Eroici

Cosa rende eroici?
Muovere incontro al proprio supremo dolore e alla propria suprema speranza…

H. Hesse

11 Risposte

  1. Penso che la differenza tra un ludopatico ed un pothospatico sia nel “termine delle azioni e intenzioni”.

  2. Per me, eroico è..

    (riconoscere l’ombra)
    • un atto di guerra.. nella consapevolezza che la si può perdere quasi certamente; poiché la guerra, connaturata alla natura degli uomini, se non è condotta dentro, è portata fuori contro i propri simili;
    • un atto di rinuncia silenzioso … sapendo che nessuno ti ringrazierà per questo; poiché per sua natura la rinuncia trova in se stessa la propria contropartita, essendo scollegata da qualsiasi forma di desiderio, anche il più sottile;

    (riconoscere la luce)
    o provare i propri sentimenti superiori.. ma incominciando dalle cause che ne bloccano la percezione; poiché lasciar fluire se stessi nella natura richiede un atto di compassione, fuori dal limite della contrapposizione dualistica del sé rispetto al Tutto;
    o imparare dalla natura a pensare con le forme …. però, rendendosi autonomi, creandole e facendosi trasportare consapevolmente da esse;

    Per me, eroico è
    ….. imparare a penetrare il senso di nostalgia dell’infanzia, che talvolta ci accompagna nell’addormentamento … poiché quella nostalgia è la reminiscenza che ci attrae come una calamita verso emozioni di un vissuto felice e fantastico .. che occorre riscoprire e ripercorrere nei suoi meccanismi primordiali.

  3. sotto (riconoscere la luce) quelle “o” non sono lettere ma pallini bianchi contrapposti a quelli neri che ho messo sotto (riconoscere l’ombra)

  4. “Dovunque c’è il dolore,
    qui santa è la terra”

    Oscar Wilde

  5. “Tra un attimo e l’altro della vita c’è una speranza che attende un’altra speranza. In quel breve spazio abita speso l’amore. Per ogni difficile amore c’è una speranza più grande che sta fra un attimo e l’altro del cuore”.

    Romano Battaglia

  6. Da “Diario di un curato di campagna” di G. Bernanos: l’eroismo di vivere pienamente ogni giorno che resta da vivere, quando il trionfo delle piccole gioie ci riconciliano con il luogo d’approdo: il corpo psichico dal quale si vive alienati, sembra, per tutta la vita. Identificarci con l’osservatore di noi stessi, per raggiungere la consapevolezza del Sè individuale…

    […] “Ho amato le anime ingenuamente (credo d’altronde di non poter amare diversamente). Questa ingenuità, alla lunga, sarebbe divenuta dannosa per me e per il prossimo, lo sento; giacchè ho resistito molto goffamente a un’inclinazione del mio cuore così naturale, che m’è permesso crederla invincibile. Il pensiero che quest lotta sta per finire, non avendo più scopo, m’era già venuto stamane; ma allora ero pieno dello stupore in cui m’aveva messo la rivelazione del signor dottore Laville. Stupore che è entrato in me solo a poco a poco. Era un sottile filo d’acqua limpida; e adesso straripa dall’anima, mi riempie di freschezza. Silenzio e pace.
    Oh! Beninteso, nel corso delle ultime settimane, degli ultimi mesi che Dio mi lascerà, per tutto il tempo in cui potrò conservare il peso d’una parrocchia, cercherò, come un tempo, d’agire con prudenza. Ma infine avrò meno preoccupazione per l’avvenire, lavorerò per il presente. questa specie di lavoro mi sembra proporzionata alla mia misura, alle mie capacità. Poichè io non riesco bene che nelle piccole cose; così spesso provato dall’inquietudine, debbo riconoscere che trionfo nelle piccole gioie.
    Questa giornata capitale avrà il destino delle altre: non si è conclusa nel timore; ma quella che comincia non si aprirà nella gloria. Non volto le spalle alla morte, non l’affronto nemmeno. Ho provato ad alzare su essa lo sguardo più umile che ho potuto, e non era senza una segreta speranza di disarmarla, d’intenerirla. Ahimè, ci vorrebbe l’ignoranza e la semplicità dei fanciulletti.
    prima di conoscere la mia sorte, più d’una volta mi è venuto il timore di non saper morire, giunto il momento; giacchè è certo che sono orribilmente impressionabile. Ricordo una frase del caro vecchio dottor Delbende che ho riferito, credo, in questo diario. le agonie dei monaci o dei religiosi non sono sempre le più rassegnate, si afferma. Questo scrupolo, oggi mi lascia tranquillo. Capisco bene che un uomo sicuro di sé, del proprio coraggio, possa desiderare di fare della sua agonia una cosa perfetta, compiuta. In mancanza di meglio, la mia sarà ciò che potrà, niente di più. Se l’affermazione non fosse audacissima, direi che i poemi più belli non valgono, per un essere veramente commosso, il balletto d’una maldestra confessione. E, a ben riflettere, quest’accostamento non può offendere nessuno; giacchè l’agonia umana è anzitutto un atto d’amore. […]

