Le parole

” Originariamente le parole erano magie e, ancora oggi, la parola ha conservato molto del suo antico potere magico. Con le parole un uomo può rendere felice l’altro o spingerlo alla disperazione, con le parole l’insegnante trasmette il suo sapere agli allievi, con le parole l’oratore trascina con sé l’uditorio e ne determina i giudizi e le decisioni. Le parole suscitano affetti e sono il mezzo comune con il quale gli uomini si influenzano tra loro. ”

Freud S. ne “Introduzione alla Psicoanalisi”

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9 Risposte

  1. “Non dormo.
    Non sono io a sognare.
    E’ Fedro.
    Si sta svegliando….
    Una mente divisa contro se stessa…..sono io la malvagia figura nell’ombra. Sono io lo
    spregevole… Ho sempre saputo che sarebbe tornato….Non mi resta che prepararmi….
    La chiesa della Ragione, come tutte le istituzioni del sistema, non è basata sulla forza del singolo
    quanto sulla sua debolezza…Ma per Fedro la Qualità la si vede meglio sulle montagne, là oltre il
    limite dei boschi, e non qui, dove le finestre sporche e gli oceani di parole la offuscano.”
    (da “Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta” Pirsig)

  2. […] Quando le parole perdono la loro integrità, la perdono anche le idee che esprimono. Privilegiando l’espressione personale sulla convenzione formale non stiamo facendo altro che privatizzare il linguaggio, così come stiamo privatizzando quasi tutto il resto.
    “Quando io uso una parola”, diceva Humpty Dampty, in tono alquanto sprezzante, “essa significa esattamente quello che decido io”. “Bisogna vedere” , rispondeva Alice, “se lei può dare tanti significati diversi alle parole”. Alice aveva ragione: il risultato è l’anarchia. […]
    (Da un articolo che conservo gelosamente dal titolo “Parole di Tony Judt, pubblicato dal settimanale Internazionale. Vado a ricopiarlo per noi…)

  3. le parole, attraverso le vibrazioni del loro suono, veicolano le emozioni, positive o negative

  4. Parole di Tony Judt

    “Sono cresciuto a suon di parole. Rotolavo giù dal tavolo di cucina sul pavimento dove ero seduto: tra nonno, zii e profughi volavano russo, polacco, yiddish, francese e quello che passava per inglese, in una raffica di domande e risposte. Pomposi relitti del partito socialista inglese dell’epoca edoardiana passavano il loro tempo nella nostra cucina, perorando la vera causa. Passavo lunghe ore felici ad ascoltare autodidatti dell’Europa centrale che discutevano fino a notte fonda di marxismo, sionismo, socialismo. Parlare, mi sembrava, era lo scopo dell’età adulta. Un’impressione che non ho mai perso.
    A mia volta, per ritagliarmi uno spazio, parlavo anch’ io. Il mio pezzo forte era ricordare parole, pronunciarle e tradurle. “Diventerà un avvocato!” , dicevano. “Incanterà anche i sassi!”: cosa che per un po’ tentai inutilmente di fare al parco, prima di cimentarmi altrettanto inutilmente con le ragazze, negli anni dell’adolescenza. Ma a quel punto ero già passato dall’intensità degli scambi poliglotti alla più raffinata eleganza dell’inglese della Bbc.
    Gli anni cinquanta, quando frequentavo le elementari, erano un’epoca di grande rigore nell’insegnamento e nell’uso della lingua inglese. Imparavamo che non era ammessa la minima trasgressione sintattica. Il “buon” inglese era al suo apice. Grazie ai notiziari della Bbc e ai cinegiornali, la lingua parlata seguiva regole accettate a livello nazionale: l’autorità della classe e della regione determinava non solo il modo in cui si dicevano le cose, ma il tipo di cose che si potevano dire .
    Gli accenti abbondavano (compreso il mio!), ma erano classificati secondo un criterio di rispettabilità: di solito in funzione della posizione sociale e della distanza geografica da Londra.
    Ero affascinato dal fulgore della prosa inglese nel suo evanescente apogeo. Era l’epoca dell’alfabetizzazione di massa, di cui Richard Hoggart avrebbe anticipato il declino nel suo saggio elegiaco The uses of literacy, del 1957. Nella cultura si andava affermando una letteratura di protesta e ribellione: da “Jim il fortunato” a “Ricorda con rabbia”, passando per i drammi familiari della fine del decennio, si mettevano in discussione i confini di classe di una rispettabilità soffocante e di un linguaggio “appropriato”. Eppure, gli stessi barbari che attaccavano la tradizione facevano ricorso alle consumate inflessioni dell’inglese ufficiale: leggendoli, non mi era mai venuto in mente che per ribellarsi bisogna sbarazzarsi della buona forma.” […]

