Quando corro

«Quando corro, semplicemente corro. In teoria nel vuoto. O viceversa, è anche possibile che io corra per raggiungere il vuoto».

Haruki Murakami, “L’arte di correre”

Una Risposta

  1. Ecco il puzzle che ho composto, cominciando da questo tassello:

    …Quando corro è per raggiungere quel luogo degli affetti chiamato casa. Dopo aver perduto per sempre quella sensazione di protezione, che mi dava l’abbraccio di mia madre, resta, la mia casa, l’unico posto in cui riesco ad immedesimarmi e a trattenere con me un po’ di quel tepore, che cedo pian piano ai miei pensieri, rendendoli semplici… Corro da me stessa, che ha tralasciato il suicidio, come mezzo per passare all’età adulta, poichè non aveva tempo da perdere: doveva tornare a casa, tanto ci avrebbe pensato la vita… Mi spiego:

    […] “Mi è toccata una sorte analoga a quella di certi giardinieri: tutto quello che ho cercato di piantare nella immaginazione umana vi ha preso radice. Il culto di Antinoo sembrava la più folle delle mie iniziative, lo straripare di un dolore che non riguardava che me. Ma la nostra epoca è avida di dèi; preferisce i più ardenti, i più tristi, quelli che mischiano al vino della vita un miele amaro d’oltretomba. A Delfi, il giovinetto è divenuto l’Ermes guardiano della soglia, padrone dei passaggi oscuri che conducono alle ombre. Eleusi, il luogo ove l’età e la sua qualità di straniero gli avevano impedito un giorno d’essere iniziato al mio fianco, ne fa il Bacco giovinetto dei Misteri, principe delle regioni confinanti tra i sensi e l’anima. L’arcadia ancestrale lo associa a Pan e a Diana, divinità dei boschi; i contadini di Tivoli l’assimilano al dolce Aristeo, re delle api. In Asia, i devoti ritrovano in lui i loro teneri dèi infranti dall’autunno o divorati dall’estate. Al margine dei paesi barbari, il compagno delle mie cacce e dei miei viaggi ha preso l’aspetto del cavaliere Trace, del misterioso viandante che cavalca nelle boscaglie al chiaro di luna, e porta via le anime nelle pieghe del suo mantello. Tutto ciò poteva ancora essere null’altro che un’escrescenza del culto ufficiale, adulazione da parte dei popoli, servilismo di sacerdoti avidi di sussidi. Ma la figura del giovinetto mi sfugge; essa cede alle ispirazioni dei cuori semplici: mediante una di quelle reintegrazioni inerenti alla natura delle cose, l’efebo malinconico e soave è divenuto, per la pietà popolare, il sostegno dei deboli e dei miseri, il consolatore dei fanciulli morti. Il volto inciso sulle monete di Bitinia, il profilo del giovinetto quindicenne, dai riccioli al vento, dal sorriso ingenuo e stupefatto che ha conservato per così poco tempo, pende a guisa di amuleto al collo dei neonati, in qualche cimitero di campagna, lo si inchioda sulle piccole tombe. Un tempo, quando pensavo alla mia fine, come un pilota, noncurante di sè, trema però per i passeggeri e il carico della nave, mi dicevo amaramente che quel ricordo sarebbe affondato con me, mi sembrava così che quel giovane essere imbalsamato con tanta cura nel fondo della mia memoria, dovesse perire una seconda volta. Questo timore, pur tanto giusto, s’è in parte placato: ho compensato come ho potuto quella morte precoce; per qualche secolo almeno sussisterà un’immagine, un riflesso, un’eco fievole di lui. non si può far molto di più, in materia d’immortalità. […] (Marguerite Yourcenar – Memorie di Adriano)

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