Psichiatria, con il Dsm-5 tutto ciò che piace diventerebbe disturbo mentale

La nuova versione del Manuale diagnostico dei disturbi mentali divide. Il Velino incontra Massimo Lanzaro, medico, psichiatra e psicoterapeuta

Qualcosa sta cambiando negli studi della mente. A maggio negli Stati Uniti (edito da Penguin) – l’anno prossimo in Italia -, sarà pubblicata la quinta edizione del Dsm, conosciuto come il Manuale diagnostico dei disturbi mentali, varato dall’Apa, l’Associazione americana di Psichiatri. A distanza di dieci anni dall’ultima versione – la prima risale al 1952 –, il frutto della task-force che ha interessato 1500 scienziati di 39 Paesi, anticipato da alcuni focus online, ha scosso il mondo medico. L’accusa più grande è che si “medicalizza la normalità”. Il Velino ha incontrato Massimo Lanzaro, napoletano classe 1971, medico, psichiatra e psicoterapeuta. E’ stato primario (al Royal Free Hospital di Londra) e direttore sanitario in Italia e in Inghilterra. E’ autore di numerose pubblicazioni scientifiche su riviste nazionali ed internazionali. E’ membro dell’International Association for Jungian Studies. Attualmente scrive sulle riviste “B-liminal” e “N9ve”, sulla CG Jung Page e collabora con il Centro Raymond Gledhil di Roma e con l’Università del Cile.

 

Il Dsm è davvero la bibbia della diagnosi per psicologi e psichiatri?

“I criteri diagnostici del Dsm, costruiti su base statistica, sono essenziali per la sperimentazione farmacologica e perché un sistema classificatorio descrittivo dovrebbe essere compatibile con teorie diverse e quindi consentire di conciliare diverse scuole di pensiero: psichiatri più orientati sul versante neurobiologico, psichiatri e psicologi ad indirizzo psicoanalitico, quelli di matrice cognitivo-comportamentale etc. In altre parole, la sfida delle ultime edizioni del Dsm (due, anzi quattro se si considerano le revisioni: Dsm-III del 1980, Dsm-III-R del 1987, Dsm-IV del 1994, e Dsm-IV-Tr del 2000) è stata quella di tentare di far andare d’accordo tutte le scuole e i paesi del mondo, permettendo quindi la comunicazione tra operatori diversi, basandosi solo sull’aspetto esteriore dei sintomi, senza ipotesi teoriche sottostanti. Tuttavia questi criteri dovrebbero essere usati con cautela in clinica e nella pratica quotidiana, non certo come ‘una bibbia’. Quando lo psichiatra incontra una persona dovrebbero essere considerati solo come un orientamento, un’indicazione di possibilità, magari un punto di partenza”.

 

Quanto è vera l’accusa mossa al Dsm-5 di spingere i medici ad un’eccessiva prescrizione di farmaci?

“Il Dsm-5 effettivamente potrebbe produrre secondo alcuni un incremento di nuove diagnosi con un aumento della medicalizzazione della normalità, il che, se accadesse, sarebbe fonte di ingenti proventi per l’industria farmaceutica. Questa tendenza è stata in verità documentata nel 2011 in un importante saggio della prof.ssa Marcia Angell, che insegna ad Harvard e non si può dire sia l’ultima venuta, perché tra le altre cose ha diretto quella che viene considerata una delle più importanti riviste mediche del mondo: il New England Journal of Medicine. Il saggio è intitolato ‘L’epidemia di malattie mentali e le illusioni della psichiatria’…”

Quali sono i comportamenti considerati prima normali ed ora catalogati dal Dsm-5 come disturbi su cui intervenire?

“Elenco alcuni di quelli che ha segnalato Allen Frances (uno dei capi delle task force dei due precedenti Dsm). Il disturbo di disregolazione dirompente dell’umore: in un certo senso gli scatti di rabbia potrebbero diventare un disturbo mentale. Il normale lutto diventerà Depressione maggiore (l’elaborazione normale di un lutto non va curata con i farmaci ma l’uso di una diagnosi potrebbe indurre i medici a fare il contrario). Le normali dimenticanze e debolezze cognitive senili saranno diagnosticate come Disturbo neurocognitivo minore, creando potenziali falsi allarmi in persone che non svilupperanno mai una demenza vera e propria. A causa dell’abbassamento della soglia dei criteri del Binge Eating Disrder (Disturbo da alimentazione incontrollata), abbuffarsi di cibo dodici volte in tre mesi (magari segno di cospicua golosità) potrebbe condurre ad una diagnosi”.