  5. […]

    “Quando arrivai al college, le parole erano la mia specialità. Come osservava maliziosamente un mio professore, avevo la stoffa del fine oratore, che univa (o almeno a me piaceva pensarlo) la sicurezza ereditata da un ambiente esclusivo all’acume critico dell’outsider. I tutor di Oxford e Cambridge premiano la facilità dell’espressione verbale: l’approccio “neosocratico”(“perché hai scritto questo?”, “ cosa intendevi?”) invita il singolo studente a diffondersi in spiegazioni, penalizzando implicitamente l’universitario timido e riflessivo che a un seminario preferirebbe ritirarsi nell’ultima fila. La mia egocentrica fiducia nell’abilità linguistica ne usciva rafforzata: non era solo un segno di intelligenza, ma intelligenza in sé.
    Mi sono mai reso conto di quanto fosse importante il silenzio del docente, in quel contesto pedagogico? Il silenzio è certamente qualcosa di cui non sono mai stato capace, né come studente né come professore. Alcuni dei colleghi più brillanti che ho avuto nel corso degli anni erano così chiusi in se stessi da sfiorare l’afasia nei dibattiti e perfino nelle conversazioni: prima di prendere posizione riflettevano con calma. Ho sempre invidiato la loro misura.
    Di solito, l’abilità linguistica è considerata una dote aggressiva. Ma per me ha avuto una funzione essenzialmente difensiva: la flessibilità retorica consente di simulare una certa vicinanza, di comunicare una prossimità mantenendo le distanze. E’ quello che fanno gli attori. Ma il mondo non è un palcoscenico, e c’è qualcosa di artificioso in questo esercizio: lo vediamo nell’attuale presidente degli Stati Uniti. Anch’io ho usato il linguaggio per sottrarmi all’intimità, cosa che forse spiega il mio debole per i protestanti e i nativi americani, due culture riservate. Quando c’è di mezzo il linguaggio, naturalmente, gli esterni finiscono spesso per ingannarsi.” […]

  6. […]

    “Ricordo che una volta un dirigente americano della società di consulenze McKinsey mi raccontò di avere avuto grosse difficoltà a scegliere i giovani associati all’epoca delle prime assunzioni in Inghilterra: avevano tutti una splendida padronanza della lingua, le loro analisi sembravano uscire da sole dalla penna. Come si faceva a capire chi era intelligente e chi solo forbito?
    Le parole possono ingannare, capricciose e inaffidabili come sono. Ricordo di essere rimasto stregato dalla favola storica dell’Unione Sovietica narrata dal vecchio trotskista Isaac Deutscher in una serie di lezioni a Cambridge (pubblicate con il titolo The unfinished devolution: Russia 1917-1967). La forma trascendeva così elegantemente il contenuto che accettammo un bel po’ a disintossicarci. La pura e semplice abilità retorica, anche la più brillante, non richiede originalità o profondità di pensiero.
    Al tempo stesso, la sciatteria linguistica suggerisce certamente un limite intellettuale. Questa idea suonerà strana a una generazione che è elogiata per quello che cerca di dire, anziché per quello che dice. L’accuratezza linguistica stessa, negli anni settanta, era diventata oggetto di sospetto: il rifiuto della “forma” aveva favorito un’approvazione acritica della semplice “espressione si sé”, soprattutto a scuola. Ma una cosa è incoraggiare gli studenti a esprimere liberamente le loro opinioni, stando attenti a non schiacciarle sotto il peso di un’autorità frettolosa. Tutt’altra cosa è che gli insegnanti rifuggano dalla critica formale sperando che la libertà accordata favorisca il pensiero indipendente: “Quel che conta sono le idee, non preoccupatevi di come le dite”. […]

  7. […]

