Violenza sulle donne e uomini cattivi

Ricordi e riflessioni ispirati da una pellicola di Chabrol del lontano 1993

Lo spunto per questo scritto, viene dalla recentissima giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Nel mondo c’è una vera e propria “epidemia”: una donna su tre ha subito, a livello mondiale, abusi almeno una volta nella vita (dati OMS) e il 30 per cento di questi atti viene inflitto da un partner intimo. Anche in Italia, dove i casi sono aumentati da 84 nel 2005 a 124 nel 2012. E nel primo semestre del 2013 i casi di violenza sono stati 65. Molte di queste vittime riportano lesioni gravissime, qualcuna viene uccisa, le altre subiscono violenze di tipo persecutorio da cui escono segnate nel corpo e nell’animo.

In genere le cronache e le convinzioni popolari tendono ad applicare agli omicidi di donne lo schema del delitto passionale, commesso magari durante un “raptus” (termine ormai non più accettato dalla comunità scientifica) o sotto la spinta di una “temporanea follia” (definizione altrettanto molto discutibile). Questo modo di ragionare perpetua di solito due gravi malintesi: che siano delitti normalmente inevitabili, in quanto difficili da prevedere, oppure che si tratti di tragedie familiari e perciò appartenenti alla sfera privata, slegati da ogni contesto sociale più ampio e non privo di responsabilità.

Il fenomeno non ha né tempo né confini e non risparmia nessuna nazione, sia essa industrializzata o in via di sviluppo, in pratica una fragilità del sistema che si nutre di valori condivisi. Non conosce nemmeno differenze socio-culturali, perché vittime e aggressori appartengono a tutte le classi sociali e perché, al di là di quello che ci viene mostrato dai media, i rischi maggiori vengono da familiari, mariti, fidanzati o padri che siano, seguiti da amici, vicini di casa e colleghi di lavoro.

Ma cosa c’è dunque dietro gli uomini “cattivi”? Non credo di essere nel contesto appropriato per dare una risposta esaustiva o sistematica, c’è una vastissima letteratura in merito, e questa è una rubrica dove si parla di cinema. Tuttavia oggi rispolvero un film che parla proprio di violenza sulle donne: “L’inferno”, diretto da Claude Chabrol, che mi sento sinceramente di suggerire (a chi non lo abbia visto). Perché? Forse perché prova a descrivere una delle possibili risposte alla domanda precedente, ovvero: in alcuni casi, dietro (e dentro) gli uomini “cattivi” c’è una sindrome psichiatrica che si manifesta in modo subdolo e che può avere conseguenze anche terribili.

La narrazione descrive il percorso di un giovane uomo, Paul, proprietario di un albergo in riva ad un lago sui Pirenei, acquistato a costo di grossi sacrifici economici. Raggiunto lo scopo della sua vita, Paul si mette alla ricerca di una donna e conquista la “bella del paese”: l’esuberante e procace Nelly, che ben presto lo rende padre di un bel bambino.

L’albergo è accogliente e ben frequentato e costringe Paul a sottoporsi ad un lavoro di gestione continuo e stressante, a cui si aggiungono le frequenti bevute in compagnia degli ospiti, che lo rendono nervoso e insonne, tanto che si ritrova costretto a far (ab)uso di ipnoinducenti. Nelly, sua moglie, cerca di rendersi utile, aiutandolo nel lavoro e intrattenendo affabilmente gli ospiti. Ma tutto ciò non è visto di buon occhio dal marito. La donna cerca più volte di sdrammatizzare la situazione, ride della gelosia del marito, crede si tratti di un eccesso di amore, pensa si tratti di normalità. Purtroppo si intuisce che date le circostanze e gli sviluppi quella forse non era “la cosa giusta da fare”.

In psichiatria, il disturbo delirante è una forma di delirio cronico basato su un sistema di credenze illusorie che il paziente prende per vere e che ne alterano la percezione della realtà. Queste credenze sono in genere di tipo verosimile, come la convinzione di essere traditi dal proprio partner. Escludendo l’incapacità di valutare oggettivamente il sistema di credenze illusorie che danno origine al delirio, il paziente mantiene le proprie facoltà razionali e in genere le sue capacità di relazione sociale non sono inizialmente compromesse. Alcune forme di disturbo delirante venivano  tradizionalmente indicate come casi di paranoia, termine che oggi è in disuso nella comunità scientifica internazionale.

Come nel film la nascita del disturbo può non avere sintomi rilevanti dal punto di vista delle capacità dell’individuo di vivere una vita sociale relativamente normale, ma la sua degenerazione può insidiosamente modificare questa situazione. Inciso: purtroppo, senza alcun intervento adeguato, senza una identificazione precoce da parte di un professionista a volte questi uomini possono isolarsi progressivamente, diventare violenti e “cattivi”.