 

E’ solo la spinta ad un abuso di farmaci ad aver scosso la comunità medica mondiale, o il Dsm-5 presenta altre novità discutibili?

“La diagnosi di Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività (ADHD) dell’adulto subirà un’ulteriore ascesa, con aumento potenziale dell’abuso di stimolanti nel mercato parallelo delle droghe da strada. Contrariamente a quanto si era pensato per il fatto che veniva introdotto il concetto di ‘spettro’, i diversi criteri diagnostici dell’autismo, per il modo con cui sono stati specificati, abbasseranno i tassi di questo disturbo nella popolazione (del 10% secondo la task force del Dsm-5, o del 50% secondo altre fonti). Un rischio è, ad esempio, che vengano tolti a molti bambini gli insegnanti di supporto che sono fondamentali nelle fasce deboli. L’introduzione del concetto di ‘dipendenze comportamentali’ potrà subdolamente favorire una cultura secondo la quale tutto quello che semplicemente ci piace diventa un disturbo mentale; occorrerà forse stare in guardia dall’uso sconsiderato di diagnosi quali dipendenza da Internet o dal sesso, nonché dai costosi programmi di trattamento che potrebbero essere proposti per questi ‘nuovi pazienti’. Il confine tra il Disturbo d’ansia generalizzato e la normale ansia quotidiana, che è già poco delineato, lo sarà ancor meno, col risultato che vi saranno molte più persone alle quali verrebbero prescritti farmaci ansiolitici che, come è noto, creano dipendenza e assuefazione”.

Qual è il peso del mondo anglosassone sugli studi italiani di psichiatria?

“In realtà la comunità anglosassone subisce una discreta influenza dalla cultura americana, che si riverbera in un certo qual modo sulla comunità scientifica italiana. Fino a quando in psichiatria e psicopatologia dominava la cultura tedesca, le classificazioni dei disturbi psichici erano le più precise e ordinate possibili, saldamente fondate sui pilastri epistemologici della medicina. Il tentativo era quello cioè di raggiungere prima o poi una classificazione che rispecchiasse allo stesso tempo i fondamenti della medicina e l’ordine della natura, così come botanici, entomologi, biologi erano riusciti a fare con le specie viventi. Dopo la seconda guerra mondiale però, quando il testimone passò, in psichiatria, alla pragmatica cultura nordamericana, le cose cambiarono. Da allora ad oggi i modelli e le classificazioni adottate dall’Apa si sono rapidamente diffusi nel mondo intero, diventando la nosografia di riferimento”.

Qual è lo status quo delle strutture italiane in merito ai disturbi mentali?

“Forse un epifenomeno rivelatore dello status quo, estremamente attuale, è la situazione delle persone con disturbi mentali ricoverate negli OPG. Il termine per il completamento del processo di superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari era infatti fissato al primo febbraio 2013. Così prescrive la legge 9 del 2012 (comma 1 articolo 3 ter). Ma è evidente che tale termine non è stato rispettato, come aveva auspicato la Commissione d’inchiesta presieduta dal senatore Marino. Lo stesso Presidente Napolitano ha definito la situazione ‘un orrore medioevale’. Le risorse destinate ai Dipartimenti di Salute Mentale, che devono presentare e attuare i progetti individuali finalizzati alle dimissioni degli internati o per progetti di alternativa alla misura di sicurezza detentiva e molti dei Dipartimenti stessi sono in ritardo inaccettabile. La sensazione generale è che a pochi contesti di eccellenza si affianchino molte realtà insufficienti e inefficaci”.

da Il Velino http://www.ilvelino.it/it/article/psichiatria-con-il-dsm-5-tutto-cio-che-piace-diventerebbe-disturbo-mentale/1be8e021-5caf-41f9-9433-81f981c033fd