    A una quarantina d’anni di distanza, non ci sono più molti insegnanti dotati dell’autostima (o della preparazione) necessaria per stroncare un’espressione infelice e spiegare chiaramente perché ostacola una riflessione intelligente. La rivoluzione della mia generazione ha svolto un ruolo decisivo in questo senso: mai sottovalutare la priorità accordata all’autonomia dell’individuo in ogni sfera della vita. Ben presto, l’imperativo “fa le cose a modo tuo” ha assunto una forma proteica.
    Oggi, nel linguaggio come nell’arte, si preferisce l’espressione “naturale” all’artificio: ingenuamente, siamo convinti che sia in grado di comunicare più efficacemente la verità, oltre che la bellezza. Alexander Pope la pensava diversamente. Per secoli, nella tradizione occidentale, il modo in cui si esprimeva una posizione rifletteva la credibilità degli argomenti. Gli stili retorici potevano variare dallo spartano al barocco, ma lo stile in sé non è mai stato una questione irrilevante. E “Stile” non era solo una frase formulata bene: una scarsa capacità espressiva mascherava una scarsa profondità di pensiero. Parole confuse indicavano nel migliore dei casi idee confuse, nel peggiore dissimulazione.
    La “professionalizzazione” della scrittura accademica – e il goffo aggrapparsi degli umanisti alla sicurezza della “teoria” e della “metodologia” . favorisce l’oscurantismo. Questo ha incoraggiato l’emergere di una lingua contraffatta che si esprime in un eloquio disinvolto e “popolare”. In campo storico, ne sono un esempio “gli intellettuali televisivi”, la cui prerogativa sta nella capacità di attrarre un pubblico di massa in un’epoca in cui i loro colleghi accademici hanno perso interesse per la comunicazione. Mentre la precedente generazione di accademici distillava le sue autorevoli conoscenze in un testo comprensibile per le masse, gli studiosi “accessibili” di oggi invadono fastidiosamente la coscienza del pubblico: è l’intrattenitore, non l’argomento, a catturarne l’attenzione. […]

  8. […]

    L’insicurezza culturale genera il suo doppelgänger (è un duplicato spettrale o reale di una persona vivente, generato dalla paura) linguistico. Lo stesso vale per il progresso tecnologico. In un mondo di Facebook, Myspace e Twitter (per non parlare degli sms), l’allusione concisa sostituisce l’esposizione. Se una volta internet sembrava un’opportunità di comunicazione illimitata, la distorsione sempre più commerciale del mezzo – “sono quello che compro” – comporta di per sé un impoverimento. Guardandosi intorno, i miei figli scoprono che la stenografia della tecnologia della loro generazione ha cominciato a filtrare nella comunicazione stessa: “La gente parla come negli sms”.
    Questo dovrebbe preoccuparci. Quando le parole perdono la loro integrità, la perdono anche le idee che esprimono. Quando le parole perdono la loro integrità, la perdono anche le idee che esprimono. Privilegiando l’espressione personale sulla convenzione formale non stiamo facendo altro che privatizzare il linguaggio, così come stiamo privatizzando quasi tutto il resto.
    “Quando io uso una parola”, diceva Humpty Dampty, in tono alquanto sprezzante, “essa significa esattamente quello che decido io”. “Bisogna vedere” , rispondeva Alice, “se lei può dare tanti significati diversi alle parole”. Alice aveva ragione: il risultato è l’anarchia.
    In Politics and the English language, Orwell se la prendeva con i suoi contemporanei che usavano la lingua per mistificare anziché informare. La sua critica era diretta alla malafede: le persone scrivevano male per dire cose poco chiare o deliberatamente prevaricatrici. Oggi secondo me il problema è diverso: la prosa sciatta riflette l’insicurezza intellettual, parliamo e scriviamo male perché non ci sentiamo sicuri di quello che pensiamo e siamo riluttanti ad affermarlo senza ambiguità (“è solo la mia opinione”). Più che subire l’avvento della neolingua, rischiamo l’ascesa della non lingua. […]

  9. […]

    Di tutto questo oggi sono più consapevole che in passato. In balia di una malattia neurologica, sto rapidamente perdendo il controllo delle parole, anche se sono rimaste il mio unico tramite con il mondo. Si formano ancora, con disciplina impeccabile e varietà intatta, nel silenzio dei mie pensieri – dall’interno il panorama è sempre ricco – ma non riesco più a pronunciarle con facilità. Dalla mia bocca escono suoni di vocali e consonanti sibilanti e informi e incomprensibili perfino ai miei più stretti collaboratori. Il muscolo vocale, da sessant’anni mio affidabile alter ego, sta cedendo. Comunicazione, espressione, affermazione: ora sono queste le mie risorse più deboli. Presto non sarò più in grado di tradurre l’esistenza in pensiero, il pensiero in parole e le parole in comunicazione, e sarò confinato al paesaggio retorico delle mie riflessioni interiori.
    Oggi sono più comprensivo nei confronti di chi è costretto al silenzio, ma continuo a disprezzare il linguaggio confuso. Non più libero di praticarla, apprezzo più che mai l’importanza della comunicazione nella vita pubblica: non è solo il mezzo che ci consente di vivere insieme, ma anche parte del senso profondo di quel vivere insieme. L’abbondanza di parole in cui sono stato cresciuto costituivano spazio pubblico in sé. E quello che manca, oggi, sono proprio spazi pubblici ben tenuti. Se le parole cadono in rovina, cosa prenderà il loro posto? Sono tutto quello che abbiamo. […]

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