Come sassi nello stagno

« Fisso il pavimento, quasi che la risposta fosse scritta tra i piedi. “Significa” parlo con lentezza e procedo a tentoni verso la spiegazione “significa che a dare senso alla battuta è quello che succede qui, in questo preciso istante, fra Nina e Konstantin. E succede qualcosa che è cruciale. E il miglior modo per esprimerlo è dire “Io sono un gabbiano”. Doris, tu non stai affatto sragionando, non sei in preda a un momento di pazzia. Potresti anche essere pazza, ma quello che conta è che per te è la realtà, e stai cercando in tutti i modi di comunicare questa idea a lui.”
Si scoraggia. “Sì, ma quale idea?”
Avrei dovuto darmi malata.
“Che tu sei un gabbiano”. Mi inceppo.
Ci riprovo. “D’accordo. Ricapitoliamo. Tu hai raggiunto Konstantin. Lui continua a dirti che è innamorato di te, che sei meravigliosa, che bacia la terra su cui cammini.”
“Sì..?”
“Si comporta come se tu non fossi cambiata, ma tu sei cambiata. E vuoi che lui lo capisca.”
“Capire cosa?”
“Che tu sei un gabbiano, Doris. Che non sei una ragazza giovane e piena di talento alle soglie di una brillante carriera teatrale, innamorata di un uomo intelligente e famoso. Tu hai perduto il tuo amante. Il tuo bambino è morto. E adesso sei una mediocre attrice di provincia. Sei un gabbiano. Una cosa morta. Un uccello sgraziato con la voce stridula che qualcuno ha ucciso tanto per fare qualcosa.”
Tutti tacciono.
“Ma sei ancora forte. Ogni volta che sei tentata di mollare, trovi il modo di riprenderti. ‘Io sono un gabbiano’. Ma poi dici: ‘No, non è vero’, Non ti arrendi. Anche se hai perduto tutto”
Mi guarda. In realtà tutti mi stanno guardando. Nascondo la faccia tra le mani. Dove voglio arrivare?
“È saper soffrire” dice il signor Hastings, lasciando cadere le parole nel silenzio come sassi nello stagno. »

“Innocence” (K. Tessaro)

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… noi rinchiuso

“Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto; ché de la nova terra un turbo nacque e percosse del legno il primo canto. Tre volte il fé girar con tutte l’acque; a la quarta levar la poppa in suso e la prora ire in giù, com’altrui piacque, infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso”

La chiusura del XXVI canto dell’Inferno di Dante

Uno, nessuno e centomila

L’idea che gli altri vedevano in me uno che non ero io quale mi conoscevo; uno che essi soltanto potevano conoscere guardandomi da fuori con occhi che non erano i miei e che mi davano un aspetto destinato a rendermi sempre estraneo, pur essendo in me, pur essendo il mio per loro (un “mio” dunque che non era per me!); una vita nella quale pur essendo la mia per loro, io non potevo penetrare, quest’idea non mi diede più requie. Come sopportare in me questo estraneo? Questo estraneo che ero io stesso per me? Come non vederlo? Come non conoscerlo? Come restare per sempre condannato a portarmelo con me, in me, alla vista degli altri e fuori intanto dalla mia?
Luigi Pirandello, Uno, nessuno e centomila

Non sa mai…

Non sai mai quanto sei forte, finché essere forte è l’unica scelta che hai.

Chuk Palahniuk, Soffocare

Inadeguatezza

Colpa e senso di colpa sono argomenti inesauribili. Come psicologo delimito la mia indagine ad un preciso tipo di senso di colpa. Quello di chi non si stima e che consiste nella cosciente o inconscia accusa a se stessi di essere sbagliati, di non valere abbastanza, di essere inadeguati alla vita. Si tratta di un senso di colpa che fa soffrire in misura maggiore o minore moltissime persone e che, quando è forte e permanente, costituisce uno dei nuclei determinanti di molte nevrosi.
Questo senso di colpa ha un’origine precisa, le colpevolizzazioni, anche involontarie, dei genitori. Questi, infatti, detengono, mediante l’uso delle colpevolizzazioni, il potere inconscio e multiforme di far nascere e crescere nel figlio il dubbio e talvolta la certezza di essere inadatto, per propria colpa, ad affrontare con successo le situazioni della vita.

Lucio Della Seta, Le origini del senso di colpa

Ancora l’amore

L’amore è sempre paziente e gentile, non è mai geloso, non è mai presuntuoso o pieno di sé, non è mai scortese o egoista, non si offende e non porta rancore. L’amore non prova soddisfazione per i peccati degli altri ma si delizia della verità.
È sempre pronto a scusare, a dare fiducia, a sperare e a resistere a qualsiasi tempesta.

Nicholas Sparks – I passi dell’amore

Strada

Ciascuno di noi ha un suo modo di agire e di manifestarsi, e dev’essergli assicurata la possibilità di servirsene liberamente. Mille strade diverse conducono all’amore. Purché ascolti se stesso, ognuno troverà la propria. Non permettete a chicchessia di imporvi perentoriamente la sua. In un libro stupendo dell’antropologo Carlos Castaneda, Teachings according to Don Juan (trad. it. Viaggio a Ixtlan. Le lezioni di Don Juan, Astrolabio, Roma), interamente dedicato agli Indiani Yaqui che l’autore ha fatto oggetto di studio approfondito, c’è un personaggio di nome Don Juan il quale afferma: «Ogni strada non è che una fra un milione di strade. Pertanto dovete sempre tener presente che una strada è soltanto una strada. Se in questo momento sentite di non doverla percorrere, non siete obbligati a farlo in nessun caso. Una strada è solamente una strada. Il fatto che il vostro cuore vi esorti ad abbandonarla non è un affronto a voi stessi o agli altri. Ma la vostra decisione di proseguire lungo quella strada o di abbandonarla non deve avere attinenza alcuna con la paura o con l’ambizione. Attenti: ogni strada dev’essere osservata da vicino e deliberatamente. Provatela una volta, due, tre, quanto lo ritenete necessario.
Poi ponetevi una domanda, ma solo a voi stessi; e la domanda è la seguente: Questa strada ha un cuore? Tutte le strade sono uguali. Non conducono in nessun luogo. Sono strade che attraversano il bosco, s’inoltrano nel bosco, passano sotto il bosco. Tutto sta
ad accertare se quella strada ha un cuore. È il solo dato che conti. Se non ha cuore, è una strada sbagliata». Se la vostra strada è l’amore, la meta non ha importanza; il cammino che seguirete sarà fatto d’amore.
Potete essere «veri» solo quando non vi scostate dalla vostra strada. La cosa più difficile del mondo è il voler essere ciò che non siamo. Allontanandovi da voi, dovete al tempo stesso avvicinarvi sempre più a ciò che siete. Scoprirete che è un modo molto
facile di essere. La cosa più facile al mondo è essere ciò che siete, essere voi stessi. La cosa più difficile è essere ciò che gli altri vogliono che voi siate. Non permettete loro di situarvi in questa posizione. Trovate il vostro «essere», siate chi siete, siate come siete. Dopo di che potrete vivere in tutta semplicità. Avrete l’energia necessaria per
«respingere i fantasmi», come dice Alpert. Non avrete più fantasmi da scacciare. Non dovrete più recitare un ruolo che non sia di vostra competenza. Ve ne libererete una volta per tutte e potrete dire a voi stessi: «Ecco, quest’uomo, questa donna sono io. Prendetemi per quel che sono, con le mie debolezze, con la mia stupidità, con tutto il resto. E se non potete, lasciatemi essere me stesso».
LEO BUSCAGLIA