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21 Risposte

  1. Il mio primo pensiero in seguito alla lettura di questa intervista è stato che allora forse ho ragione quando dico che siamo circondati da psicopatici, laddove subito dopo ho applicato la diagnosi a me stesso, allora ho corretto il mio pensiero: invero, siamo un popolo di psicopatici. E, posto che ne rimango sostanzialmente convinto – perché se la maggior parte della gente o tutti, chi più, chi meno, non soffrisse di disturbi mentali, anche temporanei, non vivremmo in una società tanto squilibrata -, penso che abbia ragione anche Lanzaro nel ventilare l’accusa al nuovo DSM di voler favorire le multinazionali farmaceutiche facendo sì che vengano prescritti e venduti più farmaci, in un vero e proprio accanimento terapeutico sociale e collettivo che non farebbe altro che peggiorare la situazione. E che è stato, anni fa, cantato dalla banda friulana Prozac+, nella canzone “Pastiglie”, o anche da J-Ax nella canzone “Tua mamma si droga”. Insomma, un’inflazione consumistica di droghe ufficiali ad arricchire i boss delle farmaceutiche che renderebbe peraltro ancora più ipocrita il proibizionismo delle droghe non ufficiali.

  2. Salve, dottor Lanzaro. Credo che l’America non sia più interprete del sogno americano, che dovrebbe riscoprire; gli eredi di quel sogno hanno perso di vista l’Unità… Leggevo che …

    Per realizzare in sè l’umanità, che non è soltanto la vocazione dell’uomo ma anche il suo scopo, il suo fine, la sua sede, (l’uomo) deve diventare “Uomo tra gli uomini”. Occorre perciò un po’ di Immaginazione, senza la quale l’uomo appartiene agli elementi, un po’ d’intelligenza e molta generosità. Occorre soprattutto che luomo rifiuti tutti gli “ismi”, astrazioni che separano, poichè sotto tante etichette dappertutto si scopre, nei tratti essenziali, lo stesso uomo, e che la stessa realtà nasce e si manifesta ovunque. “Uomo tra gli uomini”… che non sono diversi quanto complementari.
    Gothe sentiva che ogni essere vivente è una cosa meravigliosa, che si compenetra in altri attraverso la simpatia.
    (Appunti miei da “Uomo in mezzo agli uomini” di L. Meylan)
    Cordialmente.

  3. Pensa che la convinzione che per ogni male ci sia la pillola adatta abbia dato una spinta alla ricerca scientifica e favorito le industrie farmaceutiche, o che, al contrario, la libera ricerca scientifica e le industrie farmaceutiche siano le responsabili della superficialità, a volte, con cui si “analizza” e si sperimenta sull’uomo? Grazie

  4. @ Roberto mi permetto di consigliare di aggiungere alla sua lista di brani citati “Charlie fa surf” dei Baustelle. È il primo singolo estratto dal loro album Amen, pubblicato nel 2008.

    La canzone è ispirata a Charlie Don’t Surf, opera di Maurizio Cattelan, nella quale è rappresentato un bambino con le mani inchiodate al banco di scuola con le matite (a sua volta ispirato ad un dialogo del film Apocalypse Now, che aveva ispirato anche un brano dei Clash Charlie Don’t Surf).

    @Valeria: la mia esperienza mi dice che non si può fare di tutta l’erba un fascio: esistono delle situazioni specifiche dove i farmaci sono di grande aiuto. Ed esistono degli ottimi farmaci, posto che la diagnosi e il piano terapeutico sia correttamente formulato da uno specialista. E che anche, d’altro canto le industrie farmaceutiche a volte, per così dire, in vario modo, invoglino alla superficialità. Questo è un discorso molto articolato e complesso, su cui ci sono fiumi di letteratura e una mole di episodi più o meno incresciosi, ben documentati, ma che comunque non può essere riassunto in poche righe…

  5. Eccellente suggerimento, psichiatriapsicoterapia, tanto più che si tratta di una canzone che canticchio spesso, specie se ne devo dedicare certi versi a qualcuno che penso li meriti.
    I Baustelle sono geniali, la migliore banda italiana del momento, a parer mio, e il loro ultimo album l’hanno dedicato a un’opera curata dal grande Elémire Zolla, I mistici dell’Occidente.

  6. Me ne rendo conto, dottor Lanzaro: resta un punto di domanda, anche quando l’offerta è ampia, ed è questo il compromesso che la libera ricerca scientifica deve accettare quando entra sul mercato. E’ un limite che impone a se stessa, perdendo un po’ della sua innocenza a favore della sopravvivenza. Perdoni la metafora che non è calzante quanto l’aumento del consumo di farmaci acquistati su Internet, piuttosto che nei supermercati. Mentre il diritto di molti a curarsi sembra dover passare attraverso l’imparzialità di un giudice o le associazioni di volontariato. E’ davvero un marasma!
    La ringrazio. Anche per la segnalazione del libro di Lopez-Pedraza, Dioniso in esilio… Mi rendo conto adesso di quanto sia lontano da tutto questo, il dio. Grazie.