Tornando al film: lontano dal lirismo di un Bergman o dalle nevrosi intellettuali di un Allen, Chabrol segue la storia con l’occhio di uno scienziato, attenendosi al fatto reale e al dato psicologico. Ed è forse il motivo per cui a mio avviso è un autentico capolavoro.

Tratto da Il Quorum
http://www.ilquorum.it/violenza-sulle-donne-e-uomini-cattivi/

Massimo Lanzaro

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9 Risposte

  1. Riflessione raffinata e illuminante da leggere e rileggere probabilmente pochi arrivano a questa profondità della mente umana.
    Per me anche Bergman è grande.
    Un saluto a tutti.
    Muzzi Gabriele

  2. Convincere questi uomini a chiedere aiuto ad uno specialista di propria spontanea volontà è la prima difficoltà che le compagne, o i familiari, affrontano, dovendo lottare contro l’incapacità di riconoscere il problema da parte del “mondo” degli amici, dei parenti, che tendono ad obliare e che sono un pubblico omertoso. E’ presso questo pubblico che questi uomini obliano se stessi. Quando non vengono incolpate ingiustamente di essere la causa principale della psicosi di questi uomini, alle compagne conviene convincerli che sono esse… ad aver bisogno dello psicanalista: è una buona occasione per passare la patata bollente e per evitare che, questi uomini, si sentano “moralmente sconfitti”: è una posizione che non sopportano.

  3. Partendo dal post correllato di Moore, il quale scrive:
    “La grande malattia del ventesimo secolo […] è la perdita dell’anima. Quando l’anima è trascurata, non si limita ad abbandonarci; essa ricompare nelle ossessioni, nelle dipendenze di ogni genere, nelle forme di violenza e nella perdita di significato. Se non viene onorata, la capacità creativa dell’anima porta alla rovina”,
    e riallacciandomi a Valeria, di cui condivido il pensiero, mi sono guardata intorno…verso questi uomini “cattivi”. In effetti scorgo in loro uno sguardo vitreo, inespressivo; sembrano fantasmi, la cui anima e’ volata chissa’ dove. Percepisco un senso di proprieta’ nel senso che le loro donne, i loro affetti li considerano un loro possesso e guai se questi intrecciano qualunque relazione interpersonale con chichessia; e poi guai a dire loro che sono paranoici, i malati, ‘i pazzi’ sono gli altri. Lei, caro dott. Lanzaro e’ stato meravigliosamente chiarp ed esaustivo, ma mi domando se quedte persone, oltre alle pscosi di cui loro malgrado sono vittime, potrebbero trovare la strada della guarigione molto piu’ umilmente ed agevolmente scoprendo che non hanno coltivato la loro anima fino a renderla un terreno arido ormai abitato solo dalle loro ‘ombre’? ombre che chiaramente loro non ammettono di avere…

  4. Caro dott. Lanzaro,

    le sarei molto grata se avesse da consigliarmi qualche libro in merito a questo argomento.
    Grazie di cuore.
    Un caro abbraccio, Bea.

  5. Grazie del commento Valeria. E’ verissimo: convincere questi uomini a parlare ad uno specialista di propria spontanea volontà è la prima difficoltà, di solito principalmente perché mancano di insight (consapevolezza di malattia). Anche l’ombra stigmatizzante della nostra cultura impedisce di chiedere aiuto, e spesso i familiari non sono sufficientemente informati per fare scelte consapevoli. Peraltro non sempre è indicato consultare uno psicanalista o uno psicologo che spesso non ha esperienza della patologia specifica (nel caso del film ad esempio è il medico di medicina generale che alfine comprende di cosa si tratta.. questa dovrebbe essere la strada: la cooperazione tra una medicina generale proattiva e informata con invii preventivi di casi simili alla branca specialistica).

  6. Caro Gabriele, grazie di cuore del suo commento. Un caro saluto.
    Massimo Lanzaro

  7. Cara Beatrice,

    Forse in ambito “manualistico” direi: “Otello e la mela. Psicologia della gelosia e dell’invidia”, Ed. Carocci. Tuttavia in tema di “sindromi deliranti a contenuto amoroso” è a mio modesto avviso imperdibile “L’amore fatale”, noto romanzo dello scrittore inglese Ian McEwan, nel 1997, da cui è stato tratto l’omonimo film del 2004, diretto da Roger Michell. Mi faccia sapere.

    Un caro saluto,
    Massimo Lanzaro

  8. Cosa ne pensa, dottore, della collaborazione tra medicina generale e consultori familiari che avrebbero il compito di “sensibilizzare” (e qui sorrido!) entrambi i partner? Nel mio primo intervento volevo proprio sottolineare quanto sia importante “refertare” la propria storia, prima che sia troppo tardi, quando le richieste di aiuto a parenti e amici sono già cadute nel vuoto.

  9. Cara Valeria, non ho sufficiente esperienza della realtà dei consultori in Italia, se non ‘di seconda mano’, per cui sento di non poter commentare. Un caro saluto

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