divisa in sette sezioni, ognuna delle quali descrive una vicenda compiuta. Questo invece è il 53° Classico Disney ed è stato distribuito negli Stati Uniti il 27 novembre 2013, mentre in Italia il 19 dicembre.

Vi si narra di una principessa, Elsa, primogenita della famiglia reale di Arendelle, nata con un particolare potere magico: può infatti creare e manipolare il ghiaccio e la neve. Finché è bambina, questo particolare dono sembra una simpatica magia, tanto che lei lo usa per giocare insieme alla sua sorellina Anna.

Il film segue fondamentalmente la formula Disney e fa un po’ di pasticci con alcuni ingredienti, in particolare la musica e i relativi testi, con passaggi addirittura un po’ fastidiosi. Molte cose tuttavia funzionano egregiamente, a cominciare dall’atmosfera magica e la cura per il dettaglio animato. I  bambini in sala trovano la renna e il pupazzo di neve molto divertenti, e si sentono fragorose risate ogni volta che sono sullo schermo.

La dicotomia tra calore, spirito di carità, energia cosmica che tende e fa tendere all’unità e l’indifferenza, la mancanza di compassione per le sofferenze degli altri, il disinteresse e “la freddezza nei rapporti” costituiscono il presupposto della coerenza cinematografica archetipica, con qualche significativa variazione.

Si assiste ad una navigazione nei simboli della psiche, come sempre accade quando si ha a che fare con la fiaba, genere che pare pretesto per trascrivere miti, sogni, ed esercitare un’immaginazione molto attiva che dà indicazioni esistenziali.

Anche questa è la storia di una crescita, il racconto simbolico di un itinerario femminile dall’infanzia all’età adulta. In simili drammi solitamente l’anima che diventata “di ghiaccio”, simbolo di lontananza inattingibile, segno di una ferita profonda (che in questo caso sembra essere la mera nascita/peccato originale?) è solitamente in attesa di un uomo/eroe, vero e responsabile, capace di rispondere, che sappia scioglierla dal doloroso incantesimo. Qui invece prevalgono le istanze femministe: entrambe le principesse di Frozen sono forti, con curve sospette, ma capaci di fornire la soluzione, di “parlare per risolvere le cose”, senza brandire mai armi per tutto il film. Dei due protagonisti maschili, quello che più si avvicina ad incarnare i tipici principeschi tratti maschili come cavalleria e coraggio fisico viene fatto addirittura diventare “cattivo”. Che siano queste in essenza le “indicazioni esistenziali dell’inconscio collettivo” che vengono da questa fiaba?

Qualcuno ha notato che: “vi si riesce a capire e ad apprezzare ciò che Papa Francesco ha recentemente sottolineato nella sua esortazione apostolica Evangelii Gaudium (La gioia del Vangelo)”, che è “l’indispensabile apporto della donna nella società, con una sensibilità, un’intuizione e certe capacità peculiari che sono solitamente più proprie delle donne che degli uomini.”

Ah, dimenticavo: la proiezione del film viene anticipata da un nuovo cortometraggio di Topolino (Get a Horse!, diretto da Lauren MacMullan), risalente al primo periodo disneyano, utilizzando sia l’originale in bianco e nero sia la CGI, con la voce di Mickey Mouse ancora doppiata da Walt Disney in persona. Un momento “diacronico” davvero gustoso, quasi imperdibile, anche per i bambini “senior”.

Massimo Lanzaro

http://www.ilquorum.it/principi-principesse/

Un cuore grato

C’è sempre qualcosa di cui essere grati. Non essere così pessimista se ogni tanto le cose non vanno come vorresti. Sii sempre riconoscente per gli affetti e le persone che già hai vicino a te. Un cuore grato ti rende felice.

Buddha

L’anno nuovo

 Indovinami, indovino, tu che leggi nel destino: l’anno nuovo come sarà? Bello, brutto o metà e metà? Trovo stampato nei miei libroni che avrà di certo quattro stagioni, dodici mesi, ciascuno al suo posto, un carnevale e un ferragosto, e il giorno dopo il lunedì sarà sempre un martedì. Di più per ora scritto non trovo nel destino dell’anno nuovo: per il resto anche quest’anno sarà come gli uomini lo faranno.

Gianni Rodari

Grazie a tutti!

Carissimi,

ringrazio tutti per gli auguri e per le belle parole che mi avete scritto. I vostri pensieri sono, per me, davvero un buon inizio.

Gabriele