  7. Cara Valeria, come ho detto a proposito dello status quo delle strutture italiane in merito ai disturbi mentali e all’assistenza in materia di benessere psichico in generale (e a prescindere dall’industria farmaceutica), la sensazione è che a pochi contesti di eccellenza si affianchino molte realtà insufficienti e inefficaci: forse il “marasma” a cui lei fa riferimento.

  8. Sì, dottor Lanzaro, il marasma è fatto purtroppo di “realtà inefficaci” e di “realtà eccellenti” e questo è evidente soprattutto nei centri urbani, come quello in cui abito, in cui le due strutture si “fronteggiano” quotidianamente”: gli incontri che spesso si fanno per le strade di questi centri urbani, dove le maglie della rete dei rapporti umani non si sono ancora allargate tanto da risultare inefficaci, raccontano che è ancora possibile sopravvivere alla strada e al vuoto della solitudine che “il disturbo mentale” crea intorno, tra mondo e mondo.

  9. @Roberto
    Elémire Zolla è colui che a mio modesto avviso ha dato la più calzante definizione sintetica di archetipo. Scrisse infatti: “Una definizione è il punto di intersezione di una tassonomia. Un’archetipo è ciò che proietta la tassonomia stessa”. Un pò criptico forse, ma immediato e geniale.

  10. Concordo. Si tratta di una definizione molto calzante, seppure criptica. I miei alunni di I superiore, comunque, già sanno che cos’è un archetipo, anche se ho preferito spiegarglielo in maniera meno criptica e più esemplificativa.
    A proposito di alunni, e di giovani adolescenti e tardoadolescenti in genere, visto che siete psicoterapeuti, mi viene l’ispirazione di chiedere la vostra opinione. Benasayag, Galimberti e altri ci dicono che vivono l’epoca delle passioni tristi e che sono sempre più nichilisti, nell’accezione più negativa di quest’ultimo termine.
    In effetti, per noi docenti e per i genitori e gli adulti in genere, sembra sempre più difficile riuscire a farli appassionare di qualcosa, coinvolgerli in qualcosa, farli uscire dalla loro gabbia dorata fatta di costosi cellulari, videogiochi e capi griffati. Ma, secondo la mia modesta opinione, la colpa non è certo loro, bensì della generazione dei genitori e del mondo adulto in genere, una generazione ben più nichilista – sempre nell’accezione negativa del termine – di tutti gli adolescenti di questo mondo, che, talora, invece, mostrano più senso di responsabilità dei loro padri e anche dei loro docenti. Voi che ne pensate?

  11. Qual’è l’accezione positiva dell’aggettivo “nichilista”? Può un docente, nel rispetto della libertà di opinione e di una certa esperienza nel suo campo, essere così senza speranza da asserire che in assoluto non c’è nessun genitore, e nessun docente, sulla faccia della terra che faccia la differenza? Eppure una docente che usava i cartoni animati per insegnare i simboli e gli archetipi, io l’ho conosciuta bene. Anche se poi non ho più avuto sue notizie. Qualche eco, di rado.

  12. L’accezione positiva di nichilista è quella data da Nietzsche, a superare il crepuscolo dell’Occidente grazie all’Übermensch e a creare nuovi fondamentali valori, e archetipi, grazie a cui salvare l’umanità.
    Galimberti e gli altri oggi usano invece l’accezione di “nullacredenti”, oltre che “nullafacenti”.
    E comunque non ho detto che “in assoluto non c’è nessun genitore, e nessun docente,sulla faccia della terra che faccia la differenza”, ho detto che è più colpevole la generazione dei padri e dei docenti piuttosto che quella dei loro figli, se questi sono nichilisti nel senso galimbertiano.
    Io, per esempio, sono un docente e un genitore che fa la differenza.

  13. Se i nuovi archetipi sono gli “-ismi”, l’Umanità stessa si svuota di contenuti, abolendone il senso, perchè “crea” per sottrazione e non include le differenze.

  14. Credo che ti interesserebbe chiarire:

  15. “L’annientamento di un castello millenario di menzogne”;
    “L’epoca in cui l’essere viene dimenticato nella rappresentazione dell’ente: tutta la metafisica è nichilismo”.
    Tutto il mondo è la manifestazione del nichilismo, la rivelazione dell’ego e del suo mondo come nulla e come distruzione.

