Le avversità sono utili

Le avversità sono utili. Mettono le persone in condizioni di cercare qualcos’altro oltre la realtà di tutti i giorni e le mettono in contatto con il loro vero Io. Nella disperazione, le persone cominciano a tirar fuori il loro potere illimitato e si accorgono che tutto può essere cambiato, che la sofferenza è un prodotto del loro sé interiore, e che essi possono cambiare le cose solo se prendono in considerazione, appunto, il loro Sé Superiore.
Stuart Wilde

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I tuoi passi

“Conoscerò il rumore dei tuoi passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra.
Il tuo mi farà uscire dalla tana, come una musica.”
(Il Piccolo Principe)

Il peccato

Ho peccato, un peccato tutto riempito di piacere
avvolta in un abbraccio, caldo e ardente,
ho peccato in una coppia di braccia
che erano piene di vita, virile, violente.

Nel luogo debole e silenzioso dell’isolamento
ho guardato nei suoi occhi che erano pieni di mistero
il mio cuore ha palpitato nel mio petto anche troppo fremente
per il desiderio che ardeva nei suoi occhi.

Nel luogo debole e silenzioso dell’isolamento
come mi sono seduta accanto a lui tutto l’interno in agitazione
le sue labbra si sono posate sulle mie labbra
ed io ho lasciato cadere i dispiaceri del mio cuore.

Ho sussurrato nel suo orecchio queste parole di amore:
Ti voglio, amico della mia anima
voglio che tu mi stringa tra le tue braccia
voglio che tu stringa a me, che sono folle d’amore per te.”

Il desiderio è sgorgato nei suoi occhi
come del vino rosso sgorgato da una coppa
il mio corpo ha volato sopra al suo
nella morbidezza del letto soffice.

Ho peccato, un peccato tutto riempito di piacere
accanto a un corpo ora è debole e languido
sono consapevole di quello che ho fatto
nel luogo debole e silenzioso dell’isolamento.

(Forugh Farrokhzad – Marc Chagall)

Come cambiano le emozioni nei libri del XX secolo

(da Le Scienze)

A giudicare dai testi letterari, nel corso degli ultimi cinquant’anni la nostra società sembra sempre meno interessata a comunicare le emozioni, con una sola eccezione: la paura. Questa sorta di “avarizia espressiva” è emersa dall’analisi della frequenza delle parole legate ai sentimenti che compaiono nei libri pubblicati nel secolo scorso, milioni dei quali sono oggi disponibili in forma digitale.

Se la letteratura riflette in qualche misura il mondo in cui nasce, negli ultimi cinquant’anni la nostra società è diventata sempre meno capace o sempre meno interessata a esprimere emozioni. Con una vistosa eccezione: la paura. A scoprirlo è stata una approfondita analisi statistica sull’uso delle parole che veicolano stati emozionali, condotta su un’ampissima base di dati relativa ai libri pubblicati nel XX secolo, e illustrata in un articolo pubblicato sulla rivista “PLoS ONE”.

Alberto Acerbi, attualmente all’Università di Bristol, e colleghi, hanno sfruttato il database Ngram di Google, che contiene la digitalizzazione di oltre cinque milioni di libri, prendendo in considerazione quelli pubblicati in Gran Bretagna e negli Stati Uniti fra il 1900 e il 2000. In questo sterminato mare di parole, sono andati alla ricerca delle parole che esprimono emozioni basandosi su elenchi di vocaboli – già applicati in precedenti studi – che permettono di classificarle in categorie come rabbia, disgusto, paura, gioia, tristezza e sorpresa.

Come cambiano le emozioni nei libri del XX secolo© Images.com/Corbis
Il primo risultato è stato l’emergere con grande chiarezza di periodi in cui è molto più frequente l’uso di espressioni che indicano felicità e di altri in cui invece prevale la tristezza, periodi che corrispondono a grandi eventi storici. Così, dopo la felice euforia espressiva degli anni venti del Novecento, si è avuto un picco di manifestazioni di tristezza in coincidenza con la grande depressione e con la seconda guerra mondiale, e un poi ritorno della felicità durante gli anni sessanta del baby boom.

Il secondo dato, più sorprendente, è la diminuzione generale, sempre più netta e progressiva, dell’uso di parole relative a stati d’animo, una diminuzione che non è un riflesso della pubblicazione, per esempio, di un
maggior numero di libri tecnico-scientifici perché si manifesta anche quando si considerano solo le opere di narrativa e critica letteraria.

Come cambiano le emozioni nei libri del XX secolo© Images.com/Corbis
All’interno di questa generale flessione, l’emozione che sembra diventare maggiormente “fuori moda” è il disgusto, mentre l’espressione della paura, dopo essere diminuita anch’essa per gran parte del XX secolo, a partire dagli anni settanta aumenta notevolmente, in controtendenza rispetto al costante declino degli altri stati d’animo.

I ricercatori hanno osservato anche una progressiva diversificazione geografica: oggi, al contrario di quanto accadeva un tempo, gli autori americani esprimono più emozioni di quelli britannici. Questa inversione di ruoli, pur facendo parte di una più generale differenziazione stilistica fra inglese britannico e inglese americano, è iniziata negli anni sessanta per esplodere dagli anni ottanta, in coincidenza – osservano gli autori – con l’aumento di sentimenti narcisisti e “poco sociali” nei testi delle canzoni popolari degli Stati Uniti, rilevato da un’altra recente ricerca.

Questo aumento di espressioni di contenuto emozionale appare però improntato a un intimismo al limite dell’egocentrismo, come evidenzia l’impennata dei pronomi di prima persona singolare (come, “io”, “me”, “mio”), a scapito di parole che indicano interazioni sociali (come “amico”, “parlare”, “noi”, “bambino”).

Verissimo…

“Non credere mai a tutto quello che ti racconti”
Carl Gustav Jung

A partire da quest’ora

«A partire da quest’ora mi ordino libero di limiti e linee immaginarie. Vado dove voglio, totale e assoluto signore di me. Do ascolto agli altri, considerando bene quello che dicono. M’arresto, ricerco, ricevo, contemplo. Dolcemente, ma con volontà incoercibile, mi svincolo dalle remore che trattenermi vorrebbero».

Walt Whitman, “Song of the Open Road”

Mi attraverso…

Mi attraverso illudendo una parete senza maniglie
che non lascia al suono la possibilità di un riscatto utile
in quell’ammonticchiarsi pigro di braccia senza mani pensanti
Desideri inesatti di un linguaggio inammissibile
si srotolano disordinatamente sgomitolando voglie scadute
testimoni di un rigattiere senza tempo in vendita

Polvere dentro
Sogni vivisezionati
Aspettative in penombra
Topi affamati dell’ingordigia
Casa abbandonata

Piena di vorrei

Costruisco porte immaginifiche
tra ripari improvvisati da temporali iniziatici
costringendomi al movimento che sfonderà l’esterno
colmando l’ignoranza dell’intenzione rinnegata

Miranda Galati