  7. Oppure il bisogno?

    CIAO, MARCO!

    A Marco Pedone di Patù (Lecce), giovane eroe caduto in Afghanistan il 12 novembre 2003, in una guerra che non gli apparteneva.

    Ciao, Marco, oggi a Patù ho incontrato tua madre,
    due anni dall’ultima volta sono passati,
    può darsi che forse ci hai visti,
    lei m’ha abbracciato più volte,
    lo stesso ha fatto anche tuo padre.

    Eppure li avevo visti soltanto una volta,
    li avevo incontrati nella stessa identica piazza,
    quella piazza che oggi porta il tuo nome,
    nello stesso identico giorno del 4 novembre
    che ricorda un massacro che poteva esser schivato,
    il tuo, invece, un massacro deciso dal fato.

    In petto sentivo vibrare qualcosa,
    una pena che dentro il mio cuore covava,
    un affetto un po’ strano
    per una amicizia nata da poco
    ma ricca di un forte trasporto,
    qualcosa di tenero che sprigionava passione,
    un sentimento quasi filiale
    trasmesso con slancio ad un amico trovato di nuovo
    dopo qualche anno che è stato distante,
    un abbraccio convinto, ripetuto più volte,
    come si fa coi parenti più stretti, andati lontano,
    coi quali non basta una semplice stretta di mano.

    Ho letto negli occhi il senso del vuoto,
    uno struggente bisogno di dirmi qualcosa,
    celato dietro un breve saluto,
    un ricordare un recente passato
    che si vuole quasi scordare,
    direi esorcizzare,
    forse anche ignorare,
    come se tu fossi ancora tra noi,
    che il tuo sangue non avesse bagnato una terra
    che a nessuno di noi appartiene
    una terra di sabbia e rancore
    dove regna solo dell’odio, priva di amore,
    e pensare che tu sei andato da poco in campagna
    perché adesso è tempo di olive,
    che aspettano che tu le raccolga,
    è tempo di olio,
    che per noi rappresenta la vita,
    e far finta che tu stai tardando per un contrattempo,
    per un imprevisto che può capitare ogni giorno,
    e dire impazienti:
    “vedrai a momenti ritorna, arriva fra un poco”
    e tenere un piatto di pasta con fave,
    a scaldare….sul fuoco.

    Salvatore Armando Santoro
    (Alessano 4.11.2013 – 15,12)

  8. COsa rende eroici?
    Amare. Affidare la nudita’ di se stessi a qualcuno, dandogli tutto l’amore che si ha dentro. Questo e’ l’atto supremo di coraggio.

  9. E avvolte i forzuti si accasciano,
    dimenticano ogni lezione,
    lo sai cosa intendo se dico che a tutto c’è una soluzione,
    e tutte le luci si accendono,
    miliardi di pixel si Infiammano,
    si muovono a ritmo di un battito…di un battito… di un battito!!!
    E sotto ai miei piedi c’è un polso,
    e sulla mia testa c’è il cielo,
    e io vivo proprio nel mezzo,
    nella terra degli uomini,
    dove suona la musica,
    e governa la tecnica,
    e mi piace la plastica,
    si sperimenta la pratica e…
    E si forma la lacrima,
    dove suona la musica,
    e il futuro si srotola,
    e l’amore si fa…
    E l’amore si fa

    Son sempre i migliori che partono,
    ci lasciano senza istruzioni,
    a riprogrammare i semafori,
    in cerca di sante ragioni e c’è sempre un gran sole a sorprenderci nell’indifferenza degli arbitri,
    che stanno li a leggere i monitor con le facce impassibili,
    e sotto i miei piedi c’è un baratro,
    e sulla mia testa c’ho gli angeli,
    e qui siamo proprio nel mezzo,
    nella terra degli uomini,
    dove suona la musica,
    l’amicizia si genera,
    dove tutto è possibile,
    dove un sogno si popola,
    la chitarra sia elettrica,
    e risuona gli armonici,
    dove ridono i salici,
    dove piangono i comici,
    e la forza si amplifica,
    ed il sangue si mescola,
    e l’amore è una trappola…
    Mica sempre però?
    Qualche volta ti libera,
    e ti senti una favola,
    e ti sembra che tutta la vita non è solamente retorica,
    ma sostanza purissima,
    che ti nutre le cellule,
    e ti fa venir voglia di vivere fino all’ultimo attimo,
    dove suona la musica,
    nella terra degli uomini,
    dove trovi anche un posto per chi ti sorride da un angolo,
    fino all’ultimo attimo
    fino all’ultimo attimo
    fino all’ultimo attimo

  10. …E mentre gli Eroici non ci sono, io ballo, avvinghiata alla mia ramazza, volteggiando per queste immense sale vuote, incontro al sole che muore dietro i vetri, promettendo un nuovo giorno: tanto non gli costa niente questa promessa, è il suo compito. Agli eroici invece…

    – Ramazza, andiamo! Di là, di là… Di qua, di qua… Inchino e ancora: di là e di qua, di là e di qua, di qua e di là eeeeeee volteggio, svolteggio, rivolteggio… Braaaaava, così e…

    – “Fanciullo, io già non ero
    come altri erano, né vedevo
    come gli altri vedevano. Mai
    derivai da una comune fonte
    le mie passioni – né mai,
    da quella stessa, i miei aspri affanni.
    Né il tripudio al mio cuore
    io ridestavo in accordo con altri.
    Tutto quel che amai, io l’amai da solo.
    Allora – in quell’età – nell’alba
    d’una procellosa vita – fu derivato
    da ogni più oscuro abisso di bene e male
    il mistero che ancora m’avvince –
    dai torrenti e dalle sorgenti –
    dalla rossa roccia dei monti –
    dal sole che d’intorno mi ruotava
    nelle sue dorate tinte autunnali –
    dal celeste baleno
    che daccanto mi guizzava –
    dal tuono e dalla tempesta –
    e dalla nuvola che forma assumeva
    (mentre era azzurro tutto l’altro cielo)
    di un dèmone alla mia vista –

    – … Ramazza, non sono un démone, ma sarai la mia arma e da oggi in poi non ti lascerò a casa come hanno fatto questi Eroici: tu ed io, io e te. Anima nobile, conquisteremo un pezzo di immortalità: ‘che il mondo cambia aspetto sotto la polvere che solleva, mentre noi la spazzeremo per mantenere intatte soltanto quelle cose che davvero devono essere cambiate e che non si vedono sotto la polvere!…

    – “Elizabeth, vano è del tutto che tu dica
    Oh, non amare – se poi lo dici in quel dolce modo:
    invano quelle parole da te dette o da L.E.L.
    così rafforzavano i talenti di Santippe:
    ah, se quel linguaggio ti zampilla dal cuore,
    esprimilo meno amabilmente – e velando i tuoi occhi.
    Endimione, ricordati, quando la Luna volle
    curarne l’amore, per sempre restò curato d’ogni cosa –
    follia, fierezza, passioni – giacchè ne morì.” –

    – …?!… Ramazza nobile, mi chiamo Valeria… Nobile ramazza, sono al suo servizio e di questo incantesimo!

  11. Oh, mamma mia!
    Mi scuso ma continuo a sbagliare questa maledetta data della morte di Marco con l’attentato di Nassiria.. Marco è morto il 9 Ottobre 2010 in Afghanistan.

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