  16. Grazie Valeria, mi sono scaricato tutta la sequenza dei video – e ne ho fatto un documentario unico -, ma già lo sapevo che Galimberti è senz’altro più profondo di quanto lo abbia sintetizzato io e, prima di me, i media.
    In ogni caso, non sono certo stato io a dire che i nuovi archetipi sarebbero gli -ismi. I nuovi archetipi, o le nuove versioni degli stessi, sono senz’altro gli psicologi e anche i critici letterari che li devono svelare, a tentare di comprendere meglio la società dei nostri tempi e i singoli che la compongono.
    A dire che i cosiddetti “giovani”, per giunta una delle tante categorie e etichette in cui si pretende, in modo molto nazista, di sezionare il consorzio umano, siano dei “nichilisti”, non sono io, né sono d’accordo, anzi sto semmai attribuendo più responsabilità del loro malessere alla generazione dei padri e dei docenti.
    E su questa questione, invero, non ti sei pronunciata veramente – né si è pronunciato psicologiapsicoterapia -, cara Valeria, per quanto sia sempre un grande piacere interloquire con te e imparare qualcosa da te.

  17. Mi dispiace essermi intromessa nella discussione con il dottor Lanzaro. Però non mi posso pronunciare veramente su qualcosa che non mi è chiaro del mio interlocutore, che ammette di aver sintetizzato troppo, anche su Galimberti: ma ci siamo ormai autoreferenziati abbastanza per capire che, restare della propria opinione, ed io ci resto, non vuol dire avere dei pregiudizi nei confronti dell’altro, a volte, da cui ci si aspetta almeno l’onestà di ammettere di non essere stato volutamente molto chiaro nella domanda per poter spostare la discussione. Quindi non mi sono “pronunciata veramente” sul modo nazista di sezionare il consorzio umano in giovani e vecchi, perchè non ho paura di usare la parola “vecchio” e “giovane”. Ma il significato che do io a questi campi complementari non è lo stesso che darà un nazista. Felice di aver imparato anche io ad avere più fiducia nella capacità di comprensione dell’essere umano in generale.

  18. Nemmeno io ho paura di usare le parole “vecchio” e “giovane”, ma non mi piace quando se ne fa un uso pseudosociologico e classista, se non ti piace usare l’aggettivo “nazista”, peraltro molto calzante.
    Quando, per esempio, da parte del mondo della politica o comunque della classe dirigente e del mondo accademico, si etichetta qualcuno “troppo giovane” (o “troppo vecchio”) onde non dargli voce in capitolo, magari con l’ausilio di esperti specialisti del campo della psicoterapia.
    E l’italia è un Paese dove questo avviene per tradizione. Una volta, invitato a una trasmissione televisiva, ho infatti detto che nel nostro Paese, se non appartieni alla classe dirigente, fino a 50 anni ti si dice che sei “troppo giovane”,, dopo i 50 anni che sei “troppo vecchio”, appunto.
    Ad ogni modo, non mi pare di essere stato poco chiaro nella questione che ho posto. Ho semplicemente chiesto, e lo ripeto, che cosa ne pensate dell’idea molto diffusa, per esempio tra noi insegnanti, secondo cui i “giovani d’oggi” sarebbero più nichilisti, nel senso di “nullacredenti” e “nullafacenti”. Ho anche già detto che si tratta di una generalizzazione – che si pretende sostenere anche sulla base delle tesi di Galimberti e Benasayag, tra i tanti, sia pure interpretate in modo troppo sintetico, per non dire superficiale – con cui io non sono minimamente d’accordo, in quanto vedo invero e più logicamente molte più responsabilità nella generazione dei padri e dei docenti, che non in quella dei “giovani d’oggi”. E comunque trovo che sia anche una questione molto complessa e scottante, per questo mi aveva ispirato sottoporla in questo post a esperti di psicoterapia.
    Ma se non avete voglia di pronunciarvi, non c’è problema.
    Teniamoci appunto la nostra opinione, per quanto invero io non abbia capito quale si la tua, cara Valeria, visto che non ti sei pronunciata.
    Grazie.

  19. La tua domanda non era chiara. Non era chiara per me, e comunque avevo già risposto indirettamente nel post “Intelligenza emotiva